ye olde malesangue

Oh, questa cruda, cruda vita! Andrebbe ancora un po' bollita!

Categoria: interviste a persone

Questionario sulla scrittura #7: Federico Di Vita

Il divagare di Federico nelle sue risposte, ad esempio, dice molto del suo rapporto con la scrittura. Così come passare da Dante al vernacolo romanesco nel giro di poche righe e pensare che entrambi gli aspetti facciano parte di quella che lo stesso F. definisce una “manifestazione dell’universo che passa per una lunga serie di simboli consueti combinati in fila sulla carta”. Ecco, Federico Di Vita ce l’ha nel sangue anche se a volte fa spallucce, anche se dovesse smettere domani (ma dice di no); in quel che scrive c’è sempre – sempre – una parte di lui, più o meno evidente, più o meno nascosta (a volte potete trovarlo persino dietro una virgola). In lui, come in altri rarissimi individui (è questa la conclusione cui sono arrivato fin qui) la scrittura è percezione del mondo e poi restituzione. Lui ce l’ha nel sangue, ma non è un dono, quanto forse un fatto di formazione, o addirittura un accidente genetico. Una cosa da cui non si può prescindere, che funziona da filtro, difesa, attacco e, prima o dopo, capacità di fare ordine, ascoltare il proprio respiro. Dopodiché si può dire e scrivere di tutto.

Cosa rappresenta di te, la scrittura?
Intanto ti dico che ti sto rispondendo la mattina del 25 dicembre. Questo forse ti dice già qualcosa. Anzi, a ben vedere te ne dice un sacco di cose… E non parlo solo del fatto che è la prima giornata “libera” dell’ultimo mese dal vagare in piedi come un criceto impazzito nel negozio di cianfrusaglie dove lavoro. Penso che ci sia anche altro dentro, roba tipo rapporto tra scrittura e tempo (che poi a vari livelli, è la chiave di volta di tutta la faccenda, il tempo dico) e tra me e la scrittura e tra me e il tempo che ci dedico. Ti rispondo nel primo tempo libero, quello più prezioso. Certo non succede sempre, ma è un buon indicatore. Poi mi pare che la mia scrittura dimostri una qualche forma di irrequietezza. C’è in una poesia di Montale, La casa dei doganieri, quel verso famosissimo nella mia testa che fa “in cui vi entrò lo sciame dei tuoi pensieri / e vi sostò irrequieto”. Ecco, i versi in effetti sono due, ma questo sciame irrequieto di pensieri che a volte si posa sulle faccende del mondo lo sento molto mio, anzi, è forse la migliore definizione che saprei dare di me, e la mia scrittura a mio avviso lo rivela. Per quanto io cerchi di renderla piana, guizzante, di quelle che incollano il lettore alla pagina (perché sì, mi piacciono i libri che mi fanno ridere e quelli che non mi vorrei staccare, e quando scrivo provo a fare qualcosa che mi piacerebbe anche leggere), si tratta di una scrittura che denota un certo tasso di irrequietezza, e di “sciame di pensieri”, e anche il lavoro stesso che uno può intravederci dietro a ben vedere lo rivela, come pure il fatto che ti rispondo alle 10 di mattina del giorno di Natale, il primo momento libero e col pensiero leggero da un mesetto a questa parte.

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Questionario sulla scrittura #6: Enrico Piscitelli

C’è sempre qualcosa di militante nella scrittura di Enrico Piscitelli. Per quanto limpida, trasparente, a volte minima o minimale (così dicono), ogni sua frase è il tentativo di costruire un mondo altro. Lo sforzo, titanico, che forse Enrico non ammetterà mai, è nel fare in modo che quel mondo risulti credibile – senza mettere terrore, per le conseguenze che implica, all’autore. Un autore inteso, molto banalmente, come semplice creatore di una scrittura che è già cosmogonia. Così ci siamo spesso interrogati, a volte accapigliati, con Enrico: sulle conseguenze di tutto questo nella vita privata di ognuno di noi. Abbiamo parlato di miseria, per dire, molto spesso chiudendoci un po’ in noi e sempre girando attorno alla storia delle conseguenze, della difficoltà di mettere in piedi qualcosa di onesto, credibile e, come dire, in un certo senso sostenibile per chi lo produce. Per cui ho sottoposto il Questionario a Enrico, anche a lui, che forse qui appare appunto minimale, però poi dice: “Ci manca l’invenzione, il disegnare mondi che non ci sono ancora, o non sono potuti esistere”. E poi mi pone (e si pone, vi assicuro) quella domanda finale.

Cosa rappresenta di te, la scrittura?
È come chiedere cosa rappresenta l’Amore. È un po’ troppo vaga, la domanda. Comunque, per me, la scrittura ha rappresentato momenti di felicità – nello scrivere, nel mettersi davanti alla pagina bianca di Writer e cominciare a raccontare qualcosa. Giorni, mesi di frenesia allegra. Allo stesso tempo, quando invece mi hanno chiesto di scrivere, quando non l’ho deciso io, è stata un’attività come un’altra. Come montare un mobile Ikea (se devi montarne uno, chiamami, ormai sono bravissimo).
Di me: forse, all’inizio, ero anche autobiografico. Poi, più che altro, c’ho messo quello che penso, nelle cose che ho scritto. Il mio punto di vista.

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Questionario sulla scrittura #5: Matteo Scandolin

…ed è importante anche conoscere il preciso momento in cui s’inceppa. Da qualche parte sta scritto che quello che fai è quello che perdi: non si può perdere, com’è ovvio, quel che non si è mai avuto. E allora, prima che accada, hai due possibilità: puoi farlo più forte – sviluppare al massimo il tuo talento, ad esempio, come dice Matteo più giù – o lasciar perdere – come, pare, abbia poi davvero fatto Matteo. E così ho chiesto anche a lui, a Matteo Scandolin, di rispondere al mio Questionario. Matteo ha pubblicato un libro, altre cose ha scritto e continua a scrivere in rete, ma se gli chiedi di rispondere al Questionario ti dice: “Perché proprio io che ho lasciato perdere?”. Proprio per questo, perché è importante capire quando s’inceppa, o solo finisce qualcosa che hai frequentato e in cui, suppongo, hai creduto quotidianamente; smettere di scrivere (in un modo peraltro molto maturo, “senza fronzoli”) fa parte anch’esso dello scrivere? E cosa lascia in una vita che – com’è ovvio! – comunque fluisce, apparentemente in altre direzioni?

Cosa rappresenta di te, la scrittura?
Il tentativo di vivere e raccontare le cose senza fronzoli o abbellimenti vari, nel modo più diretto. Il tentativo, non è detto che ci sia riuscito.

Quando hai iniziato a scrivere? Non intendo cose del tipo: «Sai, a otto anni ho scritto il primo tema e lo considero il mio primo romanzo…». Voglio dire: quand’è scattata quella cosa, quel meccanismo consapevole per cui adesso puoi dire, appunto, che la scrittura ti rappresenta come uomo?

Ho cominciato a scrivere, fatalità, all’età che hai detto tu, al di là dei temi in classe. Verso i sedici-diciassette anni ho iniziato a scrivere consapevolmente.

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Questionario sulla scrittura #4: Vito Antonio Conte

Continuo a fare domande didascaliche, elementari, perché elementare è il problema, la domanda, la questione che dà vita al Questionario. Mi aiuta Vito Antonio Conte, allora, quando dice che il pensiero è malattia e che la scrittura è per lui la medicina. Mi aiuta quando parla di autenticità – e se non lo avessi mai letto né conosciuto, penserei: ma come, ti dai dell’autentico da solo?, e invece non ho dubbi. Mi aiuta il fatto che è chiaro che per lui la scrittura è un prolungamento dell’esistenza (dato che, dice, è il particolare che svela l’universale) e non il contrario. Non vive per scrivere, suppongo, ma giacché siamo vivi: ne scriviamo.
Credo sia tutto qui. Quando ci siamo incontrati, del resto, abbiamo parlato di campagna, case in costruzione, tribunali, fatica fisica, figli; quanto allo scrivere, alle cose di carta, c’è stato spazio solo per Corto Maltese. Se mi aiuta Vito Antonio Conte è perché lo trovo credibile, perché credo alla sua voce, che poi è quella che mette per iscritto, incazzata, dolce, dal ritmo che sembra perdersi e poi riprendersi come in un canto blues cantato da negri, non da bianchi che imitano negri. Con la schiena dritta, insomma, per cui anche da un punto di vista puramente anagrafico si ha solo da imparare. E ringraziare, nel momento in cui Vito mi rimanda il file con le domande scegliendo come font il Bookman Old Style.

Cosa rappresenta di te, la scrittura?
Non posso dire cosa rappresenta di me la scrittura senza prima chiarire cos’è per me la scrittura. La mia, ovviamente. È il mondo traverso i miei sensi intanto che i miei sensi traversano vite, diventando esistenza. E sentimento. Questo è la mia scrittura. È viaggio, percorso di conoscenza. Desiderio di scoperta. Necessità. E, dunque, chi la legge può trovarci tutto il mondo che fuori c’è sformato dai miei sensi e, spesso, un altro mondo: quello che pulsa esclusivamente dentro l’involucro che porta il mio nome.

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Questionario sulla scrittura #3: Paolo Cognetti

Dice Paolo Cognetti che con la scrittura funziona come col maiale, ma al contrario: molto si deve buttar via. Allora immagino i quadernoni su cui Paolo scrive piano, li immagino pieni di cancellature e riscritture. Immagino l’immersione nel silenzio in cui si tenta di distinguere, cogliere la differenza tra il vestito e il mestiere dello scrittore. Un silenzio che serve a ricalibrare il tempo interiore, quello dell’uomo e quello dei racconti che scrive. Finché questi due tempi non combaciano, immagino anche questo, e allora funziona come per chi racconta con la voce: l’uomo sarà quello che narra – coinciderà con la materia orale – per la durata del racconto; poi sarà libero.
Di Paolo sapevo che scrive solo racconti e che scrive poco. Due caratteristiche, in tempi d’abbondanza, che nel linguaggio (e dunque nell’uso) comune non fanno un bravo scrittore. Precisione e lentezza, un tempo diverso da quello che viviamo in genere, in generale: così pure nei racconti di Paolo. Sei seduto accanto ai suoi personaggi, sei con loro, ne hai compassione, pietà, ne deriva un assunto, una sensazione: che il mondo, di tanto in tanto, sia un posto pulito, come quel che esce, dopo mesi o anni, dai quadernoni di Paolo. Con la fatica che immagino soltanto.

Cosa rappresenta di te, la scrittura?
Ho sempre amato la definizione che Flannery O’Connor dava della scrittura come habitus – un modo di essere più che un mestiere. Però negli ultimi tempi sto scoprendo l’importanza di preservare la mia identità di persona, indipendente dalla mia attività di scrittore. Avere un’ossessione è una cosa molto romantica ma per niente sana, e ho cominciato a capire il valore di stare con i miei amici, i miei genitori o la mia ragazza senza pensare per tutto il tempo al libro che sto scrivendo, sacrificando ogni altra cosa a quello. Non voglio fare la fine del capitano Achab, appeso alla balena bianca con il suo stesso arpione. Sto cercando di trovare un equilibrio tra la scrittura e le relazioni e mi cogli nel bel mezzo di questo percorso. Insomma la risposta è: fino a poco tempo fa ti avrei detto che la scrittura rappresentava il nocciolo, la parte più profonda e sincera di me; adesso non mi sembra più una bella cosa.

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Questionario sulla scrittura #2: Luciano Pagano

L’attenzione. Luciano è devoto all’attenzione. Non c’è dettaglio che sfugga: ogni cosa va riportata nella sua dimensione reale con precisione e pulizia. Ecco, viene in mente la pulizia: un concetto non va espresso due volte, bisogna puntare all’essenziale perché quello che si sta mettendo in campo arrivi diretto a chi è dall’altra parte. L’attenzione è anche quella per i lettori: coautori e in qualche modo veri depositari del destino di un’opera. Un rispetto che va oltre il rispetto: è ricerca dell’altro perchè abbia senso il proprio scrivere. La ricerca, va da sé, è già nel lavoro di Luciano. La profondità che sta sotto la superficie apparantemente piana dello scrivere di Luciano è frutto di una ricerca mai appagata dal semplice cercare. Può svanire nel nulla, Luciano, ma sai già che non è lì ad aspettare qualcosa. Sta rifinendo, studiando, scendendo ai piani inferiori per afferrare qualcosa che riporterà in superficie; non per questo portando addosso cicatrici poi troppo apparenti, di quelle che fanno curriculum prima ancora che una buona scrittura. Luciano è un uomo che scrive e fa sul serio. Non s’intravedono altri appigli per trattarlo.

Cosa rappresenta di te, la scrittura?
Credo che la mia scrittura rappresenti tutto di me, in ciò che voglio venga rappresentato e in ciò che viene nascosto. Prima ancora di rappresentare la mia vita “è” scrittura. Ho iniziato a leggere fin da piccolo, come tutti, ma al contrario di molti ho continuato a leggere qualsiasi cosa, sono onnivoro, e a qualsiasi età. Mi è sempre piaciuto leggere e, a un certo punto, iniziare a esprimermi nella scrittura.

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Questionario sulla scrittura #1 — Giorgio Fontana

Analitico, l’esistenza di carta sembra farla a pezzi. Giorgio Fontana cerca purezza e spesso trova nient’altro che altri interrogativi. E ricomincia la corsa, un po’ folle, a volte fino a rincorrere se stesso. Che sia onesto non c’è dubbio. Che sia d’aiuto per molti, pure; e così potrebbe apparire addirittura stucchevole per altri. Ma quello che fa lo fa per intero e lascia che lo investa, per intero, fino a renderlo nudo, con le braccia alzate, di fronte a un mondo che è spesso solo un cono d’ombra – per lo più incomprensibile. C’è garbo, una sorta di galateo da autodidatta solitario, nello scrivere di Giorgio, che porta in qualche caso a provare invidia per lui, certo mai sudditanza: semmai stima, ammirazione. Se decidi di leggerlo – che è un po’ ascoltarlo – lo fai perché lo senti prossimo. Perché sai che merita la tua attenzione. Non gli chiederai nulla in cambio, perché nulla riceveresti. Questo lui lo mette in ogni pezzo e le conseguenze le vive da sé. Come dovrebbe essere.

Cosa rappresenta di te, la scrittura?
Mettiamola così: rappresenta il modo in cui affronto gran parte dell’esistenza. In termini narrativi, analitici, alfabetici, quel che vuoi. E definisce chiaramente anche tutto quello che non la riguarda, e che è altrettanto importante – il cono d’ombra dove le parole sono disarmate, inutili.
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Finché regge il corpo, finché regge la carta. In costume da bagno all’Italia Wave

Non sono credente; ma credo ci sia un punto in cui ognuno deve saper restituire ciò che ha avuto di inatteso. Dà fastidio la bellezza quand’è sprecata; detesto sprecarla in prima persona. Questo proprio non mi so perdonare. Dalla vita non mi aspettavo molto ma per psicologia inversa: per dieci anni, ho pensato, è stata lei ad aspettarsi troppo da me. Così ho pensato che mi sarebbero bastato: un’auto con cui girare in un lungo e in largo una terra troppo stretta e lunga; e andarmene in giro in costume da bagno. I libri che ho fatto e i posti in cui mi hanno portato li ho considerati guadagno inatteso, perciò puro: e così tutte le persone che ho incontrato. Per dire che scrivo queste righe nei giorni seguenti all’Italia Wave Love Festival di Lecce; i giorni delle polemiche tutte politiche, che non capisco oppure capisco fin troppo bene e dico: basta; i giorni in cui non si placa pure l’eventite, malattia tutta pugliese, di cui non voglio più parlare. Voglio dire che mi ha portato all’Italia Wave uno dei miei libri, Sono un ragazzo fortunato, e fortunato mi ritengo davvero, perché davvero non mi aspettavo più di quel che ho detto sopra. E perché sì, all’Italia Wave ci sono finito percorrendo questa terra da un mare all’altro (non ci vuole poi molto, solo un buon motivo) e sì, l’ho fatto in costume da bagno.

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Nero il silenzio, nero il petrolio. Intervista con Oh Petroleum (…wherefore art thou Petroleum?)

Siete in superstrada (probabilmente in Puglia, ma non è detto). C’è il tramonto composto di tre colori: arancio, viola e grigio. A breve, i tre colori si sommeranno per produrre il nero della notte. Le uniche luci artificiali provengono dai fanali delle auto in direzione opposta e da qualche pompa di benzina semiabbandonata sulla destra. Sempre sulla destra, un mucchio di sfasciacarrozze abbandonati, casolari di pietra e vegetazione su cui la notte è scesa da un pezzo. Questa è la musica di Oh Petroleum.
Oh Petroleum è il progetto solitario di un (ex) batterista brindisino. Che esce adesso con un disco omonimo autoprodotto e che in passato ne aveva già inciso un altro col nome di Creme (con la partecipazione di Cristina Donà). A un certo punto il tizio ha mollato l’indiepoprock per mettersi a suonare la musica del diavolo: un blues maledetto che si mischia col rock e col folk americano. Aggiungo anche lui alla lista di pugliesi che, per un motivo o per l’altro, finiscono per contribuire alla costruzione di quell’immaginario appuloamericano a cui, ovviamente, non so proprio resistere.

Ti definisci un batterista che suona la chitarra (e anche gli altri strumenti del disco, dato che fai tutto da solo). Cosa significa esattamente?
Che sono schiavo del ritmo (tanto per citare una frase, eheh). In realtà è solo una battuta per dare un’idea di quanto sia elementare il mio modo di suonare la chitarra e di rivendicare l’approccio ritmico, appunto; ammetto che a volte vorrei poter fare delle “rullate” sulle corde. Nel disco ho fatto tutto da solo, ho registrato in casa con i miei tempi, i miei orari, unica ospite è stata Sofia Brunetta, voce in Here I Stand e Ragged Jacket.

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Sette domande a Nicola Lagioia (senza risparmiare la Puglia)

«Tutto quello che ho è questo pollo di gomma con una carrucola in mezzo.»
Guybrush Threepwood

Signori, voi avete a che fare con un onesto intervistatore che si prodiga per il buon nome di tutta la categoria. Ecco perché non ho ritoccato a posteriori le domande di questa chiacchierata con Nicola Lagioia, scrittore barese (classe 1973). Dato che ci ho fatto la figura del Guybrush Threepwood di turno (i fan di Monkey Island sapranno di cosa sto parlando), avrei potuto tagliare e riscrivere qua e là per dare l’impressione di avere la benché minima idea di quel che Nicola ha espresso in un paio di punti. In molti lo avrebbero fatto, al posto mio. Comunque. L’idea era quella di fare un po’ il punto della situazione sulla regione in cui vivo, la Puglia, da qualche anno il posto più cool del sud Italia per un sacco di motivi. Il fatto è che fino a dieci anni fa qui era buio. Me lo ricordo. Il cambiamento, o la New Wave di cui parlo nell’intervista mutuando un pessimo termine da certa pessima critica musicale, è roba di pochi anni. E giuro che Nicola Lagioia, quando il sottoscritto era ancora all’università, faceva già grandi cose. Gli ho chiesto di questo cambiamento in atto il cui risultato, per adesso – devo essero sincero – non riesco ancora a capire. Puglia Migliore o, ancora, Puglia Minore? Un giorno lo spiegherò meglio. Nel frattempo, però, Nicola è diventato il responsabile di una cosa che genera dipendenza: la collana Nichel di minimum fax. Prego.

Facciamo un gioco. Io sparo delle parole che per me hanno a che fare col cambiamento pugliese, e poi tu dici le tue. Vado: Operazione Primavera – Franco Cassano – Melpignano – Italian SudEst – Punta Perotti – Emiliano – Vendola.
Il Rinascimento non fu causato da un meteorite caduto a Fiesole tra XV e XVI secolo.

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