Le storie degli altri

Iggy Pop: una fiamma ossidrica in versione sadomaso

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Quello che segue è un articolo di Lester Bangs apparso sul Village Voice del 28 marzo 1977. In Italia è stato raccolto da minimumx fax nel volume Guida ragionevole al frastuono più atroce, con traduzione di Anna Mioni. Buona lettura.


Il concerto di Iggy Pop venerdì scorso al Palladium è stato un trionfo secondo gli standard consueti. Iggy era in ottima forma, e il pubblico era di un entusiasmo verace: avrebbe potuto fare tutti i bis che voleva. Ma Iggy non ha mai ritenuto importanti gli standard consueti: a partire dai primissimi tempi, quando gli Stooges salivano sul palco senza nemmeno saper suonare i propri strumenti, fino al presente, in cui sembra finalmente in procinto di diventare uno dei divi più strani che si siano mai visti. Chi mai proverebbe a sfondare tra i grandi del rock per la terza volta, e quindi la più importante, con un album intitolato The Idiot? Proprio lui, quello che in certi momenti aveva preso l’abitudine di buttarsi a capofitto dal bordo del palco in mezzo al suo pubblico, e che venerdì sera ha continuato a contorcere viso e corpo in maschere e gesti che simboleggiavano l’”idiozia”, il tormento e, soprattutto, il sadomasochismo. Continua a leggere

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Storie

Zurigo

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Tu e lui avete fatto un viaggio.
C’è che abitate in città diverse e molto distanti, così avete pensato che un lungo giro oltre confine avrebbe potuto risollevare anche solo un po’ non tanto le sorti del vostro rapporto, quanto quelle di voi due come singoli individui. Del resto avete comunque dei punti fermi: quando pensi a lui, e in special modo quando pensi di lasciarlo, cerchi di tenere a mente quanto ti sia stato vicino quando eri completamente fuori di testa. E anche lui, sebbene si comporti come se avesse un’altra (ma non ha un’altra), prima di esplodere, al telefono, cerca sempre di ricordarsi quanto ti voglia bene, cerca sempre di pensare a quello che state costruendo, con grande fatica, mentre non sempre ha un lavoro e suo padre sta morendo.
Allora si può dire che arrivate a Zurigo mano nella mano. La sera stessa del vostro arrivo andate a vedere il concerto che avevate prenotato mesi prima, prima ancora del viaggio, e che a questo punto è solo una scusa. Dopo il concerto, in albergo fate quasi l’amore, solo che tu hai il ciclo e a un certo punto hai un blocco, non tanto per lui quanto per le lenzuola. Hai voglia che tutto sappia di pulito almeno fino al giorno dopo. Ed è a partire dal giorno dopo che Zurigo inizia a sfumare. C’è un verde che non ti aspetti e troppi italiani coi soldi, e anche quelli che non hanno un lavoro sembrano navigare nell’oro, perché hanno scoperto cos’è un vero assegno di disoccupazione e perché in fondo, da quelle parti, morto un papa se ne fa davvero un altro (in fatto di lavoro, ma non solo). Hanno un che di presuntuoso, i tuoi compatrioti a Zurigo, che trovi puerile e imperdonabile, così come il loro essere alla moda più di quanto possano esserlo i tuoi coetanei più aggiornati in Italia. Ma soprattutto, trovi che il cibo sia scadente e che anche a Zurigo ci sia qualcosa che porta a deprimere o solo piegare la condizione umana, quale che sia; e poi scopri che le pesche marciscono dopo solo un giorno. E questa, ne sei certa, sarà la cosa che ricorderai più a lungo di questo viaggio.

Quando tu e lui tornate in Italia passi qualche giorno a casa sua. Hai la febbre. Lui si prende cura di te in modo diverso, non sai se più accurato o meno rispetto ad altre circostanze, dopodiché riparti e sei dai tuoi genitori, nella tua città che a Zurigo hai finito quasi per rimpiangere. Ne sai abbastanza di come funzioni per realizzare che non è accaduto per nostalgia, e che in ogni caso sopporterai anche quella per Zurigo (che subirai comunque). La cosa insopportabile, che sta già accadendo mentre ci pensi, è che pian piano scivolerai nella vita di prima: ricerca ossessiva di un lavoro per non trovarlo mai, discussioni con tua madre su argomenti che lei potrebbe tranquillamente affrontare con tuo padre, il pensiero di tornare a prendere le tue vecchie pillole, e poi i tramonti in riva al mare, che prima inseguivi con un’amica, e che adesso trovi decisamente più appropriato studiare in solitudine.
Un giorno sul blog di un amico che non senti da tempo trovi un racconto. Per la verità non hai molta voglia di leggerlo, ma senti che in qualche modo devi farlo. E così scopri che ha messo per iscritto la tua storia, o almeno la parte della tua storia che hai deciso di raccontargli circa un anno prima. Pensi: è per questo che la gente dice di ritrovarsi in quello che scrive, è perché lui glielo ruba. Allora ti viene voglia di chiamare questo vecchio amico e dirgliene quattro. E in effetti lo chiami, ma non accenni neppure al racconto, e finite col parlare d’altro. Mentre sei al telefono, da sola in casa, la tua attenzione è catturata da un paio di forbici lasciate aperte sul bordo del tavolo in cucina. È allora che pensi che vorresti semplicemente smettere di essere sognata dagli altri, presa nei sogni degli altri, prigioniera dei sogni degli altri.

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Storie

Gli ultimi dell’anno — Due pinguini stasera

Comunque c’è poco da fidarsi. Ha pur sempre sguardo e spirito da pianista. Ti sfida, da pianista. Del resto: lui è, un pianista. Solleva lo sguardo dai tasti mentre suona e guarda te ma è a lei che tende, seduce per interposta musica e persona, guarda te – sì, di fatto sfida te – ma è a lei che vuol arrivare, gli occhi come uova lesse, volto e sguardo sghembi, obliqui, un po’ ottusi (da pianista). Se va sul lento è sulla schiena di lei che rallenta: se è habanera, lei è notturna o negra e non balla certo con te; se è foxtrot, sta’ attento: siamo alla furbizia mesta e assassina che da millenni avvantaggia i musicisti e i cantori.
Domani sarà invisibile; domani: non ora. Lei confida a te gli sguardi degli altri in sala, non di lui, non di lui che lei non vede neppure ma ascolta; nel frattempo sul collo tuo hai degli occhi, e prendi coraggio: lo guardi. Sempre lì: sghembo, obliquo, sghembo, ottuso: è un uomo così brutto da apparir bello mentre fa qualcosa. E la fa così bene: lui suona. Un ologramma prodotto dall’incrocio di suono, ritmo e pulviscolo nel cono di luce della lampada sul golfo del pianoforte a coda. Non esisterà domani ma non esita adesso: eccome, se c’è adesso.
Arrenditi – sta dicendo – arrenditi, tu ce l’hai fatta e io no, dammene un po’, dammene un po’: così ti guarda. Tenta la pietà: carta tra carte, si avvantaggia con una melodia latina. Ne sei quasi convinto: che abbia bisogno di lei almeno quanto tu di lui per sopravvivere a stasera. Guardi lei: com’è possibile che anche lei – anche lei – com’è possibile che anche lei lo desideri… così? Di colpo? Ma se fino a un attimo fa neppure lo guardavi? Dimmi com’è, le diresti, com’è aver me e sentire lui e non il contrario, stasera. Com’è.
Hai pagato. Hai pagato stasera per allontanare il traguardo che ti sei dato e raggiunto: per sapere com’è a non avere quel che già si ha e non si fa più nulla per tenere. Così il resto è: temere: e ogni cosa che si teme ha sguardo sghembo, obliquo, un po’ ottuso e poi coda, coda lunga e nera.
Per questo anche tu eri vestito da pinguino, stasera.

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