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Il regalo di Natale

Christmas Bubble

Come ogni anno, per Natale Malesangue fa un regalo ai suoi lettori. Quest’anno però il regalo raddoppia: si tratta infatti di un brano strumentale accompagnato da un’illustrazione; il brano si chiama Christmas Bubble ed è stato pensato suonato e prodotto dal musicista e ingegnere elettronico Will C. Rope da Bristol; l’illustrazione (da cui è tratto il dettaglio quassù) è invece opera di Pelo di Cane, alias Giovanna Lopalco, illustratrice e animatrice pugliese evaporata da qualche anno in Galizia.

Per ricevere il regalo la procedura è la solita: è sufficiente inviare una mail all’indirizzo

marco.montanaro1382
[chiocciola]
gmail.com

scrivendo nell’oggetto “Bubble”. Provvederò a inviarvi subito canzone e illustrazione, che potrete donare a vostra volta a chi vorrete (a patto che la vostra mail arrivi in un giorno che va da oggi, lunedì 18 dicembre, a giovedì 21. Occhio allo spam!).

Quanto ai due autori: Giovanna è originaria della Città dei Giovani, la conosco da una vita ed è bello ogni tanto rivedersi e scoprire com’è cresciuta artisticamente e umanamente; William l’ho conosciuto invece una ventina d’anni fa, quando è venuto in vacanza in Puglia coi suoi genitori. Per un mesetto abbiamo suonato insieme (io, molto male, il basso, lui la chitarra elettrica con un sacco di effetti) in un gruppo cui avevamo dato il nome di Spiritual Blackness. Negli anni abbiamo continuato a scriverci e a telefonarci. Di William mi affascina tuttora il modo in cui si approccia alla musica elettronica: dice sempre che è il folk delle macchine.

E allora buon ascolto, buona visione e buon Natale.

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Fare Malesangue, Storie

Viviamo nel mondo cantato dagli Arcade Fire

Molte delle cose scritte e pubblicate negli ultimi mesi su Malesangue puntavano dritte verso un punto, e cioè il lungo articolo sulla storia degli Arcade Fire che esce oggi su minima&moralia. Credo che pochi gruppi siano riusciti, negli ultimi quindici anni, a dare sostanza a una propria poetica come hanno fatto gli Arcade Fire. Una poetica che aveva dell’epica e riusciva a trascendere l’ironia e il cinismo del mondo da cui i canadesi (e molti di noi con loro) venivano fuori.

“Cantando l’attesa, gli Arcade Fire compivano quello che è sempre un atto tanto cospiratorio quanto religioso, rivolto cioè alla rivelazione del sacro, del divino: poco importa, quando attendi, che l’Evento atteso sia l’avvento del Messia o degli alieni, la Rivoluzione, la Terza Guerra Mondiale o lo schiudersi e fiorire di corpi per lungo tempo chiusi in corpi.”

Ci ho messo un po’ a scrivere quest’articolo, e magari lo riscriverò ancora in futuro. Per il momento si può leggere qui. Buona lettura.

 

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Microrec

Liberato, Tu t’è scurdat’e me

A volte il ritardo è il momento più giusto per certi incontri. E settembre è certamente il mese più adatto per scoprire Tu t’è scurdat’e me di Liberato: beato me, allora, che per certi miei tic snobistici l’avevo ignorata finora.

Storia di un sogno d’estate piena, di un amore salato poi sfumato nel pastello vaporoso d’inizio autunno, Tu t’è scurdat’e me è una delle poesie più belle che mi sia capitato di ascoltare ultimamente.
Quanto cuore c’è in questa canzone? La sola idea che gli adolescenti di oggi abbiano la fortuna di avere una simile colonna sonora per i loro amori estivi mi riempie gli occhi di lacrime ogni volta che l’ascolto.

Piccolo inciso autobiografico. Quando attorno ai sedici anni scoprii che non esistevano solo il pallone e gli amici ma anche le femmine, iniziando così a struggermi per loro, d’estate non c’era che Eros Ramazzotti con Più bella cosa. In autunno poi si ripiegava sulla dance demenziale degli Aqua, e così crescendo mi sarei pian piano rifugiato nel rock anglofono.
Ora, al di là dei gusti musicali, il rimpianto sta tutto nella qualità del mio immaginario di allora: per un adolescente meridionale, avere qualcosa di simile a Liberato sarebbe stato fantastico, negli anni Novanta; condividere un immaginario comune con chi è ti è più prossimo significa sentire che c’è qualcuno che sta cantando te, proprio te, e non un altro.

Ma torniamo alla canzone. I riferimenti a Napoli del testo, incrociati con estrema sensualità dalle rime baciate (Care ’ngopp’ ’o golf’ ’na stella / Guarda ’e fuoc’ abbascio Furcella) sono noti a qualsiasi essere umano a sud di Roma, tanto più che tutti i meridionali vivono un po’ nel mito e nei suoni di Napoli (probabilmente per ragioni di rotte commerciali, oltre che di vecchie dominazioni); lo stesso per i luoghi di bellezza e decadimento del bellissimo videoclip di Francesco Lettieril’acqua trasparente del golfo, i monumenti mangiucchiati dall’umido, i paninari kitsch sul lungomare, le collane d’oro con Cristo in croce, eccetera. Continua a leggere

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Storie

Incasinarsi al VIVA Festival

Un lungomare senza il mare
Altissimo, gambette infinite e busto striminzito: da vicino Ghali ricorda un po’ Pippo. Lo incontro il 19 agosto al VIVA Festival di Locorotondo, nell’area del backstage destinata agli artisti coi camerini ricavati tra i trulli delle Tenute Cardone. In teoria il mio braccialetto bianco da guest non mi permetterebbe neppure di stare qui, ma dopo i live di Ghali e di Madlib gli schemi sono decisamente saltati.

Per prima cosa gli faccio i complimenti per lo show. Ghali sorride, stringe forte la mia mano. Indossa una t-shirt scura su dei pantaloni rosa di tuta acetata, ovviamente Adidas. Senza smettere di sorridere (e senza lasciare la mia mano) risponde alle mie domande, piuttosto innocue, sul concerto e sul pubblico di bambini e adolescenti che in migliaia sono venuti a Locorotondo solo per lui. A me Ghali sembra un ragazzino a sua volta – persino troppo educato, se vogliamo – e tra l’altro è chiaro che non vede l’ora di tornare di là a mettere dischi nell’area guest coi suoi amici. Allora, consapevole pure della sua allergia alle interviste – e temendo che possa sospettare che stia scroccandogliene una – faccio un’ultima domanda, vagamente turistica, sulla Puglia.

La Puglia di Madonna a Borgo Egnazia, della Taranta, di Solange e Iggy Pop al Medimex, degli altri grandi festival degli ultimi quindici anni e adesso del VIVA, che sempre qui, a Locorotondo, va ad affiancarsi al Locus (quest’anno con ospiti come Benjamin Clementine, Bonobo e Jonny Greenwood tra gli altri) – eri già stato qui, Ghali?, che te ne pare?

La risposta non l’ascolto neppure, distratto da una scenetta che prende vita qualche metro più in là. Vicino all’ingresso di uno dei trullocamerini un fan napoletano piuttosto eccitato sta molestando Madlib, in via del tutto teorica l’headliner della serata. “Tu si’ ‘o king, Madlib, tu si’ ‘o king!” ripete eccitato il fan, mentre il monumento vivente della black music americana, occhiali scuri e bicchiere di bianco in mano, si limita ad annuire pressoché inerme. Più tardi ci penserà Carlo Pastore a trarlo in salvo. A me intanto non resta che salutare Ghali. Ma prima, nemmeno m’avesse domandato una sigaretta, gli chiedo conferma della sua età. “Ventiquattro”, risponde, sorridendomi per l’ultima volta. “In bocca al lupo”, dico io, e lui finalmente lascia andare la mia mano. Ha la pelle liscia, secca, di quelle pulite, che non sudano mai.

Sopra le nostre teste, nella notte della campagna della Valle d’Itria, si staglia immobile il lungomare di Locorotondo con le facciate immacolate delle cummerse. E così, mentre vado verso il parcheggio, mi chiedo se Ghali e la sua crew hanno trovato la risposta a quella domanda che tutti gli stranieri, prima o dopo, si pongono quando mettono piede a Locorotondo: ok, meraviglioso il lungomare, ma il mare dov’è? Continua a leggere

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Storie

Zibaldone estivo: samizdat e tamizdat

«Il carattere si forma la domenica pomeriggio.»

I
Di solito luglio è il mese in cui, su questo blog, si danno consigli di lettura estivi. Quest’anno no, non ne ho voglia, prima di tutto perché in questi mesi è cambiato il mio modo di leggere, e poi perché da queste parti fa troppo caldo persino per starsene stravaccati a leggere a due passi dal mare.
È un’estate di faùgna continua, martellante, questa. Se vi state chiedendo cos’è la faùgna, tempo fa ne ho dato una definizione sul mio profilo Facebook.

“Quanto ai giorni della faùgna: quaggiù sono quelli più caldi e terribili dell’anno. Giorni appiccicosi, in cui tu sei matto, gli altri pure, ed è da matti non esser matti. Giorni in cui tutto è stanco e incollato alla terraferma, degradato alla condizione del mero respiro, in cui niente – niente di niente di niente – vale la pena davvero. Giorni in cui stai nell’angolo a sbiadire il muro col salmastro, mani in mano disposto a uccidere pur di arrivare a sera in stato ancora solido, cuore gambe e cervella ancora intatti, mica putrefatti dall’inedia, dal bollore dello spirito incancrenito in corpo […].”

II
Dicevo del mutare delle mie abitudini di lettura. Negli ultimi anni ho letto tantissimo, troppo, anche perché ho lavorato più da vicino coi libri e quindi mi sono dovuto bere un sacco di letteratura contemporanea, cioè opere di autori vivi e in costante promozione. Ma la verità era che volevo imparare una lingua nuova, appunto quella letteraria. Per me la letteratura è questo: un linguaggio, dunque una tecnologia (d’accordo, lingua e linguaggio non sono la stessa cosa, ma non è questa la sede più adatta per questo genere di distinzioni).

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Le storie degli altri

Iggy Pop: una fiamma ossidrica in versione sadomaso

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Quello che segue è un articolo di Lester Bangs apparso sul Village Voice del 28 marzo 1977. In Italia è stato raccolto da minimumx fax nel volume Guida ragionevole al frastuono più atroce, con traduzione di Anna Mioni. Buona lettura.


Il concerto di Iggy Pop venerdì scorso al Palladium è stato un trionfo secondo gli standard consueti. Iggy era in ottima forma, e il pubblico era di un entusiasmo verace: avrebbe potuto fare tutti i bis che voleva. Ma Iggy non ha mai ritenuto importanti gli standard consueti: a partire dai primissimi tempi, quando gli Stooges salivano sul palco senza nemmeno saper suonare i propri strumenti, fino al presente, in cui sembra finalmente in procinto di diventare uno dei divi più strani che si siano mai visti. Chi mai proverebbe a sfondare tra i grandi del rock per la terza volta, e quindi la più importante, con un album intitolato The Idiot? Proprio lui, quello che in certi momenti aveva preso l’abitudine di buttarsi a capofitto dal bordo del palco in mezzo al suo pubblico, e che venerdì sera ha continuato a contorcere viso e corpo in maschere e gesti che simboleggiavano l’”idiozia”, il tormento e, soprattutto, il sadomasochismo. Continua a leggere

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Le storie degli altri

Sognare l’India a Torino — Tommaso Labranca

Tommaso Labranca Haiducii

Milano 1977. Questa sera a Odeon hanno mandato in onda un servizio in cui David Bowie mostrava la lavorazione del suo nuovo long playing. Si chiamerà Heroes e parlerà di una coppia divisa tra Berlino Est e Ovest. Che bufala: di tutta la “trilogia berlinese” solo un frammento di questo album è stato realizzato in Germania. Per il resto è stato un procedimento salgariano: sognare l’India a Torino.
Sono però ansioso di comperare il disco per condividere quella freddezza da blocco orientale di cui avevo già goduto esteticamente con la prima facciata di Low e le sue sensazioni di un mondo grigio, oppresso, freddo che immaginavamo dall’altra parte del Muro o alla periferia di Varsavia. Ignorando che Brian Eno e David Bowie avevano registrato Warszaw nel caldo nido dell’occidente ricco, allo Château d’Herouville in Francia.


Tommaso Labranca | Haiducii

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