Interviste

Intervista alla paranoia

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Ho avuto molte volte la possibilità di intervistare stati d’animo. Questo capita a tutti. Ma ogni volta mi bloccavo perché sapevo che c’era soprattutto uno stato d’animo su tutti, al limite della patologia, che avrei voluto intervistare: la paranoia (certo, poi ci si può interrogare sul fatto che anche la felicità, per fare un esempio, possa essere patologica, ma non è il caso). E ogni volta che mi si presentava l’occasione, più volte come per molte persone, mancavo l’appuntamento. Un certo timore reverenziale, una paura latente che potesse riprendermi a sé, questo o forse altro mi ha sempre bloccato. Qualche giorno fa, però, ho pensato che magari parlarci, seppure via mail, sarebbe stata una buona idea. Non so se le chiacchiere scambiate con miss paranoia siano state utili a chiarirmele, le idee, ma è venuta fuori una personalità elegante, certamente disposta al dialogo e – non l’avrei detto – a tratti logorroica.

In cosa consiste una paranoia? E’ possibile tracciare delle coordinate generali circa il tuo lavoro?

Cominciamo dalla terminologia. Oggi mi si conosce come disturbo delirante. Onestamente io non me la riesco a figurare la gente che dice: “Diamine, ho proprio un disturbo delirante”. Perciò io continuo a preferire il termine “paranoia”. Detto questo, il mio lavoro consiste soprattutto di ossessioni e alterazioni delle capacità razionali. Lavoro molto fine, se vogliamo, tanto che è difficile riconoscermi subito. Cerco di lavorare soprattutto sul mondo circostante: se uno ha una paranoia, il mio impegno consiste nel fare in modo che il mondo circostante sia credibile secondo l’ottica della paranoia stessa, in modo che la paranoia non sia riconoscibile immediatamente. La paranoia, come ogni tipo di storia, dev’essere credibile: creare un mondo verosimile e assolutamente razionale, dal suo punto di vista. In genere ho un processo di avvicinamento che incomincia con le manie. Gente fissata con la posta elettronica, fissata coi polpacci delle donne, fino poi a diventare un disturbo (meglio se compulsivo-ossessivo, dunque incontrollabile) cronico, difficilmente eliminabile, e che invece si lega facilmente a altri disturbi o manie preesistenti o sul punto di manifestarsi. Ma, ripeto, in tutto questo cerco di muovermi in punta di piedi, come si suol dire; il dolore non deve far mai rima con rumore, per usare un’espressione che mi è molto cara, ed è su questo che si basa tutta la mia filosofia.

Ritieni che un intervento farmacologico possa ridurre la tua attività?

Scherziamo? Fate pure. Ingerite farmaci e consultate psicologi o psichiatri. Ascoltate chi vi dice di pensare al sole e al fatto che, come si suol dire, la vita è bella. Grasso che cola, per me. Mi infilo proprio in quegli spazi lasciati liberi dall’immensità di questi luoghi comuni. Sono come dei grandi fogli che, messi uno accanto all’altro, danno l’impressione di coprire lo spazio occupato da me. Ma nessuno nota gli spazi piccoli e vuoti tra un foglio e l’altro. Io mi infilo lì. Oh, ma non dovrei svelare i trucchi del mestiere. Per quanto riguarda i farmaci, dipende dalle forme in cui mi mostro. Ma voglio ricordare a tutti che eravate convinti che anche l’elettroshock servisse a qualcosa. Forse dovreste impegnarvi un po’ di più prima del mio arrivo. Io, poi, faccio solo il mio mestiere: niente di personale, mai.

Attualmente a cosa stai lavorando?

Ho per le mani ho un bel po’ di gente, in questo inizio secolo. Mi piace lavorare, ma è dura. Certo becco un bel po’ di soddisfazioni, come si suol dire, ma a volte temo di non farcela. Per questo ho attivato un po’ di sinergie, insomma, cerchiamo di ammodernarci anche noi stati d’animo. Ultimamente cerco di collaborare con la solitudine, che è sempre stata una grande maestra per me. Sai cosa le invidio? Quella capacità di scegliere persino le amicizie delle persone sole. Una vera chicca. Io mi limito a isolarle, le persone, a farle reagire male per una telefonata chiusa male o un equivoco durante una conversazione. A volte è come se mi mancasse quel tocco in più. Ma, ripeto, ho molto lavoro e non mi lamento.

Qual è il tuo rapporto con la depressione?

Non so, parli della depressione generica che colpisce la maggior parte della popolazione del mondo occidentale? Perché quella non è depressione. Però, con la depressione con la D maiuscola, come si suol dire, ho un buon rapporto. Ci vediamo spesso e ci scambiamo idee. Sai, non si direbbe, ma sono molto socievole. Mi piace confrontarmi con chi lavora nel mio stesso settore, ma anche con chi la pensa diversamente da me o si occupa d’altro. Con la felicità ci troviamo spesso nell’orario di pranzo, o a notte fonda, e discutiamo per ore. Di lei non sopporto quella leggerezza con cui pretende di cambiare le cose. Le ho detto mille volte che ci vuole una certa profondità, e mi ha assicurato che lei lo è, profonda. Comunque abbiamo un buon rapporto. Tornando alla depressione, spesso lavoriamo insieme. Scherzando, l’ultima volta lei ha detto che siamo una coppia d’attaccanti complementari: io alta, abile nei colpi di testa, lei bassa, veloce, con una certa eleganza. Possiamo colpire a turno, o contemporaneamente, ma abbiamo una certa intesa.

C’è qualcosa che vuoi dire ai nostri lettori?

Certo. Siete miei. Nessuno di voi può sfuggirmi, o pensare di sconfiggermi. A presto.

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