le onde racconto amore
Storie

Le onde. Settembre 2047

24 settembre 2047, pensiero tra le onde
A quanto pare, almeno una cosa è rimasta uguale a prima: l’amore – o almeno il fatto che ci passi tra le mani senza che noi ne sappiamo niente.

7 settembre 2047, diario
Confesso che non me l’aspettavo: è stata lei ad adocchiarmi. Ero lì a vagare tra le onde, ricordo l’immagine di una spiaggia di Malibu, e in sottofondo il jingle di non so quale pubblicità di non so quale marca di cereali. Dev’essere stato allora che lei mi ha percepito e contattato. Ho sentito prima la sua voce, come al solito in questi casi (anche se sarebbe più corretto dire che sono le donne a percepire la mia, di voce, visto che in genere sono io a fare il primo passo), e poi ho visualizzato i suoi occhi e il suo corpo. Ho pensato subito: che botta di fortuna. Lo è stata, in effetti: Greta è una splendida settantenne, e dopo un paio d’ore che ci percepivamo stavamo già facendo l’amore.

11 settembre 2047, diario
Mi è venuto in mente solo dopo qualche giorno: anche mia nonna si chiamava Greta. E ovviamente, mentre lo pensavo lei lo sentiva già. Ho percepito il suo sorriso, ma credo avesse sonno, più che altro. Mi prende in giro, mi chiama ragazzino per via della differenza d’età. Anche se un tempo, dice Greta, un sessantenne che va con una settantenne non sarebbe stato poi così insolito. Non lo è neanche ora, ho detto io. E lei: allora cos’è insolito oggi, secondo te?

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Le storie degli altri

Forme brevi e feticci editoriali — Italo Calvino

Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia; in entrambi i casi è ricerca d’un’espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile.
È difficile mantenere questo tipo di tensione in opere molto lunghe; e d’altronde il mio temperamento mi porta a realizzarmi meglio in testi brevi: la mia opera è fatta in gran parte di short stories. Per esempio il tipo d’operazione che ho sperimentato in Le cosmicomiche e Ti con zero, dando evidenza narrativa a idee astratte dello spazio e del tempo, non potrebbe realizzarsi che nel breve arco della short story. Ma ho provato anche componimenti più brevi ancora, con uno sviluppo narrativo più ridotto, tra l’apologo e il petit-poème-en-prose, nelle Città invisibili e ora nelle descrizioni di Palomar. Certo la lunghezza o la brevità del testo sono criteri esteriori, ma io parlo d’una particolare densità che, anche se può essere raggiunta pure in narrazioni di largo respiro, ha comunque la sua misura nella singola pagina.
In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana, povera di romanzieri ma sempre ricca di poeti, i quali anche quando scrivono in prosa danno il meglio di sé in testi in cui il massimo d’invenzione e di pensiero è contenuto in poche pagine, come quel libro senza eguali in altre letterature che è le Operette morali di Leopardi.
La letteratura americana ha una gloriosa tradizione di short stories tuttora viva, anzi direi che sono tra le short stories i suoi gioielli insuperabili. Ma la bipartizione rigida nella classificazione editoriale (o short stories o novel) lascia fuori altre possibilità di forme brevi, quali pure sono presenti nell’opera in prosa dei grandi poeti americani, dai Specimen Days di Walt Whitman a molte pagine di Williams Carlos Williams. La domanda del mercato librario è un feticcio che non deve immobilizzare la sperimentazione di forme nuove. Vorrei qui spezzare una lancia in favore della ricchezza delle forme brevi, con ciò che esse presuppongono come stile e come densità di contenuti. Penso al Paul Valéry di Monsieur Teste e di molti suoi saggi, ai poemetti in prosa sugli oggetti di Francis Ponge, alle esplorazioni di se stesso e del proprio linguaggio di Michel Leiris, allo humour misterioso e allucinato di Henri Michaux nei brevissimi racconti di Plume.


Italo Calvino | Lezioni americane

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Le storie degli altri

Il corvo del mausoleo — Orazio Labbate

labbate-corvo

Ritorno nel cimitero di Corsico per dialogare con il corvo. Il camposanto è ora ricolmo di neve sotto l’egida di un cielo estintosi per via della mano oscura di Dio. Vedo le lapidi ingombre di impronte senza umanità, mentre mi incammino nei sentieri battuti dai defunti durante la resurrezione delle scorse sere, ché nottetempo essi si mischiano alla tempesta per raggiungere malinconici le finestre delle case vissute. Nevica ancora, qui, alla notte, e i cani affondano nella neve illuminati frattanto dai lumini circonvicini.
Che il cielo possa oscurare quelle bestie delle quali intravedo le zanne scintillare nel gelo. Supero la fontana dove l’acqua è bloccata nel tempo, in aria, come una statua e rivedo il mausoleo in cui il corvo al sopraggiungere della neve si reca per nascondersi da essa. Prima però mi inginocchio per terra davanti alla tomba di lei. La cosa morta, innanzi a me sotterrata, dice al cuore che si prosciugherà presto. Grappoli di nevischio franano attorno ai miei occhi e orbato appare l’Aldilà in compagnia di lei. C’è la neve, c’è una nuova mano, c’è il freddo che supera ogni freddo, c’è il bacio afferrato da astri disonesti, ci siamo io e lei che mangiamo le carni dell’uno e dell’altra, e c’è la crocifissione di un corvo che dondola, quale carogna, dai rami dell’albero del primo bacio mio e di lei. C’è la mia ombra vicina all’albero per pregare la morte del corvo. Il gracchiare della bestia, che arriva come l’eco di una cerimonia in cappella, dice al mio sonno di ridestarmi. La neve crolla da una tenebra fitta quasi imbattibile. I cani ululano, risorti, da sotto la neve come soffocati e poi rilasciati alla vita. Maledetta sia la sorte degli animali che avvicinano l’affezione dell’uomo verso Dio.
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Storie

L’oltremaggio

maggio

Il libro l’ho scritto e l’ho detto. Quindi l’ho scritto. E giù su Facebook richieste d’amicizia da maschere, forse illuse che io conti qualcosa: nomignoli, false femmine, aspiranti aspiranti – ormai anche ad aspirare è tutta un’aspirazione. E poi un agente, uno solo: certe cifre, briciole di cifre, che mi son sentito male per lui, a dire dài, qui non mangi manco tu, facciamo finta di niente, uno che lo pubblica già c’è, in fondo.

Ora è da vedere. Al giorno d’oggi, l’editore edita ancora? O manda in stampa il grezzo, così com’è, con tutto quel che ha da pubblicare? Allo scrittore, per tutelarsi, non resta allora che ricorrere a quella furba e pigra spazienza che anima la scrittura e irride l’idea stessa che possano esserci progetti o disegni compiuti; perciò a pubblicare preferisco licenziare: così dimentico quell’ammasso di refusi modellato in forma di, a dare l’idea di e l’illusione che. Per avere idee bisogna averle forti, del resto, e del resto conosco un solo modo per scrivere un romanzo perfetto: non scriverlo, non scrivere affatto. La letteratura, la sua composizione chimica: due molecole di niente e una di idiozia, il lampo – quando il fulmine ti colpisce in pieno e vedi gli altri già cadaveri e tu lo sei e non lo sei ancora.
E miao, disse quello, sono il gatto di Shredder, preferendo le Tartarughe Ninja alla fisica moderna.

La storia del libro, però, fin qui non l’ho detta. Una storia segreta. Una setta. Piccoli clandestini in una città giovane e oscura, bagnata da una luce gialla di noia che è già nostalgia. Forse cospirano lo stesso nulla della letteratura, i miei ragazzi segreti: ma su di loro non dirò altro. Sulla città, invece: ecco un estratto da un’intervista altrettanto segreta.

“Signora Città dei Giovani, banale a dirsi ma lei un po’ ci ammazza, non trova?”
“No, non credo. Ma comunque o voi o me. Voi però vi schiaccio facili con mura invisibili che si stringono correndosi incontro un po’ alla volta, ogni domenica, non ve ne accorgete neppure e già soffocate.”
“Sono mura circolari?”
“Sono mura circolari, è evidente. Perciò non vi ammazzo: vi circondo, vi rendo immortali.”
Serve uno che te lo dice, insomma: un Borges per non udenti, perché lo scricchiolio se ci fai caso si sente eccome: nei giorni di faùgna imperiale è il frinìo masturbatorio di cicale prese in quell’approvazione che scambiamo volentieri per amore. Siamo conosciuti, saputi: non amati – e le cicale dicono togli la maglia della salute, togli la maglia della salute; ma non è ora il tempo giusto, non ancora, il cielo si rovescia a terra spesso, in vento di pioggia granulosa, da oltremaggio africano.

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Storie

La lingua fascista

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Il 25 aprile di diversi anni fa ho avuto il piacere e la fortuna di trovarmi a cena con Ludovico e Arturo Brachini. Diversi anni fa: quando passa tanto tempo da un certo fatto, la sensazione è che quel fatto sia avvenuto in un universo parallelo.

Ad ogni modo, all’epoca i due cugini scrittori non erano ancora troppo noti al grande pubblico. Ludovico era ancora tutto preso dal suo lavoro di oncologo e scriveva raccontini pseudofilosofici per riviste cosiddette underground – e da qui la definizione di ontologo. Da parte sua, Arturo era perso invece nel tentativo di gettar fuori da se stesso la scrittura, nient’altro che la scrittura, lasciando dentro lo scrittore – insomma, aveva già licenziato tre o quattro libri sotto improbabili pseudonimi come Nero Desideri, Aristide Bamba e M. Montanaro.

Il locale in cui ci portò Ludovico si chiamava La Tessitura, un ristorante sbarra pizzeria illuminato premeditatamente bene, nel senso che a vederlo dall’ingresso pareva la sublime scena di una tragedia greca, con queste luci che scendevano sottili dall’alto a rimembrare la caducità dell’esperienza umana – cioè del cliente; mentre una volta seduti diveniva subito chiaro come fosse praticamente impossibile, in quella penombra, guardare in faccia i propri commensali o quello che avevi nel piatto. Inoltre, la posizione dei faretti di caldo lucore finiva con l’illuminare dal basso i camerieri, una volta che quelli venivano al tavolo, dandogli una statura di divinità indistrutte e provvisorie.

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Storie

Terrore, amore, poi ancora terrore

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Killian Eng

Questo racconto è apparso per la prima volta su Farsalia, il numero VI di Ô Metis, rivista a cura di Crapula Club. Consigliato per cuori infranti e terrorizzati, specie se sprovvisti d’alcol, sostanze psicotrope o un buon libro con cui alleviare il dolore, la solitudine o più semplicemente la noia. Buona lettura.

*

Estratto da La voliera di Nero Desideri, 8 dicembre 2043 ore 20.59
Ci sono donne partorite dalla luna: non, tuttavia, senza spasmo e dolore di cosce. A loro modo immortali, la loro immortalità non è che l’indizio dell’esistenza di una divinità remota, ulteriore. Per questo, ma non solo, si dice che queste donne siano fantasmi di altri fantasmi, e che al pari di maree, tessuti vascolari emorroidali e licantropi, rispondano solo al movimento dello spettro ghiacciato del nostro pianeta. Per questo si dice anche che chi le abbia incontrate abbia visto la Tigre, che sia cioè affetto da santità o pazzia come accade in certe tribù mediorientali, la cui memoria collettiva è continuamente scossa dall’ossessione per il ricordo di una bestia che non si può dimenticare né smettere di rievocare a ogni passo, a ogni dubbio: a ogni inciampo in quel gorgo appassionato che ci indemonia finché si è vivi e camminanti su questa terra.
Queste donne cantano la propria bellezza, ma è un trucco o una parte: sanno effimera e occulta, al contrario, la bellezza della natura, olio che giace inerme sulla superficie dell’acqua. E così inseguono una più sublime forma di esistenza: la perfezione.
Neutra, glabra, a suo modo abietta, la perfezione ignora ogni cosa fuori da sé. Come canidi, dunque, queste donne conoscono il mondo in scala di grigi e sovente, tra il bianco e il nero, prediligono quest’ultimo. Il metro con cui misurano gli atti dei terrestri è dunque la stanchezza, che tutto attrae e consuma fino allo scheletro, fino al midollo. Negli armadi di queste donne non si conservano abiti: pendono soltanto grovigli di teschi, scapole, costole, sterni, femori, rotule e caviglie in attesa della polvere. Nell’atto dell’eterna decomposizione, nell’atto, soprattutto, dell’attesa della decomposizione, queste donne diventano fantasmi dei propri fantasmi, cui fanno visita ogni notte fino a sbiadire, occultate come gli intenti che le animano.
Allo stesso modo, alcuni uomini sono deserti. Illusi che sia fuori da loro, che in altri termini il deserto li circondi, non sanno di portarlo dentro fino all’ultima roccia, fino all’ultimo granello di sabbia. Si guardano attorno confidando, in cuor loro, in quello che è il più antico labirinto, concepito dalla natura prima che dall’uomo, confidando soprattutto nel sole che nel picco di mezzogiorno annulla ogni ombra. Questi uomini sono il deserto ma non sanno il deserto. Se pure conoscono la storia dei propri simili, si pongono al di fuori di essa, incapaci ormai di corrispondere ai frammenti di storie, canzoni e memorie che i leoni guardiani passano sotto segreto come si passa il rancio tra le sbarre di una cella. Tutto ciò che questi uomini sanno e raccontano non annulla il confine, esaltando al contrario ogni sentimento del limite. Per questi uomini, ciò che è invalicato una volta resta invalicabile nei millenni a venire.
Si dice allora che la donna, al pari della guerra, sia atta a forgiare l’uomo. Si dice anche che certi uomini bramino il possesso di certe donne per dimenticarle, perché il possesso estingua finalmente la pena che danno. È chiaro che questi uomini hanno visto la Tigre, è chiaro che queste donne hanno già perduto una guerra. Del loro incontro, mancato ed eterno, non resta che quell’attrito iniziale che sempre scintilla nel dramma, ovvero in quel tipo di felicità intermittente e provvisoria che è sempre l’infelicità.
Discuteranno di questo in eterno.

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Il regalo di Natale

Tre domande e una fiammella

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Come ogni anno, per Natale Malesangue fa un regalo ai suoi lettori. Anche quest’anno si tratta di un racconto, stavolta brevissimo (giusto 8796 battute), intitolato Tre domande e una fiammella.

Sul racconto non voglio anticipare molto, a parte che è facilmente fruibile anche su smartphone (se voleste stamparlo, invece, fate attenzione: il formato ideale è l’A5), e che il suo vero protagonista, probabilmente, è la nostalgia.

Per riceverlo è sufficiente mandare una mail al mio indirizzo (b_nabbaloni[chiocciola]libero.it) con oggetto “Tre domande”; e poi, perché no, diffondere la novella sui vostri canali o donare a vostra volta il raccontino nostalgico ad almeno un’altra persona.
Avete tempo da oggi, lunedì 19 dicembre, fino a venerdì 23.

Buon Natale, e buona lettura.

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