Le storie degli altri

La montagna Hemingway — George Saunders

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Foto: Peter Blackaert | Tiger Turtle Magi Mountain, Duisburg

Quando un giovane decide che vuole scrivere ecco che intorno gli sorgono svariate montagne che portano i nomi dei suoi eroi. La montagna Hemingway, ad esempio.
Comincia a scalarla, armato del suo amore per Hemingway.
A un certo punto inizia ad essere stanco. Stanco di imitare. Stanco del senso di claustrofobia che prova mentre cerca di esprimere la sua realtà con la voce di qualcun altro. Stanco, quando cerca di sembrare e pensare come qualcun altro, di falsificare: perché svende la sua esperienza di vita personale, perché omette cose che per lui sono vere e ne aggiunge altre che non lo sono.
Se ha la fortuna di rendersene conto, ridiscende la montagna Hemingway e ricomincia da capo.
Toh, guarda: la montagna Toni Morrison. Sembra più adatta.
E il ciclo si ripete.
Poi un giorno – magari c’è di mezzo l’età o qualche difficoltà che lo porta all’esasperazione – sbotta. Basta imitare. Fine. Qualcosa si spezza. Comincia a sembrare… se stesso. O almeno non sembra uguale a nessuno in particolare. È apparsa una nuova montagna; riesce a vederla, con sopra il suo nome.
Però, quanto è piccola.
Non è nemmeno una vera montagna. Sembra… sembra un mucchietto d’immondizia.
Va bene, va bene, pensa, poi prende e ci sale sopra.
Il lavoro che fa non è il lavoro dei suoi maestri. È inferiore, più modesto, più confuso. È piccolo e trascurabile.
Ma almeno è suo.
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Microrec

XXI Secolo, Paolo Zardi

Tempo fa ho chiesto – chiedendolo soprattutto a me stesso, su Facebook – perché ci piacciano tanto le distopie.
La domanda era stata innescata da un’intervista a due scrittrici americane letta sul blog di SUR e da questo status dello scrittore Paolo Zardi:

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Quello stesso giorno, poi, la mia copia di XXI secolo è arrivata in libreria; data la coincidenza, ho deciso di darmi subito dato in pasto alla scrittura di Zardi.

Nel romanzo le cose stanno così: il mondo occidentale è semifinito, schiacciato da assetti geopolitici mutati (si intuiscono, come sole superpotenze rimaste, il Brasile, la Cina e una Russia neozarista). Il proverbiale ceto medio è impoverito del tutto, i migranti neppure prendono in considerazione l’ipotesi di raggiungere l’Europa (un vecchio sotto calde coperte che scruta il mondo dalle finestre di un ospizio, la definisce Zardi) e gli italiani, quando non si accoppano tra loro o con gli stranieri bloccati qui, tentano la fuga verso l’Austria (e qui Zardi anticipa qualcosa dei muri del Brennero, mentre per un istante sembra incrociare il suo romanzo con quello di Bruno Arpaia, Qualcosa là fuori, uscito però circa un anno dopo XXI secolo).

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Le storie degli altri

Tutti credono – David Foster Wallace

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Questa, credo, sia la libertà data da una vera educazione, di poter imparare ad essere “ben adattati”. Voi potrete decidere con coscienza che cosa ha significato e che cosa non lo ha. Potrete scegliere in cosa volete credere. Ed ecco un’altra cosa che può sembrare strana, ma che è vera: nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti non c’è posto per una cosa come l’ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E forse la più convincente ragione per scegliere qualche sorta di dio o una cosa di tipo spirituale da adorare – sia essa Gesù Cristo o Allah, sia che abbiate fede in Geova o nella Santa Madre Wicca, o nelle Quattro Nobili Verità, o in qualche inviolabile insieme di principi etici – è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per mangiarvi vivo. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e l’attrazione sessuale e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell’età si cominceranno a mostrare, voi morirete un milione di volte prima che abbiano ragione di voi. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti, proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana. Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre proprie paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti. Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è che siano cattive o peccaminose, è che sono inconsce. Sono la configurazione di base.

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Le storie degli altri

Una domanda per Milan Kundera

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Christian Salmon:
Ma non è un miraggio egocentrico vedere nell’epoca presente il momento privilegiato, il più importante di tutti, e cioè il momento della fine? Quante volte l’Europa ha creduto di vivere la fine, la sua apocalisse!
Milan Kundera: A tutti i paradossi terminali, aggiunga anche quello della fine stessa. Quando un fenomeno annuncia, di lontano, la sua scomparsa, siamo in molti a saperlo, ed eventualmente a dolercene. Ma quando l’agonia è vicina alla fine, guardiamo già altrove. La morte diventa invisibile. È già un bel po’ che il fiume, l’usignolo, i sentieri che attraversano i prati, sono spariti dalla testa dell’uomo. Più nessuno ne ha bisogno. Quando la natura, domani, sparirà dal pianeta, chi se ne accorgerà? Dove sono i successori di Octavio Paz, di René Char? Dove sono i più grandi poeti? Sono spariti, oppure la loro voce è diventata inudibile? Che immenso cambiamento, in ogni caso, in questa nostra Europa, un tempo impensabile senza poeti! Ma se l’uomo ha perduto il bisogno di poesia, si accorgerà della sua scomparsa? La fine non è un’esplosione apocalittica. Nulla, forse, è più pacifico della fine.

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Storie

Lettera a un libro mai nato

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Ti ho sentito, stanotte, il tuo voltare di pagine inedite.
Ti ho sentito e ho pensato: sei mio, ma non vuoi. E ho concluso: non avresti voluto venire al mondo. Sei stato tu, forse – tu, non io – a sabotarti, a impedirti di incarnarti in carta – carta vera, non quella di una stampante domestica – a impedirti l’iscrizione, coatta, a quel club di libri pronti a bruciare nella caldaia della vasta locomotiva editoriale: questo mezzo lentissimo e scaltro, furbo, evanescente.
Niente balletti in saloni o piste da circo, per te; e in questo non posso che rispettarti.
Ma adesso, adesso che tempo ne è passato abbastanza, adesso io posso parlare – più che di te, posso parlare con te.

Ho scoperto che il tempo è per la scrittura ciò che il forno è per il ceramista – il ceramista, sì, il quale scopre, solo dopo l’attesa del fuoco, se il pigmento ha restituito il disegno o se invece, al contrario, il vaso non sia esploso. Così adesso io posso scorrerti, compatirti, adorarti: ma senza più tatto, né sguardo creatore.
E tempo ne è passato a sufficienza anche verso il fuori, verso l’esterno: ricordo i giorni di euforia, subito dopo averti finito, e quelli successivi, da perfetto burocrate, operaietto tuo soltanto: giorni in cui sceglievo gli editori – giusto una manciata, di quelli che avrebbero potuto pagare – e uno per volta gli scrivevo, con pazienza e con calma, per dire: guardate, questo è tutto ciò che ho fatto, che ho saputo fare.
Non ero io, eri tu a muovere me: e con questo non voglio sottrarmi, perché un essere umano inespresso può comunque ricevere infinitamente più approvazione (l’amore è un’altra cosa) di un libro mai nato.

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Fare Malesangue, Interviste

In un’ora allucinata. Conversazione con Giorgio Vasta

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Anche dal vivo Giorgio Vasta si rivela un carrarmato letterario: la conformazione del cranio pure fa pensare a un elmo incassato direttamente nella parte superiore del volto. Incontro Giorgio a Lecce, ad aprile, per un seminario di due giorni organizzato dal professor Fabio Moliterni, all’interno del corso di Scienze della Comunicazione; sono almeno dieci anni che questi seminari animano e portano a Lecce, anche fisicamente, alcuni degli autori italiani più interessanti. Per l’occasione mi decido finalmente a leggere Il tempo materiale, che ho tenuto nella mia libreria, senza sfogliarlo, a partire dal 2009, anno della sua uscita: leggendolo a pochi giorni dagli attentati di Bruxelles, il libro si apre a nuovi collegamenti e interpretazioni – il brigatismo rosso e infantile dei tre protagonisti come una lente per guardare all’idiotismo universale del terrore e, perché no, delle sue emanazioni mediatiche.

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Storie

Lungomare degli Eroi

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La prima adolescenza è il regno delle cose che accadono ancora agli altri.

Nelle notti d’estate stavamo con le finestre aperte. La villetta l’avevamo presa in affitto con tutta la famiglia, in una città tra la Puglia e la Basilicata.

La villa era sul lungomare, su cui si alternavano spiagge libere e lidi privati.
Ogni tanto prendevamo un ombrellone alla Medusa, ma il più ambito era l’Albatros.

L’Albatros era per ricchi. Aveva anche un campo da tennis.
Dico per ricchi perché ho la sensazione che negli anni ’80 e ’90 si potesse esserlo davvero, senza sensi di colpa.

Il sabato sera l’Albatros si trasformava in una discoteca.
Ci andavano i miei cugini più grandi. Non so altro.

Di notte non facevo che girarmi e rigirarmi nel letto. Volevo solo dormire, svegliarmi, fare colazione e andare a mare il mattino dopo con gli zii o i miei genitori.
I cugini più grandi dormivano fino a tardi.

Prima di addormentarmi osservavo il geroglifico di un ragno morto stampato sul muro accanto al letto.
Dalla finestra aperta arrivava la musica dell’Albatros.

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