Interviste

Enrico Monti, Richard Brautigan & me

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La Crociata per i Diritti di Richard Brautigan (CDRB) è cominciata su questo blog con l’intervista a Marco Petrella. Adesso continua con quello che considero il colpo del secolo: intervistare Enrico Monti, attuale traduttore di Brautigan per ISBN. Monti ha avuto la possibilità di dare un apporto critico e continuo allo stile del vecchio B., cosa che in passato non era potuta accadere. Perché sono così fissato con Brautigan? Nel candore umoristico e spiazzante delle vicende letterarie e non di Richard c’è il segreto che regola l’universo, io ne sono convinto, c’è una comica linea immaginaria che unisce più mondi che adoro, dall’America al surrealismo fino all’amore per la parodia come atto finale (verso ogni cosa). Passando per lo zen. Abbandonando ora i toni apocalittici, auguro una buona lettura (e chiedo a Marcos y Marcos di ripubblicare Pesca alla Trota in America: ho dovuto mandare un emissario/sicario in casa editrice per averlo).

Innanzitutto, come ti sei imbattuto in Richard Brautigan? E come mai la ISBN ha deciso di pubblicare i suoi inediti in Italia?

È successo un po’ di anni fa negli Stati Uniti. Vivevo vicino alla “sua” San Francisco e mi sono imbattuto in libreria nella copertina di Trout Fishing in America, con Brautigan in posa davanti alla statua di Benjamin Franklin. Mi ha incuriosito il fatto che il libro cominciasse proprio dalla descrizione della copertina. Così l’ho letto, mi ha spiazzato, divertito e invogliato a leggere altre cose sue. Quando qualche anno dopo ho cominciato a interessarmi di traduzione, mi è venuta voglia di tradurre un suo libro che mi era piaciuto molto e che era ancora inedito in Italia (sarebbe diventato American Dust: Prima che il vento si porti via tutto). L’ho proposto a Marcos y Marcos, che all’epoca pubblicava Brautigan, ma senza troppa fortuna; meglio è andata con l’allora neonata ISBN e da lì il progetto ha preso il via. Dopo quel primo libro nel 2005, ISBN ha deciso di pubblicare altri inediti di Brautigan, facendone uno dei suoi autori di punta: così sono venuti Una donna senza fortuna (2007), Il mostro degli Hawkline (2008) e, in cantiere per i prossimi mesi, il suo primo romanzo, A Confederate General from Big Sur.

Brautigan ha scritto molte parodie (del poliziesco, del porno, del gotico e del western con Il mostro degli Hawkline). I suoi pasticci sembravano l’unico modo che aveva di scrivere, alle volte, e così anche il magico La casa dei libri a un certo punto mutava in un inquietante e doloroso reportage su un aborto clandestino. Mi chiedo due cose: è stato un precursore? o è tutto merito del fatto che da giovane Brautigan era stato aiutante di un inventore (a proposito, è vero?)

Le parodie e il pastiche sono per Brautigan una risposta non-dotta alla percezione dotta della fine dei generi tradizionali, sentita da una parte della nuova letteratura americana sul finire degli anni sessanta e “sancita” dal saggio di Barth sulla letteratura dell’esaurimento nel 1967. Brautigan è stato tra i primi a rivisitare sistematicamente la parodia come possibilità espressiva in una serie di romanzi che ha scritto a partire dalla fine degli anni sessanta. Le radici di questa sua scelta vanno cercate da un lato nella sua vena comica (virata progressivamente verso il tragicomico) e dall’altro proprio in quel senso di sfiducia verso i generi convenzionali, che è poi all’origine di molte delle sperimentazioni della letteratura americana di quegli anni.

Per quanto riguarda l’esperienza di aiuto-inventore, pare da alcune testimonianze che effettivamente lo sia stato per un breve periodo negli anni sessanta: chissà, forse certe folli alchimie de Il mostro degli Hawkline sono nate proprio lì.

In Pesca alla trota in America, Brautigan fa riferimento alla follia come a una sorta di rifugio, anche fisico. Alcuni dei suoi personaggi pensano di passare l’inverno al caldo di un manicomio. Quanto la schizofrenia paranoica di cui sembrava soffrire Brautigan influenzò le sue opere, secondo te? E l’uso di alcol o droghe? Considerato anche che pare fosse affetto da Fetal Alcohol Syndrome.

Non so onestamente se soffrisse di questa patologia; quel che è innegabile è che aveva gravi problemi con l’alcol, specie negli ultimi anni della sua vita. Meno con le droghe, di cui a quanto pare non fu mai assiduo consumatore, nonostante abbia vissuto in prima fila la stagione psichedelica della Summer of Love. Senza indulgere in una lettura biografica della sua opera, non è difficile trovarvi, più o meno trasfigurati, echi dei traumi della sua infanzia, e certe pulsioni paranoiche sono evidenti a diversi livelli nella sua scrittura.

Si dice che Brautigan abbia avuto la fortuna/sfortuna di appartenere a più movimenti contemporaneamente (beat, hippy, poi chissà). Io dico che – nonostante negasse – lui era soprattutto un indomabile surrealista, un fondamentalista dell’immaginazione. E che, semplicemente, era più a suo agio con la poesia e la canzone che col romanzo.

Di sicuro è sempre rimasto un outsider. Cresciuto tra i beat di North Beach, che però non l’hanno mai preso troppo sul serio, è poi diventato per un po’ l’icona degli hippy di Haight Ashbury, salvo prenderne le distanze quasi subito. Al di là delle etichette, come dici tu, l’immaginazione era senza dubbio la sua dote migliore e quella che più ti colpisce nelle sue pagine. E quell’immaginazione trova forse nella poesia un campo d’applicazione privilegiato, un terreno dove l’immagine insolita, la metafora originale riescono a emergere incontrastate. Alla narrativa Brautigan è arrivato solo più tardi e spesso i suoi romanzi, peraltro solitamente brevi e ibridi, procedono per episodi, per racconti, per lampi d’immaginazione concatenati fra loro, finendo per virare progressivamente verso altri campi dell’immaginazione, verso altri generi.

Di tutti i Brautigan pubblicati in Italia, quelli della ISBN sembrano i più curati – a partire dal fatto che sono tradotti da un’unica persona, e cioè tu. Com’è stato e com’è tradurlo? Nelle note a Una donna senza fortuna parli sostanzialmente di un equilibrio tra ingenuità, semplicità e improvvisi spunti poetici (come isole di parole).

Brautigan ha avuto in Italia alcuni illustri traduttori, da Riccardo Duranti (traduttore di Carver) per il primo Pesca alla trota in America (ora purtroppo fuori commercio), a Pier Francesco Paolini (traduttore di Vonnegut e Bukowski), a Pietro Grossi (l’autore di Pugni). La cura che tu gentilmente ritrovi nei libri ISBN credo sia merito soprattutto del progetto di rivalutazione dell’autore messo in atto dalla casa editrice: non è facile trovare un editore disposto a investire così tanto in un progetto di questo tipo (con quattro titoli in cinque anni) e ad affiancare a ogni uscita un apparato critico che inquadri l’opera e/o l’autore, e credo che questo sia uno sforzo apprezzabile e apprezzato dai lettori.

Per me e credo per ogni traduttore, poter tradurre più opere di uno stesso autore è la forma ideale, perché ti permette di affinare ogni volta qualcosa di nuovo e di fare sempre più tua la lingua dell’autore. Tradurre Brautigan è in primo luogo un divertimento e poi un esercizio di purificazione del linguaggio. Solo traducendolo ti accorgi di come certa apparente semplicità sia in realtà il frutto di un’attenta elaborazione della frase. La misura nella “follia” da un lato e certa naturale dissonanza dall’altro sono gli aspetti che più mi piacciono nella sua scrittura, insieme ovviamente alla spiazzante originalità di certe sue immagini. Il rischio maggiore traducendo Brautigan è di banalizzare questa misurata follia esasperando, tra gli altri, i tratti colloquiali della sua scrittura, o quelli comici.

La cosa che più mi colpisce di Brautigan è, in effetti, l’ingenuità, che non sconfina mai in una scrittura banale. Si finisce per amarlo proprio per questo. Si ha l’impressione di non leggere una persona come altre che scrive, come chiunque. Sei d’accordo o sono un pazzo visionario?

Sì, una scrittura che riesce a essere autentica, pur essendo spesso curatissima, tant’è che dietro certe pagine apparentemente semplici pare ci siano infinite (paranoiche) riscritture. Prendi Una donna senza fortuna, il suo ultimo scritto: ti sembra di leggere il diario intimo di un viaggio verso la fine, eppure c’è anche in quell’immediatezza una ricerca tutta particolare. Una cosa simile a quella che hai notato tu, l’ha ritrovata anche Almodóvar in Una donna senza fortuna, che pare sia stato l’unico libro che ha letto durante la lavorazione di La mala educación e di cui dice: “Non ricordo d’aver mai visto così tanta vita riflessa in così poche pagine”.

Credo che il vecchio Richard abbia scritto di una sola cosa, in sostanza: l’America. Eppure, sebbene si confrontasse con una cosa così grande, riusciva a domarla con le armi della sua prosa semplice, adottando campi lunghi o lunghissimi e grandi ellissi. Sono rimasto colpito quindi da 102 racconti zen, un libro di componimenti cortissimi, in cui si nota invece che nel breve Brautigan era abilissimo e molto preciso (descrizioni molto dettagliate di ambienti e stati d’animo, ecc).

È vero, l’America è la grande protagonista di molti suoi scritti, tanto che la sua opera può essere vista tutta insieme come un’epica contemporanea, solo frammentata in tante tessere di diversa grandezza. I 102 racconti zen sono tra le tessere più piccole di quel progetto: si tratta di una scelta di racconti presi da due raccolte diverse (The Revenge of the Lawn e The Tokyo-Montana Express) con alcuni spunti davvero pregevoli. Nella forma del racconto brevissimo, della short short-story, che a tratti sconfina quasi nella poesia in prosa, si può trovare forse la matrice profonda della sua scrittura, che anche quando si estende alla forma del romanzo resta spesso “scomponibile” in una serie di quadretti concatenati.

So che Marcos y Marcos ritiene poco fruttuoso stampare Pesca alla trota in America perché ha troppi riferimenti alla cultura americana che potrebbero sfuggire a noi italiani. Io invece ho sempre l’impressione che il modo in cui gli americani parlano di certi loro artefatti (da KoolAid alla Coca Cola) riesca a dare qualcosa di mitico alla loro società. Comunque. Secondo te chi o cosa è Pesca alla trota in America?

È vero che trabocca di cultura americana, ma lo stesso si può dire di molti altri classici americani contemporanei: forse che Sulla strada o Il giovane Holden non ne sono pieni? E poi, in fin dei conti, la nostra conoscenza di quella cultura non ha fatto che crescere negli ultimi anni, quindi non credo che certi riferimenti possano essere più “sfuggenti” di vent’anni fa quando apparve la prima traduzione italiana, o di dieci anni fa quando fu ritradotto. In quell’entità proteiforme che è Pesca alla trota in America vedo soprattutto la memoria collettiva del sogno americano di fronte al suo tramonto, il Walden Pond di Thoreau che si riempie di cartacce colorate e va all’asta al metro quadro: un lamento insomma sulla perdita dell’innocenza, ma con il sorriso sulle labbra.

Adesso, per concludere, vorrei parlare di una cosa a cui tengo molto. E cioè del fatto che il cinema dei fratelli Coen debba molto a scrittori come Kurt Vonnegut (soprattutto) e Richard Brautigan (penso all’esilarante Sognando Babilonia) in fatto d’umorismo, ibridazione di generi diversi e molto altro. Sei d’accordo?

È vero che certe loro scelte stilistiche richiamano alla mente la scrittura di Brautigan. Non so se l’abbiano mai letto e/o ne siano stati influenzati, però si possono senz’altro ritrovare delle analogie nel loro modo di fare cinema: per questa e tante altre ragioni, dubito che metteranno mai in film qualcosa di Brautigan, anche se sarebbe interessante vedere un loro adattamento (o ancora di qualcuno come Michel Gondry). In passato qualcuno ci ha provato con Il mostro degli Hawkline: Hal Ashby prima – regista del bel Harold e Maude, dalle atmosfere molto brautiganiane – e Tim Burton poi, ma per un motivo o per l’altro non se n’è mai fatto niente. Di suo, Brautigan era un grande cinefilo e, se mai ha dato qualcosa al cinema in termini d’ispirazione, sicuramente ne ha attinto a piene mani in termini di spunti e riferimenti: basta vedere come in American Dust: Prima che il vento si porti via tutto riviva tutta la sua infanzia proprio come un film.

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