Le storie degli altri

Il franchising Stato islamico, come funziona

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Si dice molto spesso che lo Stato islamico, fuori dalla Libia o dalla Siria, funzioni come una sorta di franchising. Prendendo per buona questa ipotesi, restano da capire le dinamiche di affiliazione a questa strana catena del terrore. Arturo Brachini prova a spiegarcelo con un breve racconto in forma d’allegoria. Buona lettura.

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Immaginate di ricevere un invito a cena da un amico che non sentite da un po’. Ci pensate qualche ora; alla fine accettate.
In fondo con quest’amico avete vissuto dei bei momenti – diamine, quanto tempo è passato?
Solo dopo aver accettato capite però che la cena si terrà a casa vostra; a quel punto è troppo tardi per tirarsi indietro.

L’amico si presenta con una borsa della spesa. Per prima cosa tira fuori della birra in lattina. Marca di terz’ordine, che non bevete da almeno dieci anni.
L’amico vi dice di aspettare in salotto e si dirige in cucina. Si mette ai fornelli.
Ogni tanto vi raggiunge, scambiate due chiacchiere, pian piano iniziate a capire che il vostro vostro ospite è messo piuttosto male. La moglie, che in tutta onestà trovavate insopportabile, l’ha scaricato cinque anni fa, lui ha preso a bere e adesso sta tentando di smettere, anche se non sembra troppo convinto.
Intanto dalla cucina arriva un odore di fritto intenso, veicolato da nuvolette di fumo grigio; in breve il vostro piccolo appartamento inizia ad assomigliare all’interno di una marmitta scassata.

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Le storie degli altri

Nessuna verità, a parte il bene e il male

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È fuor di dubbio che il più grande scrittore italiano sia stato Dino Buzzati. Quella sua lingua trasparente e inquietante, come nei bambini. Solo che non si può più scrivere come lui. C’è un equivoco, una distorsione per cui ogni volta che ci chiniamo sul foglio dobbiamo farci carico di una certa complessità – ma cos’è questa complessità? Secoli e secoli di letteratura italiana, europea, mondiale? Millenni di complessità, etica, morale, politica, onniscienza del senso comune, che è sempre un sesto senso variabile della nostra società – per finire coll’ammantare il fallo di orpelli, come dicevano i greci, per avvolgere cioè di strati e strati di veli di raso nero quello stecchino di legno lasciato nudo dal ghiacciolo disciolto che è la verità. Ma non c’è nessuna verità. A parte il bene e il male. Il bene è Dino Buzzati, per me. La luce dello stile in mezzo a un’infinità di tenebra retorica. Il male? Giorgio Manganelli. La sua forma che si azzuffa e si richiude come lava incandescente su un villaggio sorto a valle di un vulcano. Mentre Giorgio se ne sta in disparte e ride, ride e ride di noi che non capiamo. Non è fantastico?


Arturo Brachini | La passeggiata (o l’occorrenza del male)

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