Fare Malesangue, Interviste

In un’ora allucinata. Conversazione con Giorgio Vasta

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Anche dal vivo Giorgio Vasta si rivela un carrarmato letterario: la conformazione del cranio pure fa pensare a un elmo incassato direttamente nella parte superiore del volto. Incontro Giorgio a Lecce, ad aprile, per un seminario di due giorni organizzato dal professor Fabio Moliterni, all’interno del corso di Scienze della Comunicazione; sono almeno dieci anni che questi seminari animano e portano a Lecce, anche fisicamente, alcuni degli autori italiani più interessanti. Per l’occasione mi decido finalmente a leggere Il tempo materiale, che ho tenuto nella mia libreria, senza sfogliarlo, a partire dal 2009, anno della sua uscita: leggendolo a pochi giorni dagli attentati di Bruxelles, il libro si apre a nuovi collegamenti e interpretazioni – il brigatismo rosso e infantile dei tre protagonisti come una lente per guardare all’idiotismo universale del terrore e, perché no, delle sue emanazioni mediatiche.

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Storie

Lungomare degli Eroi

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La prima adolescenza è il regno delle cose che accadono ancora agli altri.

Nelle notti d’estate stavamo con le finestre aperte. La villetta l’avevamo presa in affitto con tutta la famiglia, in una città tra la Puglia e la Basilicata.

La villa era sul lungomare, su cui si alternavano spiagge libere e lidi privati.
Ogni tanto prendevamo un ombrellone alla Medusa, ma il più ambito era l’Albatros.

L’Albatros era per ricchi. Aveva anche un campo da tennis.
Dico per ricchi perché ho la sensazione che negli anni ’80 e ’90 si potesse esserlo davvero, senza sensi di colpa.

Il sabato sera l’Albatros si trasformava in una discoteca.
Ci andavano i miei cugini più grandi. Non so altro.

Di notte non facevo che girarmi e rigirarmi nel letto. Volevo solo dormire, svegliarmi, fare colazione e andare a mare il mattino dopo con gli zii o i miei genitori.
I cugini più grandi dormivano fino a tardi.

Prima di addormentarmi osservavo il geroglifico di un ragno morto stampato sul muro accanto al letto.
Dalla finestra aperta arrivava la musica dell’Albatros.

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Storie

In un giorno d’agosto, nell’improvvisa tempesta

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Avrete notato, quest’anno:
niente anticicloni infernali,
nessuna estate più calda del secolo;
non c’è tempo che tenga,
ogni giorno ci appare
un inferno diverso.

E questo però ci racconta
non l’uomo e i suoi lutti
ma il modo in cui l’uomo ama
raccontare di sé:
un lamento di fondo
che tiene inchiodati allo schermo
in un giorno d’agosto,
nell’improvvisa tempesta

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Storie

Guglielmo Minervini, non so altro

gu

Mi riferivo ai corpi, forse sono come valigie, ci trasportiamo noi stessi.

Antonio Tabucchi | Notturno indiano

*

Non ricordo dove l’ho letto, ma a quanto pare c’è una maledizione che colpisce alcune personalità meridionali: quella del nome che ha smarrito il cognome.
Eduardo e Totò sono due esempi tra i più noti. Anche a Guglielmo Minervini è successo qualcosa di simile: da un certo punto in poi per molti è stato solo Guglielmo.

Se ne scrivo su questo blog non è solo perché vorrei che restasse traccia della scomparsa di quest’uomo tra le mie carte virtuali, e neppure perché Minervini è stato editore, prima ancora di fare politica.

A dirla tutta non voglio nemmeno spiegare chi è stato Guglielmo Minervini: spero anzi che chi non lo conosce si faccia un giro per il web e scopra chi era, cos’ha fatto, in cosa ha creduto.

Io l’ho sempre chiamato con nome e cognome perché l’ho incontrato poche volte. Una volta sono stato con lui tra i relatori di una conferenza, ma questo non basta a spiegare quanto io abbia vissuto in ciò che lui ha irradiato. In termini di visioni, di politica vera.

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Storie

Tre racconti per l’estate

js

Cerco sempre di ragionare in termini di libri, mai di forme o di generi (romanzo, saggio, raccolta di, ecc.). Credo che un’opera importante sia semplicemente un libro, punto; con tutti i suoi difetti e le infinite diramazioni o tensioni verso altre forme.
Detto questo, ho comunque una leggera predilezione per il racconto (e di conseguenza per la raccolta di racconti): perché se ne sta lì, bistrattato e sostanzialmente irriformabile proprio a causa della scarsa considerazione di cui gode presso molti editori (e lettori, va detto).
Per questo, pensando a tre letture da suggerire per l’estate, ho pensato a tre racconti letti e riletti negli ultimi anni. Una scusa, più che altro, per parlare – in breve – di tre storie su cui avrei voluto scrivere qualcosa di più articolato (senza escludere di poter comunque rimediare in futuro).
E allora buona lettura, come si suol dire.

George Saunders, Bengodi (da Bengodi e altri racconti, minimumx fax)
Inizia così: “Stasera finalmente la nazione vota…”, e questo racconto lungo, pubblicato in America nel 1996, ci proietta da qualche parte in un territorio che ci sembra di conoscere da vicino (mi riferisco ai referendum e alle elezioni apocalittiche di questi ultimi mesi). Non bastasse, ecco poi un’America in crisi in cui la povertà e la frustrazione si giocano tutte sulla pelle dei Diversi, che i cosiddetti Normali hanno ridotto in schiavitù.
Il racconto vero e proprio prende il via quando il protagonista Cole riesce a portare fuori da Bengodi – uno dei tanti stralunati luna park inventati da Saunders – i suoi orribili piedi da Diverso; l’obiettivo è andare a salvare sua sorella, promessa sposa di un ricco Normale. Così esploriamo quest’America involuta con Cole, e ogni incontro sembra una profetica allegoria del nostro tempo presente.
Tra Brautigan, Vonnegut e, perché no, Stefano Benni, Saunders procede per scene veloci e riesce a divertire e disturbare con semplicità disarmante. Continua a leggere

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Le storie degli altri

Il proibizionismo come forma diabolica di liberalizzazione

hoffmancorrias

Dopo il suo primo trip, Hofmann ha continuato con regolarità gli esperimenti: «Mai da solo, sempre con persone amiche, sempre in posti confortevoli, sempre con almeno un mazzo di fiori vicino. L’ambiente è molto importante perché ogni più piccola sensazione, disagio o benessere, viene immediatamente amplificata. Ho sempre preferito i luoghi aperti a quelli chiusi, un prato, un bosco. Quando non era possibile allora il posto migliore rimane il salotto di casa. Sempre con buona musica». Lui ascolta Mozart. Se gli si chiede dei Pink Floyd, dei Jefferson Airplaine, dei cento musicisti West Coast, lui alza le spalle e si capisce che non gli interessano molto. Una volta ha conosciuto i Greateful Dead, gruppo lanciato durante gli Acid Test organizzati da Ken Kesey a San Francisco. Sono arrivati da lui, sballatoni e allegri, per dirgli: «Thank you, thank you!» Nient’altro. E lei? «Be’, li ho salutati».

Lei è favorevole alla legalizzazione delle droghe? «Mi sembra l’unica via d’uscita possibile. È ovvio che il proibizionismo ha funzionato come forma diabolica di liberalizzazione. In qualunque città del mondo si può trovare eroina, cocaina, crack. Legalizzare le droghe pesanti consentirebbe, al contrario, un forte controllo sulle sostanze. Taglierebbe il mercato gestito dalle grandi associazioni criminali che il proibizionismo ha reso imbattibili».

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Storie

In busta chiusa: A come Architettura

A_Marco_Montanaro

Hanno bruciato il bosco.
La notte alla rovescia: il cielo è l’eco rossa delle fiamme, in basso sta il nero di cenere e verde smorto. Dalle nostre case di legno guardiamo, increduli, la forma estrema dell’irreversibilità.
Alcuni di noi si vestono, scendono nei vialetti di ghiaia e si avviano al soccorso, alla riparazione.
Il bosco è il nostro decoro: è chiaro a ciascuno di noi, soprattutto mentre brucia, che dentro c’è il non detto, l’incompiuto, il sotto del sottosopra che ci tiene in piedi di giorno per poi fiaccarci, ma solo appena, nella luce artica del tramonto.
Chi tra noi ha seppellito un ardore, lo ha fatto laggiù; chi ha sofferto d’insonnia, l’ha soffiata laggiù; chi ha desiderato l’assassinio, lo stupro, l’incesto, lo ha portato laggiù per tornarsene, coda celata, col mesto sorriso del più nuovo e raccontabile abbandono.

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