ye olde malesangue

Oh, questa cruda, cruda vita! Andrebbe ancora un po' bollita!

Categoria: interviste anomale

Intervista a una nuvola


Gran subbuglio da bambini oggi nel cielo. E così l’ho vista, ho visto lei, era lassù, nel cielo terso da imbarazzo, se ne stava in disparte –- a lato d’un branco di mozzarelline dolci e un po’ capre, a dirla tutta –- un po’ polpa di panna un po’ lattiginosa, intreccio di zucchero filato. A un certo punto non sai se è lei che fissa te o tu che fissi lei. Probabile che nessuno fissi nessuno. Comunque, l’ho interrogata. Col sospetto che a breve avrebbe lei interrogato me: e non so bene perché ma credo che con le nuvole sia sempre meglio giocare d’anticipo, prima che si sciolgano scrosciandoti in testa.

Signora nuvola, come va?
Saprà bene che non il come ma il quando, è la questione per noi nuvole. A noi ci soffia il vento, ci fa il sole.

Posso immaginare. Invece per noi uomini non è il quando ma il quanto, alle volte. E dove va, si può sapere? La vedo ferma quassù sulla mia testa da qualche ora.
Ma non sono mica qui. Lei mi vede qui, in questo modo, ma sono più su o altrove, in un altro modo. Abito solo cieli distanti.

Allora, a pensarci bene, potrebbe proprio essere il dove.
Per voi uomini, potrebbe, sì. Leggi il seguito di questo post »

Signora Lettura

Cara Signora Lettura,
le scrivo una lettera, le scrivo una lettera piuttosto che rivolgerle direttamente la parola perché non ne ho il coraggio sebbene non si direbbe, sebbene io e lei, davanti al mondo, sembriamo essere in quella sorta di incanto e contatto diretto e interrotto che sa essere ogni discorso amoroso e allora le scrivo una lettera perché la sola idea di mostrarle i miei occhi adesso mi schianta al terreno e mi toglie le ultime briciole di coraggio e forza che sento d’avere e sappia, sappia che questa lettera non avrà tuttavia il ritmo e il respiro (figurarsi il fiato) di una lettera normale, perché almeno con questa mia vorrò essere io, vorrò pensare e una volta di più avere la presunzione di poter essere io a mandar lei con le gambe all’aria, per una volta e poi ancora per ogni volta che lei mi leggerà qui, com’è del resto tipico di lei, di lei in cui incappo e ogni volta che accade sono le mie, di gambe, a cedere, e però perdoni il modo sbagliato, io sono imperfetto e difatti dovevo dire “incappavo”, poiché il punto è proprio questo, anche se punti non metterò, il punto è proprio questo e cioè che Leggi il seguito di questo post »

Ma son cose, cose, cose dell’altro mondo! La rivista d’approfondimento culturale «Il Minchione» mi intervista

[per una volta la foto è mia]

Uno può passare tutta la vita a scagliarsi contro intellettuali posoni, parrucconi che rimandano indietro le lancette dell’orologio culturale del nostro Paese di almeno vent’anni; e può impegnarsi a non fare salamelecchi in giro per la Rete o per i circoletti pseudoartistici del circondario pur di esibire una presunta onestà intellettuale… Ma! Quando poi quella che è comunque un’istituzione nell’Italia di quest’inizio millennio viene a chiederti se vuoi rispondere a qualche domanda, be’, c’è poco da fare. Non puoi tirarti indietro. Sto parlando ovviamente de Il Minchione, nota rivista d’approfondimento culturale che si ostina a essere solo cartacea — neppure un’indirizzo di posta elettronica, hanno — e di uno dei suoi redattori, Torlindao Casalegno, che tempo fa mi ha telefonato per dirmi che un certo mio vecchio pezzo l’aveva incuriosito. Ero così intimidito che non ho avuto neppure il coraggio di chiedergli chi gli avesse dato il mio numero. La telefonata si è presto trasformata in una gradevole conversazione che riporto qui di seguito.

Da dove nasce la poesia L’uomo nel cielo?
Non è una poesia. È una canzone. Comunque, l’ho scritta tempo fa come molte delle cose che pubblico su sanguedalcaso. Il riferimento al cielo mi interessava come luogo unico che ritorna in molte canzoni, tra l’altro le più semplici, scritte e cantate dagli uomini in ogni parte del mondo. Da chi finisce in miniera e guarda al cielo come a una speranza fino all’innamorato che s’interroga sullo stato di salute del proprio amore studiando le nuvole (se ci sono).

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«Non mi si fa da seduti». Intervista alla Rivoluzione

Così l’ho incontrata lungo le rive di un fiume, intenta a bagnarsi. Forse era lì per rinfrescarsi a causa del gran caldo, nient’altro. Certo era vestita solo di una tunica arancio ed era bellissima: non intendo una donna bellissima, questo non saprei dire, come non saprei dire la sua età. Era un’esistenza, non so quanto fisica o materiale, un’anima bellissima nonostante, lo ammetto, io abbia sempre supposto d’averla già conosciuta o comunque corteggiata a lungo – insomma, non mi aspettavo quel tipo di bellezza, per niente ruvida. E quel tipo di canto. Perché cantava e si è interrotta solo per parlare con me, che pure da molti anni mi sento lontano da anime come la sua. Ha voluto rispondere alle mie domande. A tratti mi sono illuso che potesse volere qualcosa di più, forse proprio da me – ma cosa? – oppure che volesse tenermi lì con lei per molto tempo – ma per far cosa? Mi sono tenuto a un albero sulla riva del fiume, in alcuni momenti dell’intervista che segue, lo ammetto, come ammetto che avrei voluto farmi legare a quell’albero: ma per non avvicinarmi troppo. Sto parlando – ed ho parlato – con la Rivoluzione. Che ha subito ripreso a cantare non appena terminata la nostra chiacchierata. E già altri uomini si avvicinavano al fiume (li ho visti coi miei occhi), mentre andavo via, attratti da quel canto.

Per prima cosa mi piacerebbe sapere come si percepisce lei in questo periodo, come si avverte mentre nel mondo…
Come vuole che mi senta? Sempre allo stesso modo. Non ho ben capito se lei pensa a me come a una rivoluzione, come dire… Be’, non saprei: rivoluzione politica? sociale? tecnologica, industriale? Mi dica lei, altrimenti non so proprio come aiutarla.

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Il ritorno. Intervista a un amplificatore Eko 15W

Tempo fa ho fatto riferimento alla misteriosa sparizione del mio piccolo amplificatore Eko da 15W. Era lì nel mio garage e si è volatilizzato da un giorno all’altro. Puff! Non sono mai stato il tipo che si attacca alla chitarra alle tre di notte per rompere le scatole al prossimo, dunque non c’era motivo perché qualcuno si introducesse in casa mia per farlo sparire.
Per la verità io non so neppure suonarla, la chitarra.
Comunque. La notizia è che l’amplificatore è ricomparso lì al suo posto di punto in bianco. Da un giorno all’altro così com’era sparito. Devo esser sincero: sono un sentimentale e spesso finisco col prendere avvenimenti di questo genere come dei moniti, degli avvertimenti, una sorta di accenno di senso (da parte di chi, poi?). Anche se poi mi dico che non c’è alcun senso e allora perché dovrei averlo io, coi miei gesti? Comincio a psicanalizzarmi. Perciò devo ringraziare l’amico amplificatore che ha interrotto il flusso di pensieri malconci per rivolgermi la parola. Quanto segue è quel che ci siamo detti il giorno in cui lui è misteriosamente tornato da me.

Che fine hai fatto? Fino a qualche mese fa eri nel mio garage, poi sei sparito, e adesso eccoti di nuovo qui.
Ti prego: non prendermi a pretesto per teorizzare sulle mode musicali. Ti prego, davvero.

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Tutti i miei amici sono fascisti. Chiacchierata notturna con lo spirito di Lester C. Bangs


Due cose mancano da un po’ nella mia vita: un ampli Eko 15/30 watt e gli scritti di Lester Conway Bangs. L’ampli è sparito dal mio garage da un giorno all’altro. Così è finita la mia carriera di chitarrista. Quanto a Lester Bangs, invece. Ho letto i suoi testi per anni. Una vera Bibbia. E sì, ero davvero convinto che fosse il più grande scrittore americano. Solo che scriveva di musica ed era un umorista. Qualche mese fa ho pensato di riprendere in mano il suo Guida ragionevole al frastuono più atroce. L’ho portato in bagno. Ne ho sfogliato qualche pagina al giorno. Finché non ho deciso di rileggerlo per intero di notte, nella vasca. Il fatto è che mi sono addormentato col libro aperto sul naso. Quello che segue è il risultato di quella nottata in vasca da bagno.

Lester…
Aspetta, amico. Una domanda te la faccio prima io. Che diavolo ci fai nudo?

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Intervista a [una canzone di] Paolo Conte

Intervistare Paolo Conte è decisamente un miraggio: il Maestro non si è mai concesso molto, figuriamoci con un povero intervistatore da strapazzo come il sottoscritto. Allora ho avuto l’opportunità di rifarmi con una sua canzone. Sì, io ho intervistato un pezzo di Paolo Conte: un colpo di fortuna di cui non posso tuttavia raccontare molto. La canzone, va detto subito, ha preferito rimanere anonima per un motivo che non saprei ma che tutti voi potrete intuire leggendo la seguente chiacchierata. Scoprirete che il brano in questione non è certamente Gelato al limon. Suggerisco allora di immaginarla come un incrocio tra Alle prese con una verde milonga, Pittori della domenica, La donna d’inverno e Max.

Cosa significa essere una canzone di Paolo Conte?
Ehhhhhhh, bella domanda. In generale diciamo che il rapporto con Paolo è, uhm, complicato. Lui appartiene a quel genere di avvenimenti, ecco, tutti umani, per cui a una eleganza formale può corrispondere, come dire, un’esplosione nascosta, un caos tutto interno, che sta dentro, è opaco, ecco. Vede, uhm, comunque il fatto è che non è vero che gli autori delle canzoni finiscono per assomigliare alle proprie creature. È più vero il contrario, eh, mi creda. Perciò nel tempo sono stata grigia, blu, ma anche arancio e nero. Non so se mi spiego, uhm.

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Il ritorno di Pesca alla trota in America. Rifugio per l’autunno con intervista


L’ultima trota a Milano
Ero in giro per la campagna alla ricerca di un buon incipit per un pezzo su Pesca alla trota in America, il romanzo di Richard Brautigan che viene ripubblicato adesso da Isbn Edizioni dopo la (s)fortunata avventura con Marcos y Marcos. Ero lì a passare al setaccio tronchi di lecci e ulivi, annusando ogni fascio d’erba e analizzando ogni pallottola di merda di pecora e ogni ruga del viso dei pastori affiliati alla Sacra Corona Unita, quando ho realizzato che l’incipit lo avevo sempre avuto sotto il naso. La copertina di Pesca alla trota in America, per la miseria. Tutto ha inizio da lì. Anche nel romanzo. C’è il buon vecchio Richard ritratto assieme alla sua musa dell’epoca, Michaela Clarke LeGrand, sullo sfondo di Washington Square a San Francisco, dove c’è la statua di Benjamin Franklin. Un romanzo che inizia facendo riferimento alla propria copertina è una cosa che dovrebbe aver già destato l’attenzione dei miei due o tre lettori, a questo punto. Adesso devo stare attento a non sciuparla. L’attenzione dei lettori è un massaggio fatto con cura da polpastrelli orientali. Devi starci attento. Non puoi sprecarla. Allora aggiungo subito che la Crociata per i Diritti di Richard Brautigan, che avevo iniziato proprio su questo blog con un’intervista all’illustratore Marco Petrella e un’altra al traduttore brautiganiano Enrico Monti, è poi proseguita con un commento minaccioso rilasciato dal sottoscritto sul blog di Isbn, in cui annunciavo di esser pronto a organizzare la lotta armata se la casa editrice in questione non avesse ristampato immediatamente Pesca alla trota. Perché vedete, il libro che negli anni ’60 ha dato il successo al buon vecchio Richard, a un certo punto della sua storia editoriale italiana è diventato introvabile, forse addirittura messo all’indice. Una sorte ben peggiore di quella riservata ai manoscritti protagonisti di un altro romanzo di Brautigan, La casa dei libri. Pare che alla Marcos y Marcos pensassero che Pesca alla trota in America contenesse troppi riferimenti alla cultura americana per esser compreso appieno in Italia. Io non so se questa è la verità. Però ho fatto in tempo a sguinzagliare un mio cugino a Milano, il quale si è intrufolato in casa editrice ed è riuscito a rintracciare «l’ultima trota a Milano», come documentato dalla foto qui sotto. Leggi il seguito di questo post »

Intervista a un morto ammazzato


Con quest’intervista il Malesangue riprende ufficialmente le sue pubblicazioni. Quanto al protagonista della seguente chiacchierata, posso solo dire che non si è sbottonato più di tanto. Mentre parlavamo non ha mai tolto gli occhiali scuri. Non voglio aggiungere nulla a quello che ha detto, ma mi sono fatto l’idea che certa gente tenga a un certo tocco di mistero anche dopo morta.

Prima di tutto: chi l’ha uccisa?
Se permette, eviterei di rispondere a questa domanda. Non che io abbia qualcosa da temere. Non più, almeno. Ma spesso, riguardo noi morti ammazzati, sfugge un particolare: e cioè che abbiamo una sensibilità, come dire, piuttosto spiccata. Vede, non mi va di star qui ad alzare polveroni. A puntare il dito. Ci penserà la giustizia – quella terrena, ovvio – a fare chiarezza attorno alla mia morte. Perdoni il gergo da cronaca nera. Ma le pare che io stia qui a perder tempo, dell’altro tempo, a pensare a chi mi ha ucciso? E’ stato doloroso. Lo è ancora, a ripensarci. Sto bene così.

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Donne, è arrivato l’arrotino! Intervista clamorosa

Ebbene sì, ho finalmente beccato il famigerato arrotino. Cos’è l’arrotino? Sembrerebbe una domanda facile facile. Ma c’è da andare oltre, per afferrare il significato più profondo cui – ne sono certo – si riferisce il celebre urlo di battaglia arrotinesco: «Donne, è arrivato l’arrotino!». Una delle interviste più inquietanti che mi sia capitato di fare.

Dunque, come si definisce un arrotino?

Se intendi come si autodefinirebbe un arrotino, inizi male. Un arrotino è pur sempre un artigiano. L’artigianato ha delle regole. Primo, vendi al doppio. Secondo, illustra la tradizione millenaria del tuo mestiere. Terzo, non autodefinirti, mai. Non ha importanza cos’è un arrotino. Chissà: forse è una figura lubrificante, arrotante, contundente. Forse non è mai esistito alcun arrotino. Sì, non esiste alcun arrotino – tutto dentro la tua mente, ragazzo.

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