Le storie degli altri

Il corvo del mausoleo — Orazio Labbate

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Ritorno nel cimitero di Corsico per dialogare con il corvo. Il camposanto è ora ricolmo di neve sotto l’egida di un cielo estintosi per via della mano oscura di Dio. Vedo le lapidi ingombre di impronte senza umanità, mentre mi incammino nei sentieri battuti dai defunti durante la resurrezione delle scorse sere, ché nottetempo essi si mischiano alla tempesta per raggiungere malinconici le finestre delle case vissute. Nevica ancora, qui, alla notte, e i cani affondano nella neve illuminati frattanto dai lumini circonvicini.
Che il cielo possa oscurare quelle bestie delle quali intravedo le zanne scintillare nel gelo. Supero la fontana dove l’acqua è bloccata nel tempo, in aria, come una statua e rivedo il mausoleo in cui il corvo al sopraggiungere della neve si reca per nascondersi da essa. Prima però mi inginocchio per terra davanti alla tomba di lei. La cosa morta, innanzi a me sotterrata, dice al cuore che si prosciugherà presto. Grappoli di nevischio franano attorno ai miei occhi e orbato appare l’Aldilà in compagnia di lei. C’è la neve, c’è una nuova mano, c’è il freddo che supera ogni freddo, c’è il bacio afferrato da astri disonesti, ci siamo io e lei che mangiamo le carni dell’uno e dell’altra, e c’è la crocifissione di un corvo che dondola, quale carogna, dai rami dell’albero del primo bacio mio e di lei. C’è la mia ombra vicina all’albero per pregare la morte del corvo. Il gracchiare della bestia, che arriva come l’eco di una cerimonia in cappella, dice al mio sonno di ridestarmi. La neve crolla da una tenebra fitta quasi imbattibile. I cani ululano, risorti, da sotto la neve come soffocati e poi rilasciati alla vita. Maledetta sia la sorte degli animali che avvicinano l’affezione dell’uomo verso Dio.
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Storie

L’oltremaggio

maggio

Il libro l’ho scritto e l’ho detto. Quindi l’ho scritto. E giù su Facebook richieste d’amicizia da maschere, forse illuse che io conti qualcosa: nomignoli, false femmine, aspiranti aspiranti – ormai anche ad aspirare è tutta un’aspirazione. E poi un agente, uno solo: certe cifre, briciole di cifre, che mi son sentito male per lui, a dire dài, qui non mangi manco tu, facciamo finta di niente, uno che lo pubblica già c’è, in fondo.

Ora è da vedere. Al giorno d’oggi, l’editore edita ancora? O manda in stampa il grezzo, così com’è, con tutto quel che ha da pubblicare? Allo scrittore, per tutelarsi, non resta allora che ricorrere a quella furba e pigra spazienza che anima la scrittura e irride l’idea stessa che possano esserci progetti o disegni compiuti; perciò a pubblicare preferisco licenziare: così dimentico quell’ammasso di refusi modellato in forma di, a dare l’idea di e l’illusione che. Per avere idee bisogna averle forti, del resto, e del resto conosco un solo modo per scrivere un romanzo perfetto: non scriverlo, non scrivere affatto. La letteratura, la sua composizione chimica: due molecole di niente e una di idiozia, il lampo – quando il fulmine ti colpisce in pieno e vedi gli altri già cadaveri e tu lo sei e non lo sei ancora.
E miao, disse quello, sono il gatto di Shredder, preferendo le Tartarughe Ninja alla fisica moderna.

La storia del libro, però, fin qui non l’ho detta. Una storia segreta. Una setta. Piccoli clandestini in una città giovane e oscura, bagnata da una luce gialla di noia che è già nostalgia. Forse cospirano lo stesso nulla della letteratura, i miei ragazzi segreti: ma su di loro non dirò altro. Sulla città, invece: ecco un estratto da un’intervista altrettanto segreta.

“Signora Città dei Giovani, banale a dirsi ma lei un po’ ci ammazza, non trova?”
“No, non credo. Ma comunque o voi o me. Voi però vi schiaccio facili con mura invisibili che si stringono correndosi incontro un po’ alla volta, ogni domenica, non ve ne accorgete neppure e già soffocate.”
“Sono mura circolari?”
“Sono mura circolari, è evidente. Perciò non vi ammazzo: vi circondo, vi rendo immortali.”
Serve uno che te lo dice, insomma: un Borges per non udenti, perché lo scricchiolio se ci fai caso si sente eccome: nei giorni di faùgna imperiale è il frinìo masturbatorio di cicale prese in quell’approvazione che scambiamo volentieri per amore. Siamo conosciuti, saputi: non amati – e le cicale dicono togli la maglia della salute, togli la maglia della salute; ma non è ora il tempo giusto, non ancora, il cielo si rovescia a terra spesso, in vento di pioggia granulosa, da oltremaggio africano.

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Storie

La lingua fascista

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Il 25 aprile di diversi anni fa ho avuto il piacere e la fortuna di trovarmi a cena con Ludovico e Arturo Brachini. Diversi anni fa: quando passa tanto tempo da un certo fatto, la sensazione è che quel fatto sia avvenuto in un universo parallelo.

Ad ogni modo, all’epoca i due cugini scrittori non erano ancora troppo noti al grande pubblico. Ludovico era ancora tutto preso dal suo lavoro di oncologo e scriveva raccontini pseudofilosofici per riviste cosiddette underground – e da qui la definizione di ontologo. Da parte sua, Arturo era perso invece nel tentativo di gettar fuori da se stesso la scrittura, nient’altro che la scrittura, lasciando dentro lo scrittore – insomma, aveva già licenziato tre o quattro libri sotto improbabili pseudonimi come Nero Desideri, Aristide Bamba e M. Montanaro.

Il locale in cui ci portò Ludovico si chiamava La Tessitura, un ristorante sbarra pizzeria illuminato premeditatamente bene, nel senso che a vederlo dall’ingresso pareva la sublime scena di una tragedia greca, con queste luci che scendevano sottili dall’alto a rimembrare la caducità dell’esperienza umana – cioè del cliente; mentre una volta seduti diveniva subito chiaro come fosse praticamente impossibile, in quella penombra, guardare in faccia i propri commensali o quello che avevi nel piatto. Inoltre, la posizione dei faretti di caldo lucore finiva con l’illuminare dal basso i camerieri, una volta che quelli venivano al tavolo, dandogli una statura di divinità indistrutte e provvisorie.

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Storie

Terrore, amore, poi ancora terrore

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Killian Eng

Questo racconto è apparso per la prima volta su Farsalia, il numero VI di Ô Metis, rivista a cura di Crapula Club. Consigliato per cuori infranti e terrorizzati, specie se sprovvisti d’alcol, sostanze psicotrope o un buon libro con cui alleviare il dolore, la solitudine o più semplicemente la noia. Buona lettura.

*

Estratto da La voliera di Nero Desideri, 8 dicembre 2043 ore 20.59
Ci sono donne partorite dalla luna: non, tuttavia, senza spasmo e dolore di cosce. A loro modo immortali, la loro immortalità non è che l’indizio dell’esistenza di una divinità remota, ulteriore. Per questo, ma non solo, si dice che queste donne siano fantasmi di altri fantasmi, e che al pari di maree, tessuti vascolari emorroidali e licantropi, rispondano solo al movimento dello spettro ghiacciato del nostro pianeta. Per questo si dice anche che chi le abbia incontrate abbia visto la Tigre, che sia cioè affetto da santità o pazzia come accade in certe tribù mediorientali, la cui memoria collettiva è continuamente scossa dall’ossessione per il ricordo di una bestia che non si può dimenticare né smettere di rievocare a ogni passo, a ogni dubbio: a ogni inciampo in quel gorgo appassionato che ci indemonia finché si è vivi e camminanti su questa terra.
Queste donne cantano la propria bellezza, ma è un trucco o una parte: sanno effimera e occulta, al contrario, la bellezza della natura, olio che giace inerme sulla superficie dell’acqua. E così inseguono una più sublime forma di esistenza: la perfezione.
Neutra, glabra, a suo modo abietta, la perfezione ignora ogni cosa fuori da sé. Come canidi, dunque, queste donne conoscono il mondo in scala di grigi e sovente, tra il bianco e il nero, prediligono quest’ultimo. Il metro con cui misurano gli atti dei terrestri è dunque la stanchezza, che tutto attrae e consuma fino allo scheletro, fino al midollo. Negli armadi di queste donne non si conservano abiti: pendono soltanto grovigli di teschi, scapole, costole, sterni, femori, rotule e caviglie in attesa della polvere. Nell’atto dell’eterna decomposizione, nell’atto, soprattutto, dell’attesa della decomposizione, queste donne diventano fantasmi dei propri fantasmi, cui fanno visita ogni notte fino a sbiadire, occultate come gli intenti che le animano.
Allo stesso modo, alcuni uomini sono deserti. Illusi che sia fuori da loro, che in altri termini il deserto li circondi, non sanno di portarlo dentro fino all’ultima roccia, fino all’ultimo granello di sabbia. Si guardano attorno confidando, in cuor loro, in quello che è il più antico labirinto, concepito dalla natura prima che dall’uomo, confidando soprattutto nel sole che nel picco di mezzogiorno annulla ogni ombra. Questi uomini sono il deserto ma non sanno il deserto. Se pure conoscono la storia dei propri simili, si pongono al di fuori di essa, incapaci ormai di corrispondere ai frammenti di storie, canzoni e memorie che i leoni guardiani passano sotto segreto come si passa il rancio tra le sbarre di una cella. Tutto ciò che questi uomini sanno e raccontano non annulla il confine, esaltando al contrario ogni sentimento del limite. Per questi uomini, ciò che è invalicato una volta resta invalicabile nei millenni a venire.
Si dice allora che la donna, al pari della guerra, sia atta a forgiare l’uomo. Si dice anche che certi uomini bramino il possesso di certe donne per dimenticarle, perché il possesso estingua finalmente la pena che danno. È chiaro che questi uomini hanno visto la Tigre, è chiaro che queste donne hanno già perduto una guerra. Del loro incontro, mancato ed eterno, non resta che quell’attrito iniziale che sempre scintilla nel dramma, ovvero in quel tipo di felicità intermittente e provvisoria che è sempre l’infelicità.
Discuteranno di questo in eterno.

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Il regalo di Natale

Tre domande e una fiammella

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Come ogni anno, per Natale Malesangue fa un regalo ai suoi lettori. Anche quest’anno si tratta di un racconto, stavolta brevissimo (giusto 8796 battute), intitolato Tre domande e una fiammella.

Sul racconto non voglio anticipare molto, a parte che è facilmente fruibile anche su smartphone (se voleste stamparlo, invece, fate attenzione: il formato ideale è l’A5), e che il suo vero protagonista, probabilmente, è la nostalgia.

Per riceverlo è sufficiente mandare una mail al mio indirizzo (b_nabbaloni[chiocciola]libero.it) con oggetto “Tre domande”; e poi, perché no, diffondere la novella sui vostri canali o donare a vostra volta il raccontino nostalgico ad almeno un’altra persona.
Avete tempo da oggi, lunedì 19 dicembre, fino a venerdì 23.

Buon Natale, e buona lettura.

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Le storie degli altri

Uno di questi gatti — Julio Cortázar

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Franco Matticchio, Black cat blues

Tutto ciò non avrei potuto fartelo vivere, lo scrivo ugualmente per te che mi leggi perché è un modo di rompere il cerchio, di chiederti di cercare in te stesso se non hai anche tu uno di questi gatti, di questi morti che amasti e che stanno in quel lì che ormai mi esaspera nominare con parole di carta. Lo faccio per Paco, nel caso che ciò come qualsiasi altra cosa servisse, lo aiutasse a guarire o morire, affinché Claudio non torni a cercarmi, o semplicemente per sentire finalmente che tutto è stato un inganno, che semplicemente sogno Paco e che lui vai a sapere perché si afferra un po’ di più alle mie caviglie di quanto faccia Alfredo, di quanto facciano gli altri miei morti; è quel che tu starai pensando, cos’altro potresti pensare a meno che anche a te sia capitato così con qualcuno, ma nessuno mi ha mai parlato di cose simili e neppure mi attendo che lo faccia tu, semplicemente dovevo dirlo e sperare, dirlo e un’altra volta andare a dormire e vivere come chiunque altro, facendo il possibile per dimenticare che Paco continua a essere lì, che nulla ha fine perché domani o l’anno prossimo mi sveglierò sapendo come so ora che Paco continua a essere vivo, che mi ha chiamato perché sperava qualcosa da me, che non posso aiutarlo perché è malato, perché sta morendo.


Julio Cortázar | Lì, ma dove, come

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Storie

La quarta persona

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Il motore di ricerca interno mi mette sotto il naso un breve video, durerà al massimo un minuto, forse meno, mi colpiscono subito i colori pastello del mare, forse anche del cielo, un cielo azzurro-bianco di mezzogiorno di giugno che si staglia all’orizzonte e piomba leggero, a volo di rondine, su un molo lontano come una nostalgia altrui, una nostalgia raccontata, insomma, e pure bene, certo, ma non vissuta, non in prima persona almeno, e allora apro il video e in primo piano, un primo piano che si allarga e ruba la scena allo sfondo di cielo e molo, in primo piano c’è la poppa di un’imbarcazione, un piccolo yacht di quelli che si usano per ciondolare indolenti nel Mediterraneo, e a poppa tre sdraio, tre ragazze in costume, abbronzate, che bevono qualcosa da bicchieri di plastica, il liquido è colorato e loro sorridono e sonnecchiano, mentre in primissimo piano, vicino al bordo dello yacht, su un asciugamano di tela blu, c’è un uomo, ha anche lui un bicchiere in mano ma sembra dormire, il volto non lo vedo, steso com’è verso poppa, e allora una delle ragazze si alza, è magra, capelli scuri fino al culo, un bel culo normale, bello perché normale, su quel corpo magro e formoso, comunque formoso come richiesto alle modelle secondo il gusto dell’epoca, la ragazza si è alzata e balla col bicchiere in mano, mi accorgo adesso che lei, a differenza delle altre due che adesso ridono e bevono, bevono e ridono, non ha gli occhiali da sole, per cui mentre balla girando su se stessa come una bambina che ha appena scoperto i capogiri, mentre balla a un metro dall’uomo sul telo da mare posso vedere che ha uno sguardo, semplicemente ne ha uno mentre gli altri attori, perché questo sono questi ragazzi o turisti o amanti nel breve spazio di questo video, gli altri attori no, per via degli occhiali o dell’ombra o della prospettiva, e la prospettiva cos’è, in fondo, la prospettiva, se non gettare ombra o luce su un certo fatto?, e la ragazza, il suo sguardo, il suo sguardo mi dice che ha vent’anni, al massimo ventitré, ed è in questa cosa, in questa vacanza con amici decisamente da adulti, perché è da adulti a vent’anni dire ai propri genitori guardate, io parto per il sud dell’Europa in barca, una piccola barca a noleggio o forse, perché no, di proprietà di questo ragazzone che sonnecchia sotto il sole, cullato dal mare, sorseggiando un Mojito o del rum, questo ragazzone che ci ha invitate, me e le mie amiche o forse no, forse non sono mie amiche, forse le ho conosciute qui, in viaggio, o poco prima di partire, grazie a quest’invito, grazie a questa vacanza che ha fatto storcere il naso alla mamma, forse persino a mia sorella, mia sorella che non si può certo dire non abbia mai fatto cose strane tipo quella volta in Svizzera, quando superò il confine di notte, in pieno inverno, a piedi, ubriaca e innamorata, per amore, o forse perché era pazza, solo pazza, ma questo non le impedisce di chiedermi se lo sto facendo sul serio, se davvero partirò con questo ragazzone conosciuto per caso e che per caso ha una barchetta con cui scorrazza felice per il Mediterraneo, ogni anno con una compagnia diversa, preferibilmente femminile, e allora è per questo che mi alzo e che ballo, così, dal nulla, m’è preso un raptus, per non pensare, la scia della poppa, più in basso, quella non la vedo ma vedo la mia, la scia di cose lasciate indietro, incluso il giudizio dei miei, di mia sorella, quella la vedo, la sento, mentre ballo, dal nulla, mi agito, ballo su una gamba sola e mi rivolgo a lui, al ragazzone che sonnecchia, i laccetti del costume che rimbalzano sulla mia pelle abbronzata, mi rivolgo a lui perché si svegli e mi noti, è una danza per lui, per la sua gentilezza, per il divertimento che ci regala, e così la guardo, guardo la ragazza che si è alzata e si ferma solo per lasciare il bicchiere da qualche parte e riprende a ballare, un ballo strano, su una gamba sola, gira su se stessa con le braccia al cielo, saltella, c’è armonia, forse è una ballerina o una della tv, con la ricerca interna non si sa mai ma non ho fatto caso alla descrizione del video, non m’interessa sapere chi sono questi quattro oltre quello che vedo, è così che funziona con gli attori, poco importa che sia un film o un banalissimo video, la ragazza balla, non si ferma, attira l’attenzione del tipo, finalmente c’è riuscita, leggermente accovacciata saltellando in avanti come se dovesse sedurre, lei gallo, lui gallina, e detto così potrebbe apparire pittoresco, molto pittoresco, ma è molto sexy, dio mio se lo è, e lo è, ne ho conferma quando vedo che lui è in piedi, senza bicchiere, un costume rosso ancora spiegazzato dalla posizione assunta quand’era disteso, un costume spiegazzato soprattutto davanti che fa pensare a un’erezione, non ci sarebbe da stupirsi, tutto è erezione se c’è meraviglia, meraviglia improvvisa, improvvisa come questa danza che è un di più, non richiesta affatto, del resto non c’era mica bisogno di mettersi in piedi e ballare per avermi, per chiedermi d’avermi, per quest’atto burocratico che è la danza maschio/femmina coi ruoli sovvertiti tra preda e cacciatore, ecco cosa mi attira, mi stuzzica, che tu vuoi cacciare me, ragazzina, soprattutto perché non ce n’è bisogno, perché stamattina dovevamo sonnecchiare, riposare, dopo il casino di ieri sera, e ricaricarci, perché stasera altro casino, altra cena di tutto rispetto e bevuta colossale e balli fino alle quattro o le cinque del mattino, in Grecia o in Albania, e invece no, vuoi esercitare un diritto di prelazione, vuoi arroventare il vantaggio che hai comunque sulle altre, e allora eccomi, eccomi in piedi ad accontentarti, ragazzina, ma t’assicuro che ti lascio fare, e se ti lascio fare ancora, accovacciata come se covassi un uovo di carne, è solo per impormi, impormi in un secondo momento, per imporre la mia danza da cacciatore, per questo ti guardo, ti seguo soltanto muovendo solo i miei lunghi piedi mentre tu punti uno dei tuoi, una mano sul ginocchio, e scarichi tutta l’elettricità della danza sull’altra gamba, che si muove epilettica, regolare, è un ballo che abbiamo fatto ieri sera, ora ricordo, te l’ho insegnato io, ti faceva ridere e faceva ridere le altre, che ridono ancora, tutte tranne la quarta persona, quella non vista, quella fuori campo, la più importante, loro ridono e io no, io no dietro i miei occhiali da sole con la montatura arancio, dici che ti fanno pensare ai colori accesi dei volti dei pagliacci, alla tua paura dei sorrisi dei pagliacci da bambina, tu e questa tua sorella di cui parli, questa sorella che inviteremo l’anno prossimo, anche lei, perché no, non ti scandalizza la cosa, questo mi piace, di te, ragazzina, che non ti tiri mai indietro perché come me sai che si fanno solo passi avanti, anche quando sei immobile, anche quando vuoi solo arretrare perché hai la paura che ti si ficca in gola come un ghiacciolo, e allora balliamo, ragazzina, ma adesso avanzo io, mentre il suo piede epilettico è in primissimo piano e il ragazzone imita quegli stessi passi, per un attimo sono coordinati, la ragazza e il ragazzone, il ragazzone coi capelli bianchi o forse ossigenati, capelli, in ogni caso, che non passano inosservati, specie se davvero bianchi, per uno di quell’età, per uno con quei muscoli, gonfi e asciutti insieme, c’è del buon gusto a gonfiarsi così, in questo modo comunque sobrio, che si nota solo nell’esibizione della nudità e non gonfia, sformandolo, il vestito da sera, e il ragazzone balla, deciso, erezione o meno è il cacciatore, adesso lui, e le ragazze sullo sfondo ridono, ma più piano, come imbarazzate da quel ristabilirsi di ruoli, lui di nuovo cacciatore, lei meno che preda, già avuta, divorata, che sorride ripresa al corso degli eventi, sorride a se stessa, di se stessa, un sorriso che in via del tutto teorica non ammetterebbe quello delle due sullo sfondo, perché da sorridere non ci sarebbe un bel niente, e non a caso lui no, il ragazzone mica sorride, è serio e prosegue nella sua danza, accovacciato col piede puntato e l’altro che batte per terra anche lui, è un gioco tra loro, al massimo a tre, cos’avete da sorridere voi due, tu che hai sollevato gli occhiali, tu che giochi con la cannuccia tra i denti, voi due ancelle, voi due che ballate e invidiate, ma solo di notte, quando ci fermiamo, negli alberghi e nei ristoranti, cosa siete venute a fare, non è voi che vuole, anche quando vi ha, quando vi prende, quando vi chiede di chiudersi in camera o sottocoperta insieme, non è un caso, non è un caso che con voi ci va insieme e con lei o con me da solo, non è un caso, pensateci, cosa siete venute a fare?, ma se non foste venute non sarebbe stato lo stesso, è per differenza e sottrazione che lui si eccita, danza, sceglie lei e non voi, ma se non ci foste non sarebbe ammissibile, non potrebbe scegliere, né lei né me, e così si lascia andare, la travolge a distanza, indietreggia verso il bordo della barca, salta sulla balaustra, in equilibrio su quel filo di ferro luccicante che lo separa dal mare, se ne infischia di tutto, come fosse stanco di voi tutte, non di me, agita un braccio, una mano, e si tuffa all’indietro con una capriola nell’aria, e sparisce nel blu del Mediterraneo mentre voi tutte ridete, lei pure ancora in piedi con la danza che si arresta sfumando nei talloni, lei che lo ha svegliato, voluto, cacciato e allora si gira verso di me, senza più sorriso né enfasi e chiede, chiede col tono di voce, quello basso e calmo di sempre quando sa che è in vantaggio su di me o sugli altri, su una sorella maggiore o sul resto del mondo quando sua sorella non è che un pixel tra i tanti del resto del mondo, chiede se ho ripreso, se ho filmato tutto, dall’inizio o a metà, se c’è lei che si alza, che balla, le due ancelle che ridono, lui eccitato, lei preda, lui che si tuffa per rimandare la scelta tra quattro, io al di qua del piccolo schermo, l’anno prossimo, quando avrò accettato l’invito.

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