Storie

Paolo Cognetti: un’avventura

“Delle sue imprese parlava con estrema avarizia. Non era della razza di quelli che fanno le cose per poterle raccontare (come me): non amava le parole grosse, anzi, le parole. Sembrava che anche a parlare, come ad arrampicare, nessuno gli avesse insegnato; parlava come nessuno parla, diceva solo il nocciolo delle cose.”

Primo Levi | Il sistema periodico


La parola ricorrente è: montagna. Meglio: montanaro. Oppure: racconti. Oppure, ancora: New York. E poi: infanzia. Senza dimenticare: ragazze. A cui aggiungerei: monaco. O forse: asceta. Poi: Nepal. E ancora: rigore. In un certo senso: misura. Forse, anche: orgoglio. E così via.

Se volessimo ridurre uno scrittore alle parole che usa o che evoca attraverso la sua scrittura, se volessimo aspirarne il midollo con un’imponente siringa che conservi una stringa di codice letterario essenziale, se volessimo farlo col paroliberismo vagamente fascistoide di hashtag e SEO… Be’, le parole infilate in serie nel precedente paragrafo sarebbero senz’altro quelle adatte per raccontare Paolo Cognetti – argomento, prima ancora che scrittore, molto battuto da queste parti, e che mi accingo ad affrontare per l’ultima volta (o almeno credo). Ma prima un piccolo excursus para-storico. Continua a leggere

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Dalla parte di Massimo Coppola

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Qualche anno fa vengo a sapere che la mia intervista a Enrico Monti, riscopritore e attuale traduttore di Richard Brautigan per ISBN Edizioni, è stata rubata e pubblicata nell’annuario della stessa ISBN. Dico rubata ma intendo dire: presa a mia insaputa, benché con indicazione di fonte e autore. Non ricordo come l’ho scoperto, ma ho scritto a ISBN e mi è stata subito spedita una copia della pubblicazione (avrei dovuto chiedere dei soldi?);

ISBN ha portato in Italia Richard Brautigan, ripubblicando alcuni suoi testi già apparsi per Marcos y Marcos e traducendo qualche inedito. Così per molti altri autori che diversamente non avrei scoperto e amato. Ha rappresentato, questo, l’equivalente editoriale di quello che fu il salotto su cui sedeva Massimo Coppola nelle puntate di MTV BRAND:NEW in ambito musicale, a inizio Duemila? Non lo so ma attenzione, perché questa è la risposta che lo stesso Coppola – come Daniela Di Sora di Voland – dà ai suoi detrattori: ho fatto qualità;

Qualche tempo fa mi è capitata una cosa simile a ciò che sta accadendo ai lavoratori di ISBN Edizioni in questo periodo, anche se in un altro settore – in cui oggettivamente i soldi girano in quantità impressionante rispetto a quello editoriale. Anche in quel caso, un datore di lavoro socialmente rispettabile – ben più di un povero stronzo senza neppure uno straccio di rappresentanza sindacale come il sottoscritto – aveva smesso di pagare fornitori e dipendenti da tempo, sperando forse di cavarsela, prima o poi, e senza ovviamente essere chiaro e trasparente da subito sulla situazione. Risultato: psicodrammi personali, dipendenti a casa, ottimo lavoro svolto in quel settore finito nel dimenticatoio, azienda in questione che continua però a sopravvivere (il famoso cadere sempre in piedi di certuni? Non so, ma di certo comprendo lo stato d’animo dei lavoratori di ISBN);

Ed è pur vero che se ISBN avesse pubblicato meno qualità, o in altri termini se avesse avuto un catalogo più generalista e appetibile per qualche grande gruppo editoriale, quel gruppo editoriale si sarebbe mosso per salvare ISBN. Come Mondadori che va a salvare Rizzoli;

E il punto è anche questo: cioè il punto è lì, più in alto, inarrivabile, nell’Olimpo dell’editoria indicibile in cui i giganti si salvano tra loro. Accadeva già sul finire degli anni ’50 del secolo scorso, quando Mondadori risanò i debiti di Einaudi (grazie all’intermediazione di Erich Linder), ottenendone in cambio una fetta del suo catalogo (che avrebbe costituito la base per gli Oscar Mondadori). Con la differenza che stavolta il rischio è che Mondadori svenda Rcs Libri all’estero, o dia avvio a una fusione con un editore straniero. Se in tutti gli altri settori si ragiona in termini globali, perché non dovrebbe essere così anche per l’editoria? Ci troveremo a difendere gli autori nazionali e dunque la nostra lingua come oggi difendiamo il cetriolo di Bernalda? Vai a sapere;

Il titolo di questo post è, ovviamente, una provocazione. Si sarebbe potuto chiamare Anche se su Facebook lasci intendere di essere fidanzata, su Tumblr continui a sembrare sessualmente curiosa, e su Instagram le tue foto sexy con libri annessi non rendono certo onore al lavoro di tutti noi (laddove l’utente Facebook in questione è ovviamente l’editoria italiana, sicuramente una bella ragazza); sarebbe cambiato poco. Il titolo di un post serve soprattutto per essere letto, a prescindere dal suo contenuto: il che dice molto dei tempi che viviamo, in cui adottare la lingua del potere (sic) è l’unico stratagemma per essere letti e condivisi (e molto spesso questa lingua presuppone la provocazione, a mezzo hashtag, del tutto fine a se stessa); in cui non si riesce a immaginare altro che il potere (coi suoi strumenti), per quanto rinegoziabile di momento in momento, su più livelli, di rapporto in rapporto (in questo momento sono io a dominare te; poi sarà il contrario; poi io e te domineremo qualcun altro, che a sua volta ci dominerà dopodomani, e così via). Il fatto è che se tutta l’agitazione attorno a ISBN (e ad altre case editrici poco trasparenti) non diventa un fatto politico rilevante (e non può: il piano politico rilevante, purtroppo, è ancora quello su cui giocano Mondadori e Rizzoli, al momento), allora questa lotta (!) resterà un match tra invisibili o, al più, tra pari. Risolto questo conflitto, ce ne dimenticheremo, fino al prossimo. Occorrerebbe un ragionamento sul sistema industriale-editoriale italiano più ampio, e più onesto, magari andando a rileggere le tesi e le soluzioni dello stesso Linder (due su tutte: abolizione dei resi per le librerie, intervento pubblico minimo in un settore che fatica a emanciparsi da un concetto di cultura che troppo spesso è l’alibi di chi non sa stare sul mercato) e perché no andando a sfogliare il libro, per quanto furbetto e qui o lì addirittura superficiale, di Roberto Calasso su Adelphi; oppure arrendendosi infine una buona volta alla risposta, involontaria e potenziale, dei Blur.

20/05/2015
(Potrei cambiare idea.)
(Il cetriolo di Bernalda me lo sono inventato, ovviamente.)

Aggiornamento del 17/03/2016
Massimo Coppola è stato nominato consulente Rai. Nel frattempo, Mondadori ha effettivamente inglobato grossa parte di Rizzoli.

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Ancora sul Fiffa inda Street (e su Reflektor)

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Torno sul Fiffa inda Street (di cui avevo parlato qui), un torneo di calcio tre contro tre che si gioca nella mia città, per strada, abusivo, insomma senza preavviso come un rave, seguito da centinaia di ragazzi. Più ci penso e più realizzo che assomiglia alla Pallastrada dei Celestini di Stefano Benni. Ad ogni modo, il 13 dicembre ho preso e sono andato a Lecce con tutto il baraccone del Fiffa per Destroy Powerpoint, un incontro nazionale tra spazi pubblici per i giovani, la creatività, l’innovazione sociale, tutte cose che prese così non significano molto. Comunque, i due video in questo post documentano quest’allegra scampagnata. Parlo di scampagnata perché ci siamo divertiti un mondo. C’erano anche il Teatro Valle e l’Angelo Mai di Roma, tra gli altri, ma io ho molto apprezzato Rudere, Bigmagma e La Guarimba. In generale tutti quelli che si sono avvicinati in quell’occasione al Fiffa si sono divertiti molto.

A quest’incontro ci sono andato con il Laboratorio Urbano del mio paese, con cui lavoro per alcuni mesi all’anno. Dovrebbe trattarsi di un centro giovanile, ma io sto invecchiando e in generale mi piace pensarlo più come uno spazio pubblico aperto a chiunque. È una cosa che faccio in continuità con lo scrivere. È molto triste pensare che la scrittura sia diversa dalle altre cose, o che si possa fare spezzandola dal ritmo del resto della vita. Vorrei comunque ragionare davvero su cos’è uno spazio pubblico. Ad esempio la scrittura ha rappresentato molto spesso l’unico spazio pubblico realmente abitabile, per il sottoscritto. Non è poco. C’è chi non ha neppure questa che, per dirla con Valentino Ronchi, è comunque una piccola traccia di un giro sulla terra, il mio.

In relazione con tutto questo c’è l’idea di utilizzare la musica gli Arcade Fire per i video per il Fiffa inda Street. Non è una scelta casuale, anche se il primo a farlo è stato Pierpaolo Filomeno. In estrema sintesi, gli Arcade Fire sono miei coetanei e hanno reintrodotto, coi loro primi dischi, una certa dose di speranza e spiritualismo nel rock contemporaneo. E poi parlavano, già all’epoca, di cose del tipo: riusciremo ad avere dei figli, a lasciare la casa dei nostri genitori? Per chi o cosa combattiamo noi nati sul finire degli anni ’70 e negli anni ’80? Tutto questo senza il disincanto tipico del postmodernismo che ha ucciso la mia generazione prima ancora che potesse cominciare a vivere, senza il cinismo che l’ha imbottigliata nella fase anale di qualsiasi cosa prima ancora di tirarsi la prima sega. Tutto questo ha fatto degli Arcade Fire, fin qui, una band che parlava di una generazione clandestina che era obbligata a uscire di notte per riappropriarsi dei propri spazi (pubblici, perché no). Penso ai videoclip di Spike Jonze, ad esempio. E anche questo è il Fiffa inda Street. Penso anche a The Sprawl II.
Con Reflektor, l’ultimo disco, di cui ho letto pessime recensioni – non tanto per il giudizio sul disco quanto per la qualità delle recensioni stesse – le cose non sono cambiate di molto. C’è la stessa sensazione di fine prossima, una fine che non ha mai conosciuto un inizio, e allo stesso tempo il desiderio di vivere quello che c’è, per quello che è. Molta critica si è arrotolata sul fatto che Reflektor sia un disco molto ballabile e che non abbia rappresentato, per i canadesi, quello che Kid A ha rappresentato per i Radiohead. Penso che molto più semplicemente gli Arcade Fire abbiano dato dei pezzi da ballare ai loro coetanei. Un mio amico dice che i giornalisti musicali non sono musicisti mancati, ma giornalisti mancati. In effetti i critici hanno dimenticato i terribili Harlem Shake dell’anno scorso e il sia pur (musicalmente parlando) lodevole lavoro di Pharrell Williams coi Daft Punk e Robin Thicke, che è però edonismo puro. Gli Arcade Fire ti consigliano di andare a ballare nel carnevale della loro musica, molto ben suonata, prima che torni la notte. Tutto qui. Non mi pare un messaggio da buttar via.

Di ritorno da Lecce uno dei ragazzi del Fiffa inda Street, in auto, mi chiede come me la passavo all’età sua, cioè a diciannove anni, dal momento che lui ha finito la scuola e non ha idea di cosa fare, l’università è una merda e lavoro non ce n’è. E io avrei voluto dirgli che quando avevo diciannove anni era dura, ma non come ora, all’epoca in fondo pensavi che in un modo o nell’altro ce l’avresti fatta, e che è stato durante che si è incasinato tutto, e che però questa storia della notte eterna e futura non deve fregarti, non devi farti fregare da questa storia della crisi, perché c’è sempre tempo per la notte e ci sarà sempre una notte da cui fuggire, per tutti gli uomini di tutte le epoche, per la miseria, almeno è questo quello che avrei voluto dirgli, davvero.

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Interviste

Intervista a un concerto

Sei un concerto gratuito o a pagamento?

A pagamento, a pagamento. Non esistono più concerti gratuiti: pagate il prezzo della musica gratis su Internet in questo modo. Non c’è niente di veramente gratis a questo mondo, ragazzo mio.

Perché i prezzi dei concerti sono così alti?

E’ una diretta conseguenza della musica in rete. In attesa che la musica gironzoli da testa a testa, insomma, che sia nell’aria, le case discografiche, d’accordo con le band, anche le più interessate al web (i Radiohead ad esempio), ricaricano sui concerti. Voglio dire, quando uno è disposto a pagare dai 200 in su per dei vecchietti come i Rolling Stones, puoi vendergli di tutto. Anche mia nonna col banjo live da casa sua. Ad ogni modo, credo sia giusto così. A un certo punto della mia vita avevo paura di estinguermi.

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Interviste

Andrea Girolami: Pronti al Peggio

pap

[foto: La scaletta di Pronti al Peggio]

Non posso dire di aver mai compreso appieno cosa sia l’indie. Indie pop? Indie rock? Indie boogie? Rimane il fatto che certa musica che ascolto finisce sotto questa etichetta. Ah, il problema dev’esser proprio quello, l’etichetta. Freghiamocene. Sarà un movimento, sarà qualcosa d’inesistente come la maggior parte dei movimenti. L’intervista che segue è ad Andrea Girolami, una delle menti di Pronti al Peggio, di cui ho già parlato qui. Una web tv che si occupa di musica (indie? boh), e lo fa avvicinandosi di traverso ai protagonisti attuali della canzone italiana, quella meno conosciuta. Sul sito di Pap troverete molte rubriche interessanti, ma consiglio qui una delle prime interviste/reportage realizzate, quella a Jukka dei Giardini di Mirò, che dà subito l’idea dell’approccio alla materia.

Come nasce l’idea di Pronti al Peggio? Intendo dire, quando vi siete accorti che tecnicamente si poteva cominciare?

Quando ci sono stati i soldi. Scusa la poca poesia ma è così. Pronti Al Peggio è un format a budget ultra ristretto ma per produrre alcuni dei contenuti e, soprattutto, ripagare me e Iragazzidellaprateria che ci lavoriamo 12 ore al giorno serviva un budget di partenza. Abbiamo prima girato dei piloti che abbiamo presentato in giro, poi è partita la prima serie vera e propria.

Prima so che sei stato a Qoob e ti sei comunque occupato di musica, giusto? Si può dire che l’esperienza e i rapporti maturati prima ti siano tornati utili per PaP?

Sì e no. A Qoob mi sono occupato della programmazione musicale del canale tv (scelta dei video) e della gestione dei contenuti musicali del sito. Non di produzione di contenuti veri e propri. Diciamo che è servito più che altro per osservare gli errori altrui e cercare di non ripeterli.

Su Qoob. Quello era già un tentativo di mischiare tv e web a proposito di musica, ma di musica-dal-basso. Pur essendo due cose molto diverse, si può dire che Pronti al Peggio sia un passo in più verso una visione orizzontale del mondo musicale? (perdona il concetto espresso in maniera così rozza)

Non sono sicuro di aver capito cosa intendi per visione orizzontale. A me piace parlare di format “incidentalmente” musicale, nel senso che alla musica ci arriviamo ma sempre per strade traverse o originali. Mi chiedo ancora cosa sia l’indie.

Credo che saremo in disaccordo su quanto sto per dire. Direi che l’indie, come altri “movimenti” musicali, sia più un fatto d’atteggiamento che di genere musicale; non vedo cosa c’azzecchino Le luci della centrale elettrica con i Radiohead ad esempio; poi mi chiedo, anche da un punto di vista dell’atteggiamento, cosa c’azzecchino i gruppi citati sopra; forse è solo un atteggiamento verso il music business? (che suona sempre bene)

C’è chi fa le cose per sfondare, per guadagnare soldi o perché un’analisi di mercato gli ha detto così. E sono tanti. Poi c’è chi fa le cose per urgenza, per bisogno espressivo, semplicemente perché gli piacciono e non potrebbe-vorrebbe fare altro. Qualcuno, in musica, chiama questa seconda categoria indie, va bene se ci fa comodo, tanto sappiamo tutti il vero significato. Serve più che altro a separarci dagli altri, ma è un discorso di forma più che di sostanza.

Altra cosa sull’indie: che io sappia, a differenza di altre sottoculture metropolitane (argh) non credo ci sia un qualche tipo di droga strettamente legato a questo stile di vita. Eccetto forse quel pensare sempre che siamo un po’ tutti nella merda (cosa che genera dipendenza, a mio parere).

L’indie pensa di essere nella merda perché non si droga abbastanza. E’ un grosso errore che io cerco di non fare.

Quello che mi piace di PaP è il motivo di fondo: e cioè che produrre musica, oltre che un lusso (data l’offerta, visto che non siamo negli anni ’50 e tutti hanno una band), è un grosso sacrificio, e che non è più tempo di rockstar. Il che esce fuori molto bene nell’intervista a Jukka dei Giardini di Mirò, quasi a disagio nel far ascoltare la sua musica sul posto di lavoro.

Oppure che nessuno è una rockstar se lo osservi abbastanza da vicino. Le superstar oggi vengono create a tavolino, perché permettono di creare le cosiddette property: vacche grasse da cui poter tirare fuori soldi in ogni modo. Ecco, noi cerchiamo di fare la cosa opposta, non perché siamo dei missionari ma crediamo sia semplicemente più interessante parlare o sentir suonare una persona in carne ed ossa che un cartellone pubblicitario.

E chiudiamo con Milano. Incredibile, ma non ci sono mai stato. La conosco solo attraverso i racconti di altri emigrati lì. Oppure attraverso una cosa molto interessante che hai riportato qui nel tuo blog. Milano vista da un pugliese, cioè io invece, sembra una terra di grandi opportunità contro cui però si è sempre in lotta. Ci ho preso?

Non è che ci siano neanche tutte queste opportunità a dire il vero. Personalmente mi ci trovo molto bene, è un posto aspro ma non mi ritengo certo una persona particolarmente socievole. Dunque chi sono io per giudicare?

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Intervista a Marco Parente

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Marco Parente non ha certamente bisogno di presentazioni (mi taglierò il mignolo sinistro per aver usato questa espressione). Tant’è che sul suo sito si legge: Who the fuck is Marco Parente? Mentre sul suo myspace il genere indicato è: musica classica giapponese. Io posso solo consigliare – ma si sa, chi dà buoni consigli è perché non può più dare il cattivo esempio – di vederlo dal vivo: ci sono il ballo, il suono, Nietszche, i Radiohead e una voce che è un altro strumento. E musica brasiliana.

[QUI comunque l’incredibile biografia di M.P.]

“Chi semina suoni raccoglie senso”: questo è Alice nel paese delle meraviglie. Mi fa pensare molto alle teorie che esponi durante i tuoi concerti da solista, gli unici a cui ho assistito. E sei in buona compagnia, a pensarla così, e cioè che il suono, da sé, faccia senso. Sicuramente saprai spiegarlo meglio di me che sono un australopiteco.

Sì! Ma meglio di me e te lo spiega Nietzsche che con le parole che seguono ci illumina definitivamente: “Ciò che nel linguaggio meglio si comprende non è la parola, bensì il tono, l’intensità, la modulazione, il ritmo con cui una serie di parole vengono pronunciate”. Insomma la musica che sta dietro le parole, la passione dietro questa musica, la personalità dietro questa passione: quindi non tutto può essere scritto. Per questo lo scrivere ha così poca importanza.

Ci sono anche i Radiohead e i testi di Thom Yorke dalle tue parti. Non credo sia un caso la scelta di riarrangiare Everything in its right place dal vivo con un lettore cd da cui fuoriescono violini, fondendola con una tua canzone.

Non credo di aver mai letto con attenzione e fino in fondo un testo di York, perché meglio di chiunque altro si esprime con la sola potenza del suono (e ce n’è d’avanzo). Slegare le parole dal suono della sua voce sarebbe come amputare le gambe a Mennea o bucare il pallone a Maradona. Non è un caso quindi che riesca a farsi intendere da chi come me non conosce la sua lingua, perché il suono, in particolare quello della voce, è l’unica lingua universale. La parola ha sempre generato incomprensioni, incomunicabilità e razzismo culturale.

Hai suonato sostanzialmente con ogni persona che imbraccia uno strumento in Italia. Ma la cosa più incredibile è il tuo aver-avuto-a-che-fare con Lawrence Ferlinghetti.

E’ stato nel periodo in cui a firenze c’era ancora la libreria City Light, che nella figura di Antonio Bertoli organizzava molte pubblicazioni alternative e scorribande poetiche, e proprio in occasione di una di queste scorribande ho conosciuto Ferlinghetti imparando a apprezzare più il suo essere poeta che il suo fare poesia. L’ho accompagnato in svariati reading, poi si è affezionato a tal punto da volere solo me accanto a lui quando performa in italia. Lui è il nonno di tutti noi, osservarlo fa bene agli occhi e alle orecchie.

Ancora a proposito di colleghi. C’è qualcuno con cui senti, oggi, una certa vicinanza? Io vorrei vederti suonare con Paolo Conte, non chiedermi perché. E Conte risponderebbe, a una domanda idiota come quella che ti ho appena fatto, qualcosa come “Ognuno è sovrano nella propria solitudine”.

Sinceramente in questo momento mi sento di non avere colleghi. Io sono andato in una direzione,tutti gli altri nell’altra.

Da cosa trai ispirazione? Da luoghi, odori, o altra musica? Messa così, la domanda è stupida, ma dico tutto questo per arrivare al punto: la componente ludica della tua musica è forte e si percepisce molto dal vivo.

Certo! Perché il gioco è una cosa seria, molto seria. Non ho bisogno di interpretare e caricare ciò che canto e scrivo, ma piuttosto di “essere nell’abbandono”, sacro come sacro è il gioco per il bimbo. Trovo davvero patetici tutti questi cristi/cantanti ancora alle prese con il proprio imgombrante “Io”, che poi sconfina spesso nel voler essere “Dio”… Vi prego, fermateli!

Una volta, dopo un concerto, ti dissi che avrei scaricato tutti i tuoi dischi, un po’ per provocazione. Mi dicesti: “Fai pure”. Credo che la prima cosa da chiedere a chi suona, oggi, sia cosa pensa della musica scaricata da internet, se non è troppo noioso.

Trovo che oggi il più grande problema di tutte le Arti sia questo Stato assistenzialista (discografici, curatori, galleristi, ecc.ecc.) che incompatibilmente, abusivamente, si frappone tra il Poeta e il pubblico. Quindi se la jungla della rete ci consente di distruggere, o almeno danneggiare questo sistema, ben venga! Internet come sistema di distruzione mi sta bene. Naturalmente c’è sempre il rovescio della medaglia: la selva di mediocri che si sente autorizzata a provarci, creando un ingorgo e una decadenza ormai irrimediabile. Ma questa è un’altra storia.

La tua voce è il tuo primo strumento. Credo che potresti farci ogni cosa. Anche incidere un brano da classifica. Ti è stato mai proposto? Magari anche di andare a Sanremo.

No, mai direttamente, magari qualcuno l’avesse fatto, avrei accettato subito la sfida… ma queste cose succedono solo nei film americani.

Sul tuo myspace ho notato che sei fan dei Wilco. Pensi che riusciranno a scrivere ancora dischi come A ghost is born?

Per me Sky blue sky è un disco fondamentale come e quanto A ghost is born. Parlerei di un nuovo “classico”, pieno di insidie.

A proposito di country e dunque di folk, ho letto da qualche parte che la musica popolare italiana viene sempre deformata in qualcosa di folkloristico. Penso a pizziche e tarante lasciate in mano a gruppi patchanka. Manca a parer mio un gruppo che sappia fare con la tradizione ciò che gli americani fanno con il country. Ti è mai venuto in mente di cimentarti con qualcosa del genere?

Forse De Andrè con Creuza de ma si è molto avvicinato a ciò che dici. Per quanto mi riguarda sono talmente infastidito da quel che definisci “folkloristico” che difficilmente riuscirò a superarne l’imbarazzo.

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