Storie

La lingua fascista

25-aprile-red

Il 25 aprile di diversi anni fa ho avuto il piacere e la fortuna di trovarmi a cena con Ludovico e Arturo Brachini. Diversi anni fa: quando passa tanto tempo da un certo fatto, la sensazione è che quel fatto sia avvenuto in un universo parallelo.

Ad ogni modo, all’epoca i due cugini scrittori non erano ancora troppo noti al grande pubblico. Ludovico era ancora tutto preso dal suo lavoro di oncologo e scriveva raccontini pseudofilosofici per riviste cosiddette underground – e da qui la definizione di ontologo. Da parte sua, Arturo era perso invece nel tentativo di gettar fuori da se stesso la scrittura, nient’altro che la scrittura, lasciando dentro lo scrittore – insomma, aveva già licenziato tre o quattro libri sotto improbabili pseudonimi come Nero Desideri, Aristide Bamba e M. Montanaro.

Il locale in cui ci portò Ludovico si chiamava La Tessitura, un ristorante sbarra pizzeria illuminato premeditatamente bene, nel senso che a vederlo dall’ingresso pareva la sublime scena di una tragedia greca, con queste luci che scendevano sottili dall’alto a rimembrare la caducità dell’esperienza umana – cioè del cliente; mentre una volta seduti diveniva subito chiaro come fosse praticamente impossibile, in quella penombra, guardare in faccia i propri commensali o quello che avevi nel piatto. Inoltre, la posizione dei faretti di caldo lucore finiva con l’illuminare dal basso i camerieri, una volta che quelli venivano al tavolo, dandogli una statura di divinità indistrutte e provvisorie.

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Le storie degli altri

Siberia, Siberia

una questione privataAllora il vecchio diede una voce alla sua donna, tolse il paletto ed entrarono. Ma non ci fu tutta la buona roba assicurata da Meo, anzi mangiarono da porci, non c’era che polenta e cavoli freddi e una manciata di nocciole. E toccò mangiare quella miseria sotto gli occhi fissi del vecchio. Li sorvegliava, si lisciava continuamente i baffoni bianchi e diceva ogni tanto una parola, una parola sola. “Siberia”. Era il suo intercalare. “Siberia, siberia”. Giorgio non toccò la polenta e tanto meno i cavoli, mangiò una dozzina di nocciole che masticate in fretta e con rabbia gli rimasero sullo stomaco. Disse poi che se le sentiva come tante pietruzze disseminate lungo l’esofago. Quando finalmente uscirono da quella casa disgraziata e si inerpicarono per rimettersi in cresta, erano appena le nove e la notte era paurosa come un attimo prima dell’alba. Salirono dicendone di tutti i colori a Meo per quella trovata della cena. Il più a posto era ancora Jack, borbottava senza tregua e con voce morbida e quasi allegramente: “Porci fascisti, porci fascisti…”


Beppe Fenoglio | Una questione privata

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