Storie

Dio e la carta

Se all’epoca degli Antichi avessimo avuto già luce e gas, Prometeo non avrebbe rubato il fuoco e forse gli dèi non si sarebbero mai palesati all’uomo. Oppure chissà, magari avrebbero implorato un po’ di attenzione da parte nostra. Di certo, noi non avremmo avuto la più grande scoperta scientifica di tutti i tempi: e cioè la divinità stessa.

Oggi infatti adoriamo la tecnica e la scienza ignorandone completamente il funzionamento, la loro vita interiore. Facendone metafisica. Adorando questo dio che balbetta e stenta a rivelarsi, come dice Walter Siti, e soprattutto non si dà un nome (come del resto dovrebbe fare ogni divinità che si rispetti).

Ad ogni modo. Ieri sono stato a teatro a seguire uno spettacolo su un celebre romanziere cileno. Nel frattempo arrivavano gli sconfortanti dati sulla lettura di libri di carta in Italia. Mettendo insieme le due cose, in nottata ero arrivato a queste conclusioni.
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Le storie degli altri

L’insetto religioso — James Hillman

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Graham Sutherland, Christ in Glory

Se la puntura d’insetto è una ferita del mondo sotterraneo, allora l’insetticida è uno strumento teologico, un Cristo chimico che aggredisce l’inferno nelle parole di Osea e di Paolo, “O Thanatos, dov’è il tuo pungiglione (Kentron)?”, per liberare il mondo di Thanatos e di Ade, quest’ultimo immaginato come una figura nera e alata. Kentron significa alla lettera pungiglione, ma fornisce anche l’etimo del nostro centro, il cui significato originale è pungolo, aculeo. Il pungolo al centro degli abissi sta sia per la presenza della morte sia per la brama cosmica di vita desiderosa di vivere, come l’appetito sensuale dei Karamazov, come Ade che è anche le ricchezze di Plutone, e la zoe di Dioniso. La rivoluzione cristiana, che ricentrò il cosmo nel mondo superiore (e nel corpo superiore, quello del Cristo risorto), ha rimosso il pungolo sia del desiderio che della morte. Noi celebriamo la vittoria di Cristo su Plutone con la nostra bomboletta di insetticida, agitando il turibolo nel rito laico, liberando il nostro Giardino, ciascuno il suo, dai demoni sotterranei.

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Le storie degli altri

Però quella non è Holt — Kent Haruf

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Una domenica mattina stavano bevendo il caffè seduti al tavolo della cucina. Sul Post c’era una pubblicità della stagione teatrale del Denver Center for the Performing Arts. Addie disse, Hai visto che danno uno spettacolo tratto dall’ultimo di quei libri sulla contea di Holt? Quello con il vecchio che sta morendo e il predicatore.
Come hanno fatto i primi due, suppongo possano fare anche questo, disse Louis.
Gli altri li hai visti?
Li ho visti. Ma non riesco proprio a immaginare due vecchi allevatori che accolgono in casa loro una ragazza incinta.
Può succedere, disse lei. La gente può fare cose imprevedibili.
Non so, disse Louis. Si è inventato tutto lui. I dettagli li ha presi da Holt, i nomi delle strade e le descrizioni della campagna e la posizione dei luoghi, però quella non è Holt. E i personaggi non esistono. Se li è inventati tutti. Conosci dei vecchi fratelli che somiglino a quei due? Quelle storie sono successe qui?
Che io sappia, no. Nemmeno per sentito dire.
Si è inventato tutto.
Potrebbe scrivere un libro su di noi. Ti piacerebbe?
Non mi va di finire in un libro, rispose Louis.
La nostra storia non è più improbabile di quella dei due vecchi allevatori di bestiame.
Però è un’altra cosa.
In che senso? chiese Addie.
Be’, siamo noi. Non siamo improbabili, non mi sembra.
All’inizio però lo pensavi.
Non sapevo cosa pensare. Mi avevi colto di sorpresa.
Be’, adesso non sei contento?
Sì, è stata una bella sorpresa, non dico di no. Ma ancora non capisco come ti sia venuto in mente di chiedermelo.
Te l’ho detto. Solitudine. Voglia di qualcuno con cui parlare di notte.
Sei stata coraggiosa. Hai corso un rischio.
Sì. In ogni caso, se non avesse funzionato non credo mi sarei sentita peggio. Se non per l’umiliazione di venire respinta. Ma ho immaginato che non saresti andato in giro a raccontarlo, se mi avessi rifiutata l’avremmo saputo solo tu e io. Però ora lo sanno tutti. Lo sanno da mesi. Siamo una notizia vecchia.
Non siamo una notizia vecchia. Non facciamo proprio notizia, di nessun tipo, né vecchia né nuova, disse Louis.
E tu vorresti fare notizia?
No, diamine. Voglio soltanto vivere tranquillo, badare alle cose di ogni giorno. E di notte venire a letto con te.
Be’, è proprio quello che stiamo facendo. Chi si sarebbe aspettato che a questo punto delle nostre vite potesse capitare una cosa del genere. Chi l’avrebbe mai detto? Per noi le novità e le emozioni non sono finite. Non siamo diventati aridi nel corpo e nello spirito.
E non stiamo nemmeno facendo quello che pensa la gente.
A te andrebbe? chiese Addie.
Dipende solo da te.


Kent Haruf | Le nostre anime di notte

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Storie

Il Teatro Grottesco di Thomas Ligotti

El sueño de la razón GIUSEPPE BALESTRA blog 300dpi

Giuseppe Balestra, The sleep of reason

Abbiamo tutti una serie di incubi-feticcio che ci portiamo appresso da quando eravamo bambini: l’ombra notturna originata dal disordinato ammassarsi di vestiti nella nostra stanza; il pupazzo di neve o latte, in ogni caso gigante, di un vecchio cartone animato; e perché no, l’imbattibile villain di fine livello di un ormai dimenticato videogioco.
Non tutti, però, continuiamo da adulti a dar forma a questi spaventi, a coltivarli. Cosa che fa invece con caparbia e scientifica accuratezza uno scrittore come Thomas Ligotti nel suo Teatro grottesco, raccolta di tredici racconti pubblicata in Italia da Il Saggiatore (e tradotta da Luca Fusari).
Diviso in tre parti, il libro si presenta subito come un graduale sprofondamento in una palude di «ciarpame e insensatezza»; la voce che racconta è quella tipica di un autore che sta dall’altra parte e da lì trasfigura ciò che vede in una materia che, pur apparendo inizialmente prossima e familiare, pian piano si fa ostile, «guasta e deforme». Ma andiamo con ordine.

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Storie

Nostalgia per l’intartenio

Da qualche parte devo aver scritto che nel mio dialetto, la mia prima lingua, non ci sono parole per dire o definire la nostalgia. Stando al vecchio adagio per cui se non c’è una parola che definisce una certa cosa allora quella cosa non esiste, dovrebbe conseguire che da queste parti, nella Città dei Giovani, non soffriamo affatto di nostalgia.

A dirla tutta, la nostalgia è una materia a cui mi interesso solo da qualche anno: ho sempre pensato di non soffrirne, e non per questioni linguistiche – manco fosse una malattia genetica, insomma; invece eccomi qui a parlarne piuttosto di frequente, anche a sproposito.
Magari è perché da qualche tempo ho realizzato di essere nel mezzo del cammin di mia vita, per dirla con Ginsberg che frulla Dante in un celebre haiku di inizio anni ’60, e allora inizio a guardarmi indietro anch’io; o forse perché è da più di un anno che sto scrivendo un libro in cui questo stato d’animo, che immagino acquoso e scuro, è uno dei sentimenti dominanti.

Un anno dietro a un libro, peraltro, è un lasso di tempo sufficiente perché s’inizi a sviluppare una nostalgia ulteriore, per quanto piccola, anche rispetto alle diverse stesure del testo che ti sei già buttato alle spalle.
In generale, comunque, credo che scrivere sia sempre occuparsi di qualcosa di acquoso e scuro: dunque, se non la tua nostalgia, quantomeno quella delle vicende che racconti – anche in un saggio come quello con cui sono alle prese, per quanto inventato, per quanto ludico, come direbbe Andrés Neuman – e di chi le racconta.

In una storia, un personaggio racconta sempre da un momento che è già accaduto, anche quando la vicenda si svolge al presente, persino se è un fantasma a parlare: nel momento in cui riferisce le sue profezie, ovvero ciò che gli altri vivranno, le rende già passate, e a me che do voce a quei fatti, soprattutto se tento di renderli vivi, non può che prendere un po’ di nostalgia, appunto, anche se per interposta persona (o interposto personaggio).

Vorrei tornare però alla questione delle parole assenti nel mio vocabolario dialettale.
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Le storie degli altri

Patire e sapere che non è reale — Julio Cortázar

tiger

Parlo sempre del poeta, disse Andrés. Sospetto che il poeta sia l’uomo per il quale, in ultima istanza, il dolore non esiste. Gli inglesi hanno detto che i poeti imparano soffrendo ciò che insegneranno agli altri cantando; ma questo malessere il poeta non l’accetterà mai come reale, e la prova è che lo trasforma, gli dà un senso diverso, ed è proprio questa la cosa peggiore: patire e sapere che non è reale, che non ha potestà sul poeta poiché lui lo manipola e ne fa poesia, e in più nel farlo, gode come se stesse giocando con un gatto che gli graffia le mani. Il dolore è reale solo per chi lo soffre come una fatalità o una contingenza, dandogli diritto di cittadinanza, ammettendolo nella sua anima. In fondo il poeta non ammette più il patimento: soffre ma allo stesso tempo è quell’altro che lo guarda soffrire fermo ai piedi del letto, pensando che fuori c’è il sole.


Julio Cortázar | L’esame

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