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Storie

Ghostbusters mentali

Non so in quanti abbiano fatto in tempo a leggerlo, ma oggi su questo blog è apparso un articolo, poi rimosso, che si intitolava Da band a brand: il caso Populous. Partendo da un equivoco poi chiarito – e cioè che il dj e musicista Populous m’avesse bloccato su Facebook dopo che lo avevo taggato in un mio post – buttavo giù una serie di riflessioni d’ordine più generale su cosa significa essere figure pubbliche oggi.

Diciamo che per me quelle riflessioni sono tuttora valide, ancorché in corso d’opera (venivano in parte dalla stesura di un altro articolo), ma per il momento le rimetto tra le bozze. Quello che devo fare ora è scusarmi con Populous per averlo tirato in ballo con estrema leggerezza a partire da una cosa inesistente: è vero che si è trattato di un inghippo tecnico – mai affidarsi troppo a Facebook – ma da parte mia ci ho messo di sicuro molta superficialità. E però, oltre alla superficialità, c’era dell’altro: e cioè i fantasmi.

Al netto della rilevanza assolutamente relativa di tutta questa storia, la cosa che francamente mi preoccupa davvero, oltre al prendere coscienza del fatto che anch’io posso trovarmi in una posizione in cui non vorrei mai essere – quella del superficiale, appunto, che sotto l’effetto di fretta e furia non ragiona abbastanza –, è che la maggior parte dell’articolo era frutto di una mia proiezione. Il fatto in sé non sussisteva, d’accordo, il che può capitare: e capita spesso, probabilmente mille volte al giorno a un sacco di gente che poi fa finta di niente, ma tutta la costruzione che ne è seguita… Be’, forse a me questo tipo di fantasmi fa paura.

L’idea cioè che a partire da una cosa inesistente si possa costruire qualcosa di ancora più inesistente – probabilmente è così che funzionano la letteratura, parte del giornalismo e certamente la vita online, l’ossessione, la paranoia, l’ipocondria e la cronica, puntuale incapacità di arrivare in orario a un appuntamento…

Ma voglio ragionare egoisticamente, non mi importa di quello che fanno gli altri: semplicemente io non voglio essere così. Vanno bene l’intuito, un certo tipo di visioni, la capacità di lasciarsi suggestionare… Ma c’è un limite. Ho bisogno di ghostbusters mentali, forse. E di un dj set di Populous, sicuramente.

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le onde racconto amore
Storie

Le onde. Settembre 2047

24 settembre 2047, pensiero tra le onde
A quanto pare, almeno una cosa è rimasta uguale a prima: l’amore – o almeno il fatto che ci passi tra le mani senza che noi ne sappiamo niente.

7 settembre 2047, diario
Confesso che non me l’aspettavo: è stata lei ad adocchiarmi. Ero lì a vagare tra le onde, ricordo l’immagine di una spiaggia di Malibu, e in sottofondo il jingle di non so quale pubblicità di non so quale marca di cereali. Dev’essere stato allora che lei mi ha percepito e contattato. Ho sentito prima la sua voce, come al solito in questi casi (anche se sarebbe più corretto dire che sono le donne a percepire la mia, di voce, visto che in genere sono io a fare il primo passo), e poi ho visualizzato i suoi occhi e il suo corpo. Ho pensato subito: che botta di fortuna. Lo è stata, in effetti: Greta è una splendida settantenne, e dopo un paio d’ore che ci percepivamo stavamo già facendo l’amore.

11 settembre 2047, diario
Mi è venuto in mente solo dopo qualche giorno: anche mia nonna si chiamava Greta. E ovviamente, mentre lo pensavo lei lo sentiva già. Ho percepito il suo sorriso, ma credo avesse sonno, più che altro. Mi prende in giro, mi chiama ragazzino per via della differenza d’età. Anche se un tempo, dice Greta, un sessantenne che va con una settantenne non sarebbe stato poi così insolito. Non lo è neanche ora, ho detto io. E lei: allora cos’è insolito oggi, secondo te?

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Come funziona L’ardore

Uno spin-off dalla Città dai Giovani, a metà tra un blog e una serie tv su Netflix. Comincia oggi.

L'ardore

come-funziona-ardore_citta-giovaniNella Città dei Giovani non si fa che litigare, specie sui social. La rissa è continua, ma non mancano i colpi di scena a sfondo sentimentale come in una soap latinoamericana.

Io che pure coi social e col web ci lavoro, non mi sento a mio agio laggiù. Credo che in questo momento sia necessario un piccolo passo indietro, un filtro che protegga me (e chi prova il mio stesso disagio) dalla sciatteria e dalla violenza verbale, dall’idea che tutto sia livellato verso il peggio: non solo nei contenuti – che forse allo stato attuale, semplicemente, latitano – quanto nei modi.

Non sono un luddista, insomma, e neppure un nostalgico: ma un po’ rimpiango un certo periodo – diciamo tra il 2008 e il 2010 – quando un paio di blog riuscivano a sollevare questioni importanti senza che si finisse costantemente a insultarsi. Certo, anche allora…

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Incasinarsi al VIVA Festival

Un lungomare senza il mare
Altissimo, gambette infinite e busto striminzito: da vicino Ghali ricorda un po’ Pippo. Lo incontro il 19 agosto al VIVA Festival di Locorotondo, nell’area del backstage destinata agli artisti coi camerini ricavati tra i trulli delle Tenute Cardone. In teoria il mio braccialetto bianco da guest non mi permetterebbe neppure di stare qui, ma dopo i live di Ghali e di Madlib gli schemi sono decisamente saltati.

Per prima cosa gli faccio i complimenti per lo show. Ghali sorride, stringe forte la mia mano. Indossa una t-shirt scura su dei pantaloni rosa di tuta acetata, ovviamente Adidas. Senza smettere di sorridere (e senza lasciare la mia mano) risponde alle mie domande, piuttosto innocue, sul concerto e sul pubblico di bambini e adolescenti che in migliaia sono venuti a Locorotondo solo per lui. A me Ghali sembra un ragazzino a sua volta – persino troppo educato, se vogliamo – e tra l’altro è chiaro che non vede l’ora di tornare di là a mettere dischi nell’area guest coi suoi amici. Allora, consapevole pure della sua allergia alle interviste – e temendo che possa sospettare che stia scroccandogliene una – faccio un’ultima domanda, vagamente turistica, sulla Puglia.

La Puglia di Madonna a Borgo Egnazia, della Taranta, di Solange e Iggy Pop al Medimex, degli altri grandi festival degli ultimi quindici anni e adesso del VIVA, che sempre qui, a Locorotondo, va ad affiancarsi al Locus (quest’anno con ospiti come Benjamin Clementine, Bonobo e Jonny Greenwood tra gli altri) – eri già stato qui, Ghali?, che te ne pare?

La risposta non l’ascolto neppure, distratto da una scenetta che prende vita qualche metro più in là. Vicino all’ingresso di uno dei trullocamerini un fan napoletano piuttosto eccitato sta molestando Madlib, in via del tutto teorica l’headliner della serata. “Tu si’ ‘o king, Madlib, tu si’ ‘o king!” ripete eccitato il fan, mentre il monumento vivente della black music americana, occhiali scuri e bicchiere di bianco in mano, si limita ad annuire pressoché inerme. Più tardi ci penserà Carlo Pastore a trarlo in salvo. A me intanto non resta che salutare Ghali. Ma prima, nemmeno m’avesse domandato una sigaretta, gli chiedo conferma della sua età. “Ventiquattro”, risponde, sorridendomi per l’ultima volta. “In bocca al lupo”, dico io, e lui finalmente lascia andare la mia mano. Ha la pelle liscia, secca, di quelle pulite, che non sudano mai.

Sopra le nostre teste, nella notte della campagna della Valle d’Itria, si staglia immobile il lungomare di Locorotondo con le facciate immacolate delle cummerse. E così, mentre vado verso il parcheggio, mi chiedo se Ghali e la sua crew hanno trovato la risposta a quella domanda che tutti gli stranieri, prima o dopo, si pongono quando mettono piede a Locorotondo: ok, meraviglioso il lungomare, ma il mare dov’è? Continua a leggere

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Zibaldone estivo: samizdat e tamizdat

«Il carattere si forma la domenica pomeriggio.»

I
Di solito luglio è il mese in cui, su questo blog, si danno consigli di lettura estivi. Quest’anno no, non ne ho voglia, prima di tutto perché in questi mesi è cambiato il mio modo di leggere, e poi perché da queste parti fa troppo caldo persino per starsene stravaccati a leggere a due passi dal mare.
È un’estate di faùgna continua, martellante, questa. Se vi state chiedendo cos’è la faùgna, tempo fa ne ho dato una definizione sul mio profilo Facebook.

“Quanto ai giorni della faùgna: quaggiù sono quelli più caldi e terribili dell’anno. Giorni appiccicosi, in cui tu sei matto, gli altri pure, ed è da matti non esser matti. Giorni in cui tutto è stanco e incollato alla terraferma, degradato alla condizione del mero respiro, in cui niente – niente di niente di niente – vale la pena davvero. Giorni in cui stai nell’angolo a sbiadire il muro col salmastro, mani in mano disposto a uccidere pur di arrivare a sera in stato ancora solido, cuore gambe e cervella ancora intatti, mica putrefatti dall’inedia, dal bollore dello spirito incancrenito in corpo […].”

II
Dicevo del mutare delle mie abitudini di lettura. Negli ultimi anni ho letto tantissimo, troppo, anche perché ho lavorato più da vicino coi libri e quindi mi sono dovuto bere un sacco di letteratura contemporanea, cioè opere di autori vivi e in costante promozione. Ma la verità era che volevo imparare una lingua nuova, appunto quella letteraria. Per me la letteratura è questo: un linguaggio, dunque una tecnologia (d’accordo, lingua e linguaggio non sono la stessa cosa, ma non è questa la sede più adatta per questo genere di distinzioni).

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Contrada Tripoli Arrivederci su Tatooine - Un reportage sulla tendopoli di Manduria
Fare Malesangue, Storie

Contrada Tripoli 2011-17. Arrivederci su Tatooine

Nel marzo 2011, tra le provincie di Brindisi e Taranto fu messa in piedi la cosiddetta Tendopoli di Manduria: si trattava di un non meglio specificato Centro di Accoglienza e Identificazione che avrebbe poi ospitato, per tutta quella primavera, migliaia di migranti (per lo più tunisini sbarcati a Lampedusa dalla Libia).

Qualche mese fa io e il fotografo Gabriele Fanelli siamo tornati nell’area militare – ironia della sorte, ubicata in una contrada chiamata proprio “Tripoli” – dove fu improvvisato il campo, per vedere cosa resta di quell’esperienza.

Ne è venuto fuori un reportage piuttosto onirico pubblicato oggi su minima&moralia. Buona lettura.

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Fantozzi e la sindrome della Corazzata Potëmkin
Storie

Fantozzi e la sindrome della Corazzata Potëmkin

Di fatto non si capisce, in questa scia di commemorazioni, se Fantozzi abbia più messo alla berlina con incredibile ferocia la mediocrità italica, o se al contrario l’abbia giustificata, moltiplicandola all’infinito – se, cioè, la maschera fantozziana abbia avuto o meno funzione autoassolutoria per la maggior parte del pubblico (autoassoluzione poi degenerata del tutto con cinepanettoni e gigieandreate varie da un lato, e nannimorettismi da un altro).

Una cosa è certa: la sindrome della Corazzata Potëmkin, ovvero la prigionia della cosiddetta cultura alta, del guilty pleasure difficilmente confessabile in pubblico, è ancora viva per molti intellettuali italiani; ancora oggi, molti di questi intellettuali, ricordando la maschera di Fantozzi, si sentono in dovere (non avendone forse neppure il diritto) di dare una lettura vagamente di sinistra e certamente colta, impegnata, insomma alta, dell’arte di Paolo Villaggio, che era un’arte – per quel che riguardava il cinema soprattutto – nazionalpopolare, tutta istinto e effetto (nonché un classico: nel senso che non c’è neppure bisogno di vederlo, un film di Fantozzi, per saperlo).

Ad ogni modo. Domani, estinta l’emozione, parleremo d’altre cose: e questo, di questi tempi, ci rende tutti uguali.

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