Storie

L’illuminazione

tumeeno (Foto: Giuseppe Tumino)

Mentre risaliva la vetta del monte Obanegi, il signor Monrovan si guardava attorno incuriosito. Con lui camminava una folta schiera di matti, donne in cerca di un rimedio alla sterilità, rappresentanti di cosmetici per isteriche, santi che avevano perduto il brevetto di volo; al pari del signor Monrovan c’era anche chi non era arrivato fin lassù per chiedere una grazia quanto, molto più semplicemente, per completare un cammino.
La dottrina della setta dei Martiristi della V Chiesa d’Anodinia, cui il signor Monrovan era legato da una lunga tradizione familiare, imponeva infatti il pellegrinaggio sul monte Obanegi almeno una volta nella vita. Il signor Monrovan aveva deciso di completare il suo cammino di fede nel giorno del suo novantesimo compleanno.
Giunto sulla vetta del monte, Monrovan cominciò a contemplare l’abisso che si apriva su quel cocuzzolo. Di colpo fu scosso da un sussulto interiore che gli rammollì le gambe, già deboli e provate dalla scalata. Intimamente il vecchio seppe che la sua vita sarebbe anche potuta finire in quel momento, e che in un certo senso sarebbe stato giusto: poi si riebbe e un pensiero sinistro, insieme dolce e rassicurante, gli si infilò in testa e lì restò incompiuto come il canarino nella gabbia della miniera.

Per la verità era la seconda volta che il signor Monrovan andava in pellegrinaggio sulla sommità del deretano del gigante – perché questo era l’Obanegi: il culo, nudo, del gigante Tàaphoon. Monrovan c’era stato da bimbo di appena un anno e mezzo, portato dalla famiglia al completo alla ricerca d’un rimedio mistico ai mali del nonno Abebilene. Il quale non resse all’emozione e morì proprio tra le natiche del gigante.
Di tutto questo, ovviamente, il vecchio signor Monrovan non aveva memoria.

Adesso c’era una signora, ingenua di nuca e zoppa, che si lamentava proprio in direzione dell’ano di Tàaphoon. Diceva: «Se proprio non puoi guarirmi, sommo Tàaphoon, fa’ almeno che io sia illuminata.» Monrovan arricciò il naso: per quanto ne sapeva, secondo la dottrina Martirista l’illuminazione era cosa complessa, peraltro assai rara; ed era toccata, nel corso dei millenni, solo a due o tre essere umani e poi a un’asina.
A un certo punto la donna ebbe un mancamento e rischiò di scivolare tra le natiche, dritta nell’ano di Tàaphoon. Monrovan riuscì a trattennerla per un braccio. Le chiese come stesse, senza neppure ascoltare la risposta né interessandosi oltre delle condizioni della signora: il vecchio provava già un’irrimediabile attrazione per l’abisso. Quindi si mise a scrutarlo a fondo: s’apriva e si richiudeva lentamente, come nel più estremo e ultimativo dei rantoli. Di colpo, tuttavia, il signor Monrovan vide arrestarsi il vivo traspirare dell’ano, adesso chiuso, trattenuto, spento come l’antro in cui il primo uomo, ancora secondo la dottrina dei Martiristi, aveva scorto disvelarsi il segreto della nascita dell’universo intero.
Il signor Monrovan iniziò allora a mormorare una preghiera imparata da bambino. «Se quello che sta per accadere» rimasticava il vecchio nei suoi pensieri, «è proprio quello che penso, perché proprio a me, e perché ora e non invece all’origine della mia vita? Una vita retta sin da principio, e tutta votata al bene, avrei avuto, per te, Tàaphoon! E invece ora mi sembra tutto troppo tardi e tutto troppo sbiadito, mio re.»
L’ano s’aprì in un baleno: a breve il rito dell’illuminazione si sarebbe compiuto. Secondo alcuni testimoni oculari di quel miracolo, pur ricoprendo tutti i pellegrini presenti sulla vetta del monte Obanegi, l’esplosione escrementizia era certamente diretta al vecchio signor Monrovan; il quale, attento a non soffocare e tentando di pulirsi con estrema eleganza ed educazione a rito oramai ultimato, continuava a chiedersi a chi o cosa potesse giovare, un vecchio – sia pur illuminato.

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