Storie

Il Teatro Grottesco di Thomas Ligotti

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Giuseppe Balestra, The sleep of reason

Abbiamo tutti una serie di incubi-feticcio che ci portiamo appresso da quando eravamo bambini: l’ombra notturna originata dal disordinato ammassarsi di vestiti nella nostra stanza; il pupazzo di neve o latte, in ogni caso gigante, di un vecchio cartone animato; e perché no, l’imbattibile villain di fine livello di un ormai dimenticato videogioco.
Non tutti, però, continuiamo da adulti a dar forma a questi spaventi, a coltivarli. Cosa che fa invece con caparbia e scientifica accuratezza uno scrittore come Thomas Ligotti nel suo Teatro grottesco, raccolta di tredici racconti pubblicata in Italia da Il Saggiatore (e tradotta da Luca Fusari).
Diviso in tre parti, il libro si presenta subito come un graduale sprofondamento in una palude di «ciarpame e insensatezza»; la voce che racconta è quella tipica di un autore che sta dall’altra parte e da lì trasfigura ciò che vede in una materia che, pur apparendo inizialmente prossima e familiare, pian piano si fa ostile, «guasta e deforme». Ma andiamo con ordine.

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True Detective: il piano sequenza

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Di quest’epoca ricorderemo, tra le tante cretinerie, la sterile diatriba libri vs resto del mondo della creazione. Ad esempio: scrittori e lettori che si stracciano vesti e capelli in quel delirio, del tutto autoimmune, che li fa disperare di fronte alla bellezza di serie tv e videogiochi. Come se davvero la lettura non possa convivere serenamente con la fruizione di altri tipi di artefatti culturali.
Ne rideremo.
In fondo, quello che cerchiamo in una buona serie tv non è lo stesso che possiamo continuare a trovare in un buon libro? E viceversa? Non sono forse esperienze che si completano l’una con l’altra?

Non sono un esperto di serie tv, ma qualche tempo fa ho visto la prima stagione di True Detective. Mi è piaciuta tanto, nonostante i buchi di sceneggiatura grossi come crateri lunari e il pittoresco finale. E mi è piaciuta perché in fondo completava altre suggestioni, altri immaginari, non a caso provenienti da letture fatte in precedenza — soprattutto i Detective e 2666 di Roberto Bolaño (senza dimenticare le esplicite citazioni per Chambers, Bierce, Poe, Lovecraft, Borges, ecc.).

Un esempio (inverso) che faccio spesso a riguardo è questo: ho giocato a Monkey Island molto prima di leggere L’isola del tesoro. Senza il primo, che è un vecchissimo e storico videogioco degli anni ’90, probabilmente non avrei apprezzato il romanzo di Stevenson (e altri romanzi di mare). Le cose si tengono tra loro, si completano.

Quand’è, però, che le distinzioni tra un medium e l’altro continuano a tenere? Quando la letteratura fa cose che una serie tv o un film non possono fare, e viceversa. Questioni legate al mezzo espressivo, ovvio. E allora, certamente la bellezza di True Detective diventa inarrivabile quando fa una cosa del genere: il celebre piano sequenza di sei minuti del quarto episodio.
Buona visione, è il caso di dire.

 

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