Storie

Dio e la carta

Se all’epoca degli Antichi avessimo avuto già luce e gas, Prometeo non avrebbe rubato il fuoco e forse gli dèi non si sarebbero mai palesati all’uomo. Oppure chissà, magari avrebbero implorato un po’ di attenzione da parte nostra. Di certo, noi non avremmo avuto la più grande scoperta scientifica di tutti i tempi: e cioè la divinità stessa.

Oggi infatti adoriamo la tecnica e la scienza ignorandone completamente il funzionamento, la loro vita interiore. Facendone metafisica. Adorando questo dio che balbetta e stenta a rivelarsi, come dice Walter Siti, e soprattutto non si dà un nome (come del resto dovrebbe fare ogni divinità che si rispetti).

Ad ogni modo. Ieri sono stato a teatro a seguire uno spettacolo su un celebre romanziere cileno. Nel frattempo arrivavano gli sconfortanti dati sulla lettura di libri di carta in Italia. Mettendo insieme le due cose, in nottata ero arrivato a queste conclusioni.
Continua a leggere

Standard
Interviste

Roberto Abbiati: la Balena è una pialla

abbiati

Intervistare l’autore/attore di uno spettacolo teatrale senza aver visto lo spettacolo in questione? Soprattutto, cosa succede quando lo spettacolo in questione è Una tazza di mare in tempesta di Roberto Abbiati, riduzione del Moby Dick di Melville a un’opera da quindici minuti in una scatola per quindici persone? Succede che si può fare, innanzitutto: la minuzia di particolari con cui lo spettacolo è raccontato in Un tentativo di balena di Matteo Codignola, pensate, consente addirittura di conversare con lo stesso Abbiati sulla natura del mostro bianco di Melville.
Il risultato è un frullato strano dal ritmo particolare, così come particolare è la carriera – e l’opera – dell’Abbiati stesso.

Innanzitutto, come ti è saltato in mente di ridurre un libro di oltre 600 pagine a uno spettacolo di quindici minuti, per quindici persone, per di più in una scatola?
Le cose nascono così! Butti lì una cosa dopo l’altra e quello di buono che c’è, se c’è, viene fuori.
Se ci penso dico che una delle possibilità di mostrare cose esageratamente grandi e sproporzionate, o le fai grandi e sproporzionate o le fai piccole piccole, se c’è poesia funziona se no, no.

E’ opinione diffusa che Moby Dick sia nient’altro che il libro stesso, l’ossessione dello stesso Melville. Un’ossessione che non si è fermata all’autore, e nemmeno a Ismaele o Achab, ma ha contagiato molta gente (dall’illustratore Rockwell Kent a Orson Welles) e credo anche te.
La cosa che mi ha colpito di più alla lettura del libro è la meticolosa, altezzosa e vertiginosa descrizione di tutto quello che riguarda una balena e una baleniera, tutto. Non sono così io, neanche mi piacerebbe esserlo, però Shakespeare con i suoi testi, Dio con la Bibbia e Melville con Moby Dick lo hanno fatto, io mi sono dedicato meticolosamente al legno e ai chiodi del mio spettacolo. Brianza, mobili, chiodi e martello.

Matteo Codignola, nel libro che racconta il tuo spettacolo, parla anche dell’ossessione per la miniatura. Il paragone coi raggi laser della fantascienza, quelli che di colpo rimpiccioliscono le persone, è molto calzante. Così Moby Dick si restringe all’improvviso. Ti appartiene anche quest’ossessione?
Diamo a Cesare il suo e a Codignola anche, il Matteo ha raccontato cose che neanche io sapevo, o meglio mi ha raccontato con il libro quello che io neanche immaginavo, lui ha fatto lo spettatore, e non ti dico quante volte, rischiando la paresi agli arti inferiori e sfidando recidivamente la claustrofobia, solo per questo gli sono molto grato, ma io, io lo spettacolo non l’ho mai visto. Un giorno molto lontano mi siederò sul lettino del Codignola e parlerò e parlerò, e solo dopo la diagnosi dirà delle mie ossessioni, per ora ci sediamo a tavola col Matteo e beviamo vino e per i prossimi tre anni non parliamo del Signor Herman ma di Marilyn, Carlo Emilio, Oliver e di cucina giapponese in generale.

Tra le derivazioni di Moby Dick si possono trovare due filoni principali, quello che tenta di ripercorrerne lo spirito biblico, epico, grandioso (penso al reading di Baricco tra le altre cose), e quello che tenta di tenere la barra sulla storia, sulle sensazioni, sul racconto (penso al film di John Huston, o alla lettura di Orson Welles di soli 22 minuti). Il tuo spettacolo dove lo infili, al di là della durata?
Domande troppo difficili per me, Troppo! Forse ho badato alla poetica, o meglio a quello che mi rimbalzava in testa alla lettura. Non sono un conoscitore di Melville, non sono esperto in Moby, non pesco con la canna e chi mi conosce sa che non amo il mare. Perdipiù nello spettacolo non pronuncio per benino i nomi stranieri (un giornalista me lo ha fatto notare), la verità è che non m’interessa né la pronuncia né la dizione, ho fatto tutto solo perché Ismaele potesse galleggiare a fine spettacolo sulla tragedia appena passata con un filo ironico di speranza. Quello che succede prima sono solo 14 minuti di prologo, il mio prologo al mio Moby Dick o della pialla bianca.

Il tuo è un teatro molto artigianale che, nel racconto di Codignola, mi ha fatto pensare al gioco dei bambini. Così, in Una tazza di mare in tempesta, la Balena è una pialla, Achab la gamba di un tavolo, il Pequod una tazzina. Sbirciando sul tuo sito, colpisce la cura con cui spieghi l’occorrente per ogni tuo spettacolo (materiali, durata del montaggio e dello smontaggio della scena) e lo stesso Codignola fa un efficace parallelo tra il cinema di Méliès e il tuo teatro. Da dove viene questa caratteristica delle tue opere?
L’origine penso stia nel fatto che ho ereditato da mio padre due mani grandi come badili, e allora per tenerle impegnate le adopero e una cosa tira l’altra e costruisco, pitturo, intaglio, suono e così via….. la natura delle cose può essere nobile ma mai come pensiamo noi.

Il tuo pubblico è in una scatola. Sono poche le persone dentro la stiva del Pequod. Leggendo il libro di Codignola, viene da pensare che una scena molto toccante sia quella della caccia, la prima volta in cui appare la Balena. Una luce blu illumina da sotto il pavimento. Ma in genere, cosa pensi che accada al pubblico durante tutto lo spettacolo?
Penso che il pubblico abbia il suo bel da fare per tenermi a bada, e anch’io ho il mio bel da fare per tenere a bada il pubblico, per 15 minuti siamo 16 persone molto impegnate, ognuno in modo del tutto personale.

Fuori dalla scatola ci sei tu, che ti occupi di effetti speciali e luci. Per Codignola questo è uno spettacolo nello spettacolo (forse sarebbe meglio dire fuori dallo spettacolo). Cosa accade esattamente fuori dalla scatola?
Non sono io che manovro tutto ma c’è Luca o Alessandro che fanno un personaggio. Una specie di colloquio costante che ho con luci suoni o effetti, se io sono Ismaele loro sono tutto il resto.
Per fare tutto il resto bisogna impegnarsi ed essere precisi, come il Codignola è stato pignolo con i tempi in secondi dello spettacolo. Lui adesso se volesse fare questa esperienza di pignoleria applicata potrebbe manovrare lo spettacolo “da fuori.”

Come hai risolto il dilemma sul personaggio Ismaele? In Moby Dick è prima un marinaio, poi un narratore onnisciente, poi un esperto di balene…
Io sono quello che resta di Ismaele, la continua narrazione della tragedia è la medicina. Ci stiamo curando.

La balena è un pesce o un mammifero? Oppure, per dirla con Melville, è un pesce nonostante l’evidenza dica il contrario?
La balena è una pialla, e io sono un etologo di pianura. Tutto dipende dai punti di vista.

Di cosa ti stai occupando in questo momento?
Elenco.
Uno spettacolo su due reduci, L’albero della cuccagna.
Un documentario sulla costruzione di un teatro in una favela a Salvador de Bahia.
Una regia per uno spettacolo per ragazzi sulla morte.
Suono del blues con la chitarra e musica popolare con la cornamusa.
Cucino tagliatelle fatte in casa.
Le mangio.

Standard