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La stalla più fotografata d’America — Don DeLillo

Diversi giorni più tardi Murray mi chiese notizie di un’attrazione turistica nota come la stalla più fotografata d’America. Quindi facemmo in auto ventidue miglia nella campagna che circonda Farmington. C’erano prati e orti di mele. Bianche staccionate fiancheggiavano i campi che scorrevano ai nostri fianchi. Presto cominciarono ad apparire i cartelli stradali. LA STALLA PIÙ FOTOGRAFATA D’AMERICA. Ne contammo cinque prima di arrivare al sito. Nell’improvvisato parcheggio c’erano quaranta auto e un autobus turistico. Procedemmo a piedi lungo un tratturo per vacche fino a un lieve sopralzo isolato, creato apposta per guardare e fotografare. Tutti erano muniti di macchina fotografica, alcuni persino di treppiede, teleobiettivi, filtri. Un uomo in un’edicola vendeva cartoline e diapositive, fotografie della strada prese da quello stesso sopralzo. Ci mettemmo in piedi accanto a una macchia di alberi a osservare i fotografi. Murray mantenne un silenzio prolungato, scribacchiando di quando in quando qualche appunto in un quadernetto.
“La stalla non la vede nessuno” disse finalmente.
Seguì un lungo silenzio.
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Come giocarsi il Premio Nobel — Kurt Vonnegut

Un tempo ero proprietario e direttore di una concessionaria di auto a West Barnstable, nel Massachusetts: si chiamava Saab Cape Cod. Ha chiuso i battenti trentatré anni fa. La Saab, allora come adesso, era una macchina svedese, e ormai sono convinto che il mio fallimento come venditore all’epoca spieghi quello che altrimenti rimarrebbe un profondo mistero: come mai gli svedesi non mi abbiano mai dato il Nobel per la letteratura. C’è un vecchio proverbio norvegese che dice: “Gli svedesi hanno il cazzo corto ma la memoria lunga”.

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Forme brevi e feticci editoriali — Italo Calvino

Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia; in entrambi i casi è ricerca d’un’espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile.
È difficile mantenere questo tipo di tensione in opere molto lunghe; e d’altronde il mio temperamento mi porta a realizzarmi meglio in testi brevi: la mia opera è fatta in gran parte di short stories. Per esempio il tipo d’operazione che ho sperimentato in Le cosmicomiche e Ti con zero, dando evidenza narrativa a idee astratte dello spazio e del tempo, non potrebbe realizzarsi che nel breve arco della short story. Ma ho provato anche componimenti più brevi ancora, con uno sviluppo narrativo più ridotto, tra l’apologo e il petit-poème-en-prose, nelle Città invisibili e ora nelle descrizioni di Palomar. Certo la lunghezza o la brevità del testo sono criteri esteriori, ma io parlo d’una particolare densità che, anche se può essere raggiunta pure in narrazioni di largo respiro, ha comunque la sua misura nella singola pagina.
In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana, povera di romanzieri ma sempre ricca di poeti, i quali anche quando scrivono in prosa danno il meglio di sé in testi in cui il massimo d’invenzione e di pensiero è contenuto in poche pagine, come quel libro senza eguali in altre letterature che è le Operette morali di Leopardi.
La letteratura americana ha una gloriosa tradizione di short stories tuttora viva, anzi direi che sono tra le short stories i suoi gioielli insuperabili. Ma la bipartizione rigida nella classificazione editoriale (o short stories o novel) lascia fuori altre possibilità di forme brevi, quali pure sono presenti nell’opera in prosa dei grandi poeti americani, dai Specimen Days di Walt Whitman a molte pagine di Williams Carlos Williams. La domanda del mercato librario è un feticcio che non deve immobilizzare la sperimentazione di forme nuove. Vorrei qui spezzare una lancia in favore della ricchezza delle forme brevi, con ciò che esse presuppongono come stile e come densità di contenuti. Penso al Paul Valéry di Monsieur Teste e di molti suoi saggi, ai poemetti in prosa sugli oggetti di Francis Ponge, alle esplorazioni di se stesso e del proprio linguaggio di Michel Leiris, allo humour misterioso e allucinato di Henri Michaux nei brevissimi racconti di Plume.


Italo Calvino | Lezioni americane

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Un consiglio spassionato del poeta Alfonso Gatto

Non dare retta al re,
non dare retta a me.
Chi t’inganna
si fa sempre più alto d’una spanna,
mette sempre un berretto,
incede eretto
con tante medaglie sul petto.
Non dare retta al saggio
al maestro del villaggio
al maestro della città
a chi ti dice che sa.
Sbaglia soltanto da te
come i cavalli, come i buoi,
come gli uccelli, i pesci, i serpenti
che non hanno monumenti
e non sanno mai la storia.
Chi vive è senza gloria.


Alfonso Gatto

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Flaiano in Africa e le sue annotazioni per Tempo di uccidere, il romanzo che vinse il primo premio Strega della storia
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Flaiano in Africa: appunti per il primo Premio Strega

Settant’anni fa, nel 1947, Tempo di uccidere di Ennio Flaiano vinceva il primo Premio Strega della storia.
Pur di sfuggire alla noia e al mal di denti, un soldato italiano si muove a casaccio in un paesaggio etiope senza nulla di esotico: prima, per difendersi da una bestia indistinguibile nei pressi di un fiume, spara un colpo e ammazza involontariamente la povera Mariam, indigena con cui ha appena fornicato; poi, seguendo la paranoia più che l’intuito o una pista di solidi indizi, realizza che Mariam era probabilmente una lebbrosa, sprofondando così in un universo di vuoto e senso di colpa (“Sempre abbandonavo qualcuno nella disgrazia”). Pian piano, la congettura e la monomania smangiano la stravaganza da romanzo esotico/d’avventura (“Non il colpo a vuoto ma la mia gretta immaginazione…”), col protagonista che avanza quasi autisticamente in uno scenario saturato dalla disgrazia e dagli equivoci, tra MacGuffin ante-litteram e qualche puntatina surreale (un camaleonte che fuma nel bel pezzo del paesaggio africano), senza mai incontrare davvero l’altro – tanto gli africani quanto gli altri militari italiani.
Nell’olezzo di cose che muoiono di (presunta) lebbra, per il soldato di Flaiano tutti sono Mariam, perché tutti portano quel nome che è un nome di colpa, peccato involontario, legato alla natura umana, che si oppone e degrada le romanticherie indirizzate alla fidanzatina che attende in Italia.
Tutto è ambiguità e incomprensione, insomma, in
Tempo di uccidere, romanzo lento e faticoso la cui gestazione – involontaria quasi quanto le azioni del suo protagonista – racconta forse qualcosa di più interessante sull’autore e sui tic dell’editoria italiana di allora e di oggi. L’opera fu infatti scritta per scommessa (e per soldi) con Leo Longanesi. Flaiano la approntò e consegnò in un paio di mesi, ne fu insoddisfatto e continuò a riscriverla negli anni anche dopo la vittoria dello Strega; vittoria verso cui l’autore provò sempre imbarazzo e che giudicò “un malinteso” (di qui un famoso aforisma flaianesco sul successo).
Come ha scritto Anna Longoni, la pubblicazione di 
Tempo di uccidere fu per Flaiano il dazio da pagare per poter entrare nella giungla dell’editoria italiana. Un dazio, aggiungo io, che violò l’arte di uno scrittore votato al testo breve, come sappiamo (oggi, Flaiano si divertirebbe coi meme). Una “violenza” che permea anche l’editoria contemporanea, aggiungo sempre io, forse esagerando – ma non troppo: il romanzo, prodotto editoriale evidentemente inflazionato (peraltro in un contesto di abitudini di lettura radicalmente mutate), continua a essere “imposto” a chiunque voglia esordire o continuare a pubblicare narrativa (o “varia”, per i più tecnici).
Ad ogni modo, in appendice alla mia edizione Rizzoli di Tempo di uccidere c’è la vera chicca di tutta questa faccenda, e cioè Aethiopia – Appunti per una canzonetta, serie di brevi cronache e pensieri raccolti in Etiopia da un Flaiano ancora venticinquenne. Qui di seguito un piccolo estratto. Buona lettura.

*

Alla base di ogni espansione, il desiderio sessuale.

Un soldato scende dal camion, si guarda intorno e mormora: “Porca miseria!”.
Egli sognava un’Africa convenzionale, con alti palmizi, banane, donne che danzano, pugnali ricurvi, un miscuglio di Turchia, India, Marocco, quella terra ideale dei film Paramount denominata Oriente, che offre tanti spunti agli autori dei pezzi caratteristici per orchestrina. Invece trova una terra uguale alla sua, più ingrata anzi, priva d’interesse. L’hanno preso in giro.

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Amok: episodi di violenza giovanile in Europa

Amok Beniamino Placido violenza Europa

“Amok” è una parola straniera, esotica, chissà che cosa significa. L’abbiamo incontrata all’inizio della settimana. Lunedì 21 giugno nel settimanale tedesco Der Spiegel e mercoledì 23 giugno – debitamente tradotto – nel quotidiano La Stampa di Torino è apparso un articolo-saggio dello scrittore tedesco Hans Magnus Enzensberger. Titolo: “Nostra guerra civile quotidiana”. Enzensberger, si sa, è uno scrittore tanto geniale quanto severo, corrucciato. Ma dà il meglio di sé quando resiste alla tentazione apocalittica che lo perseguita. Per esempio, quando sono caduti tutti i muri ad oriente di Berlino, quattro anni fa, scrisse un articolo bellissimo sulle statue che insieme a quei muri minacciavano di cadere. Statue di pietra, per l’appunto, e non teste umane brutalmente staccate dal corpo, come normalmente (e sciaguratamente) accade nelle rivoluzioni. Un buon segno, diceva Enzensberger. Si può sperare. Straordinario, quel suo intervento. Straordinario è anche questo articolo. Dice due cose vere, evidenti. Primo: finita la guerra fredda è cominciata una guerra civile diffusa, in tutta l’Europa. Bande contro bande, giovani contro giovani, etnia contro etnia. “Ogni vagone della metropolitana può trasformarsi in una piccola Bosnia”, da un momento all’altro. Secondo: questa guerra civile endemica, capillare, persistente non ha vere motivazioni ideologiche. I gruppi bellicosi – e belligeranti – indossano varie maschere, di volta in volta, ma in realtà indulgono alla violenza per il piacere della violenza. O per noia. O per l’insofferenza della banalità dell’esistenza. E’un fenomeno nuovo: molto imbarazzante; molto inquietante. Fin qui va bene. C’è però una terza indicazione, nel minisaggio di Enzensberger. A chi dare la colpa, di tutto questo? Tanto per cambiare proviamo a darla ai mezzi di comunicazione di massa. E fra essi, a quello più potente e penetrante, vi lascio immaginare quale. “Questa guerra civile è diventata un serial televisivo”, scrive Enzensberger. Noi ne siamo i quotidiani spettatori. Un po’guardoni. E da spettatori (per di più guardoni) ad imitatori il passo è breve, si sa. Che cosa si perde a leggere questo sconcertante intervento di Enzensberger nell’italiano de La Stampa piuttosto che nel tedesco dell’originale? Nulla, si vorrebbe dire. La versione è accurata; i tagli, praticati per ragioni di opportunità, tollerabili. E però una cosa importante si perde. Una parola cara ad Enzensberger, non tradotta perché non traducibile, si perde per strada: “Amok”. Sì, questi giovani che si abbandonano al piacere della violenza è come se fossero presi da un attacco di “amok”: di incomprensibile furia omicida. Vanno, e non sanno perché. Colpiscono, e non sanno perché. Non hanno voglia di saperlo. Non si curano di farcelo sapere. Noialtri ricorriamo al vocabolario, ma con poca fortuna. I dizionari non ci aiutano. Poi per fortuna la memoria – misericordiosa – viene in soccorso. Ci rammenta che “Amok” (in italiano, “Der Amoklaufer”, in tedesco) è il titolo di un racconto di Stefan Zweig – l’autore de Il mondo di ieri – scritto nel 1922. Un racconto trascinante. La storia di un medico che esercita nelle Indie coloniali olandesi. Dove, in presenza di una bellissima donna inglese, altera e sfuggente, viene assalito da quella furia scomposta che gli indigeni conoscono benissimo. Che non dà pace e non dà tregua. Che si chiama “Amok”. Perché mai questo discorso? Per ricostruire un riferimento letterario? Non soltanto. Anche per indicare una contraddizione vistosa nell’analisi – pregevolissima – dell’apocalittico Enzensberger. Se quella furia omicida improvvisa, irresistibile che si chiama “amok” prendeva anche gli indigeni, anche i medici contagiati dalla cultura indigena, i mezzi di comunicazione di massa che c’entrano? Di strumenti di comunicazione di massa ce n’erano pochini a quel tempo, in quei luoghi. Di canali televisivi, nessuno. Eppure si era violenti. Si ha l’impressione che certi intellettuali, anche quando scrivono all’altezza di Enzensberger, si lasciano prendere ogni tanto da un attacco di “amok”. Si scatenano con l’ascia in pugno contro il diabolico nemico sempre in agguato: i maledetti “Media”. Abboccano sempre, come pesciolini all’amo. Che noia l’”amok”, certe volte.


Beniamino Placido, in un articolo de La Repubblica del 27/06/1993

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Iggy Pop: una fiamma ossidrica in versione sadomaso

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Quello che segue è un articolo di Lester Bangs apparso sul Village Voice del 28 marzo 1977. In Italia è stato raccolto da minimumx fax nel volume Guida ragionevole al frastuono più atroce, con traduzione di Anna Mioni. Buona lettura.


Il concerto di Iggy Pop venerdì scorso al Palladium è stato un trionfo secondo gli standard consueti. Iggy era in ottima forma, e il pubblico era di un entusiasmo verace: avrebbe potuto fare tutti i bis che voleva. Ma Iggy non ha mai ritenuto importanti gli standard consueti: a partire dai primissimi tempi, quando gli Stooges salivano sul palco senza nemmeno saper suonare i propri strumenti, fino al presente, in cui sembra finalmente in procinto di diventare uno dei divi più strani che si siano mai visti. Chi mai proverebbe a sfondare tra i grandi del rock per la terza volta, e quindi la più importante, con un album intitolato The Idiot? Proprio lui, quello che in certi momenti aveva preso l’abitudine di buttarsi a capofitto dal bordo del palco in mezzo al suo pubblico, e che venerdì sera ha continuato a contorcere viso e corpo in maschere e gesti che simboleggiavano l’”idiozia”, il tormento e, soprattutto, il sadomasochismo. Continua a leggere

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