Storie

Zibaldone estivo: samizdat e tamizdat

«Il carattere si forma la domenica pomeriggio.»

I
Di solito luglio è il mese in cui, su questo blog, si danno consigli di lettura estivi. Quest’anno no, non ne ho voglia, prima di tutto perché in questi mesi è cambiato il mio modo di leggere, e poi perché da queste parti fa troppo caldo persino per starsene stravaccati a leggere a due passi dal mare.
È un’estate di faùgna continua, martellante, questa. Se vi state chiedendo cos’è la faùgna, tempo fa ne ho dato una definizione sul mio profilo Facebook.

“Quanto ai giorni della faùgna: quaggiù sono quelli più caldi e terribili dell’anno. Giorni appiccicosi, in cui tu sei matto, gli altri pure, ed è da matti non esser matti. Giorni in cui tutto è stanco e incollato alla terraferma, degradato alla condizione del mero respiro, in cui niente – niente di niente di niente – vale la pena davvero. Giorni in cui stai nell’angolo a sbiadire il muro col salmastro, mani in mano disposto a uccidere pur di arrivare a sera in stato ancora solido, cuore gambe e cervella ancora intatti, mica putrefatti dall’inedia, dal bollore dello spirito incancrenito in corpo […].”

II
Dicevo del mutare delle mie abitudini di lettura. Negli ultimi anni ho letto tantissimo, troppo, anche perché ho lavorato più da vicino coi libri e quindi mi sono dovuto bere un sacco di letteratura contemporanea, cioè opere di autori vivi e in costante promozione. Ma la verità era che volevo imparare una lingua nuova, appunto quella letteraria. Per me la letteratura è questo: un linguaggio, dunque una tecnologia (d’accordo, lingua e linguaggio non sono la stessa cosa, ma non è questa la sede più adatta per questo genere di distinzioni).

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Contrada Tripoli Arrivederci su Tatooine - Un reportage sulla tendopoli di Manduria
Fare Malesangue, Storie

Contrada Tripoli 2011-17. Arrivederci su Tatooine

Nel marzo 2011, tra le provincie di Brindisi e Taranto fu messa in piedi la cosiddetta Tendopoli di Manduria: si trattava di un non meglio specificato Centro di Accoglienza e Identificazione che avrebbe poi ospitato, per tutta quella primavera, migliaia di migranti (per lo più tunisini sbarcati a Lampedusa dalla Libia).

Qualche mese fa io e il fotografo Gabriele Fanelli siamo tornati nell’area militare – ironia della sorte, ubicata in una contrada chiamata proprio “Tripoli” – dove fu improvvisato il campo, per vedere cosa resta di quell’esperienza.

Ne è venuto fuori un reportage piuttosto onirico pubblicato oggi su minima&moralia. Buona lettura.

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Flaiano in Africa e le sue annotazioni per Tempo di uccidere, il romanzo che vinse il primo premio Strega della storia
Le storie degli altri

Flaiano in Africa: appunti per il primo Premio Strega

Settant’anni fa, nel 1947, Tempo di uccidere di Ennio Flaiano vinceva il primo Premio Strega della storia.
Pur di sfuggire alla noia e al mal di denti, un soldato italiano si muove a casaccio in un paesaggio etiope senza nulla di esotico: prima, per difendersi da una bestia indistinguibile nei pressi di un fiume, spara un colpo e ammazza involontariamente la povera Mariam, indigena con cui ha appena fornicato; poi, seguendo la paranoia più che l’intuito o una pista di solidi indizi, realizza che Mariam era probabilmente una lebbrosa, sprofondando così in un universo di vuoto e senso di colpa (“Sempre abbandonavo qualcuno nella disgrazia”). Pian piano, la congettura e la monomania smangiano la stravaganza da romanzo esotico/d’avventura (“Non il colpo a vuoto ma la mia gretta immaginazione…”), col protagonista che avanza quasi autisticamente in uno scenario saturato dalla disgrazia e dagli equivoci, tra MacGuffin ante-litteram e qualche puntatina surreale (un camaleonte che fuma nel bel pezzo del paesaggio africano), senza mai incontrare davvero l’altro – tanto gli africani quanto gli altri militari italiani.
Nell’olezzo di cose che muoiono di (presunta) lebbra, per il soldato di Flaiano tutti sono Mariam, perché tutti portano quel nome che è un nome di colpa, peccato involontario, legato alla natura umana, che si oppone e degrada le romanticherie indirizzate alla fidanzatina che attende in Italia.
Tutto è ambiguità e incomprensione, insomma, in
Tempo di uccidere, romanzo lento e faticoso la cui gestazione – involontaria quasi quanto le azioni del suo protagonista – racconta forse qualcosa di più interessante sull’autore e sui tic dell’editoria italiana di allora e di oggi. L’opera fu infatti scritta per scommessa (e per soldi) con Leo Longanesi. Flaiano la approntò e consegnò in un paio di mesi, ne fu insoddisfatto e continuò a riscriverla negli anni anche dopo la vittoria dello Strega; vittoria verso cui l’autore provò sempre imbarazzo e che giudicò “un malinteso” (di qui un famoso aforisma flaianesco sul successo).
Come ha scritto Anna Longoni, la pubblicazione di 
Tempo di uccidere fu per Flaiano il dazio da pagare per poter entrare nella giungla dell’editoria italiana. Un dazio, aggiungo io, che violò l’arte di uno scrittore votato al testo breve, come sappiamo (oggi, Flaiano si divertirebbe coi meme). Una “violenza” che permea anche l’editoria contemporanea, aggiungo sempre io, forse esagerando – ma non troppo: il romanzo, prodotto editoriale evidentemente inflazionato (peraltro in un contesto di abitudini di lettura radicalmente mutate), continua a essere “imposto” a chiunque voglia esordire o continuare a pubblicare narrativa (o “varia”, per i più tecnici).
Ad ogni modo, in appendice alla mia edizione Rizzoli di Tempo di uccidere c’è la vera chicca di tutta questa faccenda, e cioè Aethiopia – Appunti per una canzonetta, serie di brevi cronache e pensieri raccolti in Etiopia da un Flaiano ancora venticinquenne. Qui di seguito un piccolo estratto. Buona lettura.

*

Alla base di ogni espansione, il desiderio sessuale.

Un soldato scende dal camion, si guarda intorno e mormora: “Porca miseria!”.
Egli sognava un’Africa convenzionale, con alti palmizi, banane, donne che danzano, pugnali ricurvi, un miscuglio di Turchia, India, Marocco, quella terra ideale dei film Paramount denominata Oriente, che offre tanti spunti agli autori dei pezzi caratteristici per orchestrina. Invece trova una terra uguale alla sua, più ingrata anzi, priva d’interesse. L’hanno preso in giro.

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Fantozzi e la sindrome della Corazzata Potëmkin
Storie

Fantozzi e la sindrome della Corazzata Potëmkin

Di fatto non si capisce, in questa scia di commemorazioni, se Fantozzi abbia più messo alla berlina con incredibile ferocia la mediocrità italica, o se al contrario l’abbia giustificata, moltiplicandola all’infinito – se, cioè, la maschera fantozziana abbia avuto o meno funzione autoassolutoria per la maggior parte del pubblico (autoassoluzione poi degenerata del tutto con cinepanettoni e gigieandreate varie da un lato, e nannimorettismi da un altro).

Una cosa è certa: la sindrome della Corazzata Potëmkin, ovvero la prigionia della cosiddetta cultura alta, del guilty pleasure difficilmente confessabile in pubblico, è ancora viva per molti intellettuali italiani; ancora oggi, molti di questi intellettuali, ricordando la maschera di Fantozzi, si sentono in dovere (non avendone forse neppure il diritto) di dare una lettura vagamente di sinistra e certamente colta, impegnata, insomma alta, dell’arte di Paolo Villaggio, che era un’arte – per quel che riguardava il cinema soprattutto – nazionalpopolare, tutta istinto e effetto (nonché un classico: nel senso che non c’è neppure bisogno di vederlo, un film di Fantozzi, per saperlo).

Ad ogni modo. Domani, estinta l’emozione, parleremo d’altre cose: e questo, di questi tempi, ci rende tutti uguali.

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Le storie degli altri

Amok: episodi di violenza giovanile in Europa

Amok Beniamino Placido violenza Europa

“Amok” è una parola straniera, esotica, chissà che cosa significa. L’abbiamo incontrata all’inizio della settimana. Lunedì 21 giugno nel settimanale tedesco Der Spiegel e mercoledì 23 giugno – debitamente tradotto – nel quotidiano La Stampa di Torino è apparso un articolo-saggio dello scrittore tedesco Hans Magnus Enzensberger. Titolo: “Nostra guerra civile quotidiana”. Enzensberger, si sa, è uno scrittore tanto geniale quanto severo, corrucciato. Ma dà il meglio di sé quando resiste alla tentazione apocalittica che lo perseguita. Per esempio, quando sono caduti tutti i muri ad oriente di Berlino, quattro anni fa, scrisse un articolo bellissimo sulle statue che insieme a quei muri minacciavano di cadere. Statue di pietra, per l’appunto, e non teste umane brutalmente staccate dal corpo, come normalmente (e sciaguratamente) accade nelle rivoluzioni. Un buon segno, diceva Enzensberger. Si può sperare. Straordinario, quel suo intervento. Straordinario è anche questo articolo. Dice due cose vere, evidenti. Primo: finita la guerra fredda è cominciata una guerra civile diffusa, in tutta l’Europa. Bande contro bande, giovani contro giovani, etnia contro etnia. “Ogni vagone della metropolitana può trasformarsi in una piccola Bosnia”, da un momento all’altro. Secondo: questa guerra civile endemica, capillare, persistente non ha vere motivazioni ideologiche. I gruppi bellicosi – e belligeranti – indossano varie maschere, di volta in volta, ma in realtà indulgono alla violenza per il piacere della violenza. O per noia. O per l’insofferenza della banalità dell’esistenza. E’un fenomeno nuovo: molto imbarazzante; molto inquietante. Fin qui va bene. C’è però una terza indicazione, nel minisaggio di Enzensberger. A chi dare la colpa, di tutto questo? Tanto per cambiare proviamo a darla ai mezzi di comunicazione di massa. E fra essi, a quello più potente e penetrante, vi lascio immaginare quale. “Questa guerra civile è diventata un serial televisivo”, scrive Enzensberger. Noi ne siamo i quotidiani spettatori. Un po’guardoni. E da spettatori (per di più guardoni) ad imitatori il passo è breve, si sa. Che cosa si perde a leggere questo sconcertante intervento di Enzensberger nell’italiano de La Stampa piuttosto che nel tedesco dell’originale? Nulla, si vorrebbe dire. La versione è accurata; i tagli, praticati per ragioni di opportunità, tollerabili. E però una cosa importante si perde. Una parola cara ad Enzensberger, non tradotta perché non traducibile, si perde per strada: “Amok”. Sì, questi giovani che si abbandonano al piacere della violenza è come se fossero presi da un attacco di “amok”: di incomprensibile furia omicida. Vanno, e non sanno perché. Colpiscono, e non sanno perché. Non hanno voglia di saperlo. Non si curano di farcelo sapere. Noialtri ricorriamo al vocabolario, ma con poca fortuna. I dizionari non ci aiutano. Poi per fortuna la memoria – misericordiosa – viene in soccorso. Ci rammenta che “Amok” (in italiano, “Der Amoklaufer”, in tedesco) è il titolo di un racconto di Stefan Zweig – l’autore de Il mondo di ieri – scritto nel 1922. Un racconto trascinante. La storia di un medico che esercita nelle Indie coloniali olandesi. Dove, in presenza di una bellissima donna inglese, altera e sfuggente, viene assalito da quella furia scomposta che gli indigeni conoscono benissimo. Che non dà pace e non dà tregua. Che si chiama “Amok”. Perché mai questo discorso? Per ricostruire un riferimento letterario? Non soltanto. Anche per indicare una contraddizione vistosa nell’analisi – pregevolissima – dell’apocalittico Enzensberger. Se quella furia omicida improvvisa, irresistibile che si chiama “amok” prendeva anche gli indigeni, anche i medici contagiati dalla cultura indigena, i mezzi di comunicazione di massa che c’entrano? Di strumenti di comunicazione di massa ce n’erano pochini a quel tempo, in quei luoghi. Di canali televisivi, nessuno. Eppure si era violenti. Si ha l’impressione che certi intellettuali, anche quando scrivono all’altezza di Enzensberger, si lasciano prendere ogni tanto da un attacco di “amok”. Si scatenano con l’ascia in pugno contro il diabolico nemico sempre in agguato: i maledetti “Media”. Abboccano sempre, come pesciolini all’amo. Che noia l’”amok”, certe volte.


Beniamino Placido, in un articolo de La Repubblica del 27/06/1993

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Storie

Dove si mischiano i mari: Emmanuel Carrère, dal vivo

Ho incontrato la scrittura di Emmanuel Carrère circa dodici anni fa per la prima volta. Venivo da anni di letture di saggi, soprattutto musicali, e m’era tornata voglia di fiction. Così andai da mia madre, lei consultò la libreria di famiglia e tirò fuori Baffi. Romanzo dell’ambiguità di essere e non essere sé stessi agli occhi degli altri, lo adorai così tanto da finire con l’incorporarlo in uno dei racconti del mio primo libro.

Curioso, a pensarci oggi, oggi che Emmanuel Carrère è considerato il re del reportage dopo aver ripudiato la fitcion. Ad ogni modo, quando ho saputo che Carrère si sarebbe palesato quaggiù in Puglia non ho esitato un attimo. Dovevo conoscerlo, al di là dell’idolatria e del feticismo che impesta quest’epoca di hype ed eventi.

Leuca, dove si sarebbe tenuto l’incontro, è molto lontana. Direi che soprattutto reclama lontananza. Uno pensa che il Salento è tutto lì, Lecce e dintorni, e invece Leuca è un altro mondo. Tanto che mentre la raggiungi ti viene da pensare che stai tornando indietro nel tempo. Verso Gallipoli poi il paesaggio cambia. Meno cemento, più natura selvaggia, e un elenco di paesini come rigurgitati in terra da una mamma-uccello premurosa e subito dimentica del suo ruolo: Salve, Ruffano, Barbarano, Montesano, Montesardo, Alezio, Patù, Morciano…

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Interviste

Nella perfida terra di Dio. Conversazione con Omar Di Monopoli

Conosco Omar Di Monopoli da dieci anni: da quando cioè ha esordito con Isbn col suo primo romanzo Uomini e cani. Adesso, dopo altri due romanzi e una raccolta di racconti, Omar è approdato a Adelphi con l’ultimo Nella perfida terra di Dio.
Posso dire di far parte della nutrita schiera di suoi lettori che ha esultato alla notizia del passaggio, qualche mese fa: per me Omar, che vive a dieci chilometri da dove vivo io, è stato un punto di riferimento costante, e la sua scrittura una sorta di sorella maggiore per la mia – per chi non l’avesse mai incontrata: bisogna immaginare il muro di una bellissima chiesa barocca però abbandonata, nelle cui crepe (di questo muro) crescono dei rigogliosi cespuglietti di malerba; oppure si provi a evocare il suono ubersaturato di chitarre collegate ad amplificatori per basso di certo stoner rock anni ’90 – altro esempio per dire, pure, che i romanzi di Omar andrebbero letti con orecchie interiori, oltre che con gli occhi: perché se gli occhi rimandano a paesaggi da gotico appulo-americano, la sonorità dell’italiano desueto di questo William Faulkner di Terra d’Otranto, che ingloba e rivomita lingue locali acide e senzadio, è un’avventura nell’avventura.
Di questo e altro abbiamo parlato con Omar nel corso della conversazione che potete leggere di seguito.

Inizierei dallo stupore di leggere le tue parole rivestite dal completo tipografico di Adelphi (un sobrio gessato, direi). Ti avevo lasciato bardato dal rossosangue dei dorsi Isbn, con quei caratteri secchi e puntuti, e ora sei tutto aggraziato e pulito. Il che rispecchia pure, se vogliamo, il passaggio dall’ultrapop Anni Zero di Massimo Coppola al classico dei classici e senzatempo di Roberto Calasso; passaggio in cui la tua opera non perde nulla, anzi, al contrario acquista un’identità, un’aura nuova – un po’ quello che è successo a M.P. Shiel con La nube purpurea, passato dal “genere” di Urania all’autorialità forte di Adelphi; Adelphi che peraltro ti ha collocato nella stessa collana, Fabula, in cui escono Bolaño e Carrère, tanto per fare i nomi di due autori che indagano il male da una prospettiva simile alla tua, forse. Come ti senti? È un sogno, è tutto vero? Come calzano questi panni nuovi?

Caro mio, non smetto di ripeterlo, in questi giorni, e quindi lo ribadirò anche qui: è ovviamente un salto quantico, una cosa che mi rende orgoglioso. Pure, sperando di non sembrare troppo presuntuoso, credo si tratti in fondo di uno sviluppo naturale (non dovuto, intendiamoci, ma naturale!) giacché la Isbn era, per lo meno agli esordi, una sorta di Adelphi in sedicesimo: una casa editrice insomma con un catalogo curato e vivo, con una sua precipua identità anche grafica oltre che filosofica (solo decisamente più pop rispetto alla monumentale casa in cui adesso ho l’onore di essere ospite). Poi le cose sono andate a ramengo ma è inutile stare a riparlarne: io so solo che probabilmente non sarei mai entrato nello studio di Calasso se prima non avessi incontrato l’entusiasmo di Papi, Coppola e Formenton in Isbn, coi quali sono cresciuto come autore. Il resto è cronaca, anche giudiziaria, e credo sull’argomento si sia detto abbastanza… Continua a leggere

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