Le storie degli altri

Amok: episodi di violenza giovanile in Europa

Amok Beniamino Placido violenza Europa

“Amok” è una parola straniera, esotica, chissà che cosa significa. L’abbiamo incontrata all’inizio della settimana. Lunedì 21 giugno nel settimanale tedesco Der Spiegel e mercoledì 23 giugno – debitamente tradotto – nel quotidiano La Stampa di Torino è apparso un articolo-saggio dello scrittore tedesco Hans Magnus Enzensberger. Titolo: “Nostra guerra civile quotidiana”. Enzensberger, si sa, è uno scrittore tanto geniale quanto severo, corrucciato. Ma dà il meglio di sé quando resiste alla tentazione apocalittica che lo perseguita. Per esempio, quando sono caduti tutti i muri ad oriente di Berlino, quattro anni fa, scrisse un articolo bellissimo sulle statue che insieme a quei muri minacciavano di cadere. Statue di pietra, per l’appunto, e non teste umane brutalmente staccate dal corpo, come normalmente (e sciaguratamente) accade nelle rivoluzioni. Un buon segno, diceva Enzensberger. Si può sperare. Straordinario, quel suo intervento. Straordinario è anche questo articolo. Dice due cose vere, evidenti. Primo: finita la guerra fredda è cominciata una guerra civile diffusa, in tutta l’Europa. Bande contro bande, giovani contro giovani, etnia contro etnia. “Ogni vagone della metropolitana può trasformarsi in una piccola Bosnia”, da un momento all’altro. Secondo: questa guerra civile endemica, capillare, persistente non ha vere motivazioni ideologiche. I gruppi bellicosi – e belligeranti – indossano varie maschere, di volta in volta, ma in realtà indulgono alla violenza per il piacere della violenza. O per noia. O per l’insofferenza della banalità dell’esistenza. E’un fenomeno nuovo: molto imbarazzante; molto inquietante. Fin qui va bene. C’è però una terza indicazione, nel minisaggio di Enzensberger. A chi dare la colpa, di tutto questo? Tanto per cambiare proviamo a darla ai mezzi di comunicazione di massa. E fra essi, a quello più potente e penetrante, vi lascio immaginare quale. “Questa guerra civile è diventata un serial televisivo”, scrive Enzensberger. Noi ne siamo i quotidiani spettatori. Un po’guardoni. E da spettatori (per di più guardoni) ad imitatori il passo è breve, si sa. Che cosa si perde a leggere questo sconcertante intervento di Enzensberger nell’italiano de La Stampa piuttosto che nel tedesco dell’originale? Nulla, si vorrebbe dire. La versione è accurata; i tagli, praticati per ragioni di opportunità, tollerabili. E però una cosa importante si perde. Una parola cara ad Enzensberger, non tradotta perché non traducibile, si perde per strada: “Amok”. Sì, questi giovani che si abbandonano al piacere della violenza è come se fossero presi da un attacco di “amok”: di incomprensibile furia omicida. Vanno, e non sanno perché. Colpiscono, e non sanno perché. Non hanno voglia di saperlo. Non si curano di farcelo sapere. Noialtri ricorriamo al vocabolario, ma con poca fortuna. I dizionari non ci aiutano. Poi per fortuna la memoria – misericordiosa – viene in soccorso. Ci rammenta che “Amok” (in italiano, “Der Amoklaufer”, in tedesco) è il titolo di un racconto di Stefan Zweig – l’autore de Il mondo di ieri – scritto nel 1922. Un racconto trascinante. La storia di un medico che esercita nelle Indie coloniali olandesi. Dove, in presenza di una bellissima donna inglese, altera e sfuggente, viene assalito da quella furia scomposta che gli indigeni conoscono benissimo. Che non dà pace e non dà tregua. Che si chiama “Amok”. Perché mai questo discorso? Per ricostruire un riferimento letterario? Non soltanto. Anche per indicare una contraddizione vistosa nell’analisi – pregevolissima – dell’apocalittico Enzensberger. Se quella furia omicida improvvisa, irresistibile che si chiama “amok” prendeva anche gli indigeni, anche i medici contagiati dalla cultura indigena, i mezzi di comunicazione di massa che c’entrano? Di strumenti di comunicazione di massa ce n’erano pochini a quel tempo, in quei luoghi. Di canali televisivi, nessuno. Eppure si era violenti. Si ha l’impressione che certi intellettuali, anche quando scrivono all’altezza di Enzensberger, si lasciano prendere ogni tanto da un attacco di “amok”. Si scatenano con l’ascia in pugno contro il diabolico nemico sempre in agguato: i maledetti “Media”. Abboccano sempre, come pesciolini all’amo. Che noia l’”amok”, certe volte.


Beniamino Placido, in un articolo de La Repubblica del 27/06/1993

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Storie

Mal di denti

8 marzo

Da brava puttana stasera sono tornata a casa piena di lividi.
Prima di girare la chiave nella serratura e tornare nel mondo subacqueo dei miei, ho preso a ripetermi in mente: non è colpa tua, non è colpa tua, non è colpa tua.
Se sei innamorata di un licantropo.
Sì, più o meno suona così, nella mia testa, quando non voglio che se ne accorgano.
Ma niente da fare. Il vecchio mi ha guardata, ha notato la gonna strappata, i graffi sulle cosce e ha capito. Stava davanti alla tv. L’ultimo uomo sulla faccia della terra senza schermo al plasma. Buon per lui. Sembrano più magri gli esseri umani, in quella vecchia scatola.
A terra aveva lasciato una lattina di birra. Ha detto che la mamma dormiva, di far piano e disinfettarmi. Quest’ultima cosa l’ha detta sottovoce. Peggio che svegliare mamma c’è solo la vergogna che è in grado di provare quella donna. Ma che vergogna del cazzo, poi. Al vecchio ho detto chiaro e tondo che non avevo niente, anzi: prima ho detto solo «Ok».
Lui ha ripetuto quella cosa del disinfettarmi, neppure troppo seccato.
Di queste notti umide non rimane che l’odore. E un mal di denti. L’umidità fa male ai miei piccoli denti, non certo ai suoi. Stasera mi avrebbe staccato un braccio. Ma è venuto prima. Ha detto che sono una puttana, e io a quel punto mi sarei fatta mangiare, per intero. Sono mesi che lo so, che non lo amo più, e non dipende certo dal lavoro, dal fatto che ci vediamo solo due volte al mese, o peggio dal fatto che lui è una bestia. Dipende da me. Una di quelle conquiste che t’imprigionano.
Domani gli dirò addio. E dirò addio ai miei, a questa casa che s’impregna così facile d’umido. Questa non è più la mia città, perché qui piove troppo, quand’ero bambina non era così, e io odio chi vuol vivere da bambina – non ci si può sempre inseguire da sé – io voglio vivere e basta. Me ne andrò e basta – ma la sento, mia madre è sveglia, nell’altra stanza, comincia a piangere, comincia a piovere.

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