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Le storie degli altri

La città e gli sguardi — Italo Calvino

A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano.
Passa una ragazza che fa girare un parasole appoggiato alla spalla, e anche un poco il tondo delle anche. Passa una donna nerovestita che dimostra tutti i suoi anni, con gli occhi inquieti sotto il velo e le labbra tremanti. Passa un gigante tatuato; un uomo giovane coi capelli bianchi; una nana; due gemelle vestite di corallo. Qualcosa corre tra loro, uno scambiarsi di sguardi come linee che collegano una figura all’altra e disegnano frecce, stelle, triangoli, finché tutte le combinazioni in un attimo sono esaurite, e altri personaggi entrano in scena: un cieco con un ghepardo alla catena, una cortigiana col ventaglio di piume di struzzo, un efebo, una donna-cannone. Così tra chi per caso si trova insieme a ripararsi dalla pioggia sotto il portico, o si accalca sotto un tendone del bazar, o sosta ad ascoltare la banda in piazza, si consumano incontri, seduzioni, amplessi, orge, senza che ci si scambi una parola, senza che ci si sfiori con un dito, quasi senza alzare gli occhi.
Una vibrazione lussuriosa muove continuamente Cloe, la più casta delle città. Se uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia d’inseguimenti, di finzioni, di malintesi, d’urti, di oppressioni, e la giostra delle fantasie si fermerebbe.


Italo Calvino | Le città invisibili

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Storie

Scrivere o pubblicare? Una storia vera

Qualche giorno fa, al termine di uno dei miei corsi di scrittura, un allievo tra i più validi mi prende in disparte. Mi aspetto che si metta a scherzare su questo o quel fatto buffo accaduto durante l’ultima lezione. Invece no, per un po’ se ne sta zitto a braccia incrociate. A me sembra un ragazzino che attende il colloquio col docente in fila con una mamma invisibile.
Quando l’ultimo compagno di corso è andato, l’allievo si decide a parlare.
“Alla fine come si fa?” chiede, guardandomi negli occhi.
“Come si fa cosa?” controdomando io.
“A scrivere. A pubblicare.”
Ecco il genitore invisibile, mi dico. Anzi, non c’è dubbio che sia lui, con le sue aspettative di adulto pragmatico, forse addirittura cinico, a parlare in vece del mio allievo. Rispondo pronto.
“A costo di risultare noiosetto, ripeto quel che ho detto nel corso delle nostre lezioni: scrivere, ti siedi e lo fai, ecco tutto. Quanto a pubblicare…”
Non è per amor di suspense che mi fermo: ma per una fitta allo stomaco. Mi ci sento io, bambino, adesso: un bimbo che di nascosto si è riempito il pancino di tonnellate di brioche industriali mangiate di nascosto. Le quali iniziano subito a farsi sentire laggiù con una serie di ROARRR, GRUNTBLGR, EGNNNGN.
“Quanto a pubblicare” mi forzo allora a dire – ma a quel punto, giuro, ben altro valore educativo avrebbe il dar di stomaco in piena faccia, quella del mio allievo, le mille merendine mangiate colla fantasia – “Sai cosa? Forse dovrei programmare un corso a parte, per questo aspetto della faccenda”.
L’allievo sorride di un mezzo sorriso malevolo, incattivito, della serie rivoglio-indietro-i-miei-soldi: ma il corso appena concluso, questo va detto, era gratuito.
“Allora aspetto quest’altro ciclo di lezioni” dice, ancora più malevolo e pronto ad andar via.
“Aspetta.”
E qui lo sento sbuffare: sarei disposto a vomitarmi sulle scarpe pur di mettere fine a questo dialogo. Invece, chissà perché, riprendo: “Puoi sempre fare un’altra cosa. I migliori sono sempre quelli senza libri, del resto.”
“Senza libri?”
“Certo. Autori senza libri. Che se va bene avranno pubblicato un libro attorno ai vent’anni, precoci e assolutamente non letti, e poi non scrivono più una riga. Al più tengono un corso di scrittura ogni cinque o sei anni. Oppure dirigono una rivista (che chiude nel giro di sei mesi al massimo), fanno editing per qualche misconosciuto editore. Ma soprattutto, sono quelli che si esprimono. Sempre. Su cosa? Su ogni romanzo appena uscito. Sulla qualità di questa o quella traduzione. Sui tic stilistici dei loro non-colleghi (per questi autori senza libri, lo stile è sempre riconducibile a una serie di tic). E intanto vantano tutta una pletora di amicizie – o inimicizie, fa lo stesso – editoriali: parlo ovviamente di altri autori senza libri. In questo modo danno l’impressione di contare qualcosa, di appartenere a chissà quale consorteria o loggia letteraria. Vedrai attorno a loro tutto uno sciame di scrittori emergenti, aspiranti critici, sbandati e badanti editoriali… A un certo punto, data l’attenzione che in un modo o nell’altro saranno riusciti a ottenere, potrebbero persino pubblicare. In qualsiasi momento.”
“E quando pubblicano…?”
Puff!, ecco che il genitore invisibile è scomparso. Riecco invece il mio valoroso allievo dallo sguardo perduto, un bambino che ha appena tirato un sospiro di sollievo alla notizia della bocciatura evitata. Allora, mentre continuo il mio ragionamento, posso iniziare a sbiadire anch’io, a sfumare nel bianco di questo foglio bianco.
“Il fatto” dico riprendendo il tono e soprattutto l’alito consumato da maestro che abbia dimostrato soprattutto a se stesso di possedere ancora un minimo di autorevolezza, “il fatto è che questi autori non pubblicano mai, nemmeno quando potrebbero. Se pubblicassero, passerebbero dall’altra parte. È un paradosso, ciccino mio, ma è tutto qui: scrivere è inutile, forse, ma pubblicare può rivelarsi addirittura fatale”.
Ammutolito, l’allievo mi indica con l’indice, ora senza più la punta così come metà del mio corpo non ha oramai più alcuna consistenza: da quell’indice puntato è iniziata pure la scomparsa del mio allievo.
“Tu” lo sento inorridire quando anche l’intero avambraccio è avvolto dalla scomparsa, “tu sei tra questi! Tu e questo inutile corso di…”
“Non c’è alcun corso” lo interrompo. “Mai tenuto uno in vita mia. Consideralo piuttosto un espediente per buttare giù questo post – uno di quelli in cui tutti, all’inizio, si identificano con me o con te… E poi, quando si passa a parlare degli autori senza libri, finiscono col pensare: ‘Ah, se è vero! Ma per fortuna non sta mica parlando di me!’ Così, tutti contenti e vagamente indignati condividono, condividono e condividono. E ora smamma, dobbiamo sparire del tutto: vorrei stare sotto i due minuti di lettura”.
A quel punto non eravamo che due minuscoli segni neri su un bianco infinito e indolore, e poi neppure quello: neppure quello, amici miei.

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Storie

Le onde. Settembre 2047

24 settembre 2047, pensiero tra le onde
A quanto pare, almeno una cosa è rimasta uguale a prima: l’amore – o almeno il fatto che ci passi tra le mani senza che noi ne sappiamo niente.

7 settembre 2047, diario
Confesso che non me l’aspettavo: è stata lei ad adocchiarmi. Ero lì a vagare tra le onde, ricordo l’immagine di una spiaggia di Malibu, e in sottofondo il jingle di non so quale pubblicità di non so quale marca di cereali. Dev’essere stato allora che lei mi ha percepito e contattato. Ho sentito prima la sua voce, come al solito in questi casi (anche se sarebbe più corretto dire che sono le donne a percepire la mia, di voce, visto che in genere sono io a fare il primo passo), e poi ho visualizzato i suoi occhi e il suo corpo. Ho pensato subito: che botta di fortuna. Lo è stata, in effetti: Greta è una splendida settantenne, e dopo un paio d’ore che ci percepivamo stavamo già facendo l’amore.

11 settembre 2047, diario
Mi è venuto in mente solo dopo qualche giorno: anche mia nonna si chiamava Greta. E ovviamente, mentre lo pensavo lei lo sentiva già. Ho percepito il suo sorriso, ma credo avesse sonno, più che altro. Mi prende in giro, mi chiama ragazzino per via della differenza d’età. Anche se un tempo, dice Greta, un sessantenne che va con una settantenne non sarebbe stato poi così insolito. Non lo è neanche ora, ho detto io. E lei: allora cos’è insolito oggi, secondo te?

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Le storie degli altri

Forme brevi e feticci editoriali — Italo Calvino

Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia; in entrambi i casi è ricerca d’un’espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile.
È difficile mantenere questo tipo di tensione in opere molto lunghe; e d’altronde il mio temperamento mi porta a realizzarmi meglio in testi brevi: la mia opera è fatta in gran parte di short stories. Per esempio il tipo d’operazione che ho sperimentato in Le cosmicomiche e Ti con zero, dando evidenza narrativa a idee astratte dello spazio e del tempo, non potrebbe realizzarsi che nel breve arco della short story. Ma ho provato anche componimenti più brevi ancora, con uno sviluppo narrativo più ridotto, tra l’apologo e il petit-poème-en-prose, nelle Città invisibili e ora nelle descrizioni di Palomar. Certo la lunghezza o la brevità del testo sono criteri esteriori, ma io parlo d’una particolare densità che, anche se può essere raggiunta pure in narrazioni di largo respiro, ha comunque la sua misura nella singola pagina.
In questa predilezione per le forme brevi non faccio che seguire la vera vocazione della letteratura italiana, povera di romanzieri ma sempre ricca di poeti, i quali anche quando scrivono in prosa danno il meglio di sé in testi in cui il massimo d’invenzione e di pensiero è contenuto in poche pagine, come quel libro senza eguali in altre letterature che è le Operette morali di Leopardi.
La letteratura americana ha una gloriosa tradizione di short stories tuttora viva, anzi direi che sono tra le short stories i suoi gioielli insuperabili. Ma la bipartizione rigida nella classificazione editoriale (o short stories o novel) lascia fuori altre possibilità di forme brevi, quali pure sono presenti nell’opera in prosa dei grandi poeti americani, dai Specimen Days di Walt Whitman a molte pagine di Williams Carlos Williams. La domanda del mercato librario è un feticcio che non deve immobilizzare la sperimentazione di forme nuove. Vorrei qui spezzare una lancia in favore della ricchezza delle forme brevi, con ciò che esse presuppongono come stile e come densità di contenuti. Penso al Paul Valéry di Monsieur Teste e di molti suoi saggi, ai poemetti in prosa sugli oggetti di Francis Ponge, alle esplorazioni di se stesso e del proprio linguaggio di Michel Leiris, allo humour misterioso e allucinato di Henri Michaux nei brevissimi racconti di Plume.


Italo Calvino | Lezioni americane

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Le storie degli altri

Il corvo del mausoleo — Orazio Labbate

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Ritorno nel cimitero di Corsico per dialogare con il corvo. Il camposanto è ora ricolmo di neve sotto l’egida di un cielo estintosi per via della mano oscura di Dio. Vedo le lapidi ingombre di impronte senza umanità, mentre mi incammino nei sentieri battuti dai defunti durante la resurrezione delle scorse sere, ché nottetempo essi si mischiano alla tempesta per raggiungere malinconici le finestre delle case vissute. Nevica ancora, qui, alla notte, e i cani affondano nella neve illuminati frattanto dai lumini circonvicini.
Che il cielo possa oscurare quelle bestie delle quali intravedo le zanne scintillare nel gelo. Supero la fontana dove l’acqua è bloccata nel tempo, in aria, come una statua e rivedo il mausoleo in cui il corvo al sopraggiungere della neve si reca per nascondersi da essa. Prima però mi inginocchio per terra davanti alla tomba di lei. La cosa morta, innanzi a me sotterrata, dice al cuore che si prosciugherà presto. Grappoli di nevischio franano attorno ai miei occhi e orbato appare l’Aldilà in compagnia di lei. C’è la neve, c’è una nuova mano, c’è il freddo che supera ogni freddo, c’è il bacio afferrato da astri disonesti, ci siamo io e lei che mangiamo le carni dell’uno e dell’altra, e c’è la crocifissione di un corvo che dondola, quale carogna, dai rami dell’albero del primo bacio mio e di lei. C’è la mia ombra vicina all’albero per pregare la morte del corvo. Il gracchiare della bestia, che arriva come l’eco di una cerimonia in cappella, dice al mio sonno di ridestarmi. La neve crolla da una tenebra fitta quasi imbattibile. I cani ululano, risorti, da sotto la neve come soffocati e poi rilasciati alla vita. Maledetta sia la sorte degli animali che avvicinano l’affezione dell’uomo verso Dio.
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Storie

L’oltremaggio

maggio

Il libro l’ho scritto e l’ho detto. Quindi l’ho scritto. E giù su Facebook richieste d’amicizia da maschere, forse illuse che io conti qualcosa: nomignoli, false femmine, aspiranti aspiranti – ormai anche ad aspirare è tutta un’aspirazione. E poi un agente, uno solo: certe cifre, briciole di cifre, che mi son sentito male per lui, a dire dài, qui non mangi manco tu, facciamo finta di niente, uno che lo pubblica già c’è, in fondo.

Ora è da vedere. Al giorno d’oggi, l’editore edita ancora? O manda in stampa il grezzo, così com’è, con tutto quel che ha da pubblicare? Allo scrittore, per tutelarsi, non resta allora che ricorrere a quella furba e pigra spazienza che anima la scrittura e irride l’idea stessa che possano esserci progetti o disegni compiuti; perciò a pubblicare preferisco licenziare: così dimentico quell’ammasso di refusi modellato in forma di, a dare l’idea di e l’illusione che. Per avere idee bisogna averle forti, del resto, e del resto conosco un solo modo per scrivere un romanzo perfetto: non scriverlo, non scrivere affatto. La letteratura, la sua composizione chimica: due molecole di niente e una di idiozia, il lampo – quando il fulmine ti colpisce in pieno e vedi gli altri già cadaveri e tu lo sei e non lo sei ancora.
E miao, disse quello, sono il gatto di Shredder, preferendo le Tartarughe Ninja alla fisica moderna.

La storia del libro, però, fin qui non l’ho detta. Una storia segreta. Una setta. Piccoli clandestini in una città giovane e oscura, bagnata da una luce gialla di noia che è già nostalgia. Forse cospirano lo stesso nulla della letteratura, i miei ragazzi segreti: ma su di loro non dirò altro. Sulla città, invece: ecco un estratto da un’intervista altrettanto segreta.

“Signora Città dei Giovani, banale a dirsi ma lei un po’ ci ammazza, non trova?”
“No, non credo. Ma comunque o voi o me. Voi però vi schiaccio facili con mura invisibili che si stringono correndosi incontro un po’ alla volta, ogni domenica, non ve ne accorgete neppure e già soffocate.”
“Sono mura circolari?”
“Sono mura circolari, è evidente. Perciò non vi ammazzo: vi circondo, vi rendo immortali.”
Serve uno che te lo dice, insomma: un Borges per non udenti, perché lo scricchiolio se ci fai caso si sente eccome: nei giorni di faùgna imperiale è il frinìo masturbatorio di cicale prese in quell’approvazione che scambiamo volentieri per amore. Siamo conosciuti, saputi: non amati – e le cicale dicono togli la maglia della salute, togli la maglia della salute; ma non è ora il tempo giusto, non ancora, il cielo si rovescia a terra spesso, in vento di pioggia granulosa, da oltremaggio africano.

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Storie

La lingua fascista

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Il 25 aprile di diversi anni fa ho avuto il piacere e la fortuna di trovarmi a cena con Ludovico e Arturo Brachini. Diversi anni fa: quando passa tanto tempo da un certo fatto, la sensazione è che quel fatto sia avvenuto in un universo parallelo.

Ad ogni modo, all’epoca i due cugini scrittori non erano ancora troppo noti al grande pubblico. Ludovico era ancora tutto preso dal suo lavoro di oncologo e scriveva raccontini pseudofilosofici per riviste cosiddette underground – e da qui la definizione di ontologo. Da parte sua, Arturo era perso invece nel tentativo di gettar fuori da se stesso la scrittura, nient’altro che la scrittura, lasciando dentro lo scrittore – insomma, aveva già licenziato tre o quattro libri sotto improbabili pseudonimi come Nero Desideri, Aristide Bamba e M. Montanaro.

Il locale in cui ci portò Ludovico si chiamava La Tessitura, un ristorante sbarra pizzeria illuminato premeditatamente bene, nel senso che a vederlo dall’ingresso pareva la sublime scena di una tragedia greca, con queste luci che scendevano sottili dall’alto a rimembrare la caducità dell’esperienza umana – cioè del cliente; mentre una volta seduti diveniva subito chiaro come fosse praticamente impossibile, in quella penombra, guardare in faccia i propri commensali o quello che avevi nel piatto. Inoltre, la posizione dei faretti di caldo lucore finiva con l’illuminare dal basso i camerieri, una volta che quelli venivano al tavolo, dandogli una statura di divinità indistrutte e provvisorie.

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