Interviste

Intervista a un morto ammazzato


Con quest’intervista il Malesangue riprende ufficialmente le sue pubblicazioni. Quanto al protagonista della seguente chiacchierata, posso solo dire che non si è sbottonato più di tanto. Mentre parlavamo non ha mai tolto gli occhiali scuri. Non voglio aggiungere nulla a quello che ha detto, ma mi sono fatto l’idea che certa gente tenga a un certo tocco di mistero anche dopo morta.

Prima di tutto: chi l’ha uccisa?
Se permette, eviterei di rispondere a questa domanda. Non che io abbia qualcosa da temere. Non più, almeno. Ma spesso, riguardo noi morti ammazzati, sfugge un particolare: e cioè che abbiamo una sensibilità, come dire, piuttosto spiccata. Vede, non mi va di star qui ad alzare polveroni. A puntare il dito. Ci penserà la giustizia – quella terrena, ovvio – a fare chiarezza attorno alla mia morte. Perdoni il gergo da cronaca nera. Ma le pare che io stia qui a perder tempo, dell’altro tempo, a pensare a chi mi ha ucciso? E’ stato doloroso. Lo è ancora, a ripensarci. Sto bene così.

Ipotizziamo almeno un possibile movente.
Credo che alla base di tutto ci sia qualcosa di terribilmente umano. So che molti credono che io avessi debiti, problemi con gli strozzini. Potrebbe essere. Ma se anche si trattasse di qualcosa di più grosso, per così dire, cambierebbe forse qualcosa? O, al contrario, se dietro alla mia uccisione ci fosse una banale questione d’amore, un tradimento? La mia morte, terribile con quei tredici colpi esplosi tra il mio viso e il bacino, è possibile solo in quanto commissionata, pensata, forse solo improvvisata, da un altro essere umano. Voglio dire: tra un movente e l’elaborazione di un piano criminale c’è qualcosa che solo l’uomo è in grado di compiere. E’ una bella distanza, non so se mi spiego.

Insomma, lei riconduce tutto alla sua singola esperienza. Lei non era un simbolo, né la vittima designata di un sistema di affari andato a male.
Non posso rispondere. Non mi interessa una risposta così articolata, nella condizione in cui mi trovo ora.

Però, ipotizzando un omicidio in qualche modo legato alla criminalità, insomma, sa cosa c’è? Che in genere si pensa qualcosa del tipo “finché si ammazzano tra loro, va bene”.
Lo so. E’ una cosa orribile. Lo so che chi muore ammazzato finisce col caricarsi di un po’ della colpa e della pena dell’assassino. Non accade solo coi delitti di mafia. Se una donna viene uccisa dal marito pazzo di gelosia finisce che lei era un po’ puttana, lo sappiamo tutti. Si trasferisce sulla vittima ciò che non sapremo mai, cioè ciò che di misterioso rimane nell’atto del prendersi una vita. Finché le due cose sono ben distinte, io credo ma potrei sbagliarmi, cioè finché vittima e carnefice sono su due piani ben lontani tra loro, ecco, ai vivi capita di non sapere dove sistemare la propria coscienza. A quanto pare c’è dunque anche una bella distinzione tra vittime e innocenti.

Appunto. Lei prima di morire si sentiva innocente? Vittima inevitabile? Carnefice inconsapevole?
Che domanda del… Prima di morire – di essere ucciso – io ero vivo, ecco tutto.

Scusi se insisto. La sua morte ha a che fare con quell’auto che mi ha tagliato la strada l’altro giorno? Dentro c’erano dei ragazzini. Ridevano. Credo fossero sotto effetto di cocaina. Non mi chieda perché lo so. Lo so e basta.
Non ne ho idea. Lei fa delle domande che non hanno alcuna attinenza con la mia condizione attuale, mi perdoni.

D’accordo. Ha qualche rimpianto?
Be’, una cosa piccola piccola. Avevo smesso di fumare da dieci anni. Almeno, ufficialmente. Problemi al fegato. Non si smette di fumare solo per il cuore. Mia moglie non lo sapeva, ma di tanto in tanto ne accendevo una. Così, per sfizio, l’accendevo e la passavo a qualcun altro. Questa volta la stavo fumando per intero. Ne sentivo il bisogno, ma non lo dico mica per drammatizzare. A quel punto è successo il patatrac, ed eccomi qui.
Non so se lo si può chiamare rimpianto, ma comunque.

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