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Intervista a Marco Parente

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Marco Parente non ha certamente bisogno di presentazioni (mi taglierò il mignolo sinistro per aver usato questa espressione). Tant’è che sul suo sito si legge: Who the fuck is Marco Parente? Mentre sul suo myspace il genere indicato è: musica classica giapponese. Io posso solo consigliare – ma si sa, chi dà buoni consigli è perché non può più dare il cattivo esempio – di vederlo dal vivo: ci sono il ballo, il suono, Nietszche, i Radiohead e una voce che è un altro strumento. E musica brasiliana.

[QUI comunque l’incredibile biografia di M.P.]

“Chi semina suoni raccoglie senso”: questo è Alice nel paese delle meraviglie. Mi fa pensare molto alle teorie che esponi durante i tuoi concerti da solista, gli unici a cui ho assistito. E sei in buona compagnia, a pensarla così, e cioè che il suono, da sé, faccia senso. Sicuramente saprai spiegarlo meglio di me che sono un australopiteco.

Sì! Ma meglio di me e te lo spiega Nietzsche che con le parole che seguono ci illumina definitivamente: “Ciò che nel linguaggio meglio si comprende non è la parola, bensì il tono, l’intensità, la modulazione, il ritmo con cui una serie di parole vengono pronunciate”. Insomma la musica che sta dietro le parole, la passione dietro questa musica, la personalità dietro questa passione: quindi non tutto può essere scritto. Per questo lo scrivere ha così poca importanza.

Ci sono anche i Radiohead e i testi di Thom Yorke dalle tue parti. Non credo sia un caso la scelta di riarrangiare Everything in its right place dal vivo con un lettore cd da cui fuoriescono violini, fondendola con una tua canzone.

Non credo di aver mai letto con attenzione e fino in fondo un testo di York, perché meglio di chiunque altro si esprime con la sola potenza del suono (e ce n’è d’avanzo). Slegare le parole dal suono della sua voce sarebbe come amputare le gambe a Mennea o bucare il pallone a Maradona. Non è un caso quindi che riesca a farsi intendere da chi come me non conosce la sua lingua, perché il suono, in particolare quello della voce, è l’unica lingua universale. La parola ha sempre generato incomprensioni, incomunicabilità e razzismo culturale.

Hai suonato sostanzialmente con ogni persona che imbraccia uno strumento in Italia. Ma la cosa più incredibile è il tuo aver-avuto-a-che-fare con Lawrence Ferlinghetti.

E’ stato nel periodo in cui a firenze c’era ancora la libreria City Light, che nella figura di Antonio Bertoli organizzava molte pubblicazioni alternative e scorribande poetiche, e proprio in occasione di una di queste scorribande ho conosciuto Ferlinghetti imparando a apprezzare più il suo essere poeta che il suo fare poesia. L’ho accompagnato in svariati reading, poi si è affezionato a tal punto da volere solo me accanto a lui quando performa in italia. Lui è il nonno di tutti noi, osservarlo fa bene agli occhi e alle orecchie.

Ancora a proposito di colleghi. C’è qualcuno con cui senti, oggi, una certa vicinanza? Io vorrei vederti suonare con Paolo Conte, non chiedermi perché. E Conte risponderebbe, a una domanda idiota come quella che ti ho appena fatto, qualcosa come “Ognuno è sovrano nella propria solitudine”.

Sinceramente in questo momento mi sento di non avere colleghi. Io sono andato in una direzione,tutti gli altri nell’altra.

Da cosa trai ispirazione? Da luoghi, odori, o altra musica? Messa così, la domanda è stupida, ma dico tutto questo per arrivare al punto: la componente ludica della tua musica è forte e si percepisce molto dal vivo.

Certo! Perché il gioco è una cosa seria, molto seria. Non ho bisogno di interpretare e caricare ciò che canto e scrivo, ma piuttosto di “essere nell’abbandono”, sacro come sacro è il gioco per il bimbo. Trovo davvero patetici tutti questi cristi/cantanti ancora alle prese con il proprio imgombrante “Io”, che poi sconfina spesso nel voler essere “Dio”… Vi prego, fermateli!

Una volta, dopo un concerto, ti dissi che avrei scaricato tutti i tuoi dischi, un po’ per provocazione. Mi dicesti: “Fai pure”. Credo che la prima cosa da chiedere a chi suona, oggi, sia cosa pensa della musica scaricata da internet, se non è troppo noioso.

Trovo che oggi il più grande problema di tutte le Arti sia questo Stato assistenzialista (discografici, curatori, galleristi, ecc.ecc.) che incompatibilmente, abusivamente, si frappone tra il Poeta e il pubblico. Quindi se la jungla della rete ci consente di distruggere, o almeno danneggiare questo sistema, ben venga! Internet come sistema di distruzione mi sta bene. Naturalmente c’è sempre il rovescio della medaglia: la selva di mediocri che si sente autorizzata a provarci, creando un ingorgo e una decadenza ormai irrimediabile. Ma questa è un’altra storia.

La tua voce è il tuo primo strumento. Credo che potresti farci ogni cosa. Anche incidere un brano da classifica. Ti è stato mai proposto? Magari anche di andare a Sanremo.

No, mai direttamente, magari qualcuno l’avesse fatto, avrei accettato subito la sfida… ma queste cose succedono solo nei film americani.

Sul tuo myspace ho notato che sei fan dei Wilco. Pensi che riusciranno a scrivere ancora dischi come A ghost is born?

Per me Sky blue sky è un disco fondamentale come e quanto A ghost is born. Parlerei di un nuovo “classico”, pieno di insidie.

A proposito di country e dunque di folk, ho letto da qualche parte che la musica popolare italiana viene sempre deformata in qualcosa di folkloristico. Penso a pizziche e tarante lasciate in mano a gruppi patchanka. Manca a parer mio un gruppo che sappia fare con la tradizione ciò che gli americani fanno con il country. Ti è mai venuto in mente di cimentarti con qualcosa del genere?

Forse De Andrè con Creuza de ma si è molto avvicinato a ciò che dici. Per quanto mi riguarda sono talmente infastidito da quel che definisci “folkloristico” che difficilmente riuscirò a superarne l’imbarazzo.

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