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Fare Malesangue, Storie

Il vapore e la ruggine

Il vapore è la ruggine – 99 note in calce a un testo inesistente è il mio nuovo libro. È lungo 111 pagine, ed è uscito il 16 gennaio 2018. Lo pubblica LietoColle.

Sul suo sito, l’editore lo racconta così:

C’è del valore aggiunto nella scelta di Montanaro, quando usa i piè di pagina per costruire 99 narrazioni con la complicità di chi legge, obbligato – ciascun lettore con la propria storia e proprio malgrado – ad architetture capaci di sorreggere l’inesistenza testuale con il solo indizio della direzione assunta dall’autore, direzione spesso stravagante ma, davvero, mai banale, quasi fosse impegnato, anche per circostanza (quasi) numerologica, a strutturare note ai 100 testi di Centuria, cento piccoli romanzi fiume, straordinaria opera di Giorgio Manganelli mai sufficientemente divulgata.

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Storie

L’enigma di Luke Skywalker

Caro Mark (caro Luke), forse non lo sai ma c’è un terrestre, uno di questa galassia, che ha scritto che “il maestro è nell’anima, e nell’anima per sempre resterà”. Perché se non c’è un maestro, aggiungo io, non c’è anima. Avere un maestro è, credo, quello che più mi è mancato in questi anni.

Cos’è un maestro, in fondo? Yoda, il tuo maestro, dice che un maestro è il terreno su cui crescono gli allievi, e che quel terreno è costellato di fallimenti. Questo è il fardello del maestro, di ogni maestro, dice Yoda. Ancora una volta mi permetto di aggiungere: il maestro è chi insegna senza che tu neppure te ne accorga – ma questa, lo so, è un’arte ancora più raffinata, che appartiene a davvero pochi individui in giro per la galassia.

Tu, caro Mark – mi rivolgo a te in quanto Hamill, ma anche in quanto Luke Skywalker – di maestri ne hai avuti due. Se non bastasse Yoda, per te c’è stato anche Obi-Wan. Entrambi ti hanno dato anima, dunque intelligenza; poi è arrivato tuo padre, che si è ritrovato a insegnare in punto di morte – per quanto il suo esempio sia stato equivocato, tanto da tuo cognato Han quanto da suo figlio Ben: ma in fondo l’equivoco è naturale per ogni storia che col tempo avvampa in leggenda, mito, epica.

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Storie

Senza fretta, Alessandro

Col mare mi sono fatto una bara di freschezza.
Giuseppe Ungaretti

Sono stato a Taranto al funerale di Alessandro Leogrande. Ci sono stato perché conoscevo Alessandro, per il suo lavoro, per le sue parole, per quelle di suo padre. Ci sono andato con lo stato d’animo del cacciatore, di chi cerca qualcosa, probabilmente per scriverne.

Quando ho saputo della morte di Alessandro Leogrande l’ho subito messa in relazione con quella di Guglielmo Minervini. Incredulità mista a un senso di ingiustizia. Le menti migliori di questa terra: lo abbiamo pensato tutti.

E così a Taranto sono andato, la mattina del 2 dicembre 2017, con un orologio fermo al polso. Non so se l’assenza di tempo faccia scattare un’ora immortale, se sia in qualche modo un rimando concreto all’eternità. Comunque in via Lucania, dove abita la famiglia di Alessandro, sono arrivato in anticipo; il feretro però era già in chiesa. Allora mi sono fermato a leggere i manifesti sulla cancellata del vialetto d’ingresso del palazzo. C’era quello di Roberto Saviano, tra gli altri. Accanto a me si fermava altra gente, uno o due alla volta prima di andar via in silenzio, qualcuno sbuffando e scuotendo la testa per lo sconforto. Poi dal nulla è comparsa un’ape. Mi ha sfiorato il naso e ha fatto per attaccarsi in testa. D’istinto l’ho scacciata, mi sono guardato intorno. Il cielo bianco, venato di grigio ma senza pioggia, i condomìni, le foglie morte per terra, più distante un edificio di pietra, semidiroccato. Cercavo di indovinare lo sguardo di Alessandro quando lasciava la sua palazzina e metteva piede per le strade di Taranto al mattino, magari prima d’andare a scuola, ai tempi del liceo. Cercavo di guardare Taranto coi suoi occhi.

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Storie

Black Friday, o della reputazione

Per sopravvivere svolgo otto lavori diversi per otto committenti diversi. Attenzione: non quattro mansioni per lo stesso datore di lavoro come mi è capitato in passato, ma otto diversi lavori per otto persone o organizzazioni diverse. Il che, oltre ad avere effetti devastanti sulla mia psiche, presuppone l’obbligo di stabilire degli equilibri (di tempo, di pagamenti) pressoché perfetti. Quando saltano questi equilibri le cose diventano davvero difficili, per la qualità della mia vita e per quella del lavoro. E se saltano questi equilibri, spesso è perché a loro volta i miei committenti non se la passano benissimo. Questo configura una situazione generale tutt’altro che felice, se non addirittura una bolla.

Dico sopravvivere e non vivere dignitosamente perché vivere dignitosamente è un’altra cosa. Non sguazzo nella miseria, questo no. Diciamo che guadagno abbastanza per continuare a essere un buon consumatore, ma non un cittadino che può permettersi di essere libero e indipendente. Questo è un problema non solo per la mia vita, quanto per quella del contesto in cui vivo, dunque per tutti. Perché non sono il solo a vivere in questo modo. Chi vive in questo modo prima o poi diventa una persona, un elettore, un contribuente peggiore, a volte xenofobo, altre razzista, altre semplicemente confuso o risentito.

Non uso quasi mai questo blog i o i social per raccontare gli affari miei. E neppure questo è solo un fatto personale: questa è una vicenda pubblica. Il problema è che i miei colleghi… Un attimo, chi sono i miei colleghi? Poniamo: liberi professionisti, lavoratori in nero e dipendenti di piccole agenzie o editori che si vendono come colossi della comunicazione o dell’editoria, i quali si avvalgono spesso di forme contrattuali quantomeno bizzarre. Ci metto anche qualche piccolo imprenditore (ahimè sono costretto a fare differenza tra imprenditori e editori, perché questi ultimi spesso faticano a pensarsi come imprenditori, con tutti i danni che ne conseguono).

Bene, proseguiamo: il problema è che tra colleghi questa situazione è non dichiarata se non quando si arriva alla canna del gas (sempre che si riescano pagare, le bollette del gas). Al massimo c’è dell’auto/ironia sui social, o dei discorsoni intellettuali relegati in libri letti da tre persone. Perché? Be’, perché la reputazione è tutto. Del resto, chi mai vorrebbe lavorare con uno che vive in queste condizioni?

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Fare Malesangue, Storie

Viviamo nel mondo cantato dagli Arcade Fire

Molte delle cose scritte e pubblicate negli ultimi mesi su Malesangue puntavano dritte verso un punto, e cioè il lungo articolo sulla storia degli Arcade Fire che esce oggi su minima&moralia. Credo che pochi gruppi siano riusciti, negli ultimi quindici anni, a dare sostanza a una propria poetica come hanno fatto gli Arcade Fire. Una poetica che aveva dell’epica e riusciva a trascendere l’ironia e il cinismo del mondo da cui i canadesi (e molti di noi con loro) venivano fuori.

“Cantando l’attesa, gli Arcade Fire compivano quello che è sempre un atto tanto cospiratorio quanto religioso, rivolto cioè alla rivelazione del sacro, del divino: poco importa, quando attendi, che l’Evento atteso sia l’avvento del Messia o degli alieni, la Rivoluzione, la Terza Guerra Mondiale o lo schiudersi e fiorire di corpi per lungo tempo chiusi in corpi.”

Ci ho messo un po’ a scrivere quest’articolo, e magari lo riscriverò ancora in futuro. Per il momento si può leggere qui. Buona lettura.

 

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Storie

Sylvia, senza Sylvia

Sarebbe stato facile, lasciare Sylvia. Fosse stato difficile, forse l’avrei fatto.

È davvero breve, 129 pagine appena, il viaggio che il lettore compie con Leonard Michaels e la sua prima moglie Sylvia Bloch nell’appassionato memoir Sylvia (Adelphi, 2016, traduzione di Vincenzo Vergiani). Così breve che alla fine, pur toccati dal racconto, resta il sospetto che manchi qualcosa.

L’opera si apre all’inizio degli anni ’60: il giovane Leonard si è appena laureato e non sa bene cosa fare della sua vita – a parte una vaga idea di scrivere – perciò è entusiasta, aperto a ogni possibilità.

Leggevo assiduamente. Mi tenevo in contatto con la mia specie.

Nelle prime pagine il tono è quasi quello del romanzo d’avventura, lo stesso, ottimista, di chi è pronto a lasciarsi riempire dalle occasioni che certamente verranno offerte dalla vita adulta. Quasi per caso, dunque, Leonard incontra Sylvia, amica di un’amica, e se ne innamora. All’elemento dell’avventura si aggiunge quello della perturbazione, per quanto ancora leggera.

Sarebbe stata una splendida estate, rigogliosa, profumata. Avevo una ragazza. Nessun dovere. Dovevo solo esistere.

L’altera bellezza di Sylvia – ebrea come il giovane Leonard – è perturbante. Ma lo è anche il mondo che la ragazza si porta appresso: orfana, sembra provenire da un passato di dolore inaccessibile, sconosciuto come il futuro che si appresta a vivere col giovane Michaels.

Cominciò senza un inizio. Facemmo l’amore finché il pomeriggio divenne crepuscolo e il crepuscolo divenne notte fonda.

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Storie

Scrivere o pubblicare? Una storia vera

Qualche giorno fa, al termine di uno dei miei corsi di scrittura, un allievo tra i più validi mi prende in disparte. Mi aspetto che si metta a scherzare su questo o quel fatto buffo accaduto durante l’ultima lezione. Invece no, per un po’ se ne sta zitto a braccia incrociate. A me sembra un ragazzino che attende il colloquio col docente in fila con una mamma invisibile.
Quando l’ultimo compagno di corso è andato, l’allievo si decide a parlare.
“Alla fine come si fa?” chiede, guardandomi negli occhi.
“Come si fa cosa?” controdomando io.
“A scrivere. A pubblicare.”
Ecco il genitore invisibile, mi dico. Anzi, non c’è dubbio che sia lui, con le sue aspettative di adulto pragmatico, forse addirittura cinico, a parlare in vece del mio allievo. Rispondo pronto.
“A costo di risultare noiosetto, ripeto quel che ho detto nel corso delle nostre lezioni: scrivere, ti siedi e lo fai, ecco tutto. Quanto a pubblicare…”
Non è per amor di suspense che mi fermo: ma per una fitta allo stomaco. Mi ci sento io, bambino, adesso: un bimbo che di nascosto si è riempito il pancino di tonnellate di brioche industriali mangiate di nascosto. Le quali iniziano subito a farsi sentire laggiù con una serie di ROARRR, GRUNTBLGR, EGNNNGN.
“Quanto a pubblicare” mi forzo allora a dire – ma a quel punto, giuro, ben altro valore educativo avrebbe il dar di stomaco in piena faccia, quella del mio allievo, le mille merendine mangiate colla fantasia – “Sai cosa? Forse dovrei programmare un corso a parte, per questo aspetto della faccenda”.
L’allievo sorride di un mezzo sorriso malevolo, incattivito, della serie rivoglio-indietro-i-miei-soldi: ma il corso appena concluso, questo va detto, era gratuito.
“Allora aspetto quest’altro ciclo di lezioni” dice, ancora più malevolo e pronto ad andar via.
“Aspetta.”
E qui lo sento sbuffare: sarei disposto a vomitarmi sulle scarpe pur di mettere fine a questo dialogo. Invece, chissà perché, riprendo: “Puoi sempre fare un’altra cosa. I migliori sono sempre quelli senza libri, del resto.”
“Senza libri?”
“Certo. Autori senza libri. Che se va bene avranno pubblicato un libro attorno ai vent’anni, precoci e assolutamente non letti, e poi non scrivono più una riga. Al più tengono un corso di scrittura ogni cinque o sei anni. Oppure dirigono una rivista (che chiude nel giro di sei mesi al massimo), fanno editing per qualche misconosciuto editore. Ma soprattutto, sono quelli che si esprimono. Sempre. Su cosa? Su ogni romanzo appena uscito. Sulla qualità di questa o quella traduzione. Sui tic stilistici dei loro non-colleghi (per questi autori senza libri, lo stile è sempre riconducibile a una serie di tic). E intanto vantano tutta una pletora di amicizie – o inimicizie, fa lo stesso – editoriali: parlo ovviamente di altri autori senza libri. In questo modo danno l’impressione di contare qualcosa, di appartenere a chissà quale consorteria o loggia letteraria. Vedrai attorno a loro tutto uno sciame di scrittori emergenti, aspiranti critici, sbandati e badanti editoriali… A un certo punto, data l’attenzione che in un modo o nell’altro saranno riusciti a ottenere, potrebbero persino pubblicare. In qualsiasi momento.”
“E quando pubblicano…?”
Puff!, ecco che il genitore invisibile è scomparso. Riecco invece il mio valoroso allievo dallo sguardo perduto, un bambino che ha appena tirato un sospiro di sollievo alla notizia della bocciatura evitata. Allora, mentre continuo il mio ragionamento, posso iniziare a sbiadire anch’io, a sfumare nel bianco di questo foglio bianco.
“Il fatto” dico riprendendo il tono e soprattutto l’alito consumato da maestro che abbia dimostrato soprattutto a se stesso di possedere ancora un minimo di autorevolezza, “il fatto è che questi autori non pubblicano mai, nemmeno quando potrebbero. Se pubblicassero, passerebbero dall’altra parte. È un paradosso, ciccino mio, ma è tutto qui: scrivere è inutile, forse, ma pubblicare può rivelarsi addirittura fatale”.
Ammutolito, l’allievo mi indica con l’indice, ora senza più la punta così come metà del mio corpo non ha oramai più alcuna consistenza: da quell’indice puntato è iniziata pure la scomparsa del mio allievo.
“Tu” lo sento inorridire quando anche l’intero avambraccio è avvolto dalla scomparsa, “tu sei tra questi! Tu e questo inutile corso di…”
“Non c’è alcun corso” lo interrompo. “Mai tenuto uno in vita mia. Consideralo piuttosto un espediente per buttare giù questo post – uno di quelli in cui tutti, all’inizio, si identificano con me o con te… E poi, quando si passa a parlare degli autori senza libri, finiscono col pensare: ‘Ah, se è vero! Ma per fortuna non sta mica parlando di me!’ Così, tutti contenti e vagamente indignati condividono, condividono e condividono. E ora smamma, dobbiamo sparire del tutto: vorrei stare sotto i due minuti di lettura”.
A quel punto non eravamo che due minuscoli segni neri su un bianco infinito e indolore, e poi neppure quello: neppure quello, amici miei.

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