Le storie degli altri

Stella notturna e stanca (o la lingua della paranoia)

20011

Quando torno a casa di notte, dopo il lavoro o altro, e questa città ha un odore ben preciso, come se fosse una forma geometrica e più precisamente un poligono (la forma di una paura collettiva, poniamo, un maremoto o un attacco terroristico in programma il 29 febbraio), allora mi metto a barcollare, specie se incontro qualcuno sul mio cammino, ma lo faccio a prescindere, anche se sono da solo e soprattutto certo della mia solitudine, mi metto a barcollare come se fossi ubriaco, molleggiando su un piede e poi su un altro, sbandando un po’ di qua e un po’ di là verso il muro o un lampione, di modo che se davvero vi sia lo spazio per l’incontro con un malintenzionato, quello capisca subito che ha di fronte un altro abisso notturno ben più minaccioso del demone che certamente gli ottunde la mente; e se non basta, ecco che tiro fuori qualcosa, le chiavi di casa o anche un gruzzolo di monete, e le faccio penzolare (nel primo caso) o tintinnare (nel secondo) nella mano, preferibilmente la destra (è quella con cui non scrivo), di modo che sia altrettanto chiaro che non sono un ubriaco pacifico (se ce ne sono, se ne esistono), ma un ubriaco armato, e che con tutta probabilità ho bevuto o sono comunque andato oltre ogni possibilità di contenimento razionale del pensiero per un intento ben preciso, per quanto incompiuto: finalmente per potermi armare.

Poi, rientrato in casa, se non è successo niente (e non succede mai niente), mangio di nuovo: quasi sempre ho già avuto la mia cena appena lasciato l’ufficio, in un’osteria con le volte a botte in cui tutti, lo dico con certezza e senza alcun rancore, mi guardano con malizia per il semplice fatto che preferisco consumare il mio pasto da solo; eppure riconosco che quell’ambiente è caldo, intimo, quanto meno cordiale, a differenza della città oscura e ostile che mi attende fuori. E quando sono a casa, dicevo, accendo tutte le luci (luci fredde e nette, in nessun caso solforose), in ogni stanza, mentre imbandisco la tavola e metto a cucinare la pasta o la fettina di vitello appena scongelata; a tratti mi sembra che sia mattino, e mi guardo intorno nella cucina e nel soggiorno candido come lo sguardo di un neonato che non abbia ancora aperto gli occhi. Tutto è pacificato e neutrale, e certo non solo per aver scampato, come ogni notte, un pericolo tanto estremo quanto sconosciuto (eppure presente!, oh, se lo è!), ma perché è salvo anche quel lembo di terra, che equivale a un’ora, in cui sono al sicuro con me stesso prima di gettarmi nel sonno che mi ridarà in pasto a un’altra giornata ostile e nebulosa, in cui ancora il pericolo si ripresenterà a notte fonda, nella forma di un odore che è un poligono, comunque un’astrazione, la stessa che ogni giorno miete vittime non più risarcibili (se ce ne sono, se ne esistono ancora), le stesse che in fondo osano soltanto per poter presagire il pericolo, per poterlo amare.


Nero Desideri | Stella notturna

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