Le storie degli altri

Marshall McLuhan (secondo Douglas Coupland)

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Marshall adorava Una discesa nel Maelström, un racconto di Edgar Allan Poe del 1841, e io gli sarò sempre grato per avermelo fatto conoscere. Nel racconto di Poe un giovane è seduto sulla vetta di una montagna della Norvegia insieme al narratore, a prima vista un vecchio lupo di mare. Invece scopriamo che in realtà è giovanissimo, prematuramente invecchiato a causa di una tempesta, qualche anno prima, che ha aperto un gigantesco vortice nell’oceano in cui sono stati risucchiati il narratore e i suoi due fratelli. I due fratelli si sono aggrappati ai rottami più grandi della nave e il vortice li ha inghiottiti. Ma il narratore si è reso conto che gli oggetti più pesanti sprofondavano più velocemente, così si è aggrappato a un barile riuscendo a evitare la sorte dei suoi fratelli. Alla fine il narratore capisce benissimo che del suo racconto su come è sopravvissuto l’ascoltatore se ne frega altamente.
Come hanno notato quasi tutti quelli che cercano di collegare McLuhan a Internet, quella del maelstrom è una splendida metafora per indicare il modo in cui si riesce a tenere la testa fuori dall’acqua in un mondo in trasformazione. Non farsi risucchiare in un caos enorme e abissale, ma rimanere agili e analizzare quello che sta succedendo nella sua ampiezza complessiva. Non aggrapparsi a qualcosa che rischia di trascinarci in fondo. L’ambiente in cui ci si trova può anche non piacere, ma non bisogna lasciarsi sopraffare o affogare.

[…] Le visioni di Marshall erano più arte che artigianato. C’erano delle precognizioni, ma senza date o cifre. Passare al setaccio i libri di Marshall in cerca di qualche indicazione su cosa succederà, per dire, l’anno prossimo, è un’esperienza poetica o artistica: se ne ricava un senso del futuro più che una prescrizione o una previsione. Viene da pensare che sarebbe bello se si concedesse a Marshall almeno una parte dell’attenzione che si dedica a cerebrolesi come Nostradamus che sostenevano di poter prevedere sul serio il futuro. Chiamatela religione o chiamatelo ottimismo, ma la speranza, per Marshall, stava nel fatto che gli esseri umani sono in primo luogo creature sociali, e che le nostre capacità di esprimere intelligenza e di costruire intere civiltà nascono dai nostri bisogni sociali connaturati in quanto individui.


Douglas Coupland | Marshall McLuhan

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