
[Questo pezzo, che doveva e potrebbe ancora chiamarsi Canto (natalizio) di fine estate, è nato un sabato, uno di quei sabati in cui le possibilità si moltiplicano e s'intrecciano al tramonto fino a diventare strada unica e ineludibile a sera, quando si è troppo stanchi di testa e gambe per tornare indietro e cantarne quattro a quella parte di noi che non ha scelto o ha scelto male. Che non è poi e propriamente la stessa cosa.]
Il camioncino dei panini sta su una rupe che dà sul mare
i tavolini di plastica verde hanno tovaglie di carta bianca
sono pieni, puoi vedere chi mangia e chi aspetta
l’odore è di fritto e di carne, molta carne, molto umana
vicino alla cassa c’è il display coi numerini, per la fila
come alla posta, solo che qui nessuno si scoccia e cede il posto
a chi verrà dopo
Piero si chiama il proprietario e ricorda quell’attore, meglio,
una comparsa, di una sit-com con soli attori romani
ha le ciglia lunghe, e le ciglia lunghe hanno sempre un che di femminile
anche in un uomo, ma Piero, è sabato sera, Piero
Piero è solo stanco e i suoi operai sono api che girano a vuoto
dietro al bancone e davanti al pubblico seduto, un balletto meccanico
Allora Piero di tanto in tanto sbuffa, si volta, dice di starci attenti,
ai numerini, alla fila, chiamare prima un numero che sta più avanti
solo se hanno ordinato patatine e le patatine sono già pronte
È il caso di un signore alto, dall’aria giovanile, forse un turista
un’eleganza mista a fermezza che hanno solo certi uomini
che sono adulti con una stagione d’anticipo e vecchi mai,
mai del tutto
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