ye olde malesangue

Oh, questa cruda, cruda vita! Andrebbe ancora un po' bollita!

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Non sono un gran lettore di me stesso. Nel senso che devo ancora abituarmi a leggere a voce alta le mie cose, ma del resto al momento non c’è nessuno che possa farlo meglio di me o, figuriamoci, al posto mio. Nel raro bootleg video quassù leggo L’uomo nel cielo, che devo aver scritto più o meno un anno fa, accompagnato dal bluesman Oh Petroleum. La cosa è avvenuta due settimane addietro al Barcollo Live di Torre Santa Susanna, in provincia di Brindisi; locale in cui tornerò tra qualche giorno per la prima presentazione de Il corpo estraneo.

In effetti questo post è un modo come un altro per dire che venerdì 30 marzo alle ore 20 presenterò per la prima volta il nuovo arrivato. La cosa avverrà in compagnia di Roberto Lucchi, l’unico uomo al mondo che – credo – abbia letto tutto o quasi quello che ho fatto senza neppure conoscermi (poi, in effetti, ci siamo conosciuti; io l’avevo scambiato per un tizio con cui avevo convissuto anni prima, ai tempi dell’università, il quale era convinto di essere un violinista potenzialmente più virtuoso di Paganini; com’è noto, Paganini non ripeteva, non concedeva bis: il mio coinquilino — che, come detto, non era Roberto Lucchi — era solito invece non esibirsi neppure. Be’, fine della storia. Ci vediamo lì.)

Autore: Marco Montanaro
Titolo: Il corpo estraneo. Una tragedia on the road
Dettagli: ISBN 978-88-96989-22-7, formato 11,5×18, 112pp.
Prezzo: 12 euro
Editore: Caratteri Mobili

Il corpo estraneo è una tragedia on the road, in cui la storia recente (di sempre) d’Italia – un Paese che viene giù ogni mese – fa da sfondo a vicende intime, private e prive di radici.

Danilo Dannoso – appena fuori o appena dentro una dipendenza socialmente inaccettabile – è estraneo al suo corpo, al corpo delle vite che attraversa di nascosto, al corpo di un Paese intero; dorme con i vestiti addosso e sogna d’essere ospite di talk show televisivi in cui può finalmente dire le verità, tutte le verità che ha intuito. Per lavoro, Danilo gira l’Italia in lungo e in largo per conto della Fondazione di suo zio, senatore eletto nelle fila di un partito politico molto chiacchierato. Mentre organizza dibattiti ed eventi culturali, Danilo fa il corriere per un’organizzazione sotterranea che sposta soldi e cura interessi oscuri.

L’impalcatura, questa impalcatura, inizia a crollare quando il senatore Dannoso viene arrestato. Danilo tenta la fuga con una donna che sembra un apostrofo: ma è lei a inseguire un uomo che «a breve sarà costretto a compiere una scelta».

L’AUTORE: Marco Montanaro ha pubblicato Sono un ragazzo fortunato (Lupo, 2009), raccolta di racconti circensi (con la partecipazione straordinaria di una piovra gigante); e La Passione (Untitl.ed, 2010), romanzo- farsa-tragedia in lingua originale. Altri suoi pezzi sono sparsi in antologie e in giro per la rete. Il suo blog è malesangue.com.

in copertina, immagine di Giuseppe Incampo

Dizionario Immaginario: Contatti

Caspita, se non sembra un participio passato. I padri della lingua non lo indicano, distratti – ma dev’esserci, dev’esserci anche l’infinito: “contarre”, si direbbe. All’infinito, del resto, si ambisce in fatto di contatti. Cosa che ha peso più dell’aria: social network, amicizie, lavoro, viviamo ramificando, arrotolandoci nella rete di contatti. L’etica stessa diviene etica del contatto: devi avere il contatto giusto per sfondare il muro dell’indifferenza – divina o meno, che importa, il divino è morto proprio perché non ha saputo rinnovare la sua rete, viene il dubbio.
Perciò io parlo di participio passato, se non dall’infinito “contarre”, allora val bene “contrarre”. Poiché i contatti si contraggono, quasi come contratti, appunto, o virus; una volta iniziato il giro, l’azione è virale, non si ferma, sei nel circolo e continui a girare; quando la trottola si ferma, osservi chi hai davanti, chi ti è toccato in sorte; e non è detto che sia uno più su di te; in verità l’etica del contatto non ha solo gerarchie, ma umori; può ben capitare che chi stava su fino a ieri oggi stia giù; e tu che ti ci sei affidato puoi ben dirti perduto con lui.
A guardare con attenzione, però, il “contatto” potrebbe derivare da “contare”: più contatti, più conti. E dunque: più contatti, più peso avrai, lo avranno le tue parole, le tue paure persino. Se sei solo in una stanza a invocare la fine del mondo, la fine del mondo non ha senso; coi contatti giusti, “la fine del mondo” agguanta virgolette, ci si appiglia, tu stesso diventi citazione, leggenda, puoi arrivare fin lassù, sull’Olimpo da cui potrai brindare – finalmente! – alla “fine del mondo”, insieme ai tuoi nuovi, infiniti contatti (Martini? Pesca Lemon? Aperol+Prosecco?).

Il corpo estraneo: ricapitombolare (o l’involontaria trilogia del niente)

Il titolo del mio terzo libro è Il corpo estraneo. In giro per Internet ci sono già scheda, copertina, ecc. A breve pubblicherò tutto anche qui, come dev’essere. Adesso però ho bisogno di dire un paio di cose, dunque di ricapitolare – meglio, nel mio caso: ricapitombolare.
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Il corpo estraneo

Autore: Marco Montanaro
Titolo: Il corpo estraneo. Una tragedia on the road
Dettagli: ISBN 978-88-96989-22-7, formato 11,5×18, 112pp.
Prezzo: 12 euro
[uscita: aprile 2012]

Dizionario Immaginario: Carboncino

Faccio molti schizzi, mi sfuggono le sfumature sul foglio e gli altri, invece: una linea netta e sono al punto. Un conto aperto con le parole, con le idee: se è una meccanica delle idee, quella che governerà la mia vita, pregherò che si converta in ritmo. Del resto, i libri comprati e mai letti: non era quello che volevo, l’accumulazione indegna. Questo ad esempio il senso di colpa che avvampa in libreria, perché di ogni libro si fa salva l’idea, prima che il contenitore, e tutte queste idee ammassate, stipate una sull’altra, schiacciate da colare ego – segnano un limite, il mio, che non potrò abbracciarle per intero.
Era l’altro giorno che giocavo da solo, letto o scrivania, era l’altro giorno che mi accarezzavo. “Le poesie” scrivevo, “corrono via impazzite come galline senza testa”. Io non avevo pudore, le onde le incontravo, agosto erano gli ultimi due giorni di maltempo per abbracciare acqua violenta. Scivolare verso il mare, scivolare verso la fine per incontrare i colpi di coda di una stagione intera, la resa dei conti, la resa del vento.

Aggiustare è un altro limite: perché si parte dall’autoaccusa, lì ti inchioda e non ti smuove.

Non ho assolto nessun dovere, perciò non ho potuto insegnare. Quando mi è capitato, mi sono camuffato. Fratello io che non ne avevo, compagno io che ne ho perduti e perdute, complice io distratto: perciò non ero niente e passavo al vento. Il vento semina, quella del polline è la prima favola che si racconta, favola leggera per corpi decaduti, favola di splendore per una razza quasi estinta.
Quando saprai che il polline viaggia persino sopra il mare, e per chilometri, allora sì, allora arretrerai.
Quanto a me, davanti all’oro azzurro il sentimento più – come dire? giusto? – mi pare sempre, comunque: il timore.

Questionario sulla scrittura #3: Paolo Cognetti

Dice Paolo Cognetti che con la scrittura funziona come col maiale, ma al contrario: molto si deve buttar via. Allora immagino i quadernoni su cui Paolo scrive piano, li immagino pieni di cancellature e riscritture. Immagino l’immersione nel silenzio in cui si tenta di distinguere, cogliere la differenza tra il vestito e il mestiere dello scrittore. Un silenzio che serve a ricalibrare il tempo interiore, quello dell’uomo e quello dei racconti che scrive. Finché questi due tempi non combaciano, immagino anche questo, e allora funziona come per chi racconta con la voce: l’uomo sarà quello che narra – coinciderà con la materia orale – per la durata del racconto; poi sarà libero.
Di Paolo sapevo che scrive solo racconti e che scrive poco. Due caratteristiche, in tempi d’abbondanza, che nel linguaggio (e dunque nell’uso) comune non fanno un bravo scrittore. Precisione e lentezza, un tempo diverso da quello che viviamo in genere, in generale: così pure nei racconti di Paolo. Sei seduto accanto ai suoi personaggi, sei con loro, ne hai compassione, pietà, ne deriva un assunto, una sensazione: che il mondo, di tanto in tanto, sia un posto pulito, come quel che esce, dopo mesi o anni, dai quadernoni di Paolo. Con la fatica che immagino soltanto.

Cosa rappresenta di te, la scrittura?
Ho sempre amato la definizione che Flannery O’Connor dava della scrittura come habitus – un modo di essere più che un mestiere. Però negli ultimi tempi sto scoprendo l’importanza di preservare la mia identità di persona, indipendente dalla mia attività di scrittore. Avere un’ossessione è una cosa molto romantica ma per niente sana, e ho cominciato a capire il valore di stare con i miei amici, i miei genitori o la mia ragazza senza pensare per tutto il tempo al libro che sto scrivendo, sacrificando ogni altra cosa a quello. Non voglio fare la fine del capitano Achab, appeso alla balena bianca con il suo stesso arpione. Sto cercando di trovare un equilibrio tra la scrittura e le relazioni e mi cogli nel bel mezzo di questo percorso. Insomma la risposta è: fino a poco tempo fa ti avrei detto che la scrittura rappresentava il nocciolo, la parte più profonda e sincera di me; adesso non mi sembra più una bella cosa.

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Nel primo capitolo c’è il passaporto, la norma.
Nel secondo inizia a piovere: non smetterà più.
Nel terzo c’è il titolo del libro.
Nel quarto si determina il viaggio, la destinazione.

[anteprima#1]

Dizionario Immaginario: Agguato

Trovava appropriato, discretamente congeniale, che la sua razza dovesse estinguersi per inondazione. Miserie affogate dall’onda e poi messe ad asciugare al sole dei secoli. Meglio affogare che annacquarsi. Meglio l’agguato dell’acqua.
Il primo, un sussulto da bambino, al mare. L’ombrellone accanto, dei milanesi. Stavano in acqua come il loro accento sulla sabbia fine di quel lido. Non uscivano. A lui toccava: guardarsi i polpastrelli, arrugginiti, il richiamo della mamma. Loro, no. Anni dopo, su quello stesso mare, una petroliera incagliata.
Il secondo agguato, alla salina. Tra i canneti spiò fino a trovare l’amore di due ragazzini. Non resistette all’impulso del cavallo. Fin quando lei non ebbe un sussulto, si era accorta della spia. Così fuggì, inciampando coi pantaloni alle caviglie, terminò due corse in acqua e seduto fradicio vide i due ragazzini correre, lontano. Lontano. Lui rideva.
Il terzo agguato, un impulso, sull’acqua bassa di una spiaggia sudamericana. Si erano dipinti di sabbia umida, lui e la ragazzina, adulta come si è adulti da quella parte di mondo. Per un attimo sentì del freddo, un freddo impassibile e scemo, e capì che era arrivato. Dove.
Il quarto, un’anomalia. La stanza sul lago. Non dormiva da giorni, era lì per morire. Lo avrebbe fatto. Ma era solo insonne e un po’ convinto di vivere ancora. In eterno. Il lago al mattino era il sogno dell’esploratore solitario, sempre la stessa scoperta, muta e in pezzi, rattoppata, rubata ad altri luoghi.
Il quinto e il sesto agguato, ai laghi vicino un paesino del nordovest italiano. Strana sorte, i laghi. Era convinto, convinto sul serio, che prima o poi sarebbero diventati mari. Così un giorno le trote avrebbero bevuto salato. Al tempo, un amore giovanile e un paio di speranze. Lei lo lasciò a dormire su una panchina vicino al castello, ricoperto dalle foglie sopravvissute all’autunno. Lontano dal lago, lontano dai mari.

La Paloma ade!
Wie die wogende See
so ist das Leben ein Kommen und Gehn
doch wer kann es je verstehn?

Mireille Mathieu | La Paloma Ade

[anteprima#0 - dettaglio]

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