Microrec

Lui è tornato, David Wnednt

lui

«È lo stesso di allora, dice le stesse cose di allora. Nemmeno allora lo prendemmo sul serio. Lo deridevamo, pensavamo che scherzasse. Invece poi ha fatto le cose che diceva.»

Parte lento, Lui è tornato, con qualche inciampo: il tono è indeciso tra rigore fantascientifico — lo testimonia la citazione di Ritorno al futuro col gilet in stile McFly del reporter protagonista — e commedia corrosiva: ma l’umorismo tedesco non giova né all’una nell’altra causa. E non giovano nemmeno certe trovate decisamente kitsch – una su tutte, la scena in cui Hitler spara al cane: evento che risulterà importante in seguito, quando susciterà maggiore scandalo questo delitto rispetto alle dichiarazioni del Führer su democrazia o immigrati; dunque il problema non è l’evento in sé quanto la sequenza, che come altre in quest’avvio è semplicemente brutta.
Da metà in poi il film trova però un ritmo suo, e credibilità (ravvivando cioè la nostra incredulità), addentrandosi nella perturbazione innescata dall’idea iniziale: Hitler è vivo e si sveglia nella Berlino odierna.
Funziona il misto fiction/documentario con le inquietanti reazioni dei tedeschi messi di fronte al Führer che passeggia per la città e avvolge gli astanti con la sua potente dinamica retorica.
Restano impresse soprattutto le scene in cui Hitler si addormenta sulla spalla dell’attivista di estrema destra mentre quello sta parlando del suo programma elettorale; o quando lo vediamo arringare i naziblogger vegani per via dei loro video culinari, che il baffetto (l’ottimo Olivier Masucci) non sopporta.
Funziona, in generale, vedere Hitler alle prese con tv e Internet come fu con radio e cinema all’epoca, manipolando cioè ogni media a suo piacimento, disposto persino a passare per comico nei talk — comunque più credibile dei politici odierni, per la maggior parte del pubblico — o come meteora per youtuber da milioni di visualizzazioni; tutto, pur di cavalcare la frustrazione dei tedeschi e risvegliare un certo desiderio di identità e riscatto nazionale.
(Il meccanismo è lo stesso per Trump in questi mesi? Gli Stati Uniti del grande cinema, dei grandi romanzi e della grande musica la nuova Weimar? E che dovremmo dire noi con Grillo, comico dichiarato, o con Salvini che fa, di ogni parodia, post da grandi like su Facebook? Ma ci penseremo poi, a visione ultimata.)

Funziona, soprattutto, l’effetto Droste che trasforma la vicenda in un libro (cioè il romanzo di Timur Vermes da cui il film è tratto) e poi in un film senza più cornice diegetica — per cui alla fine non siamo sicuri di essere nella pellicola o fuori: ma fuori ci siamo di sicuro quando una vecchia ebrea riconosce Hitler ed è l’unica a prenderlo sul serio; e dentro torniamo quando realizziamo che se il Führer è immortale è perché qualcosa di lui vive anche in noi.
Perciò ci inquietano quegli istanti di immedesimazione e partecipazione, quando ci sfiora il pensiero che quella potenza retorica, il suo idealismo, la sua passione risultino merce rara, e preziosa, specie al cospetto di certi politici inadeguati, spesso arraffoni.
Ma poi, sui titoli di coda, quando sfilano Farage, Le Pen, scene di rivolta contro stranieri e profughi, possiamo mestamente tornare a rivolgere la nostra inquietudine al mondo circostante, al fuori finalmente fuori da questa storia, ma dentro quella più grande e forse più vera che deve ancora accadere.

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