Storie

In busta chiusa: A come Architettura

A_Marco_Montanaro

Hanno bruciato il bosco.
La notte alla rovescia: il cielo è l’eco rossa delle fiamme, in basso sta il nero di cenere e verde smorto. Dalle nostre case di legno guardiamo, increduli, la forma estrema dell’irreversibilità.
Alcuni di noi si vestono, scendono nei vialetti di ghiaia e si avviano al soccorso, alla riparazione.
Il bosco è il nostro decoro: è chiaro a ciascuno di noi, soprattutto mentre brucia, che dentro c’è il non detto, l’incompiuto, il sotto del sottosopra che ci tiene in piedi di giorno per poi fiaccarci, ma solo appena, nella luce artica del tramonto.
Chi tra noi ha seppellito un ardore, lo ha fatto laggiù; chi ha sofferto d’insonnia, l’ha soffiata laggiù; chi ha desiderato l’assassinio, lo stupro, l’incesto, lo ha portato laggiù per tornarsene, coda celata, col mesto sorriso del più nuovo e raccontabile abbandono.

Mentre i più coraggiosi agiscono dunque con idranti, secchi e motopompe, altri di noi si riuniscono in consiglio nella baita del sindaco.
È notte fonda. Che faremo? Che non faremo?
“Non avremo di che mangiare” fa notare la vecchia che abita nel centro esatto del villaggio. “Senza quel verde, morirà anche quello che più ci è prossimo; così i nostri pascoli.”
“Non solo” urla un idraulico, seduto accanto: “Il bosco teneva a bada la montagna; verrà giù in frana con la prima delle piogge d’autunno.”
Il sindaco trema, ancora in pigiama, mentre pigolando tenta di tranquillizzare i convenuti: “Di là si lavora sodo, vedrete che s’aggiusta.”
“Ci dava aria pura, ci dava aria nuova” lo interrompe un consigliere: il suo imperfetto è il lampo di una breccia aperta anche in seno ai governanti.
Più in là, seduto dalle parti del camino, ridacchia un cieco, ultimo della razza che secoli addietro edificò il villaggio.
“I miei uomini possono rimettere in sesto tutto nel giro di giorni; anche di ore, a dirla tutta.”
Un sospiro che è un coro di sollievo.
“Ma questo è un segno” prosegue il cieco. “E se non lo è, facciamo che lo sia. Opportunità: così le chiamano in altri villaggi a nord delle montagne.”
Il sindaco balbetta: “Si faccia più chiaro.”
Lo sguardo del cieco scatta verso quella voce in cui sopravvive ancora l’obiezione già respinta dalla vaghezza stessa con cui è stata mossa.
“I miei uomini possono abbassare allo stesso modo con cui innalzano o risolvono” dice il cieco. “Questo, prima di tutto, dovrebbe esser chiaro. Le baite nuove dove alloggia la signora” – indica una bella donna in sottoveste seduta in fondo – “le abbiamo edificate noi.”
La donna annuisce, più di mento che di collo.
Il cieco: “Noi abbiamo l’opportunità, non più remota, che stanotte si faccia chiarezza tra il prima e il dopo. Tra ciò che siamo stati, senza esserlo fino in fondo, e ciò che saremo appieno, potendolo essere finalmente. Chiarezza, ripeto. E se lo dico io.”
Ridacchia, ridacchiamo un po’ tutti.
“Un museo” continua “un museo che ci invidierà il mondo intero. L’architettura posticcia del nostro interno al posto di quella, ormai bruciata – ma non meno posticcia – che chiamiamo natura. Cosa sarebbe il bosco, senza l’anima di noi che l’abitiamo? In altri termini: mi pare che lei, sindaco, abbia deposto tra i cespugli di viburno e stramonio, giù verso il laghetto, tanto il corpo quanto il ricordo della sua defunta moglie; e mi pare che quell’allevatore laggiù, di cui non ricordo il nome, ci abbia infilato la gran bestia cornuta che succhia il midollo, quando non le divora, alle capre tra le sue più giovani; e così pure so per certo che la signora cui abbiamo edificato quella nuovissima, luccicante baita ha traslato, in quel nero brulicante, lo stesso demone che tuttora la infrigida e non la ingravida.”
Un mormorio diffuso come il frinire di un neon che non vuol saperne d’accendersi; poi il cieco prosegue nel suo ragionamento, che da monito si fa piano progetto concreto.
“Un museo, allora. Statue di ogni nostro raddoppiamento – chiamatelo notturno, onirico, frondoso, non importa: verranno da tutto il mondo a visitarlo. E tutt’attorno, nel villaggio, convertiremo le botteghe in ristoranti, pizzerie, dancing allestiti secondo il gusto dei turisti: dove di giorno lavoreranno gli autori di quegli stessi incubi di marmo.”
Il sindaco obietta, stavolta compiutamente: “Poniamo pure che si faccia: di che camperemo, nel passaggio dal verde al marmo?”
Il cieco si rivolge alla platea, come se la vedesse, come se ci potesse inquadrare uno per volta: “Nel giro di qualche ora, ho detto. Tanto durerà il passaggio, se lo vorremo.”
Si alza un anziano, fino a quel momento muto: “Lei e io, signor sindaco, lei e io veniamo da un tempo che non esiste più. Il patto con l’architettura di legno e terra è venuto meno. Non è la prima volta che il bosco prende fuoco, e ogni volta si paventa per tutti noi la fine. Ma che fine? Economica, questo è certo. Quanto ci costa, ogni volta, dedicarci alle fiamme, estinguerle? Il sonno perso dagli eroi che sono là fuori, mentre noi qui divaghiamo, chi lo restituirà? Né la betulla, né il papavero, signor sindaco. Quegli uomini domani non andranno certo al lavoro, e chissà che qualcuno, in questo momento, non sia già ferito.”
Un giovane interviene: “Ha ragione il vecchio. Quel patto non esiste. Ne serve uno nuovo.”
Una ragazza: “Per quanto mi riguarda, non è mai esistito.”
Il consigliere, quello di prima: “E in ogni caso siamo noi, a stipularlo.”
La vecchia d’inizio consiglio: “Lui, il bosco, da solo no di certo, non può decidere.”
Il sindaco abbozza: “Voi parlate di un patto con un’entità viva… Io non so se è vivo, e se ci ascolta, ma il bosco è in noi. Sono stato eletto per proteggerlo, non certo per…”
“Allora brucerà anche lei, signor sindaco” dice il cieco.
Lo guardiamo tutti, e tutti insieme.
“Sto scherzando” dice ancora, sicuro di sé come il fatto che non possa leggere lo sconcerto sui nostri volti.
Poi si alza. Fa qualche passo verso il centro della stanza. “Luce” dice “luce e non più l’ombra di quella sagoma alta e brulicante come… – ha ragione il sindaco, avete ragione tutti – …come cosa viva e informe; quell’ombra che nel crepuscolare dell’estate si spinge fino agli orli più interni di questo nostro povero villaggio; non più l’ambiguità di un cuore nero così prossimo, ma una piana distesa e calma, in cui rivedere ciò che non siamo stati davvero. Resteremo noi, solo noi, con noi stessi, per quel che siamo; per quel che sapremo essere davvero.”
“E un mucchio di turisti, e gente e vita nuova” dice il consigliere.
Piano, come battendo un mignolo sull’altro, parte un applauso, che si fa più fragoroso quando alla fine si unisce anche il sindaco, arrostito dalla rabbia zitta in volto; batte le mani da bambino sgraziato, una sull’altra di fronte al muso; comunque più stanco che deluso.

Quella notte, poi, abbiamo bruciato il bosco.


*

In Busta Chiusa n. 1 un progetto di Cartaresistente
Lettera A di Marco Montanaro
Illustrazioni di Davide Lorenzon
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