Interviste

Giustizia è fatta: intervista a Guido Catalano

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Har har har! Proprio come una cinciallegra, Guido Catalano ha risposto al post-da-richiamo di qualche giorno addietro. Solo che aveva perso le domande. E io pure. Così le ho riscritte in questa brutta domenica di dicembre (così sembrava ieri) e gliele ho mandate, e lui mi ha risposto definitivamente. Ricapitolando, Guido Catalano è il mio poeta preferito contemporaneo. O contemporaneo-preferito. Lui ama Bartleby lo scrivano di Herman Melville, anche se non lo dice. Ha scritto dei libri scaricabili dal suo sito. I suoi reading sono degli eventi mirabolanti, e consiglio a chi sta a Torino&dintorni di andarci. Anche perché io non li ho mai visti, anche se sono suo fan su Facebook. Infine, segnalo la traduzione in spagnolo della sua Facciamo che io ero.

Innanzitutto, dove, come quando chi e perché e che cosa fa Guido Catalano.

innanzitutto non userò le maiuscole perché ho dei problemi con il computer, quindi userò solo le minuscole.

però se vuoi puoi aggiungere tu prima di pubblicare l’intervista.

dove: sempre qui, difficilmente altrove. non amo viaggiare. stanotte per fare un esempio, ho sognato che morivo in un incidente aereo ma in realtà non morivo. morivano tutti tranne me e io mi ritrovavo nel volo successivo e mi chiedevo come fosse possibile. poi arrivavo a nuova york ed ero felice.

mi piace molto stare a casa mia e mi da noia spostarmi.

come: non mi è chiaro.

quando: sempre, anche quando dormo.

chi: io

cosa: scrivo le cose che mi piacerebbe leggere. poi le leggo ad alta voce le cose che scrivo e mi faccio pagare in quanto non so fare altro che questo, cioè scrivere delle cose, leggerle davanti ad un pubblico vivo e renderlo il più contento possibile.

e comunque non imparo mai nulla a memoria. la colpa è della scuola elementare che mi torturava tentando di farmi memorizzare delle cose.

Le tue poesie sono storie: procedono per immagini, i versi diventano quasi prosa, si allungano, poi di colpo diventano quasi monosillabici. Racconti brevi e psichedelici, ti chiedo: quando sei addivenuto (ti piace “addivenire”?) a questa forma, alla scelta della lingua (semplice, colloquiale, completamente al servizio della storia, direi), quando hai capito che era il modo migliore per esprimerti e quali strade hai battuto prima?

mi piace molto “addivenire”, grazie per averlo usato.

ho iniziato scrivendo testi di canzoni in un gruppo di rokkerroll.

poi le cantavo.

poi il gruppo si è sciolto e mi son ritrovato a continuare a scrivere, e le cose che scrivevo sembravano poesie perché andavo un sacco a capo, come succedeva nei testi delle canzoni. quindi mi sono detto: queste sono poesie, d’ora in poi sono poesie e non più testi di canzoni e d’ora in poi, sapete cosa vi dico, io le leggerò davanti al pubblico magari con l’aiuto di musicisti ma senza cantare, che tra l’altro a cantare faccio cagare.

la forma è l’unica che so e che mi piace. odio le poesie difficili. sono pigro e ho bisogno di capire quello che si dice senza rischiare di avere un’emorragia cerebrale per lo sforzo.

più o meno scrivo come parlo.

infatti parlare con me, se sono rilassato, può essere un’esperienza curiosa, mi hanno detto.

ma sono raramente rilassato.

Il tuo immaginario è pieno di poveri cristi e Gesù, uomini che hanno iniziato a morire e donne bellissime, voccalemoni e cani. Su cosa si è formato questo bestiario catalanesco?

il bestiario in senso di animali è dettato dal fatto che adoro le bestioline. soprattutto i gatti. i cani meno. ma il cane è la mia bestia di totem e spesso mi viene a trovare e mi dice delle cose importantissime che però io non comprendo.

le donne bellissime viene dal fatto che anni fa ero un povero cristo con le donne che non mi volevano baciare.

oggi invece sì ma è un po’ come quelli che hanno sofferto la fame e poi gli rimane uno strano rapporto con il cibo.

cristo inteso come gesù è una figura che mi ha sempre affascinato e dunque mi piace utilizzarlo ogni tanto. mi sarebbe veramente piaciuto conoscerlo ma lo hanno ammazzato. in un modo tra i più orribili, tra l’altro.

La cosa che mi piace di quello che fai è l’assoluta mancanza di seriosità. L’abitudine a prendersi troppo sul serio ha molto a che fare col mondo delle lettere, spesso. E nonostante la poca seriosità, devo dire che le tue storie sono comunque seguitissime. Che rapporto hai col successo (eh, non te l’aspettavi questa)?

non me l’aspettavo ma ti ringrazio di averlo fatto.

devo assolutamente riuscire a diventare ricco e famoso prima di ammalarmi e morire tra atroci sofferenze.

adoro essere conosciuto e apprezzato.

odio la seriosità e chi si prende troppo sul serio.

odio anche quelli che si esprimono solo con battute umoristiche per sembrare ganzi.

nel mondo delle lettere – ci hai ragione – spesso incontri gente che ti fa cascare le palle dalla noia. e se ti cascano le palle, poi fartele riattaccare è un casino.

soprattutto i poeti, spesso, sono una roba che sembrano siano morti, che secondo me pensano che l’unico modo di diventare famosi come poeti è quando moriranno così si allenano prima.

Il tuo umorismo mi ricorda molto quello di Achille Campanile e, in parte, quello di Stefano Benni. Ma io so che tu sei patafisico. Lo sei, Guido Catalano, ti senti patafisico? O hai fatto il vaccino? Inoltre, ti faccio una domanda nonsense che ho fatto a Marco Parente: «chi semina suoni raccoglie senso» (Lewis Carroll). E’ questo che c’è dietro al nonsenso?

questa domanda composita è abbastanza difficile ma tenterò di risponderti.

benni, un po’ sì ma con moderazione. campanile lo lessi e mi piacque ma me lo sono dimenticato. patafisico preferirei di no.

io non semino suoni, ne sono abbastanza sicuro.

penso di seminare senso, dunque raccoglierò suoni.

Sai che da quando ho fatto leggere le tue cose a un mio amico quel mio amico non legge più quello che scrivo io? Non ti senti un po’ in colpa?

no, sono contento.

Come funzionano e cosa succede durante i reading di Guido Catalano? Io li immagino come serate futuriste. C’è del futurismo, in te, amico. Lo sapevi? E come concili il reading con la tua “r” moscia (della tua ‘r’ mi ha parlato un’amica che mi ti ha fatto scoprire)?

futurismo preferirei di no.

nei miei reading succede che io leggo per un’ora circa le mie poesie e dico delle cose in mezzo. la gente quasi sempre apprezza. bevo parecchio prima, durante e dopo e alle volte inizio a biascicare. alle volte con me ci sono dei musicisti che suonano. amo i musicisti perché io volevo fare il musicista, mica il poeta.

fare un reading per me ha molto a che fare con il sesso. solo che tu sei da solo e il pubblico è in tanti. tu cerchi di farlo godere e il pubblico, anche se non lo sa, può fare godere te. come nel sesso, può essere una gran gran scopata, o una cosa mediocre. alle volte io non godo e il pubblico sì. non succede mai il contrario, però.

la “r” moscia mi hanno detto che è un plus valore ma io non mi accorgo di averla. anzi non mi accorgevo.

a forza di farmela notare, ora me ne accorgo.

Ultima domanda. Più che altro, un’amara constatazione. Mi sa tanto che io e te siamo gli ultimi due uomini sulla faccia della terra a usare una mail di libero. Sembra quasi la trama della prossima poesia – la prima fantascientifica – di Guido Catalano.

e tra l’altro questi di libero mi massacrano di spam. dunque credo che la cambierò ma sono pigro e poi è un casino, che poi devo fare sapere a tutti del cambio e non ne ho voglia.

comunque peccato che le domande siano finite che mi piace un sacco essere domandato.

ciao, stai bene.

e scusa il minuscolo, ma è un casino.

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