ye olde malesangue

Oh, questa cruda, cruda vita! Andrebbe ancora un po' bollita!

Categoria: fare altro

Canoa

[foto: Igor Zenin]

Lenta sull’acqua, la notte è calata, la baia è lontana lontana. La canoa è una foglia sullo specchio d’acqua del lago. L’uomo rema da ore, muscoli indolenziti e cervello che tace, non parla ma trema. Sotto la cupola di stelle vibra di schiena e di spalle, ogni tanto spia verso prua. A prua c’è una figura, un coriandolo rosso: «Dammi almeno una mano» dice l’uomo guardandola. La figura ha corna brevi e consunte in punta, una coda che si dondola lenta e indolente sul bordo della canoa fin sul pelo d’acqua dolce del lago. «Dammi almeno una mano» ripete l’uomo, il tono sghembo a un passo dall’implorazione. Il piccolo demonio a prua lo spezza in due con lo sguardo, occhi da un altro pianeta che si fissano in altri occhi su questa placida terra, non è questione di coraggio un certo tipo di resistenza: e non dice niente il demonio.
L’aria muta, silente si diffonde odore di salsedine che al mattino si appiccicherà sulla pelle di entrambi come muffa o parassita sul capo di certi strani predatori. Doveva essere un fiume, si è rivelato un lago; ma adesso, è chiaro, si tratta del mare. L’uomo annusa l’aria con piglio da cacciatore, è illuso e lo sa: l’unico dubbio è sulla natura di quel che trattiene tra le narici, se è profumo o semplice odore. «Ma dammi una mano» chiede ancora tra i denti, «diamoci il cambio solo un momento». Il demonio si volta, guarda l’uomo coi remi fermi tra le mani: e ringhia piano soltanto.
«Dov’è che andiamo?» chiede l’uomo ma alla notte, non aspetta risposta. Allora il demonio si issa, annusa l’aria, poi mette un passo sull’altro verso poppa, torna a sedere. Vicino all’uomo, sorride da quell’altro pianeta. Chiede: «Siamo forse qui per me? Sei stato tu, sulla sponda, tu che hai chiesto qualcosa. Interrogati piuttosto su cosa cercassi, quando mi hai chiamato che eri sul fiume – e se non hai cambiato traguardo. Perché è questo il dolore, la sconfitta più profonda per chi cerca il mio commercio: non certo la fatica di muscoli, ma il dimenticare, il perdersi ben prima della meta».
Passano ore. Per adesso, pensa l’uomo, la meta è il mattino. Così rema in silenzio. Ogni tanto si ferma, nascosto al demonio, e asciuga il sudore di fronte che brucia negli occhi; altro lo sente asciugarsi sulla camicia, e sulla schiena, e nei muscoli e nella carne, pelle fin dentro le ossa.
Non c’è più orizzonte: notte, e mare, senza un filo di luce.

Il corpo estraneo: un’intervista

L’intervista nel video quassù è andata in onda ieri, mercoledì 2 maggio 2012, su Radio Bari Città Futura, nella trasmissione Inchiostro. Ho presentato il mio terzo libro, Il corpo estraneo, e ci sono state un paio di cose che mi hanno fatto particolarmente piacere. Ad esempio, poter motivare il remake, nel finale del mio libro, del finale de Una questione privata di Beppe Fenoglio. E poi la domanda sulle fondazioni, che dovevo aspettarmi, prima o poi.
In effetti quando ho scritto il romanzo, nel 2010, non ne sapevo granché. Poi la cronaca politica nazionale ha posto l’argomento all’attenzione di tutti, come ho spiegato nell’intervista. Però. Già ne La Passione, che andava in stampa proprio quell’anno, c’era un accenno alla cosa (si può dire “cosa” in un post che parla di libri? Perdonate la divagazione, ma ho da poco riletto Il grande ritratto di Dino Buzzati ed è pieno di “cosi”, lo giuro). Verso la fine del mio secondo libro il protagonista incontra due tizi in un seggio elettorale, molto simili al Gatto e la Volpe, i quali gli spiegano che «il futuro sono le fondazioni, non i partiti, con le fondazioni puoi fare quel che vuoi». Se qualcuno ha La Passione sottomano, potrà controllare. Quelle erano vicende accadute nel 2009.

Comunque. Tornando a Il corpo estraneo, c’è anche un po’ di rassegna stampa. Di seguito trovate qualche link di recensioni, inclusi anche due estratti del romanzo:

Autore: Marco Montanaro
Titolo: Il corpo estraneo. Una tragedia on the road
Dettagli: ISBN 978-88-96989-22-7, formato 11,5×18, 112pp.
Prezzo: 12 euro
Editore: Caratteri Mobili

Il corpo estraneo è una tragedia on the road, in cui la storia recente (di sempre) d’Italia – un Paese che viene giù ogni mese – fa da sfondo a vicende intime, private e prive di radici.

Danilo Dannoso – appena fuori o appena dentro una dipendenza socialmente inaccettabile – è estraneo al suo corpo, al corpo delle vite che attraversa di nascosto, al corpo di un Paese intero; dorme con i vestiti addosso e sogna d’essere ospite di talk show televisivi in cui può finalmente dire le verità, tutte le verità che ha intuito. Per lavoro, Danilo gira l’Italia in lungo e in largo per conto della Fondazione di suo zio, senatore eletto nelle fila di un partito politico molto chiacchierato. Mentre organizza dibattiti ed eventi culturali, Danilo fa il corriere per un’organizzazione sotterranea che sposta soldi e cura interessi oscuri.

L’impalcatura, questa impalcatura, inizia a crollare quando il senatore Dannoso viene arrestato. Danilo tenta la fuga con una donna che sembra un apostrofo: ma è lei a inseguire un uomo che «a breve sarà costretto a compiere una scelta».

L’AUTORE: Marco Montanaro ha pubblicato Sono un ragazzo fortunato (Lupo, 2009), raccolta di racconti circensi (con la partecipazione straordinaria di una piovra gigante); e La Passione (Untitl.ed, 2010), romanzo- farsa-tragedia in lingua originale. Altri suoi pezzi sono sparsi in antologie e in giro per la rete. Il suo blog è malesangue.com.

in copertina, immagine di Giuseppe Incampo

Il corpo estraneo: ricapitombolare (o l’involontaria trilogia del niente)

Il titolo del mio terzo libro è Il corpo estraneo. In giro per Internet ci sono già scheda, copertina, ecc. A breve pubblicherò tutto anche qui, come dev’essere. Adesso però ho bisogno di dire un paio di cose, dunque di ricapitolare – meglio, nel mio caso: ricapitombolare.
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Il corpo estraneo

Autore: Marco Montanaro
Titolo: Il corpo estraneo. Una tragedia on the road
Dettagli: ISBN 978-88-96989-22-7, formato 11,5×18, 112pp.
Prezzo: 12 euro
[uscita: aprile 2012]

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Nel primo capitolo c’è il passaporto, la norma.
Nel secondo inizia a piovere: non smetterà più.
Nel terzo c’è il titolo del libro.
Nel quarto si determina il viaggio, la destinazione.

[anteprima#1]

Una cosa piccola e ribelle

| foto: Brumò |

Mi svegliai al tramonto. Dormivo da due giorni. Diedi un’occhiata fuori dalla finestra. Un lenzuolo arancione ricopriva le cime delle sequoie scaldando tutta la foresta. Accesi il misuratore di ego prima di vestirmi. Finito il ronzio, controllai il display di quel dannato aggeggio. Era al minimo e ancora non riuscivo a comprenderne il motivo. Decisi di scendere al piano inferiore, avevo bisogno di buttar giù qualcosa al bar dell’albergo.
Il barista era un tipo mingherlino, dall’aria decisamente smorta. Parlava in continuazione e in qualche modo quel suo modo d’agitarsi era parte e prolungamento del suo stesso lavoro. Voleva tenersi ben stretta la clientela, questa era l’impressione, come se nel raggio di cento chilometri ci fosse stato anche solo mezzo locale pronto a rovinargli la piazza.
«Insomma» disse porgendomi il mio whiskey annacquato, «è ancora qui.»
«Sì, sono ancora qui, ma spero di ripartire al più presto.»
«La signora?»
Con una smorfia feci intendere che non avevo voglia di parlarne. Dopo mezz’ora discutevamo di condizioni meteorologiche. A un certo punto fui chiaro: «Il mio egometro dice che sono a terra.»
Il barista si allungò oltre il bancone a cercare maggiore intimità: «Io nemmeno ce l’ho, quel coso, s’è rotto» sussurrò.
«Credo sia illegale non averne uno» feci notare senza alzare troppo la voce.
«Vede, quassù è raro che ci siano controlli. Comunque è relativamente facile trovare un accordo coi funzionari statali» concluse lui.
Terminai il mio terzo bicchiere in un unico sorso. Avevo voglia di tornarmene in camera.
«E sto meglio così» aggiunse ancora il barista. «Certo non per tutte quelle faccende sul controllo governativo, no, semplicemente mi dimentico un po’ di me stesso.»
A quel punto mi lasciò andare.
Dalla finestra della mia stanza osservavo la notte calare sulle montagne e sulla vegetazione. Da quelle parti la notte ha qualcosa di luminoso e pacifico, forse eterno, forse per questo mi piaceva rimanere in piedi fino all’alba. Pensavo che quelli del governo m’avrebbero fatto arrestare subito, se solo avessero realizzato quanto s’era rimpicciolito il mio ego negli ultimi tre mesi. Ero un individuo insoddisfatto, con poco o niente da dire, e per questo, credo, potenzialmente pericoloso. Così andavano le cose all’epoca. E con un piccolo e inutile pensiero di questo genere, quasi un risarcimento, finii allora coll’addormentarmi, quella notte, in quel tipo di notte che da secoli sa essere a volte l’alba.

Tre libri per una compagnia «non galleggiante»

Vorrei dire ancora della nausea che m’ha preso per la lettura nel corso dell’estate del 2010. Una nausea che si mutava presto in terrore e poi tornava a ronzare sulle meste frequenze di una più apparentemente tranquilla nausea da due soldi: ma pur sempre una nausea. E che poi m’è passata sul finire del 2011 grazie a tre libri in particolare, accomunati, questi tre libri, non tanto dal fatto che mi sono stati in un certo senso donati quanto dalla prossimità che ho avvertito nei confronti delle persone che li hanno prodotti.
E allora vorrei partire dal titolo di questo post. «Compagnia galleggiante» l’ho rubato a un corrispondente de La Repubblica, Luigi Irdi, che l’ha utilizzato nel corso di un reportage sulla provincia italiana pubblicato un mesetto addietro sulle pagine de Il Venerdì. Ebbene Irdi si giovava di questa perifrasi per indicare la merda con cui si rischia di nuotare sulla riviera romagnola quando i depuratori smettono di funzionare a causa delle cacate del gran numero di turisti che affollano Rimini e compagnia (cantante) a fine estate. E così ecco il gancio, l’anello, il link che cercavo: quest’estate ho smesso di leggere proprio mentre mi addentravo nella cultura romagnola con un libro Sellerio (del quale ora non ricordo neppure il titolo). L’ho dovuto proprio chiudere di colpo mentre le miserie della vita vera superavano di gran lunga quelle su carta. Ora, il libro non è che fosse davvero brutto; ma in generale è ovvio che m’ero circondato di parecchia compagnia galleggiante a livello letterario. Per mesi ho avuto nausea, nausea per tutti i libri brutti o, se preferite, non imprescindibili e soprattutto per la gran mole di libri che in generale mi circondava (e che mai smaltirò) – compagnia galleggiante, appunto, o quantomeno abbondante, senz’anima, come le pile di libri tutti uguali che lasciano le penne ogni mese nelle librerie, grandi o indipendenti che siano.
Poi sono arrivati questi tre libri, per l’appunto, e pian piano ho ripreso. C’è un motivo se queste tre opere mi hanno fatto tornare la voglia di leggere; e adesso provo a spiegarvelo[1].

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Gli ultimi dell’anno — Due pinguini stasera

Comunque c’è poco da fidarsi. Ha pur sempre sguardo e spirito da pianista. Ti sfida, da pianista. Del resto: lui è, un pianista. Solleva lo sguardo dai tasti mentre suona e guarda te ma è a lei che tende, seduce per interposta musica e persona, guarda te – sì, di fatto sfida te – ma è a lei che vuol arrivare, gli occhi come uova lesse, volto e sguardo sghembi, obliqui, un po’ ottusi (da pianista). Se va sul lento è sulla schiena di lei che rallenta: se è habanera, lei è notturna o negra e non balla certo con te; se è foxtrot, sta’ attento: siamo alla furbizia mesta e assassina che da millenni avvantaggia i musicisti e i cantori.
Domani sarà invisibile; domani: non ora. Lei confida a te gli sguardi degli altri in sala, non di lui, non di lui che lei non vede neppure ma ascolta; nel frattempo sul collo tuo hai degli occhi, e prendi coraggio: lo guardi. Sempre lì: sghembo, obliquo, sghembo, ottuso: è un uomo così brutto da apparir bello mentre fa qualcosa. E la fa così bene: lui suona. Un ologramma prodotto dall’incrocio di suono, ritmo e pulviscolo nel cono di luce della lampada sul golfo del pianoforte a coda. Non esisterà domani ma non esita adesso: eccome, se c’è adesso.
Arrenditi – sta dicendo – arrenditi, tu ce l’hai fatta e io no, dammene un po’, dammene un po’: così ti guarda. Tenta la pietà: carta tra carte, si avvantaggia con una melodia latina. Ne sei quasi convinto: che abbia bisogno di lei almeno quanto tu di lui per sopravvivere a stasera. Guardi lei: com’è possibile che anche lei – anche lei – com’è possibile che anche lei lo desideri… così? Di colpo? Ma se fino a un attimo fa neppure lo guardavi? Dimmi com’è, le diresti, com’è aver me e sentire lui e non il contrario, stasera. Com’è.
Hai pagato. Hai pagato stasera per allontanare il traguardo che ti sei dato e raggiunto: per sapere com’è a non avere quel che già si ha e non si fa più nulla per tenere. Così il resto è: temere: e ogni cosa che si teme ha sguardo sghembo, obliquo, un po’ ottuso e poi coda, coda lunga e nera.
Per questo anche tu eri vestito da pinguino, stasera.

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