da-band-brand-populous-malesangue-marco-montanaro-andrea-mangia
Storie

Ghostbusters mentali

Non so in quanti abbiano fatto in tempo a leggerlo, ma oggi su questo blog è apparso un articolo, poi rimosso, che si intitolava Da band a brand: il caso Populous. Partendo da un equivoco poi chiarito – e cioè che il dj e musicista Populous m’avesse bloccato su Facebook dopo che lo avevo taggato in un mio post – buttavo giù una serie di riflessioni d’ordine più generale su cosa significa essere figure pubbliche oggi.

Diciamo che per me quelle riflessioni sono tuttora valide, ancorché in corso d’opera (venivano in parte dalla stesura di un altro articolo), ma per il momento le rimetto tra le bozze. Quello che devo fare ora è scusarmi con Populous per averlo tirato in ballo con estrema leggerezza a partire da una cosa inesistente: è vero che si è trattato di un inghippo tecnico – mai affidarsi troppo a Facebook – ma da parte mia ci ho messo di sicuro molta superficialità. E però, oltre alla superficialità, c’era dell’altro: e cioè i fantasmi.

Al netto della rilevanza assolutamente relativa di tutta questa storia, la cosa che francamente mi preoccupa davvero, oltre al prendere coscienza del fatto che anch’io posso trovarmi in una posizione in cui non vorrei mai essere – quella del superficiale, appunto, che sotto l’effetto di fretta e furia non ragiona abbastanza –, è che la maggior parte dell’articolo era frutto di una mia proiezione. Il fatto in sé non sussisteva, d’accordo, il che può capitare: e capita spesso, probabilmente mille volte al giorno a un sacco di gente che poi fa finta di niente, ma tutta la costruzione che ne è seguita… Be’, forse a me questo tipo di fantasmi fa paura.

L’idea cioè che a partire da una cosa inesistente si possa costruire qualcosa di ancora più inesistente – probabilmente è così che funzionano la letteratura, parte del giornalismo e certamente la vita online, l’ossessione, la paranoia, l’ipocondria e la cronica, puntuale incapacità di arrivare in orario a un appuntamento…

Ma voglio ragionare egoisticamente, non mi importa di quello che fanno gli altri: semplicemente io non voglio essere così. Vanno bene l’intuito, un certo tipo di visioni, la capacità di lasciarsi suggestionare… Ma c’è un limite. Ho bisogno di ghostbusters mentali, forse. E di un dj set di Populous, sicuramente.

Standard
Le storie degli altri

La stalla più fotografata d’America — Don DeLillo

Diversi giorni più tardi Murray mi chiese notizie di un’attrazione turistica nota come la stalla più fotografata d’America. Quindi facemmo in auto ventidue miglia nella campagna che circonda Farmington. C’erano prati e orti di mele. Bianche staccionate fiancheggiavano i campi che scorrevano ai nostri fianchi. Presto cominciarono ad apparire i cartelli stradali. LA STALLA PIÙ FOTOGRAFATA D’AMERICA. Ne contammo cinque prima di arrivare al sito. Nell’improvvisato parcheggio c’erano quaranta auto e un autobus turistico. Procedemmo a piedi lungo un tratturo per vacche fino a un lieve sopralzo isolato, creato apposta per guardare e fotografare. Tutti erano muniti di macchina fotografica, alcuni persino di treppiede, teleobiettivi, filtri. Un uomo in un’edicola vendeva cartoline e diapositive, fotografie della strada prese da quello stesso sopralzo. Ci mettemmo in piedi accanto a una macchia di alberi a osservare i fotografi. Murray mantenne un silenzio prolungato, scribacchiando di quando in quando qualche appunto in un quadernetto.
“La stalla non la vede nessuno” disse finalmente.
Seguì un lungo silenzio.
Continua a leggere

Standard
kurt-vonnegut-nobel
Le storie degli altri

Come giocarsi il Premio Nobel — Kurt Vonnegut

Un tempo ero proprietario e direttore di una concessionaria di auto a West Barnstable, nel Massachusetts: si chiamava Saab Cape Cod. Ha chiuso i battenti trentatré anni fa. La Saab, allora come adesso, era una macchina svedese, e ormai sono convinto che il mio fallimento come venditore all’epoca spieghi quello che altrimenti rimarrebbe un profondo mistero: come mai gli svedesi non mi abbiano mai dato il Nobel per la letteratura. C’è un vecchio proverbio norvegese che dice: “Gli svedesi hanno il cazzo corto ma la memoria lunga”.

Continua a leggere

Standard
vladimir_majakovskij_vitale_il-defunto-odiava-i-pettegolezzi-recensione
Microrec

Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi

«Quello della delazione è l’unico genere non controllato dalla censura.»

Con Il defunto odiava i pettegolezzi (Adelphi) Serena Vitale scioglie la pillola del biografismo in un documentario destrutturato.

Più che terra del socialismo, la Russia di Vladimir Majakovskij – anche quella del “post”, del Majakovskij riabilitato – è il Paese in cui divorziare è facilissimo… per troppo amore. C’è amore ovunque, in questa storia che ci fa detective più che lettori: amanti, mariti, mogli, “compagni e compagne”… ma il cuore è solo nel petto di Vladimir. “Noi andiamo dal Padre delle Anime, ma bisogna passare accanto al drago” ammoniva San Cirillo di Gerusalemme: e draghi erano tutti – Lili e Osip Brik, Nora Polonskaja, e poi i membri gli artisti e i delatori dell’OGPU/NKVD – attorno a Majakovskij.

Vicenda in sé notevole, insomma, soprattutto per via di questi russi, di quel loro carattere di cospirazione continua in lotta o in appoggio alla macchina no-anima sovietica, di quelle identità moltiplicate da patronimici, nickname, vezzeggiativi, trascrizioni errate e ribadite fino a nuova consuetudine… E poi quella capacità innata di fare del suicidio una raffinata forma d’arte individuale (escapismo, rimedio contro la colletivizzazione coatta d’ogni cosa nell’URSS che fu?)… Laddove quel “pettegolezzi” del titolo rimanda in effetti all’immagine in brandelli di una Verità, franta in spicchi di cielo “instellato di poesia”, che osserviamo nel mosaico di uno specchio crepato a morte dal troppo specchiarcisi…

Continua a leggere

Standard
le onde racconto amore
Storie

Le onde. Settembre 2047

24 settembre 2047, pensiero tra le onde
A quanto pare, almeno una cosa è rimasta uguale a prima: l’amore – o almeno il fatto che ci passi tra le mani senza che noi ne sappiamo niente.

7 settembre 2047, diario
Confesso che non me l’aspettavo: è stata lei ad adocchiarmi. Ero lì a vagare tra le onde, ricordo l’immagine di una spiaggia di Malibu, e in sottofondo il jingle di non so quale pubblicità di non so quale marca di cereali. Dev’essere stato allora che lei mi ha percepito e contattato. Ho sentito prima la sua voce, come al solito in questi casi (anche se sarebbe più corretto dire che sono le donne a percepire la mia, di voce, visto che in genere sono io a fare il primo passo), e poi ho visualizzato i suoi occhi e il suo corpo. Ho pensato subito: che botta di fortuna. Lo è stata, in effetti: Greta è una splendida settantenne, e dopo un paio d’ore che ci percepivamo stavamo già facendo l’amore.

11 settembre 2047, diario
Mi è venuto in mente solo dopo qualche giorno: anche mia nonna si chiamava Greta. E ovviamente, mentre lo pensavo lei lo sentiva già. Ho percepito il suo sorriso, ma credo avesse sonno, più che altro. Mi prende in giro, mi chiama ragazzino per via della differenza d’età. Anche se un tempo, dice Greta, un sessantenne che va con una settantenne non sarebbe stato poi così insolito. Non lo è neanche ora, ho detto io. E lei: allora cos’è insolito oggi, secondo te?

Continua a leggere

Standard
calvino forme brevi lezioni americane
Le storie degli altri

Forme brevi e feticci editoriali — Italo Calvino

Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia; in entrambi i casi è ricerca d’un’espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile.
È difficile mantenere questo tipo di tensione in opere molto lunghe; e d’altronde il mio temperamento mi porta a realizzarmi meglio in testi brevi: la mia opera è fatta in gran parte di short stories. Per esempio il tipo d’operazione che ho sperimentato in Le cosmicomiche e Ti con zero, dando evidenza narrativa a idee astratte dello spazio e del tempo, non potrebbe realizzarsi che nel breve arco della short story. Ma ho provato anche componimenti più brevi ancora, con uno sviluppo narrativo più ridotto, tra l’apologo e il petit-poème-en-prose, nelle Città invisibili e ora nelle descrizioni di Palomar. Certo la lunghezza o la brevità del testo sono criteri esteriori, ma io parlo d’una particolare densità che, anche se può essere raggiunta pure in narrazioni di largo respiro, ha comunque la sua misura nella singola pagina.
In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana, povera di romanzieri ma sempre ricca di poeti, i quali anche quando scrivono in prosa danno il meglio di sé in testi in cui il massimo d’invenzione e di pensiero è contenuto in poche pagine, come quel libro senza eguali in altre letterature che è le Operette morali di Leopardi.
La letteratura americana ha una gloriosa tradizione di short stories tuttora viva, anzi direi che sono tra le short stories i suoi gioielli insuperabili. Ma la bipartizione rigida nella classificazione editoriale (o short stories o novel) lascia fuori altre possibilità di forme brevi, quali pure sono presenti nell’opera in prosa dei grandi poeti americani, dai Specimen Days di Walt Whitman a molte pagine di Williams Carlos Williams. La domanda del mercato librario è un feticcio che non deve immobilizzare la sperimentazione di forme nuove. Vorrei qui spezzare una lancia in favore della ricchezza delle forme brevi, con ciò che esse presuppongono come stile e come densità di contenuti. Penso al Paul Valéry di Monsieur Teste e di molti suoi saggi, ai poemetti in prosa sugli oggetti di Francis Ponge, alle esplorazioni di se stesso e del proprio linguaggio di Michel Leiris, allo humour misterioso e allucinato di Henri Michaux nei brevissimi racconti di Plume.


Italo Calvino | Lezioni americane

Standard
Storie

Come funziona L’ardore

Uno spin-off dalla Città dai Giovani, a metà tra un blog e una serie tv su Netflix. Comincia oggi.

L'ardore

come-funziona-ardore_citta-giovaniNella Città dei Giovani non si fa che litigare, specie sui social. La rissa è continua, ma non mancano i colpi di scena a sfondo sentimentale come in una soap latinoamericana.

Io che pure coi social e col web ci lavoro, non mi sento a mio agio laggiù. Credo che in questo momento sia necessario un piccolo passo indietro, un filtro che protegga me (e chi prova il mio stesso disagio) dalla sciatteria e dalla violenza verbale, dall’idea che tutto sia livellato verso il peggio: non solo nei contenuti – che forse allo stato attuale, semplicemente, latitano – quanto nei modi.

Non sono un luddista, insomma, e neppure un nostalgico: ma un po’ rimpiango un certo periodo – diciamo tra il 2008 e il 2010 – quando un paio di blog riuscivano a sollevare questioni importanti senza che si finisse costantemente a insultarsi. Certo, anche allora…

View original post 242 altre parole

Standard