Storie

Tre racconti per l’estate

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Cerco sempre di ragionare in termini di libri, mai di forme o di generi (romanzo, saggio, raccolta di, ecc.). Credo che un’opera importante sia semplicemente un libro, punto; con tutti i suoi difetti e le infinite diramazioni o tensioni verso altre forme.
Detto questo, ho comunque una leggera predilezione per il racconto (e di conseguenza per la raccolta di racconti): perché se ne sta lì, bistrattato e sostanzialmente irriformabile proprio a causa della scarsa considerazione di cui gode presso molti editori (e lettori, va detto).
Per questo, pensando a tre letture da suggerire per l’estate, ho pensato a tre racconti letti e riletti negli ultimi anni. Una scusa, più che altro, per parlare – in breve – di tre storie su cui avrei voluto scrivere qualcosa di più articolato (senza escludere di poter comunque rimediare in futuro).
E allora buona lettura, come si suol dire.

George Saunders, Bengodi (da Bengodi e altri racconti, minimumx fax)
Inizia così: “Stasera finalmente la nazione vota…”, e questo racconto lungo, pubblicato in America nel 1996, ci proietta da qualche parte in un territorio che ci sembra di conoscere da vicino (mi riferisco ai referendum e alle elezioni apocalittiche di questi ultimi mesi). Non bastasse, ecco poi un’America in crisi in cui la povertà e la frustrazione si giocano tutte sulla pelle dei Diversi, che i cosiddetti Normali hanno ridotto in schiavitù.
Il racconto vero e proprio prende il via quando il protagonista Cole riesce a portare fuori da Bengodi – uno dei tanti stralunati luna park inventati da Saunders – i suoi orribili piedi da Diverso; l’obiettivo è andare a salvare sua sorella, promessa sposa di un ricco Normale. Così esploriamo quest’America involuta con Cole, e ogni incontro sembra una profetica allegoria del nostro tempo presente.
Tra Brautigan, Vonnegut e, perché no, Stefano Benni, Saunders procede per scene veloci e riesce a divertire e disturbare con semplicità disarmante. Continua a leggere

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Le storie degli altri

Il proibizionismo come forma diabolica di liberalizzazione

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Dopo il suo primo trip, Hofmann ha continuato con regolarità gli esperimenti: «Mai da solo, sempre con persone amiche, sempre in posti confortevoli, sempre con almeno un mazzo di fiori vicino. L’ambiente è molto importante perché ogni più piccola sensazione, disagio o benessere, viene immediatamente amplificata. Ho sempre preferito i luoghi aperti a quelli chiusi, un prato, un bosco. Quando non era possibile allora il posto migliore rimane il salotto di casa. Sempre con buona musica». Lui ascolta Mozart. Se gli si chiede dei Pink Floyd, dei Jefferson Airplaine, dei cento musicisti West Coast, lui alza le spalle e si capisce che non gli interessano molto. Una volta ha conosciuto i Greateful Dead, gruppo lanciato durante gli Acid Test organizzati da Ken Kesey a San Francisco. Sono arrivati da lui, sballatoni e allegri, per dirgli: «Thank you, thank you!» Nient’altro. E lei? «Be’, li ho salutati».

Lei è favorevole alla legalizzazione delle droghe? «Mi sembra l’unica via d’uscita possibile. È ovvio che il proibizionismo ha funzionato come forma diabolica di liberalizzazione. In qualunque città del mondo si può trovare eroina, cocaina, crack. Legalizzare le droghe pesanti consentirebbe, al contrario, un forte controllo sulle sostanze. Taglierebbe il mercato gestito dalle grandi associazioni criminali che il proibizionismo ha reso imbattibili».

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Storie

In busta chiusa: A come Architettura

A_Marco_Montanaro

Hanno bruciato il bosco.
La notte alla rovescia: il cielo è l’eco rossa delle fiamme, in basso sta il nero di cenere e verde smorto. Dalle nostre case di legno guardiamo, increduli, la forma estrema dell’irreversibilità.
Alcuni di noi si vestono, scendono nei vialetti di ghiaia e si avviano al soccorso, alla riparazione.
Il bosco è il nostro decoro: è chiaro a ciascuno di noi, soprattutto mentre brucia, che dentro c’è il non detto, l’incompiuto, il sotto del sottosopra che ci tiene in piedi di giorno per poi fiaccarci, ma solo appena, nella luce artica del tramonto.
Chi tra noi ha seppellito un ardore, lo ha fatto laggiù; chi ha sofferto d’insonnia, l’ha soffiata laggiù; chi ha desiderato l’assassinio, lo stupro, l’incesto, lo ha portato laggiù per tornarsene, coda celata, col mesto sorriso del più nuovo e raccontabile abbandono.

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Le storie degli altri

Per molte belle e buone ragioni — Robert Walser

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Foto: Todd Hido

Mentre, giacendo assorto, chiedevo in silenzio perdono agli uomini, mi tornò ancora alla mente quella fanciulla tutta fresca di giovinezza, dalla bocca così graziosamente infantile e dalle gote deliziose. Rivissi acutamente il rapimento che mi dava la sua presenza fisica, così tenera e melodiosa, e come tuttavia, avendole chiesto poco tempo addietro se credeva che le fossi realmente affezionato, in segno di dubbio e d’incredulità avesse abbassato i begli occhi e mi avesse risposto “no”. Le circostanze l’avevano indotta a partire, e così la perdei. E tuttavia avrei potuto probabilmente convincerla delle mie buone intenzioni. Al momento giusto avrei dovuto dirle che la mia inclinazione era del tutto sincera. Sarebbe stato semplicissimo, e nient’altro che giusto, confessarle apertamente: “Io l’amo. Tutto ciò che la riguarda mi sta a cuore come ciò che riguarda me. Per molte belle e buone ragioni desidero renderla felice”. Ma poiché non me n’ero più dato cura, lei se n’era andata.

“Ho raccolto fiori solo per deporli sulla mia infelicità?” mi domandai, e il mazzolino mi cadde di mano. M’ero alzato per ritornare a casa; era già tardi, e tutto si era fatto buio.


Robert Walser | La passeggiata

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Microrec

Broken flowers

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Tutto casca nell’assenza di senso, a parte uno – dei cinque sensi: la vista. Potrebbe sembrare un quadro di Edward Hopper, si tratta invece di Broken flowers, che ho visto – finalmente – con ben dieci anni di ritardo rispetto alla sua uscita.
Dieci anni in cui il cinema ha accelerato verso la moltiplicazione di universi espansi di blockbuster e artifici digitali; dieci anni per dimenticarmi del cinema lento, di poesia e visione, del cronopio hopperiano – volendo avvicinare il pittore americano allo scrittore argentino Cortázar – Jim Jarmusch; il quale in Broken Flowers si affida alla speranza Bill Murray – stando ancora al divino Julio – per mettere in piedi una commedia che presto promette investigazioni, romanticismo e colpi di scena, e che alla fine ci lascia invece con in mano il più classico pugno di mosche che sempre è la poesia migliore.

Bill Murray, qui, è Don Johnston. “Con la T” ricorda a chi, nel corso del film, è pronto a scambiarlo per il celebre attore di serial polizieschi.
Scapolo incorreggibile con una lunga lista di ex sul groppone, Don passa le sue giornate sul divano, in tuta, ad ascoltare musica. A un certo punto lo molla pure l’ultima compagna, convinta che non faranno mai sul serio; quello stesso giorno, Don riceve una lettera anonima – battuta a macchina, carta e busta rosa – con cui una donna gli rivela d’aver avuto, vent’anni prima, un figlio da lui.
Quel bambino è adesso un ragazzone inquieto, dice la lettera, in viaggio, on the road, per gli States.
Se fosse per Don, la missiva resterebbe lì dov’è, per terra, nell’ingresso del suo villino dove è stato appena mollato. Perché Don Johnston è soprattutto Bill Murray.

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Fare Malesangue, Storie

Un cuore enorme pulsa sui tetti di Kobane

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È ovvio che se io ero Gipi e sapevo fare gli acquerelli, ’sti paesaggi potevano venire una bomba…

Kobane si va col cuore. Questo Michele Rech, in arte Zerocalcare, lo mette subito in chiaro. Ed è subito chiaro anche per noi lettori che sarà l’intensità il metro di misura per questo suo Kobane Calling, lungo nonreportage uscito ad aprile 2016 per Bao Publishing.

Sono due i viaggi a Kobane e dintorni raccontati dal fumettista di Rebibbia. Due viaggi molto diversi, intrapresi a novembre 2014 e a luglio 2015 zigzagando tra Siria, Turchia e Iraq, che le due mappe in apertura e chiusura del cartonato iscrivono all’interno di confini molto mutati nel giro di pochissimo tempo.

Poteva essere una scommessa meramente estetica, quella di Zerocalcare: provare a raccontare l’assurdità, la violenza e la speranza di un posto come Kobane col medesimo armamentario tecnico e retorico da autofiction romanesca, decisamente postmoderna, che fin qui gli aveva già assicurato un certo successo – detto fuori dai denti: con Zerocalcare è facile ridere, soprattutto sul web, delle sventure quotidiane di un trentenne che si consola con videogiochi e plumcake, e se ha qualche problema ne parla con Yoda. Ma era tutt’altro che scontato che il giocattolino potesse funzionare anche lontano, molto lontano da Rebibbia, nell’altrove più complesso e probabilmente più centrale di questi anni, con cui pure giornali e analisti più avveduti hanno qualche difficoltà.

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Le storie degli altri

Acre e pungente sentore di sangue — Bram Stoker

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Foto: Josef Koudelka

“Questo è il posto” ha detto il professore, puntando la lampada su una piccola mappa della casa, copiata da un foglio della mia vecchia corrispondenza relativa all’acquisto della proprietà. Con un minimo di difficoltà abbiamo trovato dal mazzo di chiavi quella relativa alla porta che abbiamo subito aperta. Eravamo tutti preparati a qualche sgradevole effetto, perché già socchiudendo appena la porta un’aria sottile e maleodorante è sembrata esalare tra gli interstizi, ma nessuno di noi si sarebbe aspettato un odore come quello che ci ha aggrediti. Nessuno dei miei compagni si era mai trovato faccia a faccia col Conte, e anch’io l’avevo sempre visto nei momenti di digiuno a casa sua o – sazio di sangue fresco – tra le rovine di un edificio all’aria aperta; ma qui il luogo era angusto e chiuso, e il lungo abbandono aveva reso l’aria stagnante e malsana. A quest’aria malsana si aggiungeva un odore di terra, come un miasma secco. Ma quanto all’odore in sé, come posso descriverlo? Non era solo il fatto che si componesse evidentemente di tutti i mali della morte e dell’acre e pungente sentore del sangue, ma sembrava che in quella corruzione esso stesso si fosse corrotto. Il solo pensarci mi dà il vomito. Ogni respiro esalato da quel mostro sembrava essere rimasto attaccato in quelle stanze a intensificarne la ripugnanza.


Bram Stoker | Dracula

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