Le storie degli altri

Patire e sapere che non è reale — Julio Cortázar

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Parlo sempre del poeta, disse Andrés. Sospetto che che il poeta sia l’uomo per il quale, in ultima istanza, il dolore non esiste. Gli inglesi hanno detto che i poeti imparano soffrendo ciò che insegneranno agli altri cantando; ma questo malessere il poeta non l’accetterà mai come reale, e la prova è che lo trasforma, gli dà un senso diverso, ed è proprio questa la cosa peggiore: patire e sapere che non è reale, che non ha potestà sul poeta poiché lui lo manipola e ne fa poesia, e in più nel farlo, gode come se stesse giocando con un gatto che gli graffia le mani. Il dolore è reale solo per chi lo soffre come una fatalità o una contingenza, dandogli diritto di cittadinanza, ammettendolo nella sua anima. In fondo il poeta non ammette più il patimento: soffre ma allo stesso tempo è quell’altro che lo guarda soffrire fermo ai piedi del letto, pensando che fuori c’è il sole.


Julio Cortázar | L’esame

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Storie

Bestiario con autore: La piccola enciclopedia dei mostri di Orazio Labbate

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La creatura patisce il mal di luna. Si è lupo mannaro in totalità o parzialmente.

I

Può risultare scivoloso, il tentativo di isolare o circoscrivere tendenze e movimenti letterari: il rischio è sempre quello di capitombolare nella generalizzazione più superficiale, addirittura volgare, nel Frankeinstein o nella chimera divulgativa. È pur vero, però, che questo rischio va corso, essendo l’unico modo, per i viventi, di fare ordine nella nebulosa di produzioni editoriali coeve, in attesa che il tempo ponga opere e autori nella prospettiva più adeguata (o anche solo ufficiale).

Riprendendo allora alcune considerazioni di Alcide Pierantozzi e Vanni Santoni, che qualche tempo fa hanno parlato, rispettivamente, di New Italian Weirdness e Nuova Strana Europa, è possibile registrare, negli ultimi anni, una discreta attenzione da parte di critici e lettori verso opere che indagano l’irrazionale, l’occulto, il confine tra scienza e magia; testi prodotti da una cerchia di autori tanto ampia quanto eterogenea, scrittori che, se declinano l’esplorazione del mistero e l’indagine metafisica secondo poetiche e persino generi differenti (dall’horror alla fantascienza, nel solco di Kafka come in quello di Cortázar), agiscono tutti o quasi secondo canoni intensamente letterari, quasi classici – qualcuno direbbe: massimalisti.

Giusto qualche nome, allora, per fare chiarezza nell’abisso di questa materia oscura: stiamo parlando di gente del calibro di Mircea Cărtărescu, Georgi Gospodinov, Antoine Volodine (col suo post-esotismo, di cui ha scritto Giovanni Bitetto proprio su Ultima Pagina), Thomas Ligotti (le cui visioni horror sono sostenute da una convinta impalcatura filosofica di stampo nichilista), Antonio Moresco (che non a caso, come Ligotti e il defunto Colin Wilson, fa spesso riferimento alla sublime sostanza metafisica dell’increazione), a cui andrebbero aggiunte le opere, per restare in Italia, di Emanuele Tonon, Omar Di Monopoli (che rivedremo a breve con Adelphi), Luciano Funetta, dello stesso Vanni Santoni (per via, pure, della sua attività di editor e agitatore culturale) senza dimenticare almeno un testo di Nicola Lagioia, ovvero quella Ferocia che gli è valsa il premio Strega e che forse è stata messa un po’ in ombra proprio dall’instancabile dinamismo culturale del suo autore; un’opera che, sebbene si presenti come un romanzo piuttosto classico sull’epopea di una cinica e agiata famiglia barese, trae un’ambigua e seducente linfa oscura proprio dalle sue venature più gotiche e notturne, dal suo rimandare a una realtà secondaria e più incerta, anche solo psichicamente compromessa.

L’impressione che si ricava leggendo questi autori è quasi quella di una reazione – e qui, forse, sono io a generalizzare – a una certa “coltre realista” (espressione non mia, come vedremo alla fine di questo saggio), a certa ordinarietà della materia narrativa che ha dominato il racconto novecentesco, allo slancio potente, forse ormai esaurito, di saghe familiari borghesi, di depressioni minime alle prese con la macchina della società consumistica occidentale.

Sembra di assistere al rovesciamento della celebre regola dell’iceberg di Ernest Hemingway, secondo cui ciò che si racconta è sempre il visibile, la punta soltanto del blocco di ghiaccio, e cioè la parte minima della faccenda; il grosso, come sappiamo, è sott’acqua, è tutto ciò che Hemingway non racconta dei suoi personaggi. E chissà che proprio la definizione, per sottrazione, di quest’antimateria narrativa non sia stata un invito involontario proprio all’esplorazione dell’oscurità e del sommerso, del rovescio di quelle stesse vite ordinarie, tanto borghesi quanto popolari, raccontate da tanta narrativa del secolo scorso.

Un calderone di autori, quello sopra citato, che – oltre a essere ovviamente incompleto – potrebbe includere anche il definitivo sdoganamento di Stephen King e Philip K. Dick quanto, pure, alcune tendenze musicali, se pensiamo agli Arcade Fire che discendono negli inferi con Orfeo e Euridice e ballano al ritmo di parate haitiane, o alle visioni cosmico-distopiche del videoclip Gosh di Jamie XX. Un calderone in cui c’è posto, per tornare alla letteratura nostrana, anche per una figura singolare, per un autore che sta pian piano costruendo un suo personalissimo percorso artistico: mi riferisco al siciliano Orazio Labbate, classe 1985, compagno di scuderia di Funetta al suo esordio con Lo Scuru, romanzo gotico-siciliano edito da Tunué in una collana curata, guarda caso, dallo stesso Santoni.

Da poco Orazio Labbate è tornato in libreria con La piccola enciclopedia dei mostri e delle creatura fantastiche, un’opera che da un lato si inserisce, confermandola, in questa tendenza allo slittamento nell’ignoto e nel mistero, e da un altro appare come una soluzione interessante per ciò che può rappresentare oggi il libro come supporto fisico.
Vorrei però raccontare della Piccola enciclopedia e del suo autore a partire da un breve aneddoto di natura personale. Continua a leggere

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Terrore, amore, poi ancora terrore

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Killian Eng

Questo racconto è apparso per la prima volta su Farsalia, il numero VI di Ô Metis, rivista a cura di Crapula Club. Consigliato per cuori infranti e terrorizzati, specie se sprovvisti d’alcol, sostanze psicotrope o un buon libro con cui alleviare il dolore, la solitudine o più semplicemente la noia. Buona lettura.

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Estratto da La voliera di Nero Desideri, 8 dicembre 2043 ore 20.59
Ci sono donne partorite dalla luna: non, tuttavia, senza spasmo e dolore di cosce. A loro modo immortali, la loro immortalità non è che l’indizio dell’esistenza di una divinità remota, ulteriore. Per questo, ma non solo, si dice che queste donne siano fantasmi di altri fantasmi, e che al pari di maree, tessuti vascolari emorroidali e licantropi, rispondano solo al movimento dello spettro ghiacciato del nostro pianeta. Per questo si dice anche che chi le abbia incontrate abbia visto la Tigre, che sia cioè affetto da santità o pazzia come accade in certe tribù mediorientali, la cui memoria collettiva è continuamente scossa dall’ossessione per il ricordo di una bestia che non si può dimenticare né smettere di rievocare a ogni passo, a ogni dubbio: a ogni inciampo in quel gorgo appassionato che ci indemonia finché si è vivi e camminanti su questa terra.
Queste donne cantano la propria bellezza, ma è un trucco o una parte: sanno effimera e occulta, al contrario, la bellezza della natura, olio che giace inerme sulla superficie dell’acqua. E così inseguono una più sublime forma di esistenza: la perfezione.
Neutra, glabra, a suo modo abietta, la perfezione ignora ogni cosa fuori da sé. Come canidi, dunque, queste donne conoscono il mondo in scala di grigi e sovente, tra il bianco e il nero, prediligono quest’ultimo. Il metro con cui misurano gli atti dei terrestri è dunque la stanchezza, che tutto attrae e consuma fino allo scheletro, fino al midollo. Negli armadi di queste donne non si conservano abiti: pendono soltanto grovigli di teschi, scapole, costole, sterni, femori, rotule e caviglie in attesa della polvere. Nell’atto dell’eterna decomposizione, nell’atto, soprattutto, dell’attesa della decomposizione, queste donne diventano fantasmi dei propri fantasmi, cui fanno visita ogni notte fino a sbiadire, occultate come gli intenti che le animano.
Allo stesso modo, alcuni uomini sono deserti. Illusi che sia fuori da loro, che in altri termini il deserto li circondi, non sanno di portarlo dentro fino all’ultima roccia, fino all’ultimo granello di sabbia. Si guardano attorno confidando, in cuor loro, in quello che è il più antico labirinto, concepito dalla natura prima che dall’uomo, confidando soprattutto nel sole che nel picco di mezzogiorno annulla ogni ombra. Questi uomini sono il deserto ma non sanno il deserto. Se pure conoscono la storia dei propri simili, si pongono al di fuori di essa, incapaci ormai di corrispondere ai frammenti di storie, canzoni e memorie che i leoni guardiani passano sotto segreto come si passa il rancio tra le sbarre di una cella. Tutto ciò che questi uomini sanno e raccontano non annulla il confine, esaltando al contrario ogni sentimento del limite. Per questi uomini, ciò che è invalicato una volta resta invalicabile nei millenni a venire.
Si dice allora che la donna, al pari della guerra, sia atta a forgiare l’uomo. Si dice anche che certi uomini bramino il possesso di certe donne per dimenticarle, perché il possesso estingua finalmente la pena che danno. È chiaro che questi uomini hanno visto la Tigre, è chiaro che queste donne hanno già perduto una guerra. Del loro incontro, mancato ed eterno, non resta che quell’attrito iniziale che sempre scintilla nel dramma, ovvero in quel tipo di felicità intermittente e provvisoria che è sempre l’infelicità.
Discuteranno di questo in eterno.

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Nostalgia per Internet

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Maya Beano

Lo scorso 9 febbraio questo blog ha compiuto otto anni. Su WordPress, però, ci sto da dieci: era il 2007 quando aprii il mio primo blog, ci pubblicai nove racconti e poi lo chiusi.
Scorrendo i primi articoli del Malesangue, comunque, ho la netta quanto ovvia sensazione che mi muovessi, all’epoca, in una Internet completamente diversa da quella attuale. C’erano post brevissimi, ironici e performativi, che oggi andrebbero direttamente sui social, ad esempio, e altri più lunghi, che richiedevano un po’ di tempo per la lettura, e che effettivamente venivano letti con attenzione e fino in fondo. Oggi è un po’ più complicato farsi leggere quando si va in profondità – ed è subito nostalgia per la cara vecchia Internet dei bei tempi andati.

La nostalgia: ultimamente mi avvolge spesso come una coltre di fumo, e infatti ne ho scritto recentemente. In più, qualche giorno fa, reincontrando Paolo Cognetti dopo cinque anni, gli ho chiesto di scrivere una breve definizione di questo impalpabile sentimento accanto alla dedica sulla mia copia de Le otto montagne. Ma di questo – della nostalgia in generale e dell’incontro con Paolo – parlerò in futuro. Adesso parliamo di Internet.

(Quanto al futuro: a volte è così intenso, visivamente intenso, da sembrare già una nostalgia del presente: questo direi, se volessi dare un taglio poetico a questo post, ma andiamo avanti.)

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Cadenza e intensità — Ricardo Piglia

Solo nei film di Hollywood è sbagliato raccontare il soggetto; nei romanzi invece la trama è soltanto una guida, o meglio la mappa di un territorio che si va trasformando mano a mano che procediamo. Quando diciamo che non possiamo smettere di leggere un romanzo è perché vogliamo continuare ad ascoltare la voce narrante. Ben oltre l’intrigo e le peripezie, c’è un tono, che definisce il modo in cui la storia si muove, fluisce. Non si tratta tanto dello stile, dell’eleganza nella disposizione delle parole, quanto della cadenza e dell’intensità della narrazione. In definitiva il tono determina la relazione emotiva che il narratore intrattiene con la storia che sta raccontando.

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Regola d’oro per gli scrittori debuttanti: se l’immaginazione scarseggia, occorre essere fedeli ai particolari.


Ricardo Piglia, 9 febbraio 2012

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L’enigma di Leia Organa

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Gustavo Viselner

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana senza industrie culturali né mecenati, non c’era distinzione alcuna tra autore e pubblico, e ogni opera prodotta era un tassello, continuamente riscrivibile, di uno smisurato universo di fan made fiction

Sovrapposizioni
Nella Trilogia della Città di K, Agota Kristof scrive di una città (una galassia?) liberata – tra gli altri – da un androide che si chiama K-2SO (K, appunto). E poi di due gemelli. Uno di questi è Leia Organa, nata Skywalker, prima principessa e poi generale dell’esercito dei ribelli.
La rappresentazione, se vuol farsi leggenda, deve campare così: di approssimazione, ambiguità, costrizione ad uso e consumo dei fedeli. Del resto quando muore Carrie Fisher (la pazza, l’impasticcata, l’attrice e scrittrice brillante, la pupa del pappa Jabba the Hutt, ecc.) si finisce col piangere invece Leia Organa, nata Skywalker.

Chi muore davvero
Lo decidono, insieme, sceneggiatori e fedeli. Fino all’uscita di Episodio IX, Leia è viva e morta insieme come il gatto di Schrödinger. Carrie Fisher no, ma piangiamo comunque la principessa e il generale: se non altro perché certa gente, morendo, smuove qualcosa nell’intero sistema solare – un movimento psichico naturale e coerente, la stella che collassa fino allo spuntare dell’astro di Planck.
Come Padmé muore dando Leia alla luce, del resto, Debbie Reynolds muore dando Carrie alla morte: dov’è il confine tra ciò che è e ciò che è rappresentato?
La morte di David Bowie (ma poi è morto lui, o David Bowie?) rappresenta forse il primo smottamento di questa commozione globale, astro (nero) del ciel, pargol divin, virgineo e mistico, di stirpe regale decor, disceso a scontar l’error, sol nato a parlar d’amor, luce dona alle menti, pace infondi nei cuor.

Gli ultimi sentimentali sul pianeta terra
Gli antichi, che del resto per vati e profeti si sceglievano personalità multiple quando addirittura non collettive, erano convinti che alla morte di un poeta seguisse sempre la nascita di una stella, o di più stelle. Persino Orfeo frocio e attaccato ai fatti terrestri vide ascendere in cielo quantomeno il suo strumento, per via di questa convinzione – a cui noi contemporanei torniamo adesso, dopo che Beck Hansen, Fukuyama e i Simpson hanno dichiarato che la verità non è che un frammento, perciò risibile, e poi spallucce a volontà – adesso che a morire sono gli ultimi sentimentali sul pianeta terra.

Organa, Skywalker, forse Fisher
Tutt’uno con la Forza (costellazione, midi-chlorian, spirito santo), Leia Organa nata Skywalker può riabbracciare adesso l’amore di una vita (Han Solo, non ancora Harrison Ford, forse Paul Simon), conoscere sua madre una volta per tutte (Padmé, ma in fondo anche Debbie), guardare in cagnesco una gigantesca matrigna (Liz Taylor), aspettare i suoi figli (chi sei davvero, Ben Solo?) e il cane Gary.
E forse parlare con suo padre, ascoltarne la voce – quella vera, niente vocoder robotico e asmatico da James Earl Jones o Massimo Foschi.

Io, sono tuo padre
Bail Organa, padre adottivo, è di quelli che pensano che partecipare a una guerra equivalga alla possibilità di vincerne una, una soltanto.
Anakin Skywalker ne ha vinte due, perdendole entrambe. Perdendo una famiglia intera, condannandola a sua volta alla guerra. Una vita sbagliata, si direbbe. Condotta nel plagio del solco della fede altrui. Non meno di un bambino che nasce col fucile già in mano. Uno spartano. Certe vittime di guerra sono già morte prima di nascere, prima di uccidere: al soldo dell’imperatore o del presidente di una repubblica teocratica, non fa differenza.
Perdendo tua madre ho perso tutto, figlia mia, anche te e le guerre. Non dovevo farmi coinvolgere: è diventata la mia storia, ma non era la mia guerra. Tuttavia so bene che tu non saresti tu, tu e la tua splendente grandezza, se io non avessi fallito, e così tuo fratello.
Ero pazza nel sangue, papà. Il tuo sangue. Come certe ragazzine sbiadite che smezzano il corpo per troppo amore verso un padre inventato. E giù pillole, dottori e corruzione di ogni amore, anche solo sfiorato. Ho fatto la guerra a te e a chiunque per non farla (non più) a me stessa. Gli ideali si colorano di sangue vergine, il proprio, se ne hai ancora da versare. E io ne avevo, per fortuna. Questioni private, nient’altro, lo sai anche tu: e così il mio non era coraggio e neppure abilità di generale, ma stanchezza di me, necessità di sopravvivenza di me a me stessa. Questo ti dovevo, e nient’altro.
Adesso balliamo. Fuori fa freddo, ma non possiamo sentirlo.

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Solo clamori di fenomeni — Leonard Michaels

smoking

Saul Leiter

Quali che fossero i miei rimpianti riguardo all’università (gli anni perduti, niente dottorato), nessun giudizio mi aveva ancora ferito. Non avevo fallito in nulla di importante, come era accaduto, ad esempio, a Francis Gary Powers, il cui nome era sulla bocca di tutti. Il suo aereo-spia, un U-2, era stato abbattutto in Russia, ma lui non si era ucciso prima di essere catturato. Invece, aveva confessato di essere una spia. Il presidente Eisenhower, il quale aveva dichiarato che l’U-2 era un aereo per rilevazioni meteorologiche, fece la figura del bugiardo.
C’erano pochi eroi. Malcolm X e Fidel Castro, dal leggendario coraggio, incarnavano il disordine violento; erano stati entrambi in prigione. Ma anche gli eroi sportivi, che sono semplici, potevano scatenare la violenza: dopo una partita, una folla furiosa sciamò giù dagli spalti, circondò il grande Mickey Mantle, gli strappò il berretto, gli graffiò la faccia e lo prese a pugni sulla mascella, così forte che dovettero fargli una radiografia per vedere se l’osso era fratturato.
L’odore dell’inchiostro di stampa, una patina oleosa delle mie dita, si mescolava al fumo delle sigarette e all’aroma del caffè. Le pagine giravano e scoppiettavano come il fuoco, o come ossa che si spezzano. Lessi che 367 persone erano morte in incidenti stradali durante il fine settimana del Memorial Day e che, da quando era apparsa la prima automobile, oltre un milione di persone erano morte sulle nostre strade, più che in tutte le guerre che avevamo combattuto. E ancora: due sorelle erano state trovate morte nel loro appartamento di Gracie Square, nella vasca da bagno, in camicia da notte. La mano di una di loro stringeva un rasoio. Non si parlava di sangue. Era giornalismo all’antica, rispettosamente distaccato dalle tragedie personali. Non una parola su come le sorelle si fossero sistemate nella vasca. La vita era defluita dalle loro vene come la folla vomitata dagli spalti per adorare e ferire Mickey Mantle. Non c’erano significati davvero grandi, solo clamori di fenomeni. Leggevo assiduamente. Mi tenevo in contatto con la mia specie.


Leonard Michaels | Sylvia

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