Microrec

Liberato, Tu t’è scurdat’e me

A volte il ritardo è il momento più giusto per certi incontri. E settembre è certamente il mese più adatto per scoprire Tu t’è scurdat’e me di Liberato: beato me, allora, che per certi miei tic snobistici l’avevo ignorata finora.

Storia di un sogno d’estate piena, di un amore salato poi sfumato nel pastello vaporoso d’inizio autunno, Tu t’è scurdat’e me è una delle poesie più belle che mi sia capitato di ascoltare ultimamente.
Quanto cuore c’è in questa canzone? La sola idea che gli adolescenti di oggi abbiano la fortuna di avere una simile colonna sonora per i loro amori estivi mi riempie gli occhi di lacrime ogni volta che l’ascolto.

Piccolo inciso autobiografico. Quando attorno ai sedici anni scoprii che non esistevano solo il pallone e gli amici ma anche le femmine, iniziando così a struggermi per loro, d’estate non c’era che Eros Ramazzotti con Più bella cosa. In autunno poi si ripiegava sulla dance demenziale degli Aqua, e così crescendo mi sarei pian piano rifugiato nel rock anglofono.
Ora, al di là dei gusti musicali, il rimpianto sta tutto nella qualità del mio immaginario di allora: per un adolescente meridionale, avere qualcosa di simile a Liberato sarebbe stato fantastico, negli anni Novanta; condividere un immaginario comune con chi è ti è più prossimo significa sentire che c’è qualcuno che sta cantando te, proprio te, e non un altro.

Ma torniamo alla canzone. I riferimenti a Napoli del testo, incrociati con estrema sensualità dalle rime baciate (Care ’ngopp’ ’o golf’ ’na stella / Guarda ’e fuoc’ abbascio Furcella) sono noti a qualsiasi essere umano a sud di Roma, tanto più che tutti i meridionali vivono un po’ nel mito e nei suoni di Napoli (probabilmente per ragioni di rotte commerciali, oltre che di vecchie dominazioni); lo stesso per i luoghi di bellezza e decadimento del bellissimo videoclip di Francesco Lettieril’acqua trasparente del golfo, i monumenti mangiucchiati dall’umido, i paninari kitsch sul lungomare, le collane d’oro con Cristo in croce, eccetera. Continua a leggere

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Storie

Incasinarsi al VIVA Festival

Un lungomare senza il mare
Altissimo, gambette infinite e busto striminzito: da vicino Ghali ricorda un po’ Pippo. Lo incontro il 19 agosto al VIVA Festival di Locorotondo, nell’area del backstage destinata agli artisti coi camerini ricavati tra i trulli delle Tenute Cardone. In teoria il mio braccialetto bianco da guest non mi permetterebbe neppure di stare qui, ma dopo i live di Ghali e di Madlib gli schemi sono decisamente saltati.

Per prima cosa gli faccio i complimenti per lo show. Ghali sorride, stringe forte la mia mano. Indossa una t-shirt scura su dei pantaloni rosa di tuta acetata, ovviamente Adidas. Senza smettere di sorridere (e senza lasciare la mia mano) risponde alle mie domande, piuttosto innocue, sul concerto e sul pubblico di bambini e adolescenti che in migliaia sono venuti a Locorotondo solo per lui. A me Ghali sembra un ragazzino a sua volta – persino troppo educato, se vogliamo – e tra l’altro è chiaro che non vede l’ora di tornare di là a mettere dischi nell’area guest coi suoi amici. Allora, consapevole pure della sua allergia alle interviste – e temendo che possa sospettare che stia scroccandogliene una – faccio un’ultima domanda, vagamente turistica, sulla Puglia.

La Puglia di Madonna a Borgo Egnazia, della Taranta, di Solange e Iggy Pop al Medimex, degli altri grandi festival degli ultimi quindici anni e adesso del VIVA, che sempre qui, a Locorotondo, va ad affiancarsi al Locus (quest’anno con ospiti come Benjamin Clementine, Bonobo e Jonny Greenwood tra gli altri) – eri già stato qui, Ghali?, che te ne pare?

La risposta non l’ascolto neppure, distratto da una scenetta che prende vita qualche metro più in là. Vicino all’ingresso di uno dei trullocamerini un fan napoletano piuttosto eccitato sta molestando Madlib, in via del tutto teorica l’headliner della serata. “Tu si’ ‘o king, Madlib, tu si’ ‘o king!” ripete eccitato il fan, mentre il monumento vivente della black music americana, occhiali scuri e bicchiere di bianco in mano, si limita ad annuire pressoché inerme. Più tardi ci penserà Carlo Pastore a trarlo in salvo. A me intanto non resta che salutare Ghali. Ma prima, nemmeno m’avesse domandato una sigaretta, gli chiedo conferma della sua età. “Ventiquattro”, risponde, sorridendomi per l’ultima volta. “In bocca al lupo”, dico io, e lui finalmente lascia andare la mia mano. Ha la pelle liscia, secca, di quelle pulite, che non sudano mai.

Sopra le nostre teste, nella notte della campagna della Valle d’Itria, si staglia immobile il lungomare di Locorotondo con le facciate immacolate delle cummerse. E così, mentre vado verso il parcheggio, mi chiedo se Ghali e la sua crew hanno trovato la risposta a quella domanda che tutti gli stranieri, prima o dopo, si pongono quando mettono piede a Locorotondo: ok, meraviglioso il lungomare, ma il mare dov’è? Continua a leggere

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Storie

Zibaldone estivo: samizdat e tamizdat

«Il carattere si forma la domenica pomeriggio.»

I
Di solito luglio è il mese in cui, su questo blog, si danno consigli di lettura estivi. Quest’anno no, non ne ho voglia, prima di tutto perché in questi mesi è cambiato il mio modo di leggere, e poi perché da queste parti fa troppo caldo persino per starsene stravaccati a leggere a due passi dal mare.
È un’estate di faùgna continua, martellante, questa. Se vi state chiedendo cos’è la faùgna, tempo fa ne ho dato una definizione sul mio profilo Facebook.

“Quanto ai giorni della faùgna: quaggiù sono quelli più caldi e terribili dell’anno. Giorni appiccicosi, in cui tu sei matto, gli altri pure, ed è da matti non esser matti. Giorni in cui tutto è stanco e incollato alla terraferma, degradato alla condizione del mero respiro, in cui niente – niente di niente di niente – vale la pena davvero. Giorni in cui stai nell’angolo a sbiadire il muro col salmastro, mani in mano disposto a uccidere pur di arrivare a sera in stato ancora solido, cuore gambe e cervella ancora intatti, mica putrefatti dall’inedia, dal bollore dello spirito incancrenito in corpo […].”

II
Dicevo del mutare delle mie abitudini di lettura. Negli ultimi anni ho letto tantissimo, troppo, anche perché ho lavorato più da vicino coi libri e quindi mi sono dovuto bere un sacco di letteratura contemporanea, cioè opere di autori vivi e in costante promozione. Ma la verità era che volevo imparare una lingua nuova, appunto quella letteraria. Per me la letteratura è questo: un linguaggio, dunque una tecnologia (d’accordo, lingua e linguaggio non sono la stessa cosa, ma non è questa la sede più adatta per questo genere di distinzioni).

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Le storie degli altri

Iggy Pop: una fiamma ossidrica in versione sadomaso

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Quello che segue è un articolo di Lester Bangs apparso sul Village Voice del 28 marzo 1977. In Italia è stato raccolto da minimumx fax nel volume Guida ragionevole al frastuono più atroce, con traduzione di Anna Mioni. Buona lettura.


Il concerto di Iggy Pop venerdì scorso al Palladium è stato un trionfo secondo gli standard consueti. Iggy era in ottima forma, e il pubblico era di un entusiasmo verace: avrebbe potuto fare tutti i bis che voleva. Ma Iggy non ha mai ritenuto importanti gli standard consueti: a partire dai primissimi tempi, quando gli Stooges salivano sul palco senza nemmeno saper suonare i propri strumenti, fino al presente, in cui sembra finalmente in procinto di diventare uno dei divi più strani che si siano mai visti. Chi mai proverebbe a sfondare tra i grandi del rock per la terza volta, e quindi la più importante, con un album intitolato The Idiot? Proprio lui, quello che in certi momenti aveva preso l’abitudine di buttarsi a capofitto dal bordo del palco in mezzo al suo pubblico, e che venerdì sera ha continuato a contorcere viso e corpo in maschere e gesti che simboleggiavano l’”idiozia”, il tormento e, soprattutto, il sadomasochismo. Continua a leggere

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Le storie degli altri

Sognare l’India a Torino — Tommaso Labranca

Tommaso Labranca Haiducii

Milano 1977. Questa sera a Odeon hanno mandato in onda un servizio in cui David Bowie mostrava la lavorazione del suo nuovo long playing. Si chiamerà Heroes e parlerà di una coppia divisa tra Berlino Est e Ovest. Che bufala: di tutta la “trilogia berlinese” solo un frammento di questo album è stato realizzato in Germania. Per il resto è stato un procedimento salgariano: sognare l’India a Torino.
Sono però ansioso di comperare il disco per condividere quella freddezza da blocco orientale di cui avevo già goduto esteticamente con la prima facciata di Low e le sue sensazioni di un mondo grigio, oppresso, freddo che immaginavamo dall’altra parte del Muro o alla periferia di Varsavia. Ignorando che Brian Eno e David Bowie avevano registrato Warszaw nel caldo nido dell’occidente ricco, allo Château d’Herouville in Francia.


Tommaso Labranca | Haiducii

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Storie

La differenza tra musica e letteratura con un video di Vinicio Capossela

Vinicio Capossela Live

Un pomeriggio che c’è stato un lieve terremoto ed ero diviso tra diverse letture (poniamo: Manlio Cancogni, Annie Ernaux, Guglielmo Soga, Juan Carlos Onetti) mi sono imbattuto in questo video di Vinicio Capossela. Aggiungo che ero tutto preso nel bel mezzo di una colluttazione/revisione di vecchi racconti, e stavo giusto interrogandomi sulla strada più appropriata da far imboccare alla mia scrittura. Il fatto è che resto soprattutto un lettore: così, mettendo insieme le letture di quel pomeriggio con il video in questione, ho cominciato a chiedermi, con aria un po’ infantile, cosa fosse la letteratura, cosa la innescasse, soprattutto confrontandola con il linguaggio musicale.

Nel video, Vinicio Capossela canta una sua vecchia canzone in un posto di mare. Il primo piano lo mostra rapito dall’intensità del canto: sono solo lui e il pianoforte, in fondo. A un certo punto sta vocalizzando in un modo inedito, almeno per chi conosce la versione da studio di quel brano. L’applauso del pubblico sottolinea il picco, il momento più intenso e più poetico dell’esibizione. In quel punto, la musica sta facendo il suo dovere: sta emozionando mentre viene eseguita.

Il video, è evidente, è amatoriale. Oltre all’inquadratura che balla piano, ci sono almeno un paio di elementi, sullo sfondo, che rischiano di minare la sospensione dell’incredulità in noi che guardiamo questo breve reperto da casa nostra o sui nostri smartphone. Mi riferisco ovviamente ai due uomini in barca che appaiono verso la fine, e soprattutto al poliziotto che resta in secondo piano, ma sempre ben presente, per tutta la durata del video.

Ora, non voglio perdermi in un parallelo particolarmente lungo, peraltro banale già nell’intento, tra musica (a volte poesia) e letteratura. Ma credo che proprio in questi due elementi di sospensione dell’incredulità vada ricercato ciò che può innescare una dinamica puramente letteraria. Soprattutto nella presenza del poliziotto (i due uomini in barca, tutto sommato, possono essere tollerati come parte della scenografia marina). In altri termini, mentre la musica, com’è ovvio, ha nella sua natura prima di tutto la possibilità di essere eseguita dal vivo, la letteratura sta in disparte e necessita di un certo lasso di tempo per prodursi – o di una certa latenza, per restare su un terreno vagamente musicale, tra il momento in cui qualcosa viene colto e quello in cui viene raccontato. Soprattutto, quello che la letteratura può fare è certamente interrogarsi su ciò che sta in secondo piano, o che addirittura non dovrebbe neppure trovarsi in un certo posto: ad esempio, cosa sta pensando il poliziotto che assiste, di pomeriggio, per lavoro, a un concerto di Vinicio Capossela in una città di mare? Cosa pensa della canzone eseguita dal cantante, quali ricordi gli porta, se gliene porta? In più, il poliziotto è alle spalle del cantante: come lo vede? Può darsi che a lui sembri buffo, particolarmente sgraziato o non abbastanza sciolto sullo strumento. O anche solo stonato. O magari, perché no, non gliene frega un bel niente – e non è da escludersi, visto che si trova dall’altra parte, che l’agente stia osservando una signorina tra il pubblico, la quale, tutta presa dall’esecuzione del pianista, non fa neppure caso a quell’uomo in divisa che le spia il seno dietro i suoi imperscrutabili occhiali da sole a specchio. E così via.

(Poi, in serata, sono andato a sentire la banda del paese che suonava Puccini in cassarmonica. Non c’era molta gente. Gli anziani, che sono il pubblico per eccellenza di questi concertini, vanno estinguendosi. Mentre ascoltavo la Turandot ho pensato all’unica persona che conosco che è in grado di riconoscere della buona letteratura d’istinto, con uno sguardo furbo e veloce. È un mio amico, gliel’ho visto fare diverse volte. Prende un libro, lo apre a caso, fa notare un passaggio particolarmente riuscito. Allora ti fa vedere il punto esatto in cui l’intelligenza dello scrittore e quella del lettore possono incontrarsi o addirittura coincidere, indicando la bellezza assoluta e nascosta che si cela dietro una breve descrizione in cui ogni parola è al posto giusto, l’universo ulteriore che c’è dietro un dialogo apparentemente banale, e poi questioni più tecniche: la punteggiatura usata non per fermare ma per imprimere un certo ritmo alla scrittura, il fantasma di chissà quale tic di un personaggio dietro lo stesso aggettivo usato due volte a poche righe di distanza, e poi quelle frasi che, lette come si deve, funzionano come una leggera increspatura sulla superficie marina, svelando un fondale incredibilmente pieno di vita… E ho concluso che questo mio amico è del tutto simile agli anziani esperti di opera, che parla di libri e letteratura così come uno di quei vecchi esperti ascoltatori da cassarmonica, se glielo chiedessi, canticchierebbe questa o quell’altra aria di Puccini. Ho pensato che è una cosa incredibile, e che è davvero da stupidi pensare che possa estinguersi. E così via.)

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Al cinema con Vinicio

locanda

Il 3 dicembre è uscito Indebito, un documentario di Andrea Segre con la partecipazione di Vinicio Capossela. È stato proiettato in contemporanea in diverse sale italiane, per una sola sera, preceduto da una breve presentazione in diretta via satellite cui hanno preso parte sia Segre che Capossela.
Sono andato a vederlo al Bellarmino di Taranto, l’unico cinema in zona che lo aveva inserito in programmazione. Quello che segue è un resoconto in cui si parla soprattutto di cinema, del pubblico delle sale cinematografiche e di Taranto La Scrostata.
Che la Madonna delle Conchiglie possa vegliare su questo mio pezzo infinito.

§

È capitato di farmi nascere
e di donarmi la vita
nei tempi più difficili.
(Canzone Rebetes)

(Vinicio, ma poi perché Viniscio?, è mica vostro amico, lo conoscete forse di persona?, vi salterebbe mai in mente di chiamare Paolo Conte semplicemente Paolo? Lo so che dà l’impressione che lo possiate toccare, che sia tra voi, estremamente terreno, e forse un tempo era davvero così, dopo i concerti, o anche per gli affari suoi, stava in giro, per Milano o Reggio, ma adesso vi dico una cosa, una volta dopo un concerto tutti i musicisti greci sono usciti dall’uscita principale, mentre lui è sparito e se n’è uscito chissà da dove, perché sarebbe stato un casino se si fosse dato in pasto alla folla, e la penultima volta che l’ho incontrato e ci ho parlato mi ha mandato affanculo, “Menamòi!”, diceva ai suoi amici, “Andiamo a mangiare!”, “Ma lo sai quante cose ho da fare, io? Menamòi!” [questo era rivolto a me, e intanto giocava con lo smartphone, salvo poi fermarsi qualche metro più in là con una ragazza a discutere di una tesi di laurea su di lui, e d’accordo, lei aveva le tette e io no o anche solo due oktopodi al posto degli occhi e io no, ma va bene, del resto l’avevo fermato solo per far colpo su V. che era con me, poi comunque abbiamo fatto pace, durante un altro concerto, quando ha annunciato La notte di Adamo e io ho urlato “Olè!” alzando le braccia e lui mi ha guardato e ha alzato le braccia anche lui e non so cos’abbia detto ma ci siamo capiti, ad ogni modo ci siamo capiti e ad ogni modo lui per me è sempre: Viniciocapossela, oppure Vingenzo, al massimo Vingenzo, ecco]) Una cosa che ho smesso di fare quando sono da solo in pubblico è tirar fuori il telefono per far finta di essere comunque impegnato o dare l’impressione di aspettare qualcuno. Non ho più quel tipo d’imbarazzo, se capite cosa intendo, e anzi tendo a guardarmi intorno con aria di sfida per vedere quanta gente ha il fegato di frequentare occasioni pubbliche in solitudine come faccio io. E così guardandomi intorno fuori dal cinema Bellarmino comincio a studiare il pubblico di Vinicio Capossela, da sempre un mio grande cruccio – fatta eccezione per i concerti di piazza in cui c’è di tutto, potenziali assassini e bambini in prima fila inclusi. Prima però vado a ritirare il biglietto che avevo prenotato per telefono circa due ore prima. Temo di essere in ritardo e che la prenotazione sia scaduta, invece il mio posto è ancora lì: il gestore del cinema mi aveva assicurato che la sala è piccola e che si vede bene da qualsiasi postazione, e visto che ero da solo aveva “scelto per me” un sedile laterale sulla destra. Nel frattempo il piccolo spiazzo sul marciapiede davanti al cinema è piuttosto gremito. Solo una signora sui quarantacinque sembra sola come me. Per il resto, noto i soliti radical chic con sciarpe colorate, il pizzetto curato, coppole da nonno e qualche eskimo. Un donnone con le tette in bella vista imita nel giro di pochi secondi almeno tre accenti del nord. Un piccoletto sui trentacinque davanti a me, in fila per entrare, sfoggia una papalina nera, di lana, che lo fa assomigliare a un Moni Ovadia incazzato (non so per cosa sia incazzato, il piccoletto, ma lo è davvero). Mi chiedo se questa gente abbia davvero bisogno di questo film, di sentir parlare di crisi, rebetiko, di cose così piccole, buone e assolute, ma cerco di darmi una regolata, è troppo facile sparare a zero sul resto dell’umanità quando si è da soli. O forse è solo che sono deluso, anche se in fondo sapevo che ci sarebbe stata molta gente, avevo sognato di starmene da solo in un cinema semi deserto, come facevo dieci o dodici anni fa, anche se pure all’epoca le sale erano tutt’altro che vuote e dunque le mie fortune alterne – ricordo bene di aver visto Il meraviglioso mondo di Amélie, a Pisa, in condizioni davvero estreme, sia perché la sala era piena, e sia perché ero raffreddatissimo, e il caso volle che sedesse accanto a me proprio Sandra Lischi, una toscana seria e gentile che era la mia docente di Istituzioni di Radio e Tv all’università, una tizia che ti faceva studiare Rondolino ma col sorriso, tanto per capirci, e insomma, andò a finire, c’è da scommetterci, che la Lischi dovette far ricorso a tutta la sua gentilezza per impedirsi di riempirmi di gomitate a causa del mio continuo tirar su col naso e soffiarlo fino a un massimo di venti volte durante il secondo tempo del film.

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La sala
La sala del cinema Bellarmino è davvero piccola, benché a suo modo calorosa, probabilmente per via delle bacheche zeppe di locandine di spettacoli teatrali e film sui lati, o forse per il verde di sfondo. Alcune piccole sale cinematografiche sono di un freddo terribile, il che le avvicina più a sale riunioni parrocchiali che a quel caloroso grembo materno che dovrebbe essere un ambiente cinematografico. Ad ogni modo la sala è già quasi piena, ma grazie a dio il mio posto B15 è quello più esterno, quindi non devo far alzare nessuno per occuparlo. Mi sistemo, poco dopo arrivano due signore, mi alzo per farle passare, i loro posti sono poco più in là del mio. C’è un posto vuoto tra me e loro, quindi avrò anche un bel po’ d’aria libera intorno. Ma ecco che subito dietro di me si sistema la comitiva con il donnone con le tette in bella vista. Salutano altri ragazzi davanti, parlano di un certo amico che sta a Milano o a San Giuliano a fare la stessa identica cosa che stanno facendo loro, e poi parte un discorso infinito su testi teatrali, foto di scena, provini, tra loro c’è un ragazzo che tenta in tutti i modi di fare il simpatico, ma la questione che mi salta in testa in questo momento è che i tarantini hanno un modo di porre domande che è affermativo. Mi chiedo come facciano. A quel punto però scatta l’assolo del donnone, la quale è di Brindisi o Carovigno e anche lei riesce a fare domande senza usare il tono interrogativo, ed è ovviamente il tipo di fan in adorazione che chiama Capossela per nome. Il che mi dà comunque la certezza che la tizia avrà la pazienza di starsene in silenzio durante il film, perché con una sala così piena è molto alto il rischio che ci sia qualcuno che prende a parlare, da un lato, ma da un altro è anche vero che i radical chic/fan in adorazione devono mostrarsi colti, fedeli ed educati, quindi non dovrebbero creare problemi (e comunque questo tipo di pubblico tende in genere ad addormentarsi quando qualcosa non gli piace, almeno fino a prima dell’invenzione degli smartphone). Al momento individuo solo un altro mio simile capace di affrontare il cinema in solitudine, una ragazza di 700 anni, scavata in volto e magrissima, coi capelli grigi e lunghissimi e un cappotto decisamente rosso, la quale però ha avuto la sfortuna di prenotare nel bel mezzo della fila centrale. A quel punto la sala è davvero al completo, sullo schermo ci sono dei flash del cinema di Milano in cui ci sarà la presentazione del film, sullo sfondo suona piano un rebetiko, ed ecco che dalle scale arriva un signore alto, calvo, con lo sguardo severo e determinato, e punta dritto verso di me. Si ferma di lato al mio sedile, controlla il numero e la lettera, dice che sono seduto al suo posto. La verità è che sì, sono perfettamente in grado di prescindere dal telefono come strumento di difesa dall’esser-solo-in-pubblico, ma c’è da dire che quando si è soli è molto più facile sentirsi in difetto, così l’unica cosa che riesco a fare è controllare anch’io il numero e la lettera incisi sul sedile e constatare che sì, mi ero sbagliato, che ero una fila avanti (la C) e che dunque devo sedere dietro, così mi alzo di scatto e realizzo che in quello che è il mio posto è seduta una delle ragazze che compongono la comitiva di artistoidi radical chic col donnone con le tette allo sbaraglio (la quale, nel frattempo, ha fatto sapere a mezza sala di essere una veterinaria e continua a ripetere compulsivamente “Vinicio, Vinicio, Vinicio”, mentre i suoi amici parlano di sinistre cooperative per problemi mentali, che credo sia il loro modo di chiamare le cooperative sociali con cui, come al solito, gli artistoidi si ritrovano a dover collaborare pur di tirar su due soldi). Ed eccomi lì a scusarmi con tutta l’allegra compagnia – quando è chiaro che sono loro che hanno mangiato il mio posto – per i disagi che gli sto causando, e soprattutto eccomi seduto accanto a loro, col posto al mio fianco tutt’altro che libero – accanto a me c’è adesso quest’altra ragazza coi capelli bianchi e l’alopecia che le disegna una striscia di pelle larga una decina di centimetri sul cranio, una sorta di cresta al contrario. E giuro che c’è qualcuno, tra questi, che puzza terribilmente di sudore.
(Il signore che ha preso il mio primo posto porta delle chiavi attaccate al fianco dei jeans col moschettone proprio come me, il che, nel mio caso, è un retaggio del mio periodo punk, mentre nel caso del signore, come nel caso degli anziani che hanno la stessa abitudine, è un fatto di comodità, e trovo molto singolare come punk e comodità vadano di pari passo, a volte.)

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La presentazione
È molto strano pensare che in questo momento, in tutta Italia, ci siano delle persone nei cinema a guardare qualcosa che va in diretta in tutto il Paese. Anche se, a sentire l’allegra compagnia al mio fianco, pare che questo tipo di diffusione sia una sorta di nuovo modello, visto che funzionerà allo stesso modo per Temporary Road, il film su Franco Battiato, e visto che anche i Rolling Stones faranno un concerto trasmesso in diretta nei cinema (anche questo, ovviamente, per una sola sera). Altra cosa singolare è la scelta del presentatore, di cui non ricordo il nome, che credo d’aver visto in programmi piuttosto distanti da quello che può dire Vinicio Capossela. Mentre quest’ultimo e Andrea Segre non dicono nulla che non ci si aspetti, spiegano con leggerezza e accortezza il film, quello che hanno visto in Grecia, e insomma la cosa davvero, davvero singolare, tanto che sul momento vorrei sapere se è così in tutta Italia, è che la presentazione noi non la vediamo, l’ascoltiamo soltanto, perché, semplicemente, non si vede. O meglio, non si vede come si dovrebbe. Sullo schermo le immagini appaiono e scompaiono, e quando ci sono è come se fossero equalizzate o posterizzate da un bonobo completamente fuori di testa per un prolasso rettale in corso da almeno una settimana. L’effetto è ipnotico-sensoriale, come si suol dire, o psichedelico, le conseguenze potrebbero essere: attacchi epilettici, deliri da parte di qualcuno convinto che Capossela sia il demonio e che voglia portarci in un altrove metaforico e mefistofelico in una sorta di prosecuzione cinematografica e sperimentale del Ballo di San Vito oppure, molto più banalmente: estrema distrazione. E invece succede che con le luci ancora accese dietro, in sala, il pubblico smetta di guardare lo schermo e si limiti ad ascoltare. E lo sta facendo sul serio, e sul serio non c’è nessuno che si distrae o si mette a parlare col compagno di comitiva, sono tutti rapiti da Capossela che racconta di come Nikos Karantzakis, l’autore di Zorba il Greco, ha voluto proseguire l’opera di Omero, e dall’etimologia della parola Crisi, e ancora da Capossela che bacchetta il presentatore quando confonde osterie e taverne (“Per la differenza puoi chiedere a Guccini”), e infine da Andrea Segre che molto onestamente fa notare che da molti anni, in Italia, si fanno bei documentari e che il problema sono soprattutto le difficoltà con cui si fanno. Tutto questo finché non arriva il gestore del cinema Bellarmino per scusarsi per il disagio, spiegando che per il film, comunque, non ci saranno problemi, e così dicendo si sovrappone a un intervento di Segre che stava dicendo qualcosa di molto interessante su cos’è la messa in scena, e dunque la finzione, quando si gira un documentario.

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Il film
È davvero una tortura neppure tanto sottile guardare un film al cinema, se in quel film c’è un mucchio di gente che fuma di continuo, che mangia di continuo, che beve di continuo, mentre tu te ne stai seduto sul tuo bel sedile verde, per quanto comodo, senza tuttavia poter fare altro che guardare gente che fuma di continuo, e mangia di continuo, e beve e canta di continuo, senza poter, in altri termini, fare lo stesso, che in fondo è tutto quello che desidereresti davvero fare in quel momento.

Il pubblico quando fa il pubblico
Parliamoci chiaro: il pubblico di una sala cinematografica puoi giudicarlo concretamente soltanto a proiezione iniziata. Tutto quello che puoi supporre prima che in sala si faccia buio è decisamente inutile o fuorviante. Questo l’ho imparato a mie spese molti anni fa quando sono andato a vedere L’incredibile Hulk, un film a cui tenevo molto perché confidavo che il regista Ang Lee potesse dare una certa profondità al personaggio dei fumetti Marvel. In quell’occasione, in sala, oltre a me e alla mia ragazza, c’erano solo tre ragazzini, i quali con estrema diligenza finirono le loro buste di patatine molto prima dell’inizio della proiezione. Tutto sembrava andare per il meglio. Ma ecco che il secondo tempo si trasformò nell’inferno più totale. I tre ragazzini, invece di esser presi dall’azione cinematografica, e nonostante il volume altissimo della pellicola (come in tutte le pellicole supereroistiche americane, del resto), riuscirono in tutti i modi a far sentire la loro presenza – con risate del tutto fuori luogo nelle parti più drammatiche del film, con commenti tecnici durante i combattimenti neanche si trattasse di un match di wrestling, e tirando fuori, ovviamente, un numero pressoché infinito di altre buste di patatine, il che è molto strano se considerate il fatto che l’intervallo era durato una frazione di secondo (come accade sempre quando il cinema è deserto all’ultimo spettacolo) e nessuno di loro si era comunque alzato per andare in bagno o al bar.
Ad ogni modo, non voglio essere troppo severo col pubblico della presentazione tarantina di Indebito. Certo, con tutta probabilità poche delle persone presenti in sala avranno afferrato il concetto espresso invece molto bene da Manolis Papos nel film – e cioè che il periodo storico coi suoi meccanismi economici perversi ci riguarda tutti (“Si sta creando una nuova classe sociale simile a quella dei rebetes. Tra non molto anche i greci saranno perseguitati in Grecia”) – e più in generale credo che il pubblico di Indebito fruisca di Indebito come si fruisce al giorno d’oggi di qualsiasi opera d’arte – nulla più che un intrattenimento in un mare d’intrattenimento che non ti fa distinguere cos’è intrattenimento e cosa invece può anche lontanamente rompere o cambiare qualcosa dentro di te, tra gli ingranaggi che governano il tuo cuore o il tuo cervello. Questo l’ho compreso da come la maggior parte delle persone ha abbandonato all’istante il proprio posto al termine del film, schizzando verso l’uscita e commentando con un “Vabbè, Vinicio”, e del resto immagino che sia dura mandar giù un’ora e mezza di lamentazioni in una lingua che non è la tua e che non è neppure anglofona, con tanto di sottotitoli, per di più sotto forma di canzoni che parlano di perdenti drogati, poveri e ubriaconi senza alcun fascino (Markos Vamvakaris, nelle foto d’epoca, assomiglia a mio nonno, non certo a Ewan McGregor), e che soprattutto hanno un cantato decisamente lontano dagli standard occidentali, andando a pescare nella monotonia del canto orientale più che dalle parti della melodia-a-tutti-i-costi di noi italiani. In tutto questo metteteci pure che nel film Vinicio Capossela è poco più che uno spiritello innocuo e melanconico che gira senza meta per delle strade deserte, e suona solo due canzoni. Dunque il pubblico ha avuto a che fare con una sorta di documentario che non solo non ha alcuna tesi da dimostrare con forza a differenza di molte opere simili, ma che si avvicina pericolosamente a una sorta di musical malinconico-neorealista. Il che, se è un bene per il sottoscritto, rappresentava evidentemente la fine del mondo per le due signore che a un certo punto hanno deciso che non ne potevano più e hanno tirato fuori gli smartphone per messaggiare su whatsapp. Il che, soprattutto, rappresenta un problema molto serio per il cinema perché uno smartphone fa molta più luce di un normale cellulare, e come sappiamo il cinema non è che un rettangolo di luce in una sala buia. Se in questa sala buia cominciano ad accendersi prima due altri rettangolini di luce, e poi ancora due, e ancora due… Peraltro la cosa ha raggiunto il suo culmine a film molto avanzato, sull’inquadratura di un muro con su scritto “Adesso basta”, che nella pellicola era evidentemente indirizzato alla Germania mentre in sala, data la mia abitudine a sentire non da singolo individuo ma con quella che chiamo la pancia delle moltitudini, almeno quando sono in pubblico, sembrava fosse un’esclamazione diretta appunto all’estremo dilungarsi del film… E ancora, non posso non menzionare lo scellerato che ha avuto il fegato di fare una foto con il flash nella scena in cui viene eseguita Contratto per Karelias/Fragosiriani, e cioè proprio sull’inquadratura più bella del film (decisamente a firma Luca Bigazzi), in cui c’è Capossela in primo piano nello specchio, che ha appena finito di suonare e tiene la sigaretta sotto il naso, con le labbra semi contratte in quella tipica smorfia di soddisfazione che ti fa comprendere perché il calvo, prolisso e spesso pedante Vinicio abbia interpretato per anni il ruolo del pianista scombinato e confidenziale e soprattutto perché tutto questo sia in grado di creare scompigli ormonali in molte donne italiane.

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Ad ogni modo, per quanto possa aver detestato o anche solo sopportato il pubblico di Indebito, per quanto possa ostinarmi a fare supposizioni circa lo stato d’animo dei miei compagni di visione di questa serata dopo la visione, o forse proprio per tutte queste ragioni, la conclusione è abbastanza scontata: la modalità di diffusione del film ha fatto in modo che un’opera che parlava del nostro stare insieme, in fin dei conti, sia stata effettivamente condivisa da un bel po’ di persone (in un momento in cui al cinema va poca gente, o almeno non ci va tutta insieme), e poco importa quel che ne faranno, e se qualcuno puzzava, e se qualcun altro – dimenticavo – si è alzato a un quarto d’ora dalla fine dopo aver consultato il suo smartphone, oscurando proprio la parte inferiore dello schermo (quella cioè con i fondamentali sottotitoli). Poco importa, in fondo siamo stati insieme, ci siamo divertiti o annoiati, anche se nessuno, alla fine, si è messo a rompere piatti per terra. Per stasera il nostro “Ghiassas Mortes!” è stato comunque urlato nel buio di una sala cinematografica.

Il film, quello dentro (la pellicola)
È molto strano guardare un film in cui i titoli di testa compaiono dopo, credo, almeno cinque minuti, ed è ancora più strano quando di quel film sai davvero già molte cose, e realizzi che i titoli di testa potrebbero anche non esserci. La sensazione è che il film sia iniziato molto prima: forse per la presentazione, per i trailer, per la preparazione che è passata dalla lettura del libro Tefteri, per il disco Rebetiko Gymnastas, per tutto quello che si è detto a proposito della Grecia in questi due o tre anni, per come si vive la crisi nei piccoli paesi dell’Italia meridionale; e allo stesso modo la sensazione è che il film non finisca quando finisce, o meglio, che potrebbe continuare all’infinito – e sarebbe un fatto gradevole per gli occhi e le orecchie – tra vecchi blues greci cantati da giovani donne dotate di estrema spiritualità o vecchi mangas che assomigliano ai nostri anziani, e chiacchiere da taverna, e riflessioni estemporanee da parte dell’alitis-Capossela. La verità è che questo film è un flusso ininterrotto di immagini e parole che a sua volta confluisce nella pellicola dopo esser passato per altri mezzi, e chissà dove prosegue. Qualcosa che sta tra il transmediale e il transAdriatico, visto che, con molta più probabilità, questo film è iniziato dieci o quindici anni fa con il primo vagabondaggio solitario di Vinicio Capossela tra Salonicco, Atene e Smirne, ed è passato per dischi diversi, per il libro Non si muore tutte le mattine (in cui già c’erano pagine dedicate ai rebetes), e ancora per Marinai, profeti e balene. C’era già tutto in Contratto per Karelias, nel Rebetiko Mou composto e mai inciso fino a qualche anno fa, nella Morna con cui scoprivo Capossela su un treno Bologna-Brindisi nel 2002 (“Quand’è sprecata una volta, la vita, è sprecata in ogni dove”). C’era nel capitolo sugli hotel nel precedente documentario La faccia della terra (di Gianfranco Firriolo), che a sua volta è il controcanto ideale di una canzone come Ovunque proteggi. C’era in questa capacità unica dell’ex epigono di Tom Waits e Paolo Conte di fare racconto universale a partire da ogni singolo e apparentemente banale aneddoto di vita vissuta, come nel caso del Veglione e della clientela del ristorante Da Ciccillo, trattando e intrattenendo allo stesso modo con un Mastro Sentimento e con un semidio come Psarandonis.
Che poi, a dirla tutta, questa capacità di racconto è ciò che salva non solo chi ascolta una storia, ma anche chi la racconta, perché rende tutti meno soli, ed è quello che succede a chi suona e ascolta rebetiko, e questo nel film viene detto molto bene, ed è per questo che Indebito si lascia guardare in quel modo che non ha bisogno di inizio né di fine. C’è un passaggio, nell’ultima pagina di Tefteri, in cui un anziano si raccomanda con la giovane nipote: “Buttati dentro su tutto, basta che sai quando e come uscirne. Non tornare a casa se non sai bere, mangiare e amare.” Ci aggiungerei: “E appassionarti alle storie degli uomini.”

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Va dato merito ad Andrea Segre, allora, di essere salito nella maniera più giusta sul grande carrozzone dell’immaginario caposseliano, il che non è solo scendere nella taverna o salire tra gli dei dell’Olimpo, ma seguire il passo senza meta di un viandante. In Indebito, in effetti, tu scivoli come in un sogno, come dovrebbe sempre essere per il cinema, per quanto tu possa guardarlo con occhio tecnico – mi piace molto guardare questo tipo di cinema con occhio tecnico, per quanto possa saperne, mi piace indagare la finzione nella presunta realtà di un documentario fino a cercare di carpire la comunque evidente differenza tra le mie inquadrature fisse, quando mi cimento con le mie mdp di fortuna, e quelle dei registi veri, che pure sono leggermente mosse come le mie (e allora è una mia fissa, quella per la fissità quasi fotografica per le inquadrature fisse?). E ci scivoli perché Segre sa mettersi da parte, fingere di non esserci, e così fai più caso a Bigazzi, ma solo perché i suoi virtuosismi sorrentiniani li conosci a memoria. Ma anche qui: l’inquadratura allo specchio quando Capossela ha finito di cantare, il tramonto che si fa vivo sul mento di un attore e su un muro più che nel cielo, e nulla più, solo porti deserti, qualche splendida ossessione per la simmetria, e tanto, tanto racconto, in cui puoi solo immergerti, almeno finché c’è buio in sala.

Fuori
Fuori, è comunque fuori, lo spettacolo. Com’era quella vecchia storia? Sempre altrove, sempre dall’altra parte. Basta chiudere gli occhi, il film inizia col buio in sala, e quando si riaccendono le luci, quando riapri gli occhi, finisce, ma inizia l’altro. Quello vero, ammesso che quello di prima fosse finto. E allora Taranto. Da quanto tempo non ci venivo da solo? Era due anni fa, con un tempo come questo, cercavo per Natale un piccolo oggetto di legno, che non trovai, e che, ironia della sorte, mi fu regalato proprio dalla persona a cui io volevo regalarlo. E ancora suona. E ancora io da solo in giro per Taranto, a piedi, alla ricerca della mia Ascona. Giusto dietro il cinema c’è un mercato rionale, i banchi ancora in bella mostra ma vuoti proprio come quelli tra cui passeggia il viandante, l’alitis del film, il flâneur universale di libri e canzoni. Una Punto rossa ferma davanti all’entrata principale del mercato, una tv o una radio accesa così come le luci delle baracche, da qui si vedono i pomodori appesi, le zucchine, i finocchi, le bilance, tutto sveglio e luccicante sotto i neon del capannone. Proseguo, Taranto è vuota e umida come le strade nella notte di Atene, di tanto in tanto un locale alla moda, le saracinesche abbassate, i parcheggi di via Plateja aperti anche di notte. Palazzoni degli anni ’70 e appartamenti più recenti con le tapparelle a tre quarti, qualcuno è sveglio, qualcun altro fa finta di dormire. Graffiti d’amore, altri calcistici – nelle città italiane, se c’è un cognome scritto con lo spray e sotto un “Vattene!”, puoi star certo che quello è il cognome del presidente di una squadra di calcio, più di rado di un sindaco. E tutto scivola ancora in un neutrale elenco di cose, accadimenti cui ho la fortuna di non dover partecipare (ma le cose e gli accadimenti neutrali non lo sono mai per davvero). Adesso sono in auto, cerco un posto in cui mangiare. Stradoni deserti e semafori accesi, il mito dell’onda verde, attese di trecento metri ogni trecento metri. Le insegne del casinò, che casinò davvero non è. Il negozio d’antiquariato in cui cercai quell’oggetto di legno, le taverne che sopravvivono ancora ai lounge bar, i lounge bar che non sanno ancora in cosa riconvertirsi. I muri con squarci di mattoni, carne che spia da dietro una ferita. La mia pizzeria è una piccola sala, devo parcheggiare a duecento metri perché il parcheggio a Taranto manca anche di notte. Dentro al locale non c’è nessuno, chiedo se disturbo, la tv è accesa, mi scuso, ringrazio, mangio sfogliando un giornale che si chiama Taranto Buonasera, c’è la notizia di un uomo tratto in salvo dai vigili mentre rischiava d’affogare chiuso nella sua auto a causa della pioggia di questi giorni, e poi il grande regalo di Natale per i tarantini, cioè il ponte girevole illuminato per le feste, e ancora un bambino che rischiava di strozzarsi con una calamita, e l’Ilva molto dopo, come un serial che hai smesso di seguire ma che sai, comunque, andare avanti, a prescindere da te e dal tuo interesse. In tv, su Canale 5, la pubblicità di uno speciale sul programma Drive In, appare un Veltroni compassato che ammette: “A me piaceva Drive In”, poi il titolo dello speciale: Drive In: Le origini del male, faccio caso all’autoironia di Mediaset, faccio caso al fatto che la moglie del vecchio ed educato pizzaiolo è una slava che non si vede mai, solo la senti dire: “Amore”, dalla cucina, e ricevere istruzioni. Riprendo la corsa in auto, voglio andare verso il ponte girevole, e dappertutto sugli alberi spogli sono posate o solo abbandonate luci di Natale, come se fossero state sparate in cielo dalle ciminiere della fabbrica e poi si fossero adagiate a casaccio, planando, sui rami spogli, e hanno diversi, tanti colori, tante capocchie di spillo verdi, rosse, gialle, blu, ed è vuota anche in centro, Taranto, coi suoi bidoni dell’immondizia che traboccano di rifiuti e i camion della nettezza urbana che operano nel bel mezzo delle strade, e i ragazzi allora sono tutti nei locali o nelle auto coi vetri appannati d’amore o di chiacchiere, nemmeno i pazzi ci sono in giro come accade invece nei paesi, ed ecco il ponte girevole, ma il regalo non c’è, il ponte è buio o solo accarezzato dalla solita e giallognola illuminazione pubblica. Lo attraverso, una piccola imbarcazione in lontananza ha i fari che si specchiano nell’acqua scura, e poi è discesa verso un altro elenco di cose, di strade che portano via da Taranto e che ho imparato subito dopo averle percorse una sola volta, ma prima c’è Taranto vecchia, Taranto la Scrostata, dove tutto, in pietra o legno o asfalto, è umido di sale marino e semi rimosso, inevitabilmente scrostato, dall’uomo e dal mare in misura uguale, e per questo allora forse qui le ferite sembrano fare meno male, quasi naturali. Le case che non stanno in piedi, coi buchi al posto delle finestre, la banchina infinita, il Centro Esche e il Ristorante la Paranza, altre impalcature di legno a sostegno di case troppo pigre per restarsene in piedi o cadere, e poi lontano un locale che non ricordavo, è a due piani e ha delle grandi vetrate, dentro sembra vuoto, solo lunghe luci rosse e verdi, è così grande che quando fai il giro del porto è ancora lì, te lo trovi davanti ed ha un nome che lo pone inequivocabilmente tra le novità di stagione, solo che dentro davvero sembra non esserci nessuno e quelle luci, in quel vuoto, lo avvicinano alla balera, che poi è quello che sono tutte le discoteche, la memoria della balera, così come la cinepresa è la memoria degli occhi.

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