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Storie

Un antidoto contro il fascismo

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L’epoca è tecnica. Dopo l’attentato terroristico di Macerata mi sono morso la lingua più volte – almeno quattro, come il signor Palomar – pur di evitare di scrivere qualcosa a caldo. Pur di evitare di entrare nel gioco delle interazioni – quello di Facebook – che crea oggi il discorso pubblico, almeno quello mainstream.

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Quando, negli anni della crisi finanziaria – a partire cioè dal 2008 – il web e soprattutto i social sono diventati mainstream, il discorso pubblico ha cominciato a essere inquinato dalle voci di milioni di persone per le quali in precedenza l’accesso alla costruzione del discorso pubblico stesso era semplicemente inibito: la rivoluzione digitale ha aperto gli argini e ampliato l’accesso a un certo tipo di consumi né più né meno che altre rivoluzioni tecnologiche.

Ciò a cui abbiamo assistito in seguito è stato, altrettanto semplicemente, il cortocircuito del web per come lo conoscevamo. Su Facebook non ci sono ambienti “protetti”: nonostante si insista sulle nicchie e sulle bolle, abbiamo scoperto che esistevano migliaia di persone che non la pensavamo come noi su un mucchio di cose – peggio, ci siamo scontrati con persone che pensavano cose per noi impensabili e indicibili prima d’allora, allo stesso tempo scoprendo che la “ragione” che ci davamo tra “amici” era intollerabile per altri.

Il cortocircuito si è completato quando la tv ha cominciato ad attingere al discorso pubblico rappresentato attraverso i social, ovvero un discorso frammentato, gonfiato, emotivo, sulle prime parallelo rispetto alla “realtà” fuori da Internet e poi pian piano capace di plasmarla sulla base della rappresentazione ultramediata da tv e rete stessa.

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