Corpi estranei

Un gioco, per lo meno a parole

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4. Il mio personale meteorologo si chiama Elisa, ogni tanto annuncia pioggia. L’altro giorno ha detto di una perturbazione (solitudine?) in arrivo. Non mi sono agitato. Ho sfogliato un libro, ho pensato a te, ho concluso affari, ho detto in giro che a Venezia non sono stato mai. Quante maschere ha, questa primavera.

15. Ma le regole d’ingaggio non le ho stabilite certo io. Ogni donna è libera di sperimentare le libertà che sul suo corpo sono già state tracciate dagli uomini. Funziona come per le sezioni di vacca disegnate sui poster in macelleria. Per fuggire un dogma c’è solo il pittoresco.

28. Di stanchezza è pieno il mondo. La tua, la mia. Ha la stessa luce di certe albe di gennaio. La mia è divenuta forza. La tua, intensità. Io zoppo, tu guercia, questo non ha fatto di noi due pirati. Allora ho creduto, religiosamente, nella garza (non per il peccato o i colpi sul petto, ma per l’attesa). Sei poi guarita?

50. Ho visto ovunque la dittatura della gioventù (verrà quella dell’infanzia). Così ho dovuto fare il primo passo verso la vita adulta, ancora prigioniera o in esilio in al-Andalus. Non si trattava tanto di uccidere il padre, quanto di allontanarsi, mettersi alla giusta distanza, perché anche il padre potesse finalmente invecchiare; e noi con lui.

61. Quando leggerai queste arringhe saranno oramai quarant’anni che dico sempre le stesse cose. Il fatto è che le dico sempre peggio. Peggioro a ogni tradimento e perdo il senso e il gusto del gioco. Ma un gioco, almeno a parole, lasciamelo pure: farti ridere era condire il riso, il tuo, con poche olive e molte stramberie, le mie.

99. Le nostre opere dovrebbero tendere al niente, all’incompiutezza fuori da ogni dissapore o tensione – fuori da ogni contesa umana, per realizzarsi nel destino di ogni terrore, che è quello di essere universale. E da lì raccontare un’epoca di vapore o di ruggine, che ha legato insieme confusione e crudeltà; scegliere infine se esserne la scatola nera, o il feretro bianco.


Guglielmo Soga | Il vapore e la ruggine. 99 note in calce a un testo inesistente

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Le storie degli altri

Una questione d’intensità, di metamorfosi — Ricardo Piglia

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Quelli che capivano le donne scrivevano libri molto eleganti: Flaubert, Henry James.
Quelli che non le capivano, scrivevano libri caotici: Melville, Malcolm Lowry.
Bisognava elaborare una teoria che spiegasse questa relazione.
Kerouac aveva scritto la propria confessione in una notte e Pavese il suo libro in trent’anni, ma la sostanza era la stessa.
Connolly: un’estate a Londra.
Era tutta una questione d’intensità. Di metamorfosi.


Ricardo Piglia | L’invasione

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Storie

La nostalgia rigorosa di Annie Ernaux

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È storia di qualche settimana fa: Il posto di Annie Ernaux torna in classifica, a due anni dall’uscita per L’Orma Editore, grazie all’iniziativa popolare di Modus Legendi. Circostanza singolare, non tanto per la qualità dell’opera quanto perché quella della Ernaux, pur non essendo particolarmente complessa, è tutt’altro che una scrittura piacevole o accomodante – ancor meno da classifica. Nel corso della sua vita – più che della sua carriera, è il caso di dire – la scrittrice francese ha sempre attinto alla sua biografia. A partire dalla morte del padre di cui si legge proprio ne Il posto, la Ernaux ha parlato di un aborto, di un cancro, della morte prematura di una sorellina, fino al tentativo di fondere insieme, ne Gli anni (2008, nella cinquina del Premio Strega Europeo), la storia collettiva del Novecento francese con quella personale.

In generale, nessun desiderio letterario sembra attivare la scrittura della Ernaux quanto, piuttosto, la necessità di comprendere, di mettere a fuoco senza farsi troppe illusioni circa il risultato finale. Nella sua opera manca del tutto l’artificio, il trucco, la codina bitorzoluta dell’autore che voglia a tutti i costi compiacere o portare dalla sua il lettore. Solo ne Gli anni troviamo dei sussulti stilistici che ne fanno forse il testo più contemporaneo di una scrittrice che resta, comunque, fortemente novecentesca: l’alternarsi della prima persona plurale col punto di vista, alla terza singolare, del personaggio-narratrice; l’uso, quasi virtuosistico, degli elenchi; e infine un certo intersecarsi dei piani temporali, quasi a sussurrare che il tempo non scorra affatto come siamo abituati a pensare.

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Le storie degli altri

La ragazza argentoviva — João Guimarães Rosa

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Foto: Maureen Bisilliat

Dio è obliquo e lento. E gli venne in mente Dlena.
Così fresca e sveglia, occhi di gatta, amica, tutta lusinghe, la ragazza argentoviva. Era stata lei, graziosamente, a insinuargli su Z il dubbio, ma come se volesse consigliarlo – di questo Teresinho quasi si ricordava. Si rallegrò, nel profondo, cuore di fibra lunga. Andò a trovarla.
Dlena lo accolse, il tatto sottile da ragno a digiuno. Il suo sorriso era un prologo. E la storia sconfinò nella psicologia.


João Guimarães Rosa | Candela per il diavolo

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Le storie degli altri

Che differenza fa? — Éric-Emmanuel Schmitt

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Essere nati qui o altrove che differenza fa? E d’altra parte è possibile una distinzione? Sposare un paese, le sue caratteristiche, è sposarlo anche nelle sue piccolezze. Tenersi aggrappati alla propria terra è arrampicarsi. Voglio rinnovarmi. Ciò che mi interessa negli uomini, ormai, non è quello che hanno di romani, ma quello che potrebbero avere di bello, di generoso, di giusto, di comune, quello che possono inventare per rendere il mondo migliore e abitabile.


Éric-Emmanuel Schmitt | Il vangelo secondo Pilato

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Storie

Bufale sul cesso

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C’è stato un tempo – adesso è incredibile anche solo pensarlo – in cui i firmacopie in Feltrinelli non erano poi così simili all’improvvisa sospensione della democrazia in uno stato occidentale qualsiasi: vuoi entrare per comprare un libro che non sia quello presentato in quel momento da un musicista o da un cuoco? Be’, non puoi, perché c’è la fila e i gorilla all’ingresso impediscono l’ingresso ai clienti abituali.
Ma davvero c’è stato un tempo, lo giuro, in cui le cose non stavano in questo modo; un tempo in cui semplicemente i firmacopie in Feltrinelli non esistevano.

Non so cosa pensare delle Feltrinelli di allora – diciamo fine anni ’90, inizio del nuovo millennio: magari erano già il rifugio ideale per radical chic presi in una camera dell’eco pre-facebookiana che conformava un mondo di giusti e sapienti medioborghesi apparecchiato per altri giusti e sapienti medioborghesi.
Di sicuro, però, quelle librerie, per quanto di catena, erano un posto tranquillo, in cui potevi gironzolare senza troppo chiasso attorno e persino fermarti a leggere senza il profumo di fritto e caffè appiccicato sotto il naso – non che odori simili mi disturbino, ma trovo che siano piuttosto domestici, e non mi piace ritrovarli in luoghi pubblici in cui vado a fare altro.

Quelle Feltrinelli, inoltre, erano dei posti in cui potevi scoprire libri nuovi. In cui le novità non venivano ancora sparate a caratteri cubitali sugli algidi muri del piano superiore, né piazzate in colonne doriche del nulla, in ogni angolo, perché non sfuggissero neppure al più fervido ricercatore di serendipità libresca. Però già all’epoca c’era almeno un libro che bisognava leggere a tutti i costi, che in qualche modo richiamava la tua attenzione (specie se eri, come il sottoscritto, un residuato bellico di certo alternativismo-postcomunista già a vent’anni), che la reclamava in un certo senso strillando – per via del titolo, della confezione, del contenuto che titolo e confezione lasciavano presagire.

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Le storie degli altri

Un fanciullesco mite giuramento — Anna Maria Ortese

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Io stessa, da anni, vado sperimentando la difficoltà della coerenza, di serbarsi fedeli a una specie di giuramento fatto all’Invisibile. Di più non saprei dire. Ma follia e rivolta le intendo, le vedo ammissibili, solo in questo senso: di quasi militare obbedienza a un fanciullesco mite giuramento fatto, in passato, alla stella…
Elsa Morante ha creduto nella inesistenza, nel miraggio, ha visto terra dove non era.
Questa, per me, la sua tragedia. Un’anima perduta.


Anna Maria Ortese | Da Moby Dick all’orsa bianca

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