Fare Malesangue, Interviste

«Non mi si fa da seduti». Intervista alla Rivoluzione

Così l’ho incontrata lungo le rive di un fiume, intenta a bagnarsi. Forse era lì per rinfrescarsi a causa del gran caldo, nient’altro. Certo era vestita solo di una tunica arancio ed era bellissima: non intendo una donna bellissima, questo non saprei dire, come non saprei dire la sua età. Era un’esistenza, non so quanto fisica o materiale, un’anima bellissima nonostante, lo ammetto, io abbia sempre supposto d’averla già conosciuta o comunque corteggiata a lungo – insomma, non mi aspettavo quel tipo di bellezza, per niente ruvida. E quel tipo di canto. Perché cantava e si è interrotta solo per parlare con me, che pure da molti anni mi sento lontano da anime come la sua. Ha voluto rispondere alle mie domande. A tratti mi sono illuso che potesse volere qualcosa di più, forse proprio da me – ma cosa? – oppure che volesse tenermi lì con lei per molto tempo – ma per far cosa? Mi sono tenuto a un albero sulla riva del fiume, in alcuni momenti dell’intervista che segue, lo ammetto, come ammetto che avrei voluto farmi legare a quell’albero: ma per non avvicinarmi troppo. Sto parlando – ed ho parlato – con la Rivoluzione. Che ha subito ripreso a cantare non appena terminata la nostra chiacchierata. E già altri uomini si avvicinavano al fiume (li ho visti coi miei occhi), mentre andavo via, attratti da quel canto.

Per prima cosa mi piacerebbe sapere come si percepisce lei in questo periodo, come si avverte mentre nel mondo…
Come vuole che mi senta? Sempre allo stesso modo. Non ho ben capito se lei pensa a me come a una rivoluzione, come dire… Be’, non saprei: rivoluzione politica? sociale? tecnologica, industriale? Mi dica lei, altrimenti non so proprio come aiutarla.

Non credo ci sia molta differenza. Una rivoluzione è una rivoluzione. O no?
Certo. Mettiamola così, allora: c’è un periodo di crisi, un periodo di decadenza morale, economica, o quel che vuole. In questo periodo germogliano tuttavia le cose migliori: l’umanità sembra pian piano raddrizzare la schiena, avere un qualche tipo di reazione. C’è dibattito, voglia di uscire allo scoperto, confrontarsi, rinnovare. E a questo punto subentro io. Posso essere più o meno, come dire, esplicita, visibile? Pacifica o violenta. Be’, quello che accade dopo è che un sistema di potere (e dunque, di costumi, posture, faccia sempre un po’ lei) viene sostituito da un altro sistema. Che sarà pur sempre potere. E dunque si istituzionalizzano le cose buone che erano accadute durante la rivoluzione. E poco alla volta si riprende a marcire. Fino alla prossima rivoluzione. Questo è quel che accade in tutti i tipi di rivoluzione.

Non la seguo, forse intuisco qualcosa ma trovo ci sia qualche buco nel suo ragionamento.
Lasci perdere. Anzi, guardi, provo a spiegargliela così: ci sono sempre teste che cadono, anche solo metaforicamente parlando, purché ci sia qualcuno disposto a tagliarle.

E in questo periodo storico secondo lei che teste dovrebbero cadere?
Ah, non saprei. Ci sono delle spinte, in ambito sociale e soprattutto tecnologico, decisamente, direi quasi oggettivamente rivoluzionarie. Queste prenderanno il sopravvento, è inevitabile. Ecco, se c’è una cosa che mi piace pensare di me, è che sono inevitabile. C’è un momento in cui accado, ripeto, anche se in modi del tutto pacifici, quasi invisibili – e non ci si può far nulla.

Farebbe un esempio di “spinta oggettivamente rivoluzionaria”?
Be’, prenda il suo Paese. Tra dieci o vent’anni sarete tutti mulatti o con gli occhi a mandorla come nel resto del mondo. E avrete coppie omosessuali dappertutto. Queste sono cose che non si possono fermare. Accadono, punto.

Lo penso anch’io.
Mi prende in giro? Non si gioca con la Rivoluzione. A questo punto, però: diamoci del tu.

D’accordo, però… Perché secondo lei, perdonami, secondo te… perché secondo te si rimane piuttosto legati, direi quasi affezionati, all’idea di una rivoluzione violenta?
Mah. Retaggi.

Retaggi?
Ma sì. Il mito della Rivoluzione Francese fa ancora comodo a molti. Gente che ha bisogno di sublimare le proprie insoddisf… Scusami, sto esagerando. Ma c’è un gran bisogno di sublimare una – anche sincera – indignazione col mito delle teste tagliate, delle impiccagioni di massa. Quando passi tutto il giorno a lavorare finisce che devi pur prendertela con qualcuno. In alternativa ci sono i serial americani da guardare direttamente su Internet.

Lei mi sembra un po’… cioè, mi sembri un po’ cattiva, anche ingiusta. E comunque dopo la Rivoluzione Francese ci sono stati altri moti popolari violenti o comunque armati.
Ma si tratta comunque di azioni che non riguardano neppure in minima parte chi poi finisce col farne un mito (o del merchandising, anche solo politico) in altre parti del mondo. Voglio dire, se mi dici che davvero in Europa avreste bisogno di una rivoluzione armata (contro chi, poi?), be’, a me vien da ridere. I tempi cambiano. Vorrei anche vedere quanti, fra quelli che si agitano scorrendo notizie su Internet, poi sarebbero pronti ad imbracciare un…

Scusa, ma queste sono cose che accadono ancora, in altre parti del mondo. Sto parlando delle persone che imbracciano un fucile.
Difatti mi riferivo all’Europa, all’Occidente. Ma mi ascolti quando parlo?

Chiedo perdono. Ma senti. Hai citato Internet, prima. Non pensi che ci sia stata una rivoluzione digitale, negli ultimi anni, e che questa abbia contribuito a…
Ti interrompo subito. Figuriamoci, certo che c’è stata una rivoluzione digitale. La considero una sorta di sorella minore, diciamo. C’è stata, certo, soprattutto nei rapporti interpersonali. Ma rimane per lo più slegata da qualsiasi possibile sommovimento sociale effettivo. Siete tutti presi a mettervi in vetrina, a commentare l’incommentabile e premere il bottone like ogni volta che potete. Andrà a finire che lo metteranno anche nella cabina elettorale, prima o poi. Vi illudete di poter cambiare le cose standovene comodi a casa. Altro che Rivoluzione. Insomma, non mi si fa da seduti, a me.

Adesso mi sembri un po’ in contraddizione con quanto detto prima. Tant’è che mi ha molto colpito l’espressione “cambiare le cose”, pronunciata da te poco fa…
Me la sono lasciata sfuggire, lo ammetto. E comunque non si possono cambiare le cose senza aver prima chiesto alle cose se hanno davvero voglia di essere cambiate.

Non…
Lascia perdere.

Sembri un po’ conservatrice.
E tu invece perché non ti avvicini un po’? Perché non ti fermi qui, stanotte?

Non… non scherzo. Sembri davvero il contrario di quello che… O quantomeno contraddittoria.
D’accordo, qual è il problema? ti sembra così strano? Ogni cosa che ha la pretesa di accadere come sono io, ha bisogno di una certa componente conservatrice. Prendi il colore con cui molti mi identificano.

Sarebbe?
Mi pare che da voi in Italia vada molto l’arancione. Ebbene, in Portogallo i conservatori, a metà del 2011, hanno scelto lo stesso colore per caratterizzare la loro campagna elettorale.

D’accordo. Mi sembri molto conservatrice.
Sarà. Cerco solo di guardare le cose nella loro… Tu, invece, come stai? Perché non ti avvicini?

Prima dimmi quale potrebbe essere, allora, un gesto – perdona il termine, a questo punto – rivoluzionario. Cos’è che cambia le cose?
Ascolta. Non c’è nulla di più controrivoluzionario dell’avvenimento isolato, dell’evento spettacolare che ha forza di scombussolare nient’altro che la grigia abitudine di un giorno — dopodiché si torna all’eterno stato di cose cui siete abituati. Io non accado mai in un giorno solo. Comunque. Voi italiani avevate quest’intellettuale che aveva intuito davvero di cosa fosse composta la Rivoluzione. Vedi, credo che se fosse ancora in vita, Pier Paolo Pasolini riuscirebbe a mettere per iscritto la composizione chimica della Rivoluzione, la sua essenza. Ebbene, egli diceva di credere solo al gesto individuale (non certo sporadico) come possibilità per un cambiamento. Aveva perfettamente ragione. Dunque, tornando alla tua domanda, farò un esempio molto banale. Dal vostro punto di vista, voi umani dovreste impegnarvi per impedire l’estinzione della vostra razza. Dovreste impegnarvi perché possa proseguire la storia, la vostra storia. Allora quale può essere il gesto singolo, individuale, perché la storia vada avanti, perché continui a realizzarsi ogni espressione tipicamente umana sulla faccia della terra – e così dicendo intendo tutto: i viaggi, l’amore, la colazione al mattino, ma anche le guerre, gli stupri, le offese verbali, tutto ciò che vi caratterizza in quanto genere umano. Ho già detto che potrò apparire banale, ma sto parlando proprio di questo: fare un figlio. Tu ce li ha dei figli? Devi farne almeno uno. Il gesto più rivoluzionario che si possa compiere. Passare a qualcun altro parte del fardello che porti sulle spalle in quanto animale venuto al mondo e destinato al nulla. Questo sarebbe un gesto rivoluzionario e anche, come dire, alquanto appropriato. Nonché il miglior modo per metterla in quel posto, scusa l’espressione, a chiunque rappresenta – in qualche modo – il male, il brutto, o il peggio che ti circonda, secondo la tua visione delle cose.

Be’, insomma.
Be’.

Immagino si sia fatto tardi, per te.
Non proprio, ma…

Non è mai troppo tardi per la Rivoluzione. Giusto?
Giusto. E adesso? Andrai?

Be’.
D’accordo, d’accordo. Riprendo col canto. Dormi bene.

E tu canta bene.
Ho già ripreso. Non senti?

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