Storie

Città dei giovani. Visioni di un apparente distacco

upd
Voglio fare a questa città quel che lei ha fatto a me.
Una forma di restituzione anche questa.
Lei, nelle foto, è quella che scatta la foto.
Per adesso le scrivo: scriverci è sempre stato esimerci da noi.
Esenzioni, astensioni.
Ho sempre preferito l’esitazione.
C’è tanta gente col coltello nella giacca, in giro, che adesso mi sembra che il bene sia l’unica tentazione possibile.
La tentazione di fare del bene.
Non ne faccio.
Mi piace il sentimento dell’esitazione, ha salvato più vite lui che non so cos’altro.
Impedisce. Impedisce a chi lo prova di.
M’impedisce.
Non di scriverti, questo è chiaro.

Le scrivo con un panico senza companatico addosso.
Un modo come un altro per dire che non c’è consolazione.
Un modo come un altro.
Bisogna trovare un modo che sia uno, capace di escluderne altri, e farlo durare.
Mi si perdoni nel frattempo il gioco di parole.
Una volta in un libro ne ho infilati così tanti.
Non parlavo di città, non più di quanto se ne parli nei pubblici discorsi di quei miei amici che rotolano via al sabato e alla domenica.
Non parlavo di città e sceglievo cosa salvare dall’inferno di refusi umani che c’è toccato.
Sceglievo mettendo in campo deliri ortografici d’ogni sorta.
In fatto di città l’unica mia sorte è la porta.
C’è gente a cui è facile indicare la strada per l’ospedale, o per quel tale bar, o per il bagno, ch’è sempre in fondo a destra.
A me si indica spesso la porta.
Non sempre sono io a chiedere indicazioni.

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