ye olde malesangue

Oh, questa cruda, cruda vita! Andrebbe ancora un po' bollita!

Categoria: dizionario immaginario

Dizionario Immaginario: Famiglia

Di famiglia in famiglia s’avanza il mondo, e negli avanzi si fa e si disfa il resto, e del resto: a disfare una vita intera, ne basta mezza, anche meno. Per cui non sono un peccatore, non ne ho stile, classe, ci vuole una certa classe per peccare di un certo furore. E per cui la circostanza più semplice, resta, sempre: immischiarsi.
Reo non so essere, ma riconosco l’importanza della famiglia, le radici cristiane e le pallonate all’inguine, riconosco tutto quanto, io che non ho cerchi né gradi attorno né in petto (né re né padre né sottotenente d’alcun dado).
Ho stima di famiglie: tante ne ho conosciute, dalla mia persa nei mille rivoli delle divagazioni del seme, tutte colluse con la vita, così pronte e destinate a proseguire.
E quelle nate sui lavori, in ogni lavoro, famiglie allargate e protestanti, e poi quelle dei libri, siamo una famiglia, dicevano, così facciamo libri.
Così io starò muto.
Radici metto ovunque ma eccole tenui, deciso come sono al reciso, al refuso, continuo, del mio discorso biologico e impreciso, tutto votato ad appuntamenti mancati – per cui ho in spregio una sola cosa, lo spreco, il disperso, il mai più ritrovato, il succo perduto, il non succhiato a finire, a dovere, fino a dolere, a dolersi dell’indolenzimento della lenza spezzata (la mia schiena sul tuo corpo, io sterile: tu spenta).
Spento e seppellito dalla fallibilità della memoria altrui, coincido col mio doppio e mi raddoppio, non tradisco né mi traduco in altre lingue ma diserto, questo sì, e ubiquo – per una volta nel tempo, senza spazio – dico che no, preferirei di no, no grazie, siete gentili ma non siete miei simili se non per spirito di verosimiglianza e candore.

Dizionario Immaginario: Età

Io e il mio doppio eravamo, in quell’età, preda di astratti bagliori. Tutto luccicava nei nostri occhi accecandoci, tutto era raggiungibile da lontano, alla nostra portata proprio perché inafferrabile. Tutto astratto, abbarbicato all’infinito e ci faceva sognatori, nella migliore delle ipotesi – e nella peggiore, invece: astratti incubatori d’incubi; in ogni caso poche volte apparivamo eroici, e sempre, cioè mai, vivi; ed erano bagliori, in qualche modo, che provenivano da un genere umano perduto. Da molto tempo questo, in quell’età in cui si parlava una lingua morta perché sempre detta o scritta e mai parlata tra uomo e uomo; ed eravamo col capo chino. Io e il mio compare leggevamo titoli di giornali squillanti e chinavamo il capo; vedevamo amici, per un’ora, due ore, e stavamo con loro senza dire una parola che fosse parlata, e chinavamo il capo; e avevamo una ragazza o una moglie che ci aspettava ma neanche con lei dicevamo una parola che fosse parlata, anche con lei chinavamo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi e così gli anni e io e il mio doppio avevamo tetti bucati, l’acqua che ci entrava nelle case, e non c’era altro che questo: pioggia, massacri nelle notizie dell’ultim’ora (e tutto, davvero, era ultim’ora), e acqua sotto i nostri tetti rotti, muti amici, la vita in noi come un cupo incubo, e non speranza, ma quiete, solo auspicabile quiete.

Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perderci, ad esempio, con lui. I minori vivevano pronti a perdere – a ragione – e i maggiori vivevano da già perduti – a ragione anche loro, e con maggiori responsabilità. Quelli come me e il mio doppio, in quell’età, erano in mezzo e anche questo era il terribile: che si parlasse solo di mezzo e mai di fine, e così esser dimenticati, come coloro che sempre si collocano nel mezzo. Eravamo accecati da astratti bagliori, dunque mai nel sangue, ed eravamo quieti, senza autentico desiderio di nulla se non di oggetti inanimati, di pura forma. Non ci importava che la nostra donna ci aspettasse; raggiungerla o no, o scrivere il nostro dizionario era per noi lo stesso; e uscire e vedere gli altri o restare in casa era per noi lo stesso. Eravamo quieti, come chi mai ha avuto un giorno di vita, né mai ha saputo cosa significa esser felici, come se non avessimo nulla da dire, da affermare, negare, nulla di nostro da mettere in gioco, e nulla da ascoltare, da dare e nessuna disposizione a ricevere, e come se mai in tutti i nostri anni di esistenza avessimo mangiato pane, bevuto vino, o bevuto caffè, mai stati a letto con una ragazza, mai avuto dei figli, mai preso a pugni qualcuno, o non credessimo tutto questo possibile, come se mai avessimo avuto un’infanzia di periferia, nelle campagne o al mare; ma ci accecavamo ormai da soli entro di noi per astratti bagliori, come gazze ladre che rubano anche solo il luccicar della speranza, e pensavamo il genere umano perduto, chinavamo il capo, e pioveva, non dicevamo una parola agli amici, e l’acqua ci entrava nelle case.

(Per questa puntata del Dizionario Immaginario ho voluto scrivere il remake dell’incipit di Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini, che coi suoi “astratti furori” rimane una delle cose più belle della musica italiana contemporanea.)

Dizionario Immaginario: Dittatura

La riconosci sul finale. Stella cometa di ogni potere. Gradazione, particolarmente alcolica, di qualsiasi tipo di potere: allo stesso modo ha in sé i segni del proprio crollo. Mentre si incorona, da sé o con l’aiuto dei molti e dei muti, il dittatore è già condannato. La disfatta non dipende da agenti esterni, quasi mai, ma dal carattere stesso del capo, dalla sua capacità di farsi coriaceo padre della patria e resistere a mere questioni biologiche.
E quanto bisogno abbiamo, di quella resistenza.
Da lui riceviamo identità: se siamo con lui, la dittatura – diretta emanazione del capo, che si spande per le vie della città come musica lirica dai megafoni di certe città del sud – è ispirazione, aspirazione, per una volta peraltro legittima; cosa c’è di male a voler essere in un tempo e in un modo in cui si può essere in un solo modo (e in un solo tempo)? Se al contrario siamo contro di lui, abbiamo almeno un motivo per poter essere: senza di lui, semplicemente, non saremmo – né orecchie né bocca.
Così lui dà e toglie la vita, così la dittatura è uno stile, di vita, per i favorevoli e per i contrari, un racconto dunque credibile per almeno due schieramenti; in altri tempi si sarebbe detto: un collante sociale.

Per cui la riconosci sul finale, in quell’attimo che è già dopo.
Puoi chiamarla dittatura quando lascia detriti, rovine fumanti, personaggi da barzelletta erotica che sul transatlantico dell’apocalisse hanno solo voglia di ballare, in quel tipico momento in cui, dopo di lei, non è anomia ma cannibalismo: e ci si mangia l’un con l’altro mentre ci si penetra l’un con l’altro – ed è un penetrare che non presuppone alcun tipo di fecondazione, beninteso.
Puoi ben dire dittatura quando la sensazione è quella che siano state aperte le gabbie e tutti i polli, cui è stata staccata la testa, siano usciti a urlare cosa facevano (e non facevano) quando c’era lui; così non è propriamente un tutti contro tutti, ma un più onesto, per la verità, tutti contro il nessuno che è in ognuno di noi. E che aveva smesso di essere tale – dunque di non essere – proprio grazie al gran capo.
Per cui quando c’era lui, si stava meglio (la storia dei treni, e delle fogne, e degli immigrati); in sua assenza – e in attesa del prossimo – ci adoperiamo: e si fa come se ci fosse ancora, in fondo; ma visto che non c’è, allora, io posso esser lui – circostanza sempre preferibile al non essere – e si fa come faceva lui, allo stesso modo. Come in una sanguinaria guerra senza guerra, si colpisce per non esser colpiti; guerra incivile proprio perché civile, mossa in abiti borghesi ed accademici: sul pavimento, adesso non più sangue ma liquido seminale.

Dizionario Immaginario: Dentro

Devi avere un giardino fiorito, devi essere scolpita dentro, tu. Non c’è altra spiegazione. Quando taci, le tue labbra minime racchiudono l’oscuro, ed io cerco il confronto – che perderò; io bianco come il coniglio, io obbligato al cavare, dentista incauto e approssimativo. Allora dev’essere che il lavorio, il gentile martellante operato che spesso dedichiamo all’altro, tu l’hai dentro, opera in te un discorso solo tuo, e scommetto: ti scolpisce da dentro. Allora sì, io mi dico, favoleggio, di giardini meravigliosi – e se non sono giardini, sarà l’avorio o il marmo. Una reggia sfavillante, tu hai la Reggia di Caserta dentro, tu hai il liscio e l’eleganza dei posti visitati in gita in gioventù; tu hai la perfezione, la precisione che un po’ per timore un po’ per riverenza lasciamo al solito ad altre epoche. Non hai altra scelta, e ti mostri fuori senza forma apparente; ma così retta e precisa dentro, io lo giuro, io ci credo, un capolavoro, composizione che toglie il fiato: invisibile è il Paradiso solo per chi crede. Ed io credo, mi obbligano le labbra tue al silenzio. Io credo che dentro ci sia dell’altro: e se non c’è, allora io parlo da solo: io, io, io; in effetti.

Dizionario Immaginario: Contatti

Caspita, se non sembra un participio passato. I padri della lingua non lo indicano, distratti – ma dev’esserci, dev’esserci anche l’infinito: “contarre”, si direbbe. All’infinito, del resto, si ambisce in fatto di contatti. Cosa che ha peso più dell’aria: social network, amicizie, lavoro, viviamo ramificando, arrotolandoci nella rete di contatti. L’etica stessa diviene etica del contatto: devi avere il contatto giusto per sfondare il muro dell’indifferenza – divina o meno, che importa, il divino è morto proprio perché non ha saputo rinnovare la sua rete, viene il dubbio.
Perciò io parlo di participio passato, se non dall’infinito “contarre”, allora val bene “contrarre”. Poiché i contatti si contraggono, quasi come contratti, appunto, o virus; una volta iniziato il giro, l’azione è virale, non si ferma, sei nel circolo e continui a girare; quando la trottola si ferma, osservi chi hai davanti, chi ti è toccato in sorte; e non è detto che sia uno più su di te; in verità l’etica del contatto non ha solo gerarchie, ma umori; può ben capitare che chi stava su fino a ieri oggi stia giù; e tu che ti ci sei affidato puoi ben dirti perduto con lui.
A guardare con attenzione, però, il “contatto” potrebbe derivare da “contare”: più contatti, più conti. E dunque: più contatti, più peso avrai, lo avranno le tue parole, le tue paure persino. Se sei solo in una stanza a invocare la fine del mondo, la fine del mondo non ha senso; coi contatti giusti, “la fine del mondo” agguanta virgolette, ci si appiglia, tu stesso diventi citazione, leggenda, puoi arrivare fin lassù, sull’Olimpo da cui potrai brindare – finalmente! – alla “fine del mondo”, insieme ai tuoi nuovi, infiniti contatti (Martini? Pesca Lemon? Aperol+Prosecco?).

Dizionario Immaginario: Carboncino

Faccio molti schizzi, mi sfuggono le sfumature sul foglio e gli altri, invece: una linea netta e sono al punto. Un conto aperto con le parole, con le idee: se è una meccanica delle idee, quella che governerà la mia vita, pregherò che si converta in ritmo. Del resto, i libri comprati e mai letti: non era quello che volevo, l’accumulazione indegna. Questo ad esempio il senso di colpa che avvampa in libreria, perché di ogni libro si fa salva l’idea, prima che il contenitore, e tutte queste idee ammassate, stipate una sull’altra, schiacciate da colare ego – segnano un limite, il mio, che non potrò abbracciarle per intero.
Era l’altro giorno che giocavo da solo, letto o scrivania, era l’altro giorno che mi accarezzavo. “Le poesie” scrivevo, “corrono via impazzite come galline senza testa”. Io non avevo pudore, le onde le incontravo, agosto erano gli ultimi due giorni di maltempo per abbracciare acqua violenta. Scivolare verso il mare, scivolare verso la fine per incontrare i colpi di coda di una stagione intera, la resa dei conti, la resa del vento.

Aggiustare è un altro limite: perché si parte dall’autoaccusa, lì ti inchioda e non ti smuove.

Non ho assolto nessun dovere, perciò non ho potuto insegnare. Quando mi è capitato, mi sono camuffato. Fratello io che non ne avevo, compagno io che ne ho perduti e perdute, complice io distratto: perciò non ero niente e passavo al vento. Il vento semina, quella del polline è la prima favola che si racconta, favola leggera per corpi decaduti, favola di splendore per una razza quasi estinta.
Quando saprai che il polline viaggia persino sopra il mare, e per chilometri, allora sì, allora arretrerai.
Quanto a me, davanti all’oro azzurro il sentimento più – come dire? giusto? – mi pare sempre, comunque: il timore.

Dizionario Immaginario: Agguato

Trovava appropriato, discretamente congeniale, che la sua razza dovesse estinguersi per inondazione. Miserie affogate dall’onda e poi messe ad asciugare al sole dei secoli. Meglio affogare che annacquarsi. Meglio l’agguato dell’acqua.
Il primo, un sussulto da bambino, al mare. L’ombrellone accanto, dei milanesi. Stavano in acqua come il loro accento sulla sabbia fine di quel lido. Non uscivano. A lui toccava: guardarsi i polpastrelli, arrugginiti, il richiamo della mamma. Loro, no. Anni dopo, su quello stesso mare, una petroliera incagliata.
Il secondo agguato, alla salina. Tra i canneti spiò fino a trovare l’amore di due ragazzini. Non resistette all’impulso del cavallo. Fin quando lei non ebbe un sussulto, si era accorta della spia. Così fuggì, inciampando coi pantaloni alle caviglie, terminò due corse in acqua e seduto fradicio vide i due ragazzini correre, lontano. Lontano. Lui rideva.
Il terzo agguato, un impulso, sull’acqua bassa di una spiaggia sudamericana. Si erano dipinti di sabbia umida, lui e la ragazzina, adulta come si è adulti da quella parte di mondo. Per un attimo sentì del freddo, un freddo impassibile e scemo, e capì che era arrivato. Dove.
Il quarto, un’anomalia. La stanza sul lago. Non dormiva da giorni, era lì per morire. Lo avrebbe fatto. Ma era solo insonne e un po’ convinto di vivere ancora. In eterno. Il lago al mattino era il sogno dell’esploratore solitario, sempre la stessa scoperta, muta e in pezzi, rattoppata, rubata ad altri luoghi.
Il quinto e il sesto agguato, ai laghi vicino un paesino del nordovest italiano. Strana sorte, i laghi. Era convinto, convinto sul serio, che prima o poi sarebbero diventati mari. Così un giorno le trote avrebbero bevuto salato. Al tempo, un amore giovanile e un paio di speranze. Lei lo lasciò a dormire su una panchina vicino al castello, ricoperto dalle foglie sopravvissute all’autunno. Lontano dal lago, lontano dai mari.

Dizionario Immaginario: Abbondanza/Abbandono

Abbondanza, concetto abusato; da essa proveniamo e in essa, c’è da dire, solo prevediamo di farci ancora polvere. Siamo nati così, senza una guerra: in accumulazione. Complicato pure immaginarci altrove: solo circondati.
Abbondanza è concetto ambiguo, malizioso. Scambiata per diversificazione, varietà, accompagnata al progresso, è in verità una discesa. Sfida la censura, cesura d’abbandono, attacca l’autorità e subito perde in autorevolezza. Porta con sé una coda di disillusione; dal molto all’infinito, occhi e bocca sbarrati nel muto urlo insapore. L’abbondanza, confortata dall’illusione della sinestesia, risulta al contrario nemica di ogni singolo senso. Ad essa bisogna opporsi, con ogni facoltà e mezzo. Io ho scelto l’abbandono.

L’abbandono è quel passo che sempre segue e ne precede un altro. Non si fa mano nella mano, non in compagnia. Chi abbandona lascia, ma si ritrova. Non in solitudine, concetto invece vago, attraversato da mille nervi di romantico compiacimento. La solitudine è un pianeta deserto. Fin quando ci sarà un sol uomo su questa terra non ci sarà solitudine autentica; perché la solitudine è un racconto: va narrata, è il racconto di se stessa o non è. Perciò chi s’offre alla solitudine sarà sempre in cerca di pubblico.

(La perfezione, al contrario, sta da sé, non vuole legami, radici, bastando a sé non vuol esser raccontata, spiegata, confusa nei mille rivoli che sono le narrazioni; per cui nessuno ne sa niente, abbonda di sé la perfezione e tanto le basta; così forse è con lei che abbiamo confuso la solitudine?)

Abbandono: non solitudine, ma solitario. Appartenere a niente, a nessuno. Solo è chi affronta il vento da sé, chi lo prende in faccia, ho sentito dire. Può andare. Chi abbandona va, da solo. Andar da sé: andarsene. Presagio di quell’andarsene all’altro mondo: un mondo altro. Dove c’è scelta? Non so. Certo in abbondanza le possibilità affogano a voce alta, si grida per vendere, la merce stessa – corpo o sentimento – è urlo: merce è vendere la vendita.
Nell’abbandono non si perde, si lascia: questa è scelta.

Una volta ho detto: abbandono, lascio. Voglio me, voglio vedere che fine faccio, da me.

Dizionario Immaginario: Alfabeto (un’introduzione)

[Quanto segue è l'introduzione al mio Dizionario Immaginario, di cui avevo parlato qui.]

***

Incontriamoci, sì: ma per andare al circo.
Circo che è mare e deserto insieme, mantra, Cina, glossolalia, recita il rosario l’ardore di ogni sud privo d’equatore: si è sempre a sud di sé quando si racconta. Alfabeto, formule base per formulare l’universo, il cielo, il circo, l’inferno: cortocircuito di a e di p, seduzione di z, x e g, accostamento di d e di j: logica infranta da leggi disumane ma prima dell’umano: miscela e scoppio sono rami dello stesso fusto.
Alfabeto, senza di te è sangue. Sangue senza pelle né ossa, sangue misto a niente, bada bene, non chiediamo qui l’omicidio. Solo mischiati, mischia i globuli, sia lambada anche per loro, mischia le strade, le tue, e gioca ai dadi.

d+a+d+i

E questo è circo.
Incontro.
Così il doppio di me rideva.
In alternativa.
Staccava i biglietti la B, maiuscola, con fare severo: si scherza ma non si scherza davvero. Siamo a scuola, imparerete il caso. Subito dentro, tra il pubblico, tante piccole m, e c, le vocali in prima fila. Applaudivano il direttore, il maestro, coi baffi attizzati dal fuoco di una F (maiuscola, anche questa). Entrava il domatore, i leoni, una G con tanto di frusta alle prese con n minuscole, odore di savana (j). Era poi la volta dell’elefante, L, barriva libertà correndo più su se stesso che in tondo. Il pubblico gaudente, il tendone un’enorme Y, ci sovrastava generoso come avesse le stelle (svariate, innumerevoli x): un lenzuolo, avresti detto (V).
Poi furono coriandoli (piccole c, capovolte però, e qualche ç), barzellette (z o t), foche (h!), dromedari (che banali, con le d) e l’immancabile piovra gigante (o, minuscola, sì).

E un filo di fumo.
In un batter d’occhio il circo svanì, evaporò, fu fatto polvere dai sogni dell’alfabeto. Tutta notte chini a raccoglier lettere, io e il mio compare, guardandoci in cagnesco per capire a quale lettera assomigliassimo. Le raccogliemmo tutte, fino all’ultima rimasta sotto il tendone, e ne riempimmo un sacchetto. Attendemmo l’alba e solo allora svuotammo il sacchetto sul prato. Tra i fili d’erba osservammo il quadro, la splendida composizione, il mosaico, il mostropasticcio che è ogni parola che impasta la lingua di Dante (A).
Così si erano mischiate le lettere che un tempo furono circo.
Quanto segue ne è il risultato.
Raccontiamo in due, io e il compare (doppio!, si dice doppio!), raccontiamo in due con voce di orco (P).

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