Storie

Terrore, amore, poi ancora terrore

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Killian Eng

Questo racconto è apparso per la prima volta su Farsalia, il numero VI di Ô Metis, rivista a cura di Crapula Club. Consigliato per cuori infranti e terrorizzati, specie se sprovvisti d’alcol, sostanze psicotrope o un buon libro con cui alleviare il dolore, la solitudine o più semplicemente la noia. Buona lettura.

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Estratto da La voliera di Nero Desideri, 8 dicembre 2043 ore 20.59
Ci sono donne partorite dalla luna: non, tuttavia, senza spasmo e dolore di cosce. A loro modo immortali, la loro immortalità non è che l’indizio dell’esistenza di una divinità remota, ulteriore. Per questo, ma non solo, si dice che queste donne siano fantasmi di altri fantasmi, e che al pari di maree, tessuti vascolari emorroidali e licantropi, rispondano solo al movimento dello spettro ghiacciato del nostro pianeta. Per questo si dice anche che chi le abbia incontrate abbia visto la Tigre, che sia cioè affetto da santità o pazzia come accade in certe tribù mediorientali, la cui memoria collettiva è continuamente scossa dall’ossessione per il ricordo di una bestia che non si può dimenticare né smettere di rievocare a ogni passo, a ogni dubbio: a ogni inciampo in quel gorgo appassionato che ci indemonia finché si è vivi e camminanti su questa terra.
Queste donne cantano la propria bellezza, ma è un trucco o una parte: sanno effimera e occulta, al contrario, la bellezza della natura, olio che giace inerme sulla superficie dell’acqua. E così inseguono una più sublime forma di esistenza: la perfezione.
Neutra, glabra, a suo modo abietta, la perfezione ignora ogni cosa fuori da sé. Come canidi, dunque, queste donne conoscono il mondo in scala di grigi e sovente, tra il bianco e il nero, prediligono quest’ultimo. Il metro con cui misurano gli atti dei terrestri è dunque la stanchezza, che tutto attrae e consuma fino allo scheletro, fino al midollo. Negli armadi di queste donne non si conservano abiti: pendono soltanto grovigli di teschi, scapole, costole, sterni, femori, rotule e caviglie in attesa della polvere. Nell’atto dell’eterna decomposizione, nell’atto, soprattutto, dell’attesa della decomposizione, queste donne diventano fantasmi dei propri fantasmi, cui fanno visita ogni notte fino a sbiadire, occultate come gli intenti che le animano.
Allo stesso modo, alcuni uomini sono deserti. Illusi che sia fuori da loro, che in altri termini il deserto li circondi, non sanno di portarlo dentro fino all’ultima roccia, fino all’ultimo granello di sabbia. Si guardano attorno confidando, in cuor loro, in quello che è il più antico labirinto, concepito dalla natura prima che dall’uomo, confidando soprattutto nel sole che nel picco di mezzogiorno annulla ogni ombra. Questi uomini sono il deserto ma non sanno il deserto. Se pure conoscono la storia dei propri simili, si pongono al di fuori di essa, incapaci ormai di corrispondere ai frammenti di storie, canzoni e memorie che i leoni guardiani passano sotto segreto come si passa il rancio tra le sbarre di una cella. Tutto ciò che questi uomini sanno e raccontano non annulla il confine, esaltando al contrario ogni sentimento del limite. Per questi uomini, ciò che è invalicato una volta resta invalicabile nei millenni a venire.
Si dice allora che la donna, al pari della guerra, sia atta a forgiare l’uomo. Si dice anche che certi uomini bramino il possesso di certe donne per dimenticarle, perché il possesso estingua finalmente la pena che danno. È chiaro che questi uomini hanno visto la Tigre, è chiaro che queste donne hanno già perduto una guerra. Del loro incontro, mancato ed eterno, non resta che quell’attrito iniziale che sempre scintilla nel dramma, ovvero in quel tipo di felicità intermittente e provvisoria che è sempre l’infelicità.
Discuteranno di questo in eterno.

Il patto, 8 dicembre 1943 ore 5.43
Il rastrellamento è iniziato all’alba. Dopo qualche ora, il giovane soldato Primaldo Malaverna è davanti all’ingresso della masseria. Accompagna un ufficiale. Sono entrambi molto stanchi. Sarebbe stato di gran lunga più facile prendere l’intera collina piuttosto che setacciare, com’è accaduto, ogni angolo di questo basso paradiso per cercare un uomo soltanto. Del resto il partigiano che cercano è in fuga solitaria e con tutta probabilità nervoso e affamato. Se qualcuno lo nasconde, c’è da scommetterci che si stancherà presto di lui.
Da fuori, la facciata della masseria sembra il volto, spoglio, di una donna che si appresta a vivere un’età nuova, forse solo infima o decadente. I due militari entrano. A piano terra trovano mobili massicci, stoffe polverose. La nicchia col santo, le candele spente. L’ufficiale ordina al soldato di andare al piano superiore. Rivoltella alla mano, Primaldo obbedisce, prende le scale. Sotto il peso del suo corpo, il legno lamenta piano un’età fuori dal tempo. Il corridoio è buio, le imposte ancora chiuse. In fondo c’è una stanza. Primaldo sa bene che, se nell’abitazione c’è anche un solo filo di vita, clandestina o meno, è dietro quella porta. Pensa al patto con se stesso: ai connazionali non si torce un capello. Lo rincuora sapere che il potenziale nascondiglio del nemico non si setaccia solo in due, se davvero si è certi di trovare quello che si cerca. Nessun ago, nessun pagliaio.
L’unico gesto violento che Primaldo si concede, allora, è il calcio leggero con cui apre la porta della camera. Le due donne saltano nel letto, lo spavento tira su le vestaglie scoprendo ginocchia e cosce giovani. Adesso urlano abbracciate. Il soldato le zittisce puntando la rivoltella. Spera che l’ufficiale non abbia sentito, che non lo raggiunga: il patto è suo, non di altri. Osserva le donne: quasi coetanee, potrebbero comunque essere madre e figlia. Una delle due ha lo sguardo di chi ha già messo in conto che certi fatti, per quanto intollerabili, possano accadere da un mattino all’altro.
Primaldo fa il giro della stanza. C’è un grande armadio con le ante semichiuse, lo ispeziona. Una delle due donne si lascia scappare un mezzo gemito. Il soldato si volta, la guarda. Quella che potrebbe essere la madre ricambia lo sguardo. Negli occhi ha consapevolezza, offerta: certi scambi, per quanto terribili, possono scongiurare un terrore ulteriore. Primaldo lo sa, deglutisce, respira piano. Si avvicina al comodino di lato al letto. Ci sono dei fiammiferi, li raccoglie. È il passo dei suoi stivali sul pavimento a farlo intruso nella stanza, prima ancora che la divisa che indossa.
Accesa la sigaretta, Primaldo siede su uno sgabello. Fuma lentamente, con finto gusto, osserva ancora le due donne. Non c’è bisogno che ripeta di far silenzio. Di nuovo, quella che potrebbe essere la madre comunica qualcosa, stavolta col suo corpo, e per intero, a proposito dell’altra. Adesso è una ragazza, sembra dire, una ragazza che si lascia turbare dalla tua presenza; prima o poi dovrà comunque vendicarsi di un uomo. Primaldo respira piano, prova a riposare le palpebre. Ha fumato metà della sua sigaretta. La lascia cadere per terra, la schiaccia con la punta dello stivale.
Quando il soldato torna dabbasso pensa che non c’è altro patto cui tener fede se non quello che si rinegozia di attimo in attimo, circostanza per circostanza, con se stessi. In questo consiste il suo rastrellamento. L’ufficiale lo guarda, decidono di andare.
Qualche ora dopo il partigiano verrà catturato da un codardo pari grado di Primaldo in un casolare ai piedi della collina. Il codardo (nome in codice nella guerra durante la guerra: Grühl), un piccolo uomo avvelenato dalle lettere della donna che ha lasciato al paese, sparerà nella schiena del prigioniero quando sospetterà l’intenzione di una fuga.
Nel frattempo, il soldato Malaverna ripenserà alle due donne e comprenderà di aver fatto il possibile perché, insieme a un ordine, fosse rispettato anche un patto. Il mio capolavoro, concluderà, è invisibile, è ciò che mi sono impedito di fare, e che dunque nessuno saprà mai.

Un posto angusto, illuminato bene, 8 dicembre 1997 ore 21.15
Fermo (nome in codice nella guerra senza la guerra: Fermo) sta per incontrare Arturo, un amico scrittore. In auto ha una piccola gemma color smeraldo e un tostapane. Vorrebbe mostrarli all’amico ma poi cambia idea. Li lascia in auto. Questi oggetti, pensa, non cambiano certo la sostanza della mia storia.
I due amici si incontrano in un locale piuttosto angusto, ma illuminato bene. Dopo un po’ che sono seduti, Fermo comincia a sudare, gli tremano un po’ le mani, dice che è finita. Finita. Finita! Finita. Finita?, chiede Arturo. Più in là, a un altro tavolo, siede un uomo con dei baffi lunghi e sottili e un cerchietto d’oro all’orecchio sinistro. Intorno a lui altri uomini vestiti con quelli che sembrano abiti di scena. Maghi o pirati, fa lo stesso. L’uomo sta parlando, a voce molto alta, di un fallimento, di un ultimo e grandioso fallimento che mette fine a qualcosa di più grande che né Fermo né Arturo riescono tuttavia a intendere. Allora Fermo riprende a parlare, dice che non vuole più saperne. Arturo gli dice di pensarci bene, ordina una spigola. Fermo prende un’aranciata. Arturo insiste, mangia almeno qualcosa, dice.
Dall’altro tavolo arrivano schiamazzi, si brinda ancora alla fine. Arturo si volta allora verso un altro tavolo, dove altre persone con addosso altri abiti di scena mangiano in un mesto silenzio. Tra loro una ragazza. Al massimo prendo una pizza, dice Fermo. La ragazza sta piangendo. Nessuno, al suo tavolo, sembra farci caso. Lei continua a singhiozzare. È lì ma non è lì, pensa Arturo. Fermo sta per riprendere con la sua storia. Arturo mastica e ingoia in fretta, pulisce le labbra col tovagliolo e apre il palmo della mano. Fermo, dice,ascoltami bene. La solitudine è una brutta bestia, una specie di animale cornuto con viso di mucca o capra e zanne lunghe. Il suo corpo è ovviamente umano. La solitudine, i fantasmi, noi che diventiamo i fantasmi dei nostri fantasmi e torniamo da loro per terrorizzarli finché persino loro si stufano di noi. Adesso citerò, fraintendendolo, il poeta adolescente (citare è sempre fraintendere): una donna ci vuole, anche solo per il gusto di maledirla. Il cameriere lascia il piatto con la pizza fumante sotto gli occhi di Fermo. Fermo guarda il piatto, l’intero universo gli sembra improvvisamente la traccia fin troppo densa della mozzarella che si fa strada nel laghetto di pomodoro.
Al tavolo accanto l’uomo coi baffi lunghi e sottili continua a raccontare a voce alta come sono andate le cose (sembra si tratti di un ultimo spettacolo). Più in là la ragazza continua a piangere. A quanto pare, sospira Fermo, se la mangi con forchetta e coltello e la fai in pezzi piccoli, molto piccoli, ha un sapore diverso, diciamo più ordinario, domestico. Non lo so, di solito la faccio in triangoli per mangiarla con le mani, molto più spesso non la mangio, dice Arturo. Comunque, riprende Fermo, la solitudine è un uovo, un piccolo ovetto all’interno del quale ci sentiamo ovviamente protetti. Il problema è fuori, il momento in cui l’uovo si schiude e scopriamo che brutto mondo là fuori. Bisognerebbe mettere da subito quest’uovo nella sua gabbia, così quando si schiude sai già cosa ti aspetta. Fermo, dice Arturo, alla fine stiamo parlando di te e Lucia e tutto questo procedere per metafore è solo idiota. Ma l’hai vista, la ragazza che piange? Fermo torna a guardarla. Non so, dice, e poi cos’ha da urlare quell’altro? C’è come un’aria, dice Arturo, di persone alle prese con le estreme conseguenze di qualcosa. Ma che stronzata. Siamo sempre alle prese con le estreme conseguenze di qualcosa. Sempre. E tutto è un’estrema conseguenza di qualcos’altro. Fermo sembra annoiato. Arturo cambia discorso. Comincia a parlargli del suo piano di scrivere sotto pseudonimo. Un sacco di libri, dice, tutti quelli che non sono capace di scrivere io, li farò scrivere a un altro. Come si dice?, quando la critica non c’è, gli pseudonimi dilagano. Io intanto mi nasconderò, mi metterò al sicuro. Ecco che diventi il tuo fantasma, dice Fermo, e la conversazione continua sfumando in una penombra discorsiva in cui donne e libri sono pressoché la stessa cosa.
All’altro tavolo, intanto, l’uomo coi baffi lunghi e sottili passa il tovagliolo sulle labbra, chiede permesso agli altri e si alza. Ha un panciotto di tela cerata e un papillon, delle lunghe soprascarpe di cuoio sulle scarpe color corvo. Si dirige verso il tavolo della ragazza. Lei piange ancora. Lui la guarda per un attimo, in piedi, poi la schiaffeggia. Un unico e potente ceffone sulla guancia destra. La ragazza smette di piangere. L’uomo si sistema il colletto, la guarda per un’ultima volta e torna lentamente al suo tavolo. Si scusa, siede e riprende a mangiare. Ma prima c’è un timido applauso (per il ceffone o per l’abilità del cuoco, non è chiaro). Fermo e Arturo si guardano. Si ama per padroneggiare, per mettere l’anello non al dito ma al naso, sussurra Arturo ammiccando verso gli altri tavoli.
Più tardi, il locale è quasi vuoto e la ragazza è da sola al bancone a bere un drink. Di tanto in tanto, più per nasconderlo che per soffiarlo, infila il naso in un fazzoletto di stoffa blu e bianca. Arturo (nome in codice nella guerra senza la guerra: Nero Desideri) dice a Fermo che deve andare a parlarci. A tutti i costi. Dice che è più forte di lui, che non può resistere. Fermo sorride, permesso accordato, dice. Arturo si alza, non sta più nella pelle. Fermo chiede il conto. Dopo qualche minuto lascia il locale. In auto, la gemma color smeraldo, cioè il cuore del tostapane e lo stesso tostapane (nome in codice in questa guerra senza più guerra: Lucia) non ci sono più.

Il vantaggio degli storpi, 8 dicembre 1999 ore 07.01
Povero Ugo Covalschi (nome in codice nella guerra durante la guerra: Grühl). Uomo piccolo, zoppo o azzoppato, forse addirittura acondroplasico. Uno di quelli che sanno che il diavolo non è certo nato ieri e che c’è da invecchiare per saperlo. Povero Covalschi, povero soprattutto perché in questa storia è poco meno che una comparsa. L’intera esistenza di Covalschi, come quella di ogni soldato, è qui l’allegoria di altri avvenimenti. Forse perché la maggior parte della vita di Covalschi, se la vita è scoprirsi improvvisamente prigionieri nel tempo, è ormai alle spalle. Ecco che allora non gli resta che raccontare. Ogni tanto vivere. Cogliere le occasioni. O farsi cogliere, come un’occasione, da qualcun altro. Forse per questo esistono le ricorrenze. Per aiutare i vecchi come Covalschi a inciampare agevolmente nelle altrui occasioni. Per uno zoppo del resto c’è almeno questo vantaggio: che è il cascar facile.
Così, ogni anno il povero Covalschi va in chiesa nel giorno in cui si festeggia l’Immacolata Concezione, ricorrenza che gli ricorda il nome di una vecchia amante, quel nome che, come lui stesso dice spesso al vento, sta bene addosso alle sante e suona antico nelle donne più giovani. Ma questa volta ci va soprattutto perché la Cattedrale di San Giorgio, fino a due secoli prima, era ancora un ossario. A quell’ora della notte prima ancora che in quell’età, Covalschi si sente più dalla parte delle ossa che dalla parte della carne. Osserva i tre candelieri sospesi nella navata centrale, l’altare e lo stemma di un vecchio casato, tutto composto da grovigli di teschi, scapole, costole, sterni, femori, rotule, caviglie.
Più in generale, se ci sono uomini il cui cuore, più spento che indurito, può essere risvegliato solo attraverso piccole e innocue attenzioni, quello di Covalschi può esser scosso solo dalla pena. Quella altrui. Un sentimento ottuso e facile, ma tutto sommato efficace. Che adesso il vecchio direziona verso un altro uomo, poco più che un ragazzo, rimasto dietro, in fondo alla navata. Un ragazzo che Covalschi non conosce, ma di cui potrebbe aver sentito il nome. Per la verità, quella notte il povero Covalschi ha già colto un’occasione, è già inciampato nella pena altrui. Ma non c’è un limite stabilito: c’è solo che il diavolo non è nato ieri e che bisogna invecchiare per capirlo.
Il ragazzo ascolta l’omelia, osserva il candelabro di ossa e le vetrate della cattedrale. È uno che vuol credere. Questo è chiaro. Ce la sta mettendo tutta. Magari solo per poter smettere un attimo dopo, con più intensità. L’intensità, l’intermittenza. Covalschi pensa all’odore del ragazzo, che pena, ma chissà se in fondo in fondo, quella notte, non ha assorbito anche quello. Intanto a lui manca un calzino, fuori ha ripreso a nevicare e il freddo punge come una zanzara sulla minuscola caviglia.

Un caffè vecchio e sporco, per niente illuminato, 8 dicembre 1998 ore 20.59
Quante volte deve accadere una storia perché accada davvero? E perché sia vera, o creduta? Da tempo Fermo è convinto di non avere un cuore, quella gemma selvaggia che gli esseri umani, per abitudine o estensione, localizzano nel petto dei propri simili prima che nel proprio. Da tempo spiega, con una teoria rozza e imprecisa, che ha dovuto abbassare il livello d’intensità sentimentale verso il mondo, verso ogni altro mondo, per poter smettere di amare anche Lucia. Da tempo Fermo ha alzato un muro, una barriera, e così via, questo dice alle donne con cui è stato da quando Lucia se n’è andata.
Ma se davvero ha incontrato altre donne (non ne è poi così certo), in loro Fermo ha riversato stanchezza e frustrazione prima ancora che la curiosità che infiocchetta ogni nuovo incontro. Qualcosa cambia quando una nuova conoscenza gli riserva delle piccole attenzioni, le stesse che si dedicano agli anziani una volta che hanno spezzato il femore: hai febbre, cucino io, è cambiato il tempo – ma nulla si accende davvero in Fermo.
Da tempo, soprattutto, Fermo è impegnato a dar forma alla sua notte. Il modo in cui modelliamo la notte è il modo in cui affrontiamo il giorno dopo. Il modo in cui prediligiamo le domande alle risposte, eccetera. Una notte arriva la telefonata di Lucia.
Il giorno dopo si vedono in un vecchio e sporco caffè, per niente illuminato, alle spalle della cattedrale. Fermo ha finito di parlare da qualche minuto. Guarda la bottiglia di birra, vuota, sul tavolo. La fissa, in attesa che il suo discorso sortisca un effetto qualsiasi su Lucia, seduta di fronte. La verità è che Fermo non ha il coraggio di guardarla in faccia, non ha il coraggio di guardare quel piccolo muso da coniglio che respira piano, i suoi invisibili baffi grigi, le lunghe orecchie che curvano lentamente sopra la testa di lei. Allora la mente di Fermo va alle macchioline giallastre comparse qualche giorno prima sul soffitto della camera da letto. Ci pensa e ci ripensa per un bel po’. La pioggia, l’umidità, l’appartamento dei vicini. Infiltrazioni, non c’è altra spiegazione. A quel punto il muso da coniglio emette un verso. Un sospiro, un gemito, Fermo non lo sa. Però alza lo sguardo, d’istinto, e solo all’ultimo riesce a deviarlo ben oltre la faccia del coniglio, verso il bancone. Il barista è un uomo con gli occhi buoni o solo stanchi, calvo e taciturno, tra le labbra tiene un sigaro spento.
Insomma, dice Fermo, ma non prosegue. Lucia è impassibile. Per un attimo si volta di lato. Allora Fermo alza la mano, chiama il cameriere. Altra birra, anche questa passa in silenzio. Fermo prende coraggio e riesce a puntare il suo sguardo sul pelo fulvo del collo della ragazza. Più di così non può. Il cuore ricompare. Per cedere. Allora bisogna indursi a produrre nuove endorfine. Fermo parla in fretta, intenso, tutto preso. Va bene, d’accordo, fa una piccola pausa, poi ancora: riproviamoci, d’accordo, sì. Giù l’ultimo goccio di birra, tutto d’un fiato con la testa all’indietro. Così adesso è il coniglio a fissare i suoi minuscoli bulbi oculari sul collo dell’uomo. Lucia trattiene il fiato, immobile, con entrambe le mani sul tavolo. Mani che hanno unghie smaltate di rosso, mani ancora decisamente umane, femminili.

Tardivo incontro col nano, 8 dicembre 1999 ore 00.15
La gemma incastonata nel petto non è poi così incastonata. Per anni Lucia l’ha staccata e lasciata sul comodino, correndo il rischio che Fermo la trovasse. (Puntualmente, Fermo pensava che ce la lasciasse di proposito, perché lui la trovasse.) E così anche stasera è uscita senza. Ma stavolta per proteggerla, perché non si corrompesse come l’occhio, bianco, dell’angelo dei musulmani a contatto coi peccati degli ebrei e dei cristiani. L’ha lasciata sul letto, accanto al cubo nero. Stavolta non è come le altre. La devozione, specie quando alberga nel petto ancora vuoto di una convertita, si porta sempre dietro un odore inconfondibile. Un odore domestico. Di cavolfiore bollito, di broccoli, di fagiolata. Dice che appartieni già.
Adesso Lucia è in un locale immenso, una sorta di villa romana con tanto di colonnati e piscina in marmo, imbiancata dalla neve degli ultimi giorni. L’interno della villa è poco illuminato o illuminato male. Quanta attenzione per la luce, l’umanità, quanta ostinazione nel portarla persino sul mare e su pianeti lontani, e che volti poco interessanti quando quella luce li scopre. Meglio la penombra, allora. Nella penombra vicino al bancone, mentre la musica, alle sue spalle, fa da surrogato della luce, Lucia viene avvicinata da un ragazzo smilzo, molto elegante, con gli stessi occhi sottili di quegli Inuit che scoprirono le Americhe ben prima di Colombo. A lui racconta la prima versione dei fatti. Racconta di tutti gli animali che l’hanno abitata. Mi è molto piaciuto essere un coniglio e una donnola, soprattutto una donnola, ride nell’orecchio del ragazzo. Il ragazzo offre da bere. Mentre Lucia prosegue con la storia, le chiede di ballare. Lucia si fa triste. Dice che adesso si sente uno scorpione e che è meglio per lui se si allontana. Lui ride, la prende sotto braccio. Lucia lo spinge. Smamma, non sono la tua troia, dice. Il ragazzo la insulta a sua volta, va via.
Più tardi Lucia sta ballando da sola. Si avvicina un uomo con la fronte molto alta. A suo modo sembra sobrio. Non lo è. Lucia gli racconta la seconda versione dei fatti, gliela urla nell’orecchio mentre balla con lui. Dice che per un certo periodo, ogni volta che ha fatto l’amore ha sentito in bocca il sapore metallico della violazione, tranne che con quello che doveva essere il suo uomo, e che tutto sommato le è piaciuto. Ti è piaciuto col tuo uomo o ti è piaciuto essere violata?, urla l’uomo nell’orecchio di Lucia. Indovina, ride Lucia. Poi racconta che ogni volta, dopo l’orgasmo, si trasformava in un oggetto diverso. A seconda del tipo di piacere provato dalla persona con cui stava. Un tostapane, un ombrello, un portacenere. L’uomo ride, tira indietro il collo e lecca il lobo dell’altro orecchio di Lucia. Lei fa in tempo a mordergli il mento, stringe, non molla. L’uomo si libera, urla qualcosa che si perde nella musica. Si allontana. Questa era una tagliola, dice Lucia.
Si avvicina un altro uomo. Ha gli occhi truccati e una cresta dai riflessi magenta, sembra più giovane degli altri. Chiede se è tutto ok. Certo che è tutto ok, dice Lucia. È la musica che fa schifo e poi devo andare in bagno. Non stai bene?, chiede l’uomo. Certo che sto bene, è solo che cerco dello Spirito Santo, se capisci cosa intendo. Credo di sì, sorride lui.
Nella toilette Lucia racconta la terza versione della storia. Si sta avvicinando alla verità. La musica arriva da fuori come se fosse suonata da singolari octopodi antropomorfi in una camera iperbarica. Sono una mistica, ma non gioco la mia partita con Dio, ride Lucia, la gioco con un enorme cubo nero che ho lasciato incustodito sul mio letto, prima di uscire. L’odore di cavolo bollito, i peperoni. L’uomo ascolta distratto, estrae una piccola busta di plastica trasparente dal taschino della giacca. Lucia si fa seria. A proposito di Dio, in un libro ho letto che il glande di Cristo è simile a un uovo, e che la pelle sul glande è simile alla pellicola sottile di quell’uovo. L’uomo barcolla come se l’intera stanza si muovesse al ritmo della musica lontana, si tiene al muro. Ma io dico che il glande di Dio o di suo figlio è più simile all’intestino tenue di un vitellino, e sai perché? L’uomo borbotta un no, armeggiando ancora con la sua piccola busta di plastica.Che domande, perché dentro c’è il latte, dice Lucia. L’uomo fa un gesto con la mano destra, ruotandola nell’aria, come a indicare un vortice o forse il fatto che Lucia è più di là che di qua, o che forse lui lo è, o che forse siamo tutti più di là che di qua e che questo, in definitiva, non ha alcuna importanza. Poi si piega, apre la piccola busta e sparge la polverina bianca sul bordo della tavoletta. La offre a Lucia. Lucia si avvicina alla tazza. Si piega in avanti e abbassa gonna e mutandine. Il naso è a qualche millimetro dalla polverina. L’uomo comincia a sbottonarsi i pantaloni. Lucia usa la bocca, e soffia piano, quanto basta. All’uomo cascano i pantaloni per terra. Lucia si ricompone, osserva l’uomo inginocchiarsi e infilare le mani e poi anche la testa nel cesso. Ricordati di tirare lo scarico, dice Lucia, e lascia il bagno.
In molte lingue, il quattro indica la morte. Forse per questo la quarta versione dei fatti è quella che più si avvicina alla verità. Lucia la racconta qualche minuto dopo, sotto la pensilina dove sta aspettando l’autobus notturno che la porterà lontano dalla festa. Ha incontrato il vecchio zoppo, forse addirittura un nano, all’uscita dalla villa, mentre entrambi camminavano piano per non scivolare sulla neve sciolta. Per un po’ il nano non si è neppure accorto di essere seguito. Poi, sotto la pensilina, Lucia si è presentata e ha detto che forse lui, a quel punto almeno lui, poteva essere il suo angelo custode. Un po’ troppo malandato per essere un angelo, ha bofonchiato il nano. E così hanno parlato di niente, raccontandosi molte cose: lui la guerra, lei l’infedeltà. Lui ha detto: certe storie sembra che ti pongano in mare aperto, ma poi le continue puntualizzazioni, come boe che interrompono continuamente i primi cento metri d’acqua, ti fanno capire che sei solo in una pozzanghera. Sono devota a un cubo nero, ha detto Lucia, e ho commesso questo peccato, di pensare che il cubo fosse la mia coscienza o il mio uomo, e invece era la mia cattiva coscienza o il mio desiderio. Mi racconti un’altra storia, signor Covalschi, la prego. Il nano si è guardato le mani. Poi, tutt’attorno, ha visto la neve sporca ai bordi della strada. Sono un vecchio, ha pensato negli occhi umidi. La sua mente è andata allora a tanti anni prima, a quell’uomo conosciuto nel modo più naturale possibile tra uomo e uomo e tra uomo e animale.

Un soldato, 8 dicembre 1943 16.54
Piove. Il povero Grühl è seduto su un sasso, la lama conficcata nel ginocchio. Osserva l’uomo riverso nel fango a qualche metro da lui, la macchia scura che va allargandosi gradualmente sulla sua schiena.
Ritorna al momento in cui l’ha catturato, ai piedi della collina. L’aveva fissato in volto per qualche secondo prima di intimargli di alzare le mani, voltarsi e mettersi in cammino. Aveva un dente rotto. Un segno di pace, aveva pensato Grühl, un cane che avrebbe potuto tentare la fuga, forse, ma che di certo non avrebbe più affondato il muso nella carne.
La grande macchia scura si è fermata. Arriva fino alle spalle. Al centro della schiena è ancora visibile il foro, nerastro, del proiettile. Te l’avevo detto, mormora Grühl, che ti avrei portato vivo all’accampamento, se te ne fossi stato buono. Adesso più che l’errore, l’aver disatteso un ordine, pesa soprattutto la sottovalutazione di una banale circostanza. Grühl guarda il cielo, grigio e patetico. Sente forte il dolore appena sopra il ginocchio.
Di quell’uomo, in fondo, Grühl non sa niente. Un altro soldato, quella stessa notte, gli racconterà di un capolavoro invisibile. I veri capolavori sono le brutalità che ci siamo impediti di impartire, il peggio che non abbiamo dato, e che dunque gli altri non sapranno mai di noi. Magari anche l’uomo nel fango ne era capace, chi può dirlo? Forse ha concentrato tutta la ferocia di quei giorni in un solo gesto, quello prima dell’inutile tentativo di fuga, lo stesso che adesso obbliga Grühl a raccogliere un ramo dal fango per portarlo alla bocca, stringerlo tra i denti, chiudere gli occhi e infine tirare via con un colpo secco la piccola lama conficcata nella carne, vicino all’osso; mentre Ugo Covalschi, più dentro, non crede, non crede comunque alla storia che il nemico è sempre più cinico, più crudele, più senz’animo di te.
Piano, Grühl si mette in piedi. Meno dolore. Ma zoppica. Qualche metro in avanti e cade in ginocchio nel fango. Ancora Covalschi, ancora il piccolo Covalschi intrappolato nel petto di Grühl, che pensa, rievoca, s’affanna. Fino ad allora aveva ucciso, ma non aveva mai sparato alle spalle. La piccola lama nelle mani. Il suo sangue. Mai nella schiena. Grühl pensa alla donna di Covalschi, lo fa per dispetto, per mettersi in pari con quell’ostinazione nel chiudersi a doppia mandata nella cella della propria memoria. La donna di Covalschi, l’ultima lettera qualche settimana dopo la partenza per il fronte. Una grafia tanto rozza nel manifestare preoccupazione per l’evoluzione della guerra quanto esatta e precisa nel formulare il più definitivo degli addii.
Grühl torna seduto. Guarda il cadavere. Sembra voler ultimare la fuga sprofondando ulteriormente nel fango. Che pena. E che pena quei tentativi d’autoassolversi. Ha ucciso un uomo, un prigioniero, un prigioniero da scambiare con qualche camerata catturato dal nemico. Qualcun altro pagherà non tanto l’ordine disatteso e neppure l’assassinio di un partigiano, quanto un banale errore di valutazione. Ma perché quella pena? Non è una domanda se non hai tempo di rispondere: oltre il sentiero, dietro ai cipressi, l’ombra si sposta veloce. Grühl si solleva. Ecco i latrati. L’occasione persa e l’obbligo, adesso, soltanto l’obbligo di proseguire. Tanto le bestie, come sempre, finiranno quel lavoro andato a male.

Estremità, 8 dicembre 1999, ore 8.43
La donna giace supina nel letto. Si gira su un fianco. Ancora nuda, è stata appena attraversata da un uomo. Al di là del sonno e dell’amplesso o in un amplesso che è già sonno, non è che la pistola fumante: manca forse il delitto, certamente il colpevole.
L’uomo la guarda, sospira. Ma non è stato lui, è vestito di tutto punto, si direbbe più un amico appena giunto per il soccorso. A guardarla da qui, pensa, a guardarla da qui sembra ancora integra. Persino pulita. Ma la sente, la sente ancora calda, in un certo senso aspra; e così, un po’ per timore un po’ per rispetto per il piacere (o il dispiacere) altrui, evita di pensarsi nei panni dell’altro uomo che è stato lì, in quello che è pur sempre il suo letto, prima di lui.
Chiede se è tutto ok. Lei si riscuote. Miagola. Un miagolio mutuato dal pesce rosso anziché dal gatto. Allunga una gamba e all’estremità della gamba spunta una cosa piccola e strana, si direbbe un piede, bianco sul collo e color della pelle solo sulla pianta, un minuscolo piede che lei muove su e giù come per annuire. Lui lo afferra (rude solo nelle intenzioni), lo accarezza piano, dal collo fin dove inizia la caviglia, con la tensione di chi cerca di restare sul più cauto terreno di una tenerezza ottusa e ostinata.
Poi l’uomo guarda tra le cosce. Si maledice. Intuisce che lei vibra ancora, per intero, di una sensualità materica che si attiva e si protrae in seguito, come per quelle femmine che dopo l’accoppiamento appaiono persino più sensuali. Lei è una parte, pensa l’uomo, una parte per il tutto, come lo è quello stare lì insieme e come lo è quell’incontro, in quel momento; come lo era il cubo nero sull’altro lato del letto, il mio lato del letto. Il cubo che adesso è sparito.
Questa è l’ultima volta, pensa ancora l’uomo, ma dice: vorrei abbracciarti. La donna adesso è sveglia, di colpo si è fatta fresca, lucida, ha un ulteriore istante di intimo sudore che le bagna la schiena e le si asciuga addosso. Sorride in un profumo di palpebre bagnate. Lui si interroga. Se ti avessi conosciuta ora non guarderei dove sto guardando, non avrei il coraggio di guardarti intera. Guarderei invece le estremità, gli estremi confini dei nostri mondi, i punti in cui il tuo corpo finisce e inizia ad adoperarsi per quelli altrui. Dita, falangi, polpastrelli, unghie, guarderei loro ma dall’interno della nostra comune voliera, dove in fondo restiamo sempre io e te, e a queste estremità, a loro – non a te – chiederei chi sei. Inizia tutto da lì, da dove finisce un corpo e inizia il suo cominciare per gli altri, o almeno immagino, cosa vuoi che ne sappia. Non sopporterei quello che sopporto, se conoscessi la risposta.
Lei continua a sorridere, adesso al mondo fuori, e sotto il letto un piccolo calzino non visto, più da bambino che da uomo, sa di non appartenere più a nessuno.

Cattedrale, 8 dicembre 1999 ore 07.01
Fottono, urlano, vengono, dormono. E poi daccapo. L’intermittenza è la loro unità di misura, da tre mesi hanno ripreso a imprimere le loro voci all’interno di quella gabbia senza uova che è la loro intensità. Fermo adora quando il sesso di lei, una piccola noce, acconsente a farsi attraversare offrendo la polpa più intima e più tenera. Gli piace passarle le dita dall’interno delle cosce fino a dentro e guardarla sciogliersi gradualmente in un sorriso che diventa pieno, come avesse in bocca una felicità irradiata però da altrove. Lo stesso è per Lucia quando Fermo sulle prime le cresce tra le mani. Il confine più estremo del corpo di lui coincide col suo intero. In questo incrocio tutto sembra provenire da un’epoca anteriore alle epoche. A volte, entrambi la percepiscono anche come un’epoca successiva, come cosa che addirittura può, di tanto in tanto, sopravvivere alla somma di due individui. Fermo dice: io so come si è felici da soli, lo so, l’ho sempre saputo, quello che non so è come si possa avere accesso a tutta questa gioia, non solo alla felicità, senza di te. Stringe Lucia tra le lenzuola. Sul soffitto le macchioline giallastre si sono fatte più scure. Lucia a volte si commuove. Per quei momenti, per tutte le volte che ne è fuggita. Cosa mi prendeva, sussurra, cosa. Fermo stringe più forte. Le macchioline scure si fanno più dense. Cosa mi prendeva, dice Lucia. Anche Fermo piange. L’abbraccia forte. Le macchie restano piccole, scure e gocciolano però regolari, lentamente, sul letto.
Un giorno Fermo trova Lucia addormentata accanto al cubo nero. Si avvicina piano. Sul soffitto non c’è più traccia delle macchie. Lui allunga la mano, piano. Vuole toccare e percepire la consistenza del cubo. Lucia si riscuote dal sonno, sembra svegliarsi, invece si gira tra le lenzuola e abbraccia il cubo. Fermo indietreggia. La bambina e il suo nuovo peluche.
Nelle settimane successive le cose peggiorano. Lucia dice che non vuol più dormire con lui. Nega la presenza del cubo nero. Ma il cubo è sempre sul letto, dal lato di Fermo. Litigano. Un logorio senza annullamento. Non finisce più. Non finisce mai, pensa Fermo, può iniziare sempre daccapo ma non finisce mai.
Nella notte tra il sette e l’otto dicembre, stanco di dormire sul divano, Fermo esce da casa deciso a non farvi più ritorno. Per diverse ore cammina senza meta per le strade della città. Il gelo, la neve sporca di carburante, gas e pneumatici ammassata sui bordi dei marciapiedi. A pensarci bene, il cubo sembra la manifestazione materiale di un desiderio, più uno squarcio nel tessuto apparentemente continuo della realtà che un vero e proprio corpo solido. Ma tutti i corpi solidi, conclude Fermo, non sono che ipotesi di un’altra realtà, dunque irrimediabilmente degli squarci. Continua a camminare. Un uomo spala la neve. Un barbone vomita in un cassonetto nel quale continuerà imperterrito a cercare degli avanzi di cibo. Cani randagi inseguono scie di sangue presenti solo al loro olfatto. Una coppia di ragazzini si abbraccia e appare anch’essa solo uno squarcio, un’ipotesi. Quanto inutile sforzo. Quanto poco spirito e quanta poca coscienza in questi slanci di intensità pura.
È mattino presto quando, senza neppure accorgersene, Fermo si trova davanti alla Cattedrale di San Giorgio. Il sagrato è ancora coperto dalla neve. Solo le orme dei fedeli fanno pensare che dentro ci sia una funzione in corso. Fermo alza la testa, chiude gli occhi. Immagina di essere cieco, immagina di osservare la facciata della cattedrale come farebbe un cieco. Respira ancora l’aria gelida, la trattiene nei polmoni, poi entra.
Padre Hamilton Fucile, un vecchio prete di origine portoghese con le basette fulve e pelose, prosegue la sua omelia. Fermo resta in piedi in fondo alla navata centrale, ascolta col naso all’insù, verso il candeliere di ossa. Il prete ha gli occhi infuocati, le braccia spalancate verso i fedeli tra i banchi. Dice, con voce bassa, accaldata: dove sei, mio Signore, è la vostra domanda. Io vi dico, fratelli: Egli è nella vostra domanda posta in forma d’affermazione. Egli è in Dove sei, mio Signore, e nella nostalgia per la risposta; in ogni istante in cui Egli ha fecondato il mondo e il mondo ha rimandato indietro il Suo seme. Non altrove, purché ci sia sempre un Altrove. Nel centesimo nome, fratelli, perché Egli ignora i precedenti. Nel passato che nessuno, neppure Lui, può cambiare: ma sempre nella Storia. Non nella speranza, fratelli, ma nella preghiera di chi spera. Preghiamo. E così dicendo, padre Hamilton Fucile tace, preparandosi all’eucarestia.
Fermo guarda per l’ultima volta il candeliere e l’altare, l’ammasso di teschi e ossa che sembrano deposti da un vecchio e ormai ammainato Jolly Roger. Poi, sentendosi osservato da quello che potrebbe essere un nano, si mette a guardare fuori, attraverso le vetrate. Deve aver ripreso a nevicare. L’esterno dell’edificio, i pinnacoli e le guglie, tutto è bianco e ogni cosa adesso sembra svilupparsi verso l’alto: l’imposizione delle mani di padre Fucile, il tono improvvisamente acuto della sua voce, i fedeli che si alzano per cantare, ancora le guglie e i pinnacoli, poi l’immagine di un cane su due zampe appena fuori dalla cattedrale e infine lo stesso Fermo, da bambino, in piedi sulla sedia a recitare la preghiera per il pranzo di Natale. E così nella chiesa scende il silenzio tipico dell’atto con cui il divino si fa mortale. Senza smettere di pregare, senza neppure sapere che lo sta facendo, Fermo sente una strana pace possederlo, uno strano sapore che si diffonde prima in bocca e poi nel petto, lo stesso sapore di una noce piccola, di colpo conosciuta e ignota insieme, il tuorlo di un piccolo e innocuo uovo, il cuore vero della donna che Fermo dice di amare e che dice di amarlo a sua volta. Ed ecco ancora il mistero di essere vivo, imprigionato nel tempo come la primitiva zanzara nell’ambra. In egual misura Fermo è commosso, in egual misura vorrebbe avere tra le mani un candelotto di dinamite per accenderlo e tenerlo tra le labbra, proprio come il sigaro del banconista di quel caffè in cui una volta ha avvertito, densa e precisa, l’esatta consistenza del terrore.

La voliera, 8 dicembre 2043 ore 20.59
La pena, l’affetto. Questi non sono che i trucchi, gli strati della cipolla. Al petto, alla gemma incastonata al centro della gabbia toracica, non si arriva che per interposta persona. Qualcuna crede di riuscirci ancora. Così anche la giovane dai tratti orientali con cui Fermo è a pranzo in un ristorante dalle sale ampie, illuminate da imponenti lampadari in stile liberty, ricostruito dopo la guerra. Fermo sta raccontando una storia riportata nel libro scritto da un vecchio amico. Due innamorati si rivedono dopo qualche tempo, fanno una passeggiata, vanno al cinema, mangiano qualcosa insieme chiacchierando amichevolmente, e insomma tutto va per il verso giusto almeno finché, finiti mezzi nudi nell’appartamento dell’uno o dell’altra, non viene fuori un piccolo e ributtante animale scambiato come un preziosissimo dono tra i due.
Non ricordo se era un topo o un serpente, ma comunque è sempre così che va a finire, scherza Fermo. La ragazza sorride, non dice niente. Alla fine del pranzo dice che potrebbero andare a prendere una cioccolata calda in un posto non molto lontano da lì. Fermo, sia pur con contegno, si lascia andare a una piccola smorfia, dice che non può camminare più di tanto e che i dolci gli fanno male. Lei si scusa, dice che non ci aveva pensato, posa imbarazzata una mano su quella di Fermo. È allora che lui la guarda con gli occhi di chi è ancora presente a se stesso giusto per una singolare triangolazione di caso, volontà altrui e – seppure in minima parte – determinazione personale. È allora che Fermo potrebbe addirittura schiacciare la ragazza con tutto il peso di un’esperienza umana che con estrema dignità arriva a trascurare se stessa pur di non gettare in faccia agli altri il dolore che l’avvelena: ma non lo fa, limitandosi invece a socchiudere gli occhi. La commozione dei vecchi è un’arma atomica, specie se trattenuta. La ragazza gli stringe la mano tra le sue. Prova a cambiare discorso. Parla di un colloquio di lavoro, di una cosa che ha visto su una rivista, di un posto che le piacerebbe visitare in Francia o in Belgio. Poi dice: posso stare da te, oggi pomeriggio, o anche stanotte, se ti va. Fermo scuote il capo. Scusami, dice lei, non volevo essere… È che mi dispiace se stai da solo. Fermo scuote ancora il capo. D’accordo, scusami, dice la ragazza tirandosi indietro sulla sedia.
Più tardi, fuori dal ristorante, lo osserva mentre si accomoda piano in auto, mette in moto e riparte. La macchina si allontana sul viale alberato fino a sparire dietro una curva. La ragazza porta le mani a coppa vicino alle labbra. Ci soffia dentro. Il suo fiato che si condensa, poi ancora il freddo. Tira fuori i guanti dalle tasche, finalmente li infila. Voleva tenere le sue mani nude in quelle di Fermo il più a lungo possibile. Le amiche direbbero: è un vecchio. Lei risponderebbe: ha sofferto, è gentile.
Appena richiusa la porta del suo appartamento alle spalle, Fermo sfila i guanti, li lascia sul mobile. Accende la luce nel soggiorno. Lancia un’occhiata verso il soffitto. Una vecchia abitudine che proviene da un altro tempo, da altre stanze. Toglie il cappotto, va in cucina. Sul tavolo c’è un libro aperto. Si mette a leggere. Fantasmi di altri fantasmi. Ogni tanto si ferma, fissa un punto inutile nella stanza. Poi torna sulle pagine. Così per un’oretta. Di tanto in tanto pensa a suo nonno, quando si sistemava di lato alla televisione e si limitava ad ascoltarla come se fosse una radio. Gli prende un sonno. Si guarda le mani. Ha gli occhi umidi. Raccoglie in una lunga fila tutti gli uomini che ha conosciuto per interposta persona, poi li fa sparire. Si alza, va in camera da letto.
Una preghiera o un mormorio seduto sulle lenzuola prima di infilarsi sotto le coperte. Disteso, apre il cassetto del comodino, controlla che la gemma sia al suo posto, lo richiude. Spegne la piccola lampada. Si addormenta. Sogna un cigolio, il cigolio fuori dal sogno lo sveglia. Sussurra qualcosa, richiude gli occhi. Ancora il cigolio nel sogno, il sogno di un uovo, ancora il cigolio fuori dal sogno. Su, ti prego, dormiamo, dice Fermo, prima di ripiombare nel sogno. Un grande uovo di ghiaccio la cui superficie si increspa lentamente disegnando una linea spezzata, a zigzag. Il sogno adesso è muto. Una mano femminile frantuma del tutto l’involucro dall’interno. Ancora il cigolio. Fermo spalanca gli occhi, si sporge dal letto. Accende la lampada. Guarda in alto, verso la grande gabbia appesa sul soffitto. Una mano con la pelle avvizzita, sul dorso piccole macchie che sembrano di rosolio, si sporge tra le sbarre mostrando il dito medio. Ho sonno, Lucia, dice il vecchio, cerca di non fare casino lassù; poi spegne la luce e si gira dall’altra parte.

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