Interviste

Intervista a una nuvola


Gran subbuglio da bambini oggi nel cielo. E così l’ho vista, ho visto lei, era lassù, nel cielo terso da imbarazzo, se ne stava in disparte –- a lato d’un branco di mozzarelline dolci e un po’ capre, a dirla tutta –- un po’ polpa di panna un po’ lattiginosa, intreccio di zucchero filato. A un certo punto non sai se è lei che fissa te o tu che fissi lei. Probabile che nessuno fissi nessuno. Comunque, l’ho interrogata. Col sospetto che a breve avrebbe lei interrogato me: e non so bene perché ma credo che con le nuvole sia sempre meglio giocare d’anticipo, prima che si sciolgano scrosciandoti in testa.

Signora nuvola, come va?
Saprà bene che non il come ma il quando, è la questione per noi nuvole. A noi ci soffia il vento, ci fa il sole.

Posso immaginare. Invece per noi uomini non è il quando ma il quanto, alle volte. E dove va, si può sapere? La vedo ferma quassù sulla mia testa da qualche ora.
Ma non sono mica qui. Lei mi vede qui, in questo modo, ma sono più su o altrove, in un altro modo. Abito solo cieli distanti.

Allora, a pensarci bene, potrebbe proprio essere il dove.
Per voi uomini, potrebbe, sì.

Ma lei è immobile, ne sono certo.
Fin quando non evaporerò altrove o non pioverò.

Non mi sembra di quelle grigie. O nere. Lei è bianca e grande, lontana da tutto. Non mi sembra la tipa da pioggia.
Molte di noi non sembrano così. Ma si trasformano. Il vento, il sole, la notte, persino la luna ci sposta da noi, ma sempre verso di noi.

Non la seguo.
Voi uomini crescete, vi allungate, poi vi piegate e decrepite. Noi invece ci trasformiamo. Passiamo, non solo nel cielo: da uno stato all’altro. Io ero già io quand’ero acqua, e poi vapore; sarò ancora io quando sarò ancora acqua che sale dalla terra, o cielo, sotto altra forma ma sarò io ancora.

Mi chiedo allora che ambizioni possa avere una nuvola. Se possa averne. Mi rendo conto che la domanda potrebbe apparire tipicamente… umana, ecco.
Ma va bene. Noi ambiamo a finire almeno un passaggio, a piovere. Finire per noi è piovere. Siamo tese, per quanto io da qui possa apparirle solo un proliferare di zucchero filato, io sono tesa, mi gonfio di tensione atmosferica fino a desiderare solo di terminare.

Non so. A me lei fa pensare a un carillon, dev’essere per la luce solare che le illumina, definendoli, i bordi.
La ringrazio, ma non so che dirle a riguardo. Il mio, le dicevo, è un pacifico finire per poi riesumarmi in altro. Questo necessita di scontro, tra noi nuvole. Capisce?

Sì, però temo che lei mi prenda in giro. Le nuvole, come molti esseri umani, non possono avere ambizioni. Probabilmente lei è così buona che vuol mettersi in pari, e si (perdoni il termine) antropomorfizza per non darmi dispiaceri.
Rovescio la questione: lei crede che ci siano esseri umani senza ambizioni?

Ne conosco di immobili.
Cosa c’entra il moto con l’ambizione?

Non ne ho idea… Ma adesso è lei che intervista me? Piuttosto, com’è vederci da lassù?
Voi uomini? Vi agitate molto. Non troppo, ma molto.

E senza senso, senza motivazioni adeguate, suppongo.
Non è detto. Difficile è definire la vostra direzione, la vostre dimensione. Apparite minuscoli. Ma veloci. Non come… non presi come individui. Così non siete veloci, siete lentissimi. Ci impiegate secoli per concludere qualcosa. Ma come specie, presi nell’insieme: vi affannate come se mancasse il tempo, da sempre, per andare verso qualcosa che è difficile da afferrare, da qui.

Forse l’autodistruzione? O un futuro più radioso? Non creda, anche da quaggiù è difficile pensare che… Insomma, lei dice che ci muoviamo tutti in un’unica direzione.
Forse è solo un’impressione, la mia. Potrei sbagliarmi.

D’accordo. Questa aveva tutta l’aria d’esser l’ultima domanda, non so, forse per il tono. Me ne conceda un’altra.
Faccia pure, non c’è fretta.

Cosa vi dite voi nuvole, quando vi incrociate?
Non è poi molto dissimile da quel che accade per voi uomini. Probabile che diciamo molto, e d’inutile, parecchio inutile; quando in verità il grosso che accade, accade a livello d’immaginario. Quando s’incrociano due nuvole, c’è l’intersezione di due immaginari più o meno distinti o affini. Non c’è molto altro. Forse, ma non ne ho certezza né memoria, molto della nostra pioggia, dell’immaginario nuovo che scaturiamo, dipende proprio da quell’intersezione, da quel tipo d’interazione; così quando ci abbandoniamo, quando ci perdiamo, dell’altra perdiamo il suo modo d’immaginarsi nuvola nel cielo.

Mmm. Be’. Grazie.
Grazie a lei. Adesso però provo a piovermi.

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