Storie

Zibaldone estivo: samizdat e tamizdat

«Il carattere si forma la domenica pomeriggio.»

I
Di solito luglio è il mese in cui, su questo blog, si danno consigli di lettura estivi. Quest’anno no, non ne ho voglia, prima di tutto perché in questi mesi è cambiato il mio modo di leggere, e poi perché da queste parti fa troppo caldo persino per starsene stravaccati a leggere a due passi dal mare.
È un’estate di faùgna continua, martellante, questa. Se vi state chiedendo cos’è la faùgna, tempo fa ne ho dato una definizione sul mio profilo Facebook.

“Quanto ai giorni della faùgna: quaggiù sono quelli più caldi e terribili dell’anno. Giorni appiccicosi, in cui tu sei matto, gli altri pure, ed è da matti non esser matti. Giorni in cui tutto è stanco e incollato alla terraferma, degradato alla condizione del mero respiro, in cui niente – niente di niente di niente – vale la pena davvero. Giorni in cui stai nell’angolo a sbiadire il muro col salmastro, mani in mano disposto a uccidere pur di arrivare a sera in stato ancora solido, cuore gambe e cervella ancora intatti, mica putrefatti dall’inedia, dal bollore dello spirito incancrenito in corpo […].”

II
Dicevo del mutare delle mie abitudini di lettura. Negli ultimi anni ho letto tantissimo, troppo, anche perché ho lavorato più da vicino coi libri e quindi mi sono dovuto bere un sacco di letteratura contemporanea, cioè opere di autori vivi e in costante promozione. Ma la verità era che volevo imparare una lingua nuova, appunto quella letteraria. Per me la letteratura è questo: un linguaggio, dunque una tecnologia (d’accordo, lingua e linguaggio non sono la stessa cosa, ma non è questa la sede più adatta per questo genere di distinzioni).

Continua a leggere

Standard
Le storie degli altri

Iggy Pop: una fiamma ossidrica in versione sadomaso

lester-bangs-iggy-pop

Quello che segue è un articolo di Lester Bangs apparso sul Village Voice del 28 marzo 1977. In Italia è stato raccolto da minimumx fax nel volume Guida ragionevole al frastuono più atroce, con traduzione di Anna Mioni. Buona lettura.


Il concerto di Iggy Pop venerdì scorso al Palladium è stato un trionfo secondo gli standard consueti. Iggy era in ottima forma, e il pubblico era di un entusiasmo verace: avrebbe potuto fare tutti i bis che voleva. Ma Iggy non ha mai ritenuto importanti gli standard consueti: a partire dai primissimi tempi, quando gli Stooges salivano sul palco senza nemmeno saper suonare i propri strumenti, fino al presente, in cui sembra finalmente in procinto di diventare uno dei divi più strani che si siano mai visti. Chi mai proverebbe a sfondare tra i grandi del rock per la terza volta, e quindi la più importante, con un album intitolato The Idiot? Proprio lui, quello che in certi momenti aveva preso l’abitudine di buttarsi a capofitto dal bordo del palco in mezzo al suo pubblico, e che venerdì sera ha continuato a contorcere viso e corpo in maschere e gesti che simboleggiavano l’”idiozia”, il tormento e, soprattutto, il sadomasochismo. Continua a leggere

Standard
Storie

La differenza tra musica e letteratura con un video di Vinicio Capossela

Vinicio Capossela Live

Un pomeriggio che c’è stato un lieve terremoto ed ero diviso tra diverse letture (poniamo: Manlio Cancogni, Annie Ernaux, Guglielmo Soga, Juan Carlos Onetti) mi sono imbattuto in questo video di Vinicio Capossela. Aggiungo che ero tutto preso nel bel mezzo di una colluttazione/revisione di vecchi racconti, e stavo giusto interrogandomi sulla strada più appropriata da far imboccare alla mia scrittura. Il fatto è che resto soprattutto un lettore: così, mettendo insieme le letture di quel pomeriggio con il video in questione, ho cominciato a chiedermi, con aria un po’ infantile, cosa fosse la letteratura, cosa la innescasse, soprattutto confrontandola con il linguaggio musicale.

Nel video, Vinicio Capossela canta una sua vecchia canzone in un posto di mare. Il primo piano lo mostra rapito dall’intensità del canto: sono solo lui e il pianoforte, in fondo. A un certo punto sta vocalizzando in un modo inedito, almeno per chi conosce la versione da studio di quel brano. L’applauso del pubblico sottolinea il picco, il momento più intenso e più poetico dell’esibizione. In quel punto, la musica sta facendo il suo dovere: sta emozionando mentre viene eseguita.

Il video, è evidente, è amatoriale. Oltre all’inquadratura che balla piano, ci sono almeno un paio di elementi, sullo sfondo, che rischiano di minare la sospensione dell’incredulità in noi che guardiamo questo breve reperto da casa nostra o sui nostri smartphone. Mi riferisco ovviamente ai due uomini in barca che appaiono verso la fine, e soprattutto al poliziotto che resta in secondo piano, ma sempre ben presente, per tutta la durata del video.

Ora, non voglio perdermi in un parallelo particolarmente lungo, peraltro banale già nell’intento, tra musica (a volte poesia) e letteratura. Ma credo che proprio in questi due elementi di sospensione dell’incredulità vada ricercato ciò che può innescare una dinamica puramente letteraria. Soprattutto nella presenza del poliziotto (i due uomini in barca, tutto sommato, possono essere tollerati come parte della scenografia marina). In altri termini, mentre la musica, com’è ovvio, ha nella sua natura prima di tutto la possibilità di essere eseguita dal vivo, la letteratura sta in disparte e necessita di un certo lasso di tempo per prodursi – o di una certa latenza, per restare su un terreno vagamente musicale, tra il momento in cui qualcosa viene colto e quello in cui viene raccontato. Soprattutto, quello che la letteratura può fare è certamente interrogarsi su ciò che sta in secondo piano, o che addirittura non dovrebbe neppure trovarsi in un certo posto: ad esempio, cosa sta pensando il poliziotto che assiste, di pomeriggio, per lavoro, a un concerto di Vinicio Capossela in una città di mare? Cosa pensa della canzone eseguita dal cantante, quali ricordi gli porta, se gliene porta? In più, il poliziotto è alle spalle del cantante: come lo vede? Può darsi che a lui sembri buffo, particolarmente sgraziato o non abbastanza sciolto sullo strumento. O anche solo stonato. O magari, perché no, non gliene frega un bel niente – e non è da escludersi, visto che si trova dall’altra parte, che l’agente stia osservando una signorina tra il pubblico, la quale, tutta presa dall’esecuzione del pianista, non fa neppure caso a quell’uomo in divisa che le spia il seno dietro i suoi imperscrutabili occhiali da sole a specchio. E così via.

(Poi, in serata, sono andato a sentire la banda del paese che suonava Puccini in cassarmonica. Non c’era molta gente. Gli anziani, che sono il pubblico per eccellenza di questi concertini, vanno estinguendosi. Mentre ascoltavo la Turandot ho pensato all’unica persona che conosco che è in grado di riconoscere della buona letteratura d’istinto, con uno sguardo furbo e veloce. È un mio amico, gliel’ho visto fare diverse volte. Prende un libro, lo apre a caso, fa notare un passaggio particolarmente riuscito. Allora ti fa vedere il punto esatto in cui l’intelligenza dello scrittore e quella del lettore possono incontrarsi o addirittura coincidere, indicando la bellezza assoluta e nascosta che si cela dietro una breve descrizione in cui ogni parola è al posto giusto, l’universo ulteriore che c’è dietro un dialogo apparentemente banale, e poi questioni più tecniche: la punteggiatura usata non per fermare ma per imprimere un certo ritmo alla scrittura, il fantasma di chissà quale tic di un personaggio dietro lo stesso aggettivo usato due volte a poche righe di distanza, e poi quelle frasi che, lette come si deve, funzionano come una leggera increspatura sulla superficie marina, svelando un fondale incredibilmente pieno di vita… E ho concluso che questo mio amico è del tutto simile agli anziani esperti di opera, che parla di libri e letteratura così come uno di quei vecchi esperti ascoltatori da cassarmonica, se glielo chiedessi, canticchierebbe questa o quell’altra aria di Puccini. Ho pensato che è una cosa incredibile, e che è davvero da stupidi pensare che possa estinguersi. E così via.)

Standard
Storie

Al cinema con Vinicio

locanda

Il 3 dicembre è uscito Indebito, un documentario di Andrea Segre con la partecipazione di Vinicio Capossela. È stato proiettato in contemporanea in diverse sale italiane, per una sola sera, preceduto da una breve presentazione in diretta via satellite cui hanno preso parte sia Segre che Capossela.
Sono andato a vederlo al Bellarmino di Taranto, l’unico cinema in zona che lo aveva inserito in programmazione. Quello che segue è un resoconto in cui si parla soprattutto di cinema, del pubblico delle sale cinematografiche e di Taranto La Scrostata.
Che la Madonna delle Conchiglie possa vegliare su questo mio pezzo infinito.

§

È capitato di farmi nascere
e di donarmi la vita
nei tempi più difficili.
(Canzone Rebetes)

(Vinicio, ma poi perché Viniscio?, è mica vostro amico, lo conoscete forse di persona?, vi salterebbe mai in mente di chiamare Paolo Conte semplicemente Paolo? Lo so che dà l’impressione che lo possiate toccare, che sia tra voi, estremamente terreno, e forse un tempo era davvero così, dopo i concerti, o anche per gli affari suoi, stava in giro, per Milano o Reggio, ma adesso vi dico una cosa, una volta dopo un concerto tutti i musicisti greci sono usciti dall’uscita principale, mentre lui è sparito e se n’è uscito chissà da dove, perché sarebbe stato un casino se si fosse dato in pasto alla folla, e la penultima volta che l’ho incontrato e ci ho parlato mi ha mandato affanculo, “Menamòi!”, diceva ai suoi amici, “Andiamo a mangiare!”, “Ma lo sai quante cose ho da fare, io? Menamòi!” [questo era rivolto a me, e intanto giocava con lo smartphone, salvo poi fermarsi qualche metro più in là con una ragazza a discutere di una tesi di laurea su di lui, e d’accordo, lei aveva le tette e io no o anche solo due oktopodi al posto degli occhi e io no, ma va bene, del resto l’avevo fermato solo per far colpo su V. che era con me, poi comunque abbiamo fatto pace, durante un altro concerto, quando ha annunciato La notte di Adamo e io ho urlato “Olè!” alzando le braccia e lui mi ha guardato e ha alzato le braccia anche lui e non so cos’abbia detto ma ci siamo capiti, ad ogni modo ci siamo capiti e ad ogni modo lui per me è sempre: Viniciocapossela, oppure Vingenzo, al massimo Vingenzo, ecco]) Una cosa che ho smesso di fare quando sono da solo in pubblico è tirar fuori il telefono per far finta di essere comunque impegnato o dare l’impressione di aspettare qualcuno. Non ho più quel tipo d’imbarazzo, se capite cosa intendo, e anzi tendo a guardarmi intorno con aria di sfida per vedere quanta gente ha il fegato di frequentare occasioni pubbliche in solitudine come faccio io. E così guardandomi intorno fuori dal cinema Bellarmino comincio a studiare il pubblico di Vinicio Capossela, da sempre un mio grande cruccio – fatta eccezione per i concerti di piazza in cui c’è di tutto, potenziali assassini e bambini in prima fila inclusi. Prima però vado a ritirare il biglietto che avevo prenotato per telefono circa due ore prima. Temo di essere in ritardo e che la prenotazione sia scaduta, invece il mio posto è ancora lì: il gestore del cinema mi aveva assicurato che la sala è piccola e che si vede bene da qualsiasi postazione, e visto che ero da solo aveva “scelto per me” un sedile laterale sulla destra. Nel frattempo il piccolo spiazzo sul marciapiede davanti al cinema è piuttosto gremito. Solo una signora sui quarantacinque sembra sola come me. Per il resto, noto i soliti radical chic con sciarpe colorate, il pizzetto curato, coppole da nonno e qualche eskimo. Un donnone con le tette in bella vista imita nel giro di pochi secondi almeno tre accenti del nord. Un piccoletto sui trentacinque davanti a me, in fila per entrare, sfoggia una papalina nera, di lana, che lo fa assomigliare a un Moni Ovadia incazzato (non so per cosa sia incazzato, il piccoletto, ma lo è davvero). Mi chiedo se questa gente abbia davvero bisogno di questo film, di sentir parlare di crisi, rebetiko, di cose così piccole, buone e assolute, ma cerco di darmi una regolata, è troppo facile sparare a zero sul resto dell’umanità quando si è da soli. O forse è solo che sono deluso, anche se in fondo sapevo che ci sarebbe stata molta gente, avevo sognato di starmene da solo in un cinema semi deserto, come facevo dieci o dodici anni fa, anche se pure all’epoca le sale erano tutt’altro che vuote e dunque le mie fortune alterne – ricordo bene di aver visto Il meraviglioso mondo di Amélie, a Pisa, in condizioni davvero estreme, sia perché la sala era piena, e sia perché ero raffreddatissimo, e il caso volle che sedesse accanto a me proprio Sandra Lischi, una toscana seria e gentile che era la mia docente di Istituzioni di Radio e Tv all’università, una tizia che ti faceva studiare Rondolino ma col sorriso, tanto per capirci, e insomma, andò a finire, c’è da scommetterci, che la Lischi dovette far ricorso a tutta la sua gentilezza per impedirsi di riempirmi di gomitate a causa del mio continuo tirar su col naso e soffiarlo fino a un massimo di venti volte durante il secondo tempo del film.

eranopoveri

La sala
La sala del cinema Bellarmino è davvero piccola, benché a suo modo calorosa, probabilmente per via delle bacheche zeppe di locandine di spettacoli teatrali e film sui lati, o forse per il verde di sfondo. Alcune piccole sale cinematografiche sono di un freddo terribile, il che le avvicina più a sale riunioni parrocchiali che a quel caloroso grembo materno che dovrebbe essere un ambiente cinematografico. Ad ogni modo la sala è già quasi piena, ma grazie a dio il mio posto B15 è quello più esterno, quindi non devo far alzare nessuno per occuparlo. Mi sistemo, poco dopo arrivano due signore, mi alzo per farle passare, i loro posti sono poco più in là del mio. C’è un posto vuoto tra me e loro, quindi avrò anche un bel po’ d’aria libera intorno. Ma ecco che subito dietro di me si sistema la comitiva con il donnone con le tette in bella vista. Salutano altri ragazzi davanti, parlano di un certo amico che sta a Milano o a San Giuliano a fare la stessa identica cosa che stanno facendo loro, e poi parte un discorso infinito su testi teatrali, foto di scena, provini, tra loro c’è un ragazzo che tenta in tutti i modi di fare il simpatico, ma la questione che mi salta in testa in questo momento è che i tarantini hanno un modo di porre domande che è affermativo. Mi chiedo come facciano. A quel punto però scatta l’assolo del donnone, la quale è di Brindisi o Carovigno e anche lei riesce a fare domande senza usare il tono interrogativo, ed è ovviamente il tipo di fan in adorazione che chiama Capossela per nome. Il che mi dà comunque la certezza che la tizia avrà la pazienza di starsene in silenzio durante il film, perché con una sala così piena è molto alto il rischio che ci sia qualcuno che prende a parlare, da un lato, ma da un altro è anche vero che i radical chic/fan in adorazione devono mostrarsi colti, fedeli ed educati, quindi non dovrebbero creare problemi (e comunque questo tipo di pubblico tende in genere ad addormentarsi quando qualcosa non gli piace, almeno fino a prima dell’invenzione degli smartphone). Al momento individuo solo un altro mio simile capace di affrontare il cinema in solitudine, una ragazza di 700 anni, scavata in volto e magrissima, coi capelli grigi e lunghissimi e un cappotto decisamente rosso, la quale però ha avuto la sfortuna di prenotare nel bel mezzo della fila centrale. A quel punto la sala è davvero al completo, sullo schermo ci sono dei flash del cinema di Milano in cui ci sarà la presentazione del film, sullo sfondo suona piano un rebetiko, ed ecco che dalle scale arriva un signore alto, calvo, con lo sguardo severo e determinato, e punta dritto verso di me. Si ferma di lato al mio sedile, controlla il numero e la lettera, dice che sono seduto al suo posto. La verità è che sì, sono perfettamente in grado di prescindere dal telefono come strumento di difesa dall’esser-solo-in-pubblico, ma c’è da dire che quando si è soli è molto più facile sentirsi in difetto, così l’unica cosa che riesco a fare è controllare anch’io il numero e la lettera incisi sul sedile e constatare che sì, mi ero sbagliato, che ero una fila avanti (la C) e che dunque devo sedere dietro, così mi alzo di scatto e realizzo che in quello che è il mio posto è seduta una delle ragazze che compongono la comitiva di artistoidi radical chic col donnone con le tette allo sbaraglio (la quale, nel frattempo, ha fatto sapere a mezza sala di essere una veterinaria e continua a ripetere compulsivamente “Vinicio, Vinicio, Vinicio”, mentre i suoi amici parlano di sinistre cooperative per problemi mentali, che credo sia il loro modo di chiamare le cooperative sociali con cui, come al solito, gli artistoidi si ritrovano a dover collaborare pur di tirar su due soldi). Ed eccomi lì a scusarmi con tutta l’allegra compagnia – quando è chiaro che sono loro che hanno mangiato il mio posto – per i disagi che gli sto causando, e soprattutto eccomi seduto accanto a loro, col posto al mio fianco tutt’altro che libero – accanto a me c’è adesso quest’altra ragazza coi capelli bianchi e l’alopecia che le disegna una striscia di pelle larga una decina di centimetri sul cranio, una sorta di cresta al contrario. E giuro che c’è qualcuno, tra questi, che puzza terribilmente di sudore.
(Il signore che ha preso il mio primo posto porta delle chiavi attaccate al fianco dei jeans col moschettone proprio come me, il che, nel mio caso, è un retaggio del mio periodo punk, mentre nel caso del signore, come nel caso degli anziani che hanno la stessa abitudine, è un fatto di comodità, e trovo molto singolare come punk e comodità vadano di pari passo, a volte.)

manolis

La presentazione
È molto strano pensare che in questo momento, in tutta Italia, ci siano delle persone nei cinema a guardare qualcosa che va in diretta in tutto il Paese. Anche se, a sentire l’allegra compagnia al mio fianco, pare che questo tipo di diffusione sia una sorta di nuovo modello, visto che funzionerà allo stesso modo per Temporary Road, il film su Franco Battiato, e visto che anche i Rolling Stones faranno un concerto trasmesso in diretta nei cinema (anche questo, ovviamente, per una sola sera). Altra cosa singolare è la scelta del presentatore, di cui non ricordo il nome, che credo d’aver visto in programmi piuttosto distanti da quello che può dire Vinicio Capossela. Mentre quest’ultimo e Andrea Segre non dicono nulla che non ci si aspetti, spiegano con leggerezza e accortezza il film, quello che hanno visto in Grecia, e insomma la cosa davvero, davvero singolare, tanto che sul momento vorrei sapere se è così in tutta Italia, è che la presentazione noi non la vediamo, l’ascoltiamo soltanto, perché, semplicemente, non si vede. O meglio, non si vede come si dovrebbe. Sullo schermo le immagini appaiono e scompaiono, e quando ci sono è come se fossero equalizzate o posterizzate da un bonobo completamente fuori di testa per un prolasso rettale in corso da almeno una settimana. L’effetto è ipnotico-sensoriale, come si suol dire, o psichedelico, le conseguenze potrebbero essere: attacchi epilettici, deliri da parte di qualcuno convinto che Capossela sia il demonio e che voglia portarci in un altrove metaforico e mefistofelico in una sorta di prosecuzione cinematografica e sperimentale del Ballo di San Vito oppure, molto più banalmente: estrema distrazione. E invece succede che con le luci ancora accese dietro, in sala, il pubblico smetta di guardare lo schermo e si limiti ad ascoltare. E lo sta facendo sul serio, e sul serio non c’è nessuno che si distrae o si mette a parlare col compagno di comitiva, sono tutti rapiti da Capossela che racconta di come Nikos Karantzakis, l’autore di Zorba il Greco, ha voluto proseguire l’opera di Omero, e dall’etimologia della parola Crisi, e ancora da Capossela che bacchetta il presentatore quando confonde osterie e taverne (“Per la differenza puoi chiedere a Guccini”), e infine da Andrea Segre che molto onestamente fa notare che da molti anni, in Italia, si fanno bei documentari e che il problema sono soprattutto le difficoltà con cui si fanno. Tutto questo finché non arriva il gestore del cinema Bellarmino per scusarsi per il disagio, spiegando che per il film, comunque, non ci saranno problemi, e così dicendo si sovrappone a un intervento di Segre che stava dicendo qualcosa di molto interessante su cos’è la messa in scena, e dunque la finzione, quando si gira un documentario.

IMG_2825

Il film
È davvero una tortura neppure tanto sottile guardare un film al cinema, se in quel film c’è un mucchio di gente che fuma di continuo, che mangia di continuo, che beve di continuo, mentre tu te ne stai seduto sul tuo bel sedile verde, per quanto comodo, senza tuttavia poter fare altro che guardare gente che fuma di continuo, e mangia di continuo, e beve e canta di continuo, senza poter, in altri termini, fare lo stesso, che in fondo è tutto quello che desidereresti davvero fare in quel momento.

Il pubblico quando fa il pubblico
Parliamoci chiaro: il pubblico di una sala cinematografica puoi giudicarlo concretamente soltanto a proiezione iniziata. Tutto quello che puoi supporre prima che in sala si faccia buio è decisamente inutile o fuorviante. Questo l’ho imparato a mie spese molti anni fa quando sono andato a vedere L’incredibile Hulk, un film a cui tenevo molto perché confidavo che il regista Ang Lee potesse dare una certa profondità al personaggio dei fumetti Marvel. In quell’occasione, in sala, oltre a me e alla mia ragazza, c’erano solo tre ragazzini, i quali con estrema diligenza finirono le loro buste di patatine molto prima dell’inizio della proiezione. Tutto sembrava andare per il meglio. Ma ecco che il secondo tempo si trasformò nell’inferno più totale. I tre ragazzini, invece di esser presi dall’azione cinematografica, e nonostante il volume altissimo della pellicola (come in tutte le pellicole supereroistiche americane, del resto), riuscirono in tutti i modi a far sentire la loro presenza – con risate del tutto fuori luogo nelle parti più drammatiche del film, con commenti tecnici durante i combattimenti neanche si trattasse di un match di wrestling, e tirando fuori, ovviamente, un numero pressoché infinito di altre buste di patatine, il che è molto strano se considerate il fatto che l’intervallo era durato una frazione di secondo (come accade sempre quando il cinema è deserto all’ultimo spettacolo) e nessuno di loro si era comunque alzato per andare in bagno o al bar.
Ad ogni modo, non voglio essere troppo severo col pubblico della presentazione tarantina di Indebito. Certo, con tutta probabilità poche delle persone presenti in sala avranno afferrato il concetto espresso invece molto bene da Manolis Papos nel film – e cioè che il periodo storico coi suoi meccanismi economici perversi ci riguarda tutti (“Si sta creando una nuova classe sociale simile a quella dei rebetes. Tra non molto anche i greci saranno perseguitati in Grecia”) – e più in generale credo che il pubblico di Indebito fruisca di Indebito come si fruisce al giorno d’oggi di qualsiasi opera d’arte – nulla più che un intrattenimento in un mare d’intrattenimento che non ti fa distinguere cos’è intrattenimento e cosa invece può anche lontanamente rompere o cambiare qualcosa dentro di te, tra gli ingranaggi che governano il tuo cuore o il tuo cervello. Questo l’ho compreso da come la maggior parte delle persone ha abbandonato all’istante il proprio posto al termine del film, schizzando verso l’uscita e commentando con un “Vabbè, Vinicio”, e del resto immagino che sia dura mandar giù un’ora e mezza di lamentazioni in una lingua che non è la tua e che non è neppure anglofona, con tanto di sottotitoli, per di più sotto forma di canzoni che parlano di perdenti drogati, poveri e ubriaconi senza alcun fascino (Markos Vamvakaris, nelle foto d’epoca, assomiglia a mio nonno, non certo a Ewan McGregor), e che soprattutto hanno un cantato decisamente lontano dagli standard occidentali, andando a pescare nella monotonia del canto orientale più che dalle parti della melodia-a-tutti-i-costi di noi italiani. In tutto questo metteteci pure che nel film Vinicio Capossela è poco più che uno spiritello innocuo e melanconico che gira senza meta per delle strade deserte, e suona solo due canzoni. Dunque il pubblico ha avuto a che fare con una sorta di documentario che non solo non ha alcuna tesi da dimostrare con forza a differenza di molte opere simili, ma che si avvicina pericolosamente a una sorta di musical malinconico-neorealista. Il che, se è un bene per il sottoscritto, rappresentava evidentemente la fine del mondo per le due signore che a un certo punto hanno deciso che non ne potevano più e hanno tirato fuori gli smartphone per messaggiare su whatsapp. Il che, soprattutto, rappresenta un problema molto serio per il cinema perché uno smartphone fa molta più luce di un normale cellulare, e come sappiamo il cinema non è che un rettangolo di luce in una sala buia. Se in questa sala buia cominciano ad accendersi prima due altri rettangolini di luce, e poi ancora due, e ancora due… Peraltro la cosa ha raggiunto il suo culmine a film molto avanzato, sull’inquadratura di un muro con su scritto “Adesso basta”, che nella pellicola era evidentemente indirizzato alla Germania mentre in sala, data la mia abitudine a sentire non da singolo individuo ma con quella che chiamo la pancia delle moltitudini, almeno quando sono in pubblico, sembrava fosse un’esclamazione diretta appunto all’estremo dilungarsi del film… E ancora, non posso non menzionare lo scellerato che ha avuto il fegato di fare una foto con il flash nella scena in cui viene eseguita Contratto per Karelias/Fragosiriani, e cioè proprio sull’inquadratura più bella del film (decisamente a firma Luca Bigazzi), in cui c’è Capossela in primo piano nello specchio, che ha appena finito di suonare e tiene la sigaretta sotto il naso, con le labbra semi contratte in quella tipica smorfia di soddisfazione che ti fa comprendere perché il calvo, prolisso e spesso pedante Vinicio abbia interpretato per anni il ruolo del pianista scombinato e confidenziale e soprattutto perché tutto questo sia in grado di creare scompigli ormonali in molte donne italiane.

barcone

Ad ogni modo, per quanto possa aver detestato o anche solo sopportato il pubblico di Indebito, per quanto possa ostinarmi a fare supposizioni circa lo stato d’animo dei miei compagni di visione di questa serata dopo la visione, o forse proprio per tutte queste ragioni, la conclusione è abbastanza scontata: la modalità di diffusione del film ha fatto in modo che un’opera che parlava del nostro stare insieme, in fin dei conti, sia stata effettivamente condivisa da un bel po’ di persone (in un momento in cui al cinema va poca gente, o almeno non ci va tutta insieme), e poco importa quel che ne faranno, e se qualcuno puzzava, e se qualcun altro – dimenticavo – si è alzato a un quarto d’ora dalla fine dopo aver consultato il suo smartphone, oscurando proprio la parte inferiore dello schermo (quella cioè con i fondamentali sottotitoli). Poco importa, in fondo siamo stati insieme, ci siamo divertiti o annoiati, anche se nessuno, alla fine, si è messo a rompere piatti per terra. Per stasera il nostro “Ghiassas Mortes!” è stato comunque urlato nel buio di una sala cinematografica.

Il film, quello dentro (la pellicola)
È molto strano guardare un film in cui i titoli di testa compaiono dopo, credo, almeno cinque minuti, ed è ancora più strano quando di quel film sai davvero già molte cose, e realizzi che i titoli di testa potrebbero anche non esserci. La sensazione è che il film sia iniziato molto prima: forse per la presentazione, per i trailer, per la preparazione che è passata dalla lettura del libro Tefteri, per il disco Rebetiko Gymnastas, per tutto quello che si è detto a proposito della Grecia in questi due o tre anni, per come si vive la crisi nei piccoli paesi dell’Italia meridionale; e allo stesso modo la sensazione è che il film non finisca quando finisce, o meglio, che potrebbe continuare all’infinito – e sarebbe un fatto gradevole per gli occhi e le orecchie – tra vecchi blues greci cantati da giovani donne dotate di estrema spiritualità o vecchi mangas che assomigliano ai nostri anziani, e chiacchiere da taverna, e riflessioni estemporanee da parte dell’alitis-Capossela. La verità è che questo film è un flusso ininterrotto di immagini e parole che a sua volta confluisce nella pellicola dopo esser passato per altri mezzi, e chissà dove prosegue. Qualcosa che sta tra il transmediale e il transAdriatico, visto che, con molta più probabilità, questo film è iniziato dieci o quindici anni fa con il primo vagabondaggio solitario di Vinicio Capossela tra Salonicco, Atene e Smirne, ed è passato per dischi diversi, per il libro Non si muore tutte le mattine (in cui già c’erano pagine dedicate ai rebetes), e ancora per Marinai, profeti e balene. C’era già tutto in Contratto per Karelias, nel Rebetiko Mou composto e mai inciso fino a qualche anno fa, nella Morna con cui scoprivo Capossela su un treno Bologna-Brindisi nel 2002 (“Quand’è sprecata una volta, la vita, è sprecata in ogni dove”). C’era nel capitolo sugli hotel nel precedente documentario La faccia della terra (di Gianfranco Firriolo), che a sua volta è il controcanto ideale di una canzone come Ovunque proteggi. C’era in questa capacità unica dell’ex epigono di Tom Waits e Paolo Conte di fare racconto universale a partire da ogni singolo e apparentemente banale aneddoto di vita vissuta, come nel caso del Veglione e della clientela del ristorante Da Ciccillo, trattando e intrattenendo allo stesso modo con un Mastro Sentimento e con un semidio come Psarandonis.
Che poi, a dirla tutta, questa capacità di racconto è ciò che salva non solo chi ascolta una storia, ma anche chi la racconta, perché rende tutti meno soli, ed è quello che succede a chi suona e ascolta rebetiko, e questo nel film viene detto molto bene, ed è per questo che Indebito si lascia guardare in quel modo che non ha bisogno di inizio né di fine. C’è un passaggio, nell’ultima pagina di Tefteri, in cui un anziano si raccomanda con la giovane nipote: “Buttati dentro su tutto, basta che sai quando e come uscirne. Non tornare a casa se non sai bere, mangiare e amare.” Ci aggiungerei: “E appassionarti alle storie degli uomini.”

teo

Va dato merito ad Andrea Segre, allora, di essere salito nella maniera più giusta sul grande carrozzone dell’immaginario caposseliano, il che non è solo scendere nella taverna o salire tra gli dei dell’Olimpo, ma seguire il passo senza meta di un viandante. In Indebito, in effetti, tu scivoli come in un sogno, come dovrebbe sempre essere per il cinema, per quanto tu possa guardarlo con occhio tecnico – mi piace molto guardare questo tipo di cinema con occhio tecnico, per quanto possa saperne, mi piace indagare la finzione nella presunta realtà di un documentario fino a cercare di carpire la comunque evidente differenza tra le mie inquadrature fisse, quando mi cimento con le mie mdp di fortuna, e quelle dei registi veri, che pure sono leggermente mosse come le mie (e allora è una mia fissa, quella per la fissità quasi fotografica per le inquadrature fisse?). E ci scivoli perché Segre sa mettersi da parte, fingere di non esserci, e così fai più caso a Bigazzi, ma solo perché i suoi virtuosismi sorrentiniani li conosci a memoria. Ma anche qui: l’inquadratura allo specchio quando Capossela ha finito di cantare, il tramonto che si fa vivo sul mento di un attore e su un muro più che nel cielo, e nulla più, solo porti deserti, qualche splendida ossessione per la simmetria, e tanto, tanto racconto, in cui puoi solo immergerti, almeno finché c’è buio in sala.

Fuori
Fuori, è comunque fuori, lo spettacolo. Com’era quella vecchia storia? Sempre altrove, sempre dall’altra parte. Basta chiudere gli occhi, il film inizia col buio in sala, e quando si riaccendono le luci, quando riapri gli occhi, finisce, ma inizia l’altro. Quello vero, ammesso che quello di prima fosse finto. E allora Taranto. Da quanto tempo non ci venivo da solo? Era due anni fa, con un tempo come questo, cercavo per Natale un piccolo oggetto di legno, che non trovai, e che, ironia della sorte, mi fu regalato proprio dalla persona a cui io volevo regalarlo. E ancora suona. E ancora io da solo in giro per Taranto, a piedi, alla ricerca della mia Ascona. Giusto dietro il cinema c’è un mercato rionale, i banchi ancora in bella mostra ma vuoti proprio come quelli tra cui passeggia il viandante, l’alitis del film, il flâneur universale di libri e canzoni. Una Punto rossa ferma davanti all’entrata principale del mercato, una tv o una radio accesa così come le luci delle baracche, da qui si vedono i pomodori appesi, le zucchine, i finocchi, le bilance, tutto sveglio e luccicante sotto i neon del capannone. Proseguo, Taranto è vuota e umida come le strade nella notte di Atene, di tanto in tanto un locale alla moda, le saracinesche abbassate, i parcheggi di via Plateja aperti anche di notte. Palazzoni degli anni ’70 e appartamenti più recenti con le tapparelle a tre quarti, qualcuno è sveglio, qualcun altro fa finta di dormire. Graffiti d’amore, altri calcistici – nelle città italiane, se c’è un cognome scritto con lo spray e sotto un “Vattene!”, puoi star certo che quello è il cognome del presidente di una squadra di calcio, più di rado di un sindaco. E tutto scivola ancora in un neutrale elenco di cose, accadimenti cui ho la fortuna di non dover partecipare (ma le cose e gli accadimenti neutrali non lo sono mai per davvero). Adesso sono in auto, cerco un posto in cui mangiare. Stradoni deserti e semafori accesi, il mito dell’onda verde, attese di trecento metri ogni trecento metri. Le insegne del casinò, che casinò davvero non è. Il negozio d’antiquariato in cui cercai quell’oggetto di legno, le taverne che sopravvivono ancora ai lounge bar, i lounge bar che non sanno ancora in cosa riconvertirsi. I muri con squarci di mattoni, carne che spia da dietro una ferita. La mia pizzeria è una piccola sala, devo parcheggiare a duecento metri perché il parcheggio a Taranto manca anche di notte. Dentro al locale non c’è nessuno, chiedo se disturbo, la tv è accesa, mi scuso, ringrazio, mangio sfogliando un giornale che si chiama Taranto Buonasera, c’è la notizia di un uomo tratto in salvo dai vigili mentre rischiava d’affogare chiuso nella sua auto a causa della pioggia di questi giorni, e poi il grande regalo di Natale per i tarantini, cioè il ponte girevole illuminato per le feste, e ancora un bambino che rischiava di strozzarsi con una calamita, e l’Ilva molto dopo, come un serial che hai smesso di seguire ma che sai, comunque, andare avanti, a prescindere da te e dal tuo interesse. In tv, su Canale 5, la pubblicità di uno speciale sul programma Drive In, appare un Veltroni compassato che ammette: “A me piaceva Drive In”, poi il titolo dello speciale: Drive In: Le origini del male, faccio caso all’autoironia di Mediaset, faccio caso al fatto che la moglie del vecchio ed educato pizzaiolo è una slava che non si vede mai, solo la senti dire: “Amore”, dalla cucina, e ricevere istruzioni. Riprendo la corsa in auto, voglio andare verso il ponte girevole, e dappertutto sugli alberi spogli sono posate o solo abbandonate luci di Natale, come se fossero state sparate in cielo dalle ciminiere della fabbrica e poi si fossero adagiate a casaccio, planando, sui rami spogli, e hanno diversi, tanti colori, tante capocchie di spillo verdi, rosse, gialle, blu, ed è vuota anche in centro, Taranto, coi suoi bidoni dell’immondizia che traboccano di rifiuti e i camion della nettezza urbana che operano nel bel mezzo delle strade, e i ragazzi allora sono tutti nei locali o nelle auto coi vetri appannati d’amore o di chiacchiere, nemmeno i pazzi ci sono in giro come accade invece nei paesi, ed ecco il ponte girevole, ma il regalo non c’è, il ponte è buio o solo accarezzato dalla solita e giallognola illuminazione pubblica. Lo attraverso, una piccola imbarcazione in lontananza ha i fari che si specchiano nell’acqua scura, e poi è discesa verso un altro elenco di cose, di strade che portano via da Taranto e che ho imparato subito dopo averle percorse una sola volta, ma prima c’è Taranto vecchia, Taranto la Scrostata, dove tutto, in pietra o legno o asfalto, è umido di sale marino e semi rimosso, inevitabilmente scrostato, dall’uomo e dal mare in misura uguale, e per questo allora forse qui le ferite sembrano fare meno male, quasi naturali. Le case che non stanno in piedi, coi buchi al posto delle finestre, la banchina infinita, il Centro Esche e il Ristorante la Paranza, altre impalcature di legno a sostegno di case troppo pigre per restarsene in piedi o cadere, e poi lontano un locale che non ricordavo, è a due piani e ha delle grandi vetrate, dentro sembra vuoto, solo lunghe luci rosse e verdi, è così grande che quando fai il giro del porto è ancora lì, te lo trovi davanti ed ha un nome che lo pone inequivocabilmente tra le novità di stagione, solo che dentro davvero sembra non esserci nessuno e quelle luci, in quel vuoto, lo avvicinano alla balera, che poi è quello che sono tutte le discoteche, la memoria della balera, così come la cinepresa è la memoria degli occhi.

tempidifficili

Standard
Storie

La lettera di Sinéad O’Connor a Miley Cyrus

sin

Quella che segue è una mia traduzione, non proprio letterale, della celebre lettera di Sinéad O’Connor a Miley Cyrus. Diciamo che ho immaginato una Sinéad O’Connor un po’ seccata e allo stesso tempo presa da un autentico spirito materno, mentre scriveva. Al di là di questo, credo che il messaggio di fondo della lettera sia estendibile, come dire?, a molti altri campi del nostro vivere quotidiano.
Buona lettura.

§

Cara Miley,
Non è che avessi proprio intenzione di scriverti questa lettera. Ma devi sapere che ho passato l’intera giornata a scansare le telefonate di diversi giornali. Si aspettavano qualcosa a proposito di una tua dichiarazione su Rolling Stone. A quanto pare il video della tua “Wrecking Ball” sarebbe ispirato da quello di “Nothing Compares”… E allora ecco cosa sento di dirti. Da madre, e con tanto affetto.

Sono molto preoccupata. Credo che chi ti sta intorno ti abbia portato a credere – o ti abbia incoraggiato nel farlo – che sia in qualche modo appropriato starsene nudi a leccare grossi martelli nei tuoi video. A me pare invece il classico caso in cui si finisce con l’oscurare il proprio talento accettando di prostituirsi, e poco importa che sia l’industria musicale o addirittura te stessa, a farti prostituire.

Accettando di farti sfruttare troverai solo dolore, alla lunga. Far passare il messaggio che sei valutata – persino da te stessa! – più per il tuo essere sessualmente appetibile che per il tuo evidente talento NON è ASSOLUTAMENTE un modo per valorizzare te stessa, né altre ragazze. Sono felice di sapere che sono una sorta di modello, per te, e lo spero davvero – non fosse altro perché vorrebbe dire che mi ascolterai molto, molto attentamente.

L’industria musicale se ne fotte di te e di ognuno di noi. Ti faranno prostituire finché gli andrà, e con grande furbizia ti faranno credere che era quello che TU desideravi… e quando tutto questo ti avrà portato al crollo, oppure in rehab, “loro” staranno ad Antigua a prendere il sole sui loro yacht, comprati vendendo il tuo corpo. Mentre tu ti ritroverai completamente da sola.

A nessuno di quelli che ti sbava dietro importa di te, non farti prendere in giro. Molte donne confondono lussuria e affetto. Se ti desiderano sessualmente, non significa che gli importi di te. Soprattutto quando inconsapevolmente dai l’impressione che non importi nulla di te neppure a te stessa. E così quando assumi gente che dà l’impressione che non gliene importi un cazzo di te. Nessuno a cui importa davvero di te dovrebbe supportarti nel prostituirti… inclusa te stessa.

Sì, sto proprio dicendo che non t’importa di te. È questo che deve cambiare. Dovresti esser protetta come una preziosissima giovane donna da chiunque tu assuma e da chiunque ti circondi, inclusa te stessa. Il nostro è un mondo molto pericoloso. Del resto non incoraggiamo certo le nostre figlie ad andarsene in giro nude, perché questo farebbe di loro delle facili prede di animali – molti dei quali lavorano proprio nello showbiz.

Tu vali molto più del tuo corpo o del tuo essere sessualmente appetibile. Il mondo dello spettacolo non la vede così, ovviamente. Che si tratti di riviste che ti vogliono sulla loro copertina, o altro… Non farti illusioni. TUTTI ti vogliono perché stanno facendo soldi con la tua giovinezza e con la tua bellezza… proprio perché la tua giovinezza ti rende cieca davanti ai mali dello show business. D’altro canto se hai un cuore ancora innocente non puoi riconoscere chi non ce l’ha.

Ripeto, hai talento a sufficienza per cui non hai certo bisogno che l’industria musicale faccia di te una prostituta. Non farti prendere in giro. Non pensare neppure per un istante che gliene freghi davvero un cazzo di te. Sono lì per i soldi. Mentre noi siamo lì per la musica. È sempre stato così e sarà sempre così. Prima lo comprendi e prima potrai DAVVERO avere il controllo della situazione.

A Rolling Stone hai detto anche che il tuo look è basato sul mio. Ho scelto il mio look con criterio, all’epoca in cui la mia etichetta mi incoraggiava a fare proprio quello che tu stai facendo adesso. Sentivo che dovevo esser giudicata per il mio talento e non per i miei look. Sono felice di aver fatto quella scelta, anche perché non mi trovo certamente sulla proverbiale cresta dell’onda ora che ho quasi 47 anni. Purtroppo molte artiste che hanno basato la loro immagine sulla loro sessualità finiscono la carriera proprio quando arrivano a quest’età di mezzo.

La tua reale valorizzazione come donna significa rifiutare, in futuro, di sfruttare il tuo corpo o la tua sessualità per far fare soldi agli uomini. Non dovrei neppure chiedertelo… Sono stata nel giro abbastanza per sapere che stanno facendo molti più soldi coi tuoi nudi di quanti ne stia facendo tu. Questo non è bello. E lancia segnali molto pericolosi per altre ragazze. Ti prego, in futuro rifiuta di prostituirti. Il tuo corpo è tuo o del tuo ragazzo. Non è per tutti quei segaioli della rete, e non è neppure per i rapaci impiegati di etichette musicali che devono fare costosi regalini alle loro amanti.

[…]

Che ci piaccia o meno, noi donne nell’industria musicale siamo dei modelli e così dobbiamo essere estremamente attente ai messaggi che veicoliamo, specie verso altre donne. Il messaggio che continui a dare è che è in qualche modo fico prostituirsi. Non lo è, Miley. È solo pericoloso. Le donne devono essere valutate per molto altro, non per la loro sessualità. Non siamo semplici oggetti del desiderio. Ti invito a mandare messaggi più sani ai tuoi coetanei: tu e loro valete molto più di quello che sta accadendo ora alla tua carriera. Allontana cordialmente tutti gli stronzi che non si siano preoccupati per te, perché vuol dire che non gli importa di te.

Standard
Storie

Reflektor degli Arcade Fire è un album conservatore solo perché non puoi non ballarlo quando lo ascolti?

Pare chiaro che la differenza tra i media tradizionali e Internet è che i primi assumono un punto di vista maschile, mentre la Rete è donna. Anche se quello di quest’ultima appare come un punto di vista femminile che ha semplicemente incamerato (e fatto suo) quello maschile. Per dire, il facial è una fantasia puramente maschile che deve anche piacere alle donne. La stessa categorizzazione di ogni cosa, dai nostri appetiti sessuali fino ai nostri hobby, è tipicamente maschile.
Immagino che un punto di vista autenticamente femminile dovrebbe essere etereo, avere a che fare con niente in particolare, a niente ancorarsi, e comprendere tutto senza peso. La purezza a un passo dall’idiozia. È uno stare sul limite, quello della linea sottilissima tra purezza e idiozia, che ha qualcosa di sublime. Noi siamo donne quando siamo particolarmente avvolti da una luce estrema, che tutto abbraccia e scioglie, che ci fa simili a entità che prescindono dall’essere singoli individui. È un processo o uno stato d’animo che assomiglia alla musica. Forse questo è amare. Essere come musica. Riconoscere quella luce. Stare in quel particolare momento di estasi, di grazia e…
No. Amare è riuscire a compiere il passo successivo: restituire quella luce.
(Diversamente, si tratta solo di un riflesso.)
Lasciarsi accecare e al momento opportuno portare a sé qualcun altro e fare sì che anche lui venga avvolto da quella luce.
Stare sul limite tra purezza e idiozia.

§

Dice il mio amico Jack Faccia da Cane che Euridice rappresenta il futuro.
E allora il futuro ci è restato alle spalle, chiuso nel suo inferno.
Certamente il presente è degli infermi. Certi acciacchi mentali si diffondono oggi come l’AIDS vent’anni fa.
C’è una cosa che si dice a proposito di voi umani, un modo per dir male di alcuni di voi: Quello è tutto muscoli e niente cervello. Ma c’è troppa intelligenza, in giro, e poca sensibilità. Un’intelligenza frigida, incapace di entrare nel cuore delle cose, che accumula e dimentica, accumula e dimentica…
(Tutti che guardano e guardano e vogliono essere guardati, ma chi vuol sentire?)
E poi è solitudine e corsa dentro se stessi, fino a perdersi il resto.
(Allora meglio esser tutto muscoli – se tra quei muscoli c’è il cuore.)

§

È anche vero che le guerre interiori producono vittime soprattutto fuori da noi. Nessun rito antico o moderno può riportare in vita le vittime delle nostre guerre interiori.
(Non Orfeo. Euridice c’est moi.)
Non siamo eterni.
Se volete dell’inferno, provate a guardarvi dentro.
La guerra fuori impone proprio quest’obbligo a guardarci solo dentro.
I riti allora si facciano da vivi.
Dopo – dopo è solo troppo tardi. Semplicemente troppo tardi, il danno è compiuto: muovi i piedi da quel pavimento bollente.
Ci vuole qualcuno che faccia ordine tra l’idiozia e il baccano di certi balli irregolari, improvvisati solo per attirare l’attenzione, e i balli organizzati per fecondare – a patto che ci sia ancora seme, e ancora fertilità – e altri ancora che portano alla grazia dei secoli nei secoli e amen.
Del resto siamo vivi solo quando siamo creduti. E per essere creduti ci vuole qualcuno che ci racconti.
(Non c’è Orfeo se non in morte di Euridice.)

§

Tutto è bene quel che finisce, dico sempre.
Ma sono belle le cose che non finiscono mai.
Non siamo eterni, ma certa musica non finisce certo quando il disco smette di girare.
(Orfeo frocio e sbranato dalle baccanti cui non ha voluto concedersi dopo la perdita di Euridice.)
Ci resta in testa finché ne abbiamo bisogno. Finché vogliamo sentirla.
Sarò ancora irlandese per te, allora. Farò attenzione alla differenza tra un punto messo in corsivo e uno senza corsivo. E terrò bene a mente quel limite –

§

(Adesso stringi il pugno cazzo dai ascoltami una buona volta stringi il pugno ecco vedi quello che stringi è tutto quello che hai dici non c’è niente dentro dici è solo aria dico: non hai bisogno d’altro, può contenere il tuo cuore) – il limite tra purezza e idiozia, giusto?

Standard
Fare Malesangue, Storie

You know it’s called: bad luck (la veglia per Lou Reed)

§

28 ottobre 2013, ore 6.08

Be’, che dire. Senza Lou Reed non avrei mai iniziato a scrivere. E se non avessi scritto, non avrei amato, per cui penso che tutte le persone che ho amato – e che si sono sentite amate da me – dovrebbero essere un po’ grate a Lou Reed. Il quale mi ha pure insegnato che l’amore, in fondo, non è altro che: You made me forget myself, I thoutgh I was someone else, someone good.
Credo anche che Lou Reed fosse comunque un po’ stronzo, e infatti in cuor mio non gli ho mai perdonato di esser sopravvissuto a uno come Lester Bangs. Ma Lou Reed mi ha insegnato anche che se riesci a trovare della bellezza nella merda pura, allora quella è bellezza vera. Mi ha insegnato a quale altezza guardare – e non da quale, per fortuna. E che la poesia non è per forza in versi, e che l’amore può prendere diverse forme. E mi ha insegnato anche, con Heroin, che la dipendenza è un fatto mentale, è quel desiderio di dormire per mille anni e svegliarsi altrove, e che alla fine dei giochi, comunque, la sensazione sarà quella di non averci capito un bel niente. E che è umano ammetterlo.
Ma soprattutto, Lou, mi hai insegnato che a contatto con uno strumento, con un’altra persona o con quel che vuoi, ognuno ha il suo suono. Il suo proprio suono, unico e inimitabile, e che ognuno di noi è invischiato in questa battaglia fatale per trovare la propria voce. E allora forse ho fatto bene, nel 2003 o giù di lì, a non venire a sentirti a Otranto per preferirti, quella stessa sera, la mia prima volta alle prese con una chitarra. E capitolare poi nel 2011, come un omaggio per quel che mi avevi insegnato, guardandoti vecchio, comunque stralunato e nobile sul palco dell’Italia Wave, a Lecce. In quella stessa edizione del festival avrei presentato il mio primo libro, giusto il giorno dopo la tua esibizione.
E allora ho fatto bene, sì.
Sappi infine, Lou, che il tuo vecchio disco, che ho rubato ai miei genitori, suona benissimo nella mia nuova casa.

§

(E devi sapere che ti abbiamo fatto pure il consolo, con gli amici del bar che chiudeva per sempre proprio la sera della tua morte. Il consolo, lu cunsulo, che ha a che fare con la consolazione, quando porti da mangiare per i parenti che fanno la veglia al defunto. Siccome eri lontano, però, ce lo siamo fatti da noi, siamo saliti nella berlina del barista, ci siamo sistemati nel portabagagli insieme ai succhi, alla Nutella, al tonno e agli alcolici avanzati dal locale, e ce ne siamo andati a fare colazione in un altro bar, e tu lo sai, vero?, che il bar in cui si fa colazione da queste parti si chiama: Manhattan.)

Standard