Le storie degli altri

La parte del colibrì

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“No, lei no! Oggi pomeriggio Laurent Cantet, la settimana scorsa Michael Haneke, è passato di qui anche Charlie Winston, ma lei proprio no, Carrère, no! Ne abbiamo le scatole piene, mi scusi l’espressione, dei vip che vengono a riempirsi le tasche a spese nostre e che a noi, chiusi tra queste mura, ci prendono per dei topi da laboratorio! Che è venuto a fare qui? Si è ritagliato una decina di giorni tra Il Regno e la sua prossima fatica letteraria per dormire al Meurice, scrivere qualche pagina su un giornale e dire la sua sulla nostra città? Avrà notato che ho detto ‘la nostra città’ come se ormai mi sentissi una di qui. Lo sa, Carrère, che in tre anni passati in questo abisso sono stata contattata almeno una volta alla settimana da persone che arrivavano da fuori e che come lei volevano scrivere, filmare, raccontare al microfono quello che hanno visto, credendo forse di fare meglio degli altri, volendo sicuramente appagare l’imperioso bisogno di svolgere il proprio compitino? Calais è diventata uno zoo e io sono una di quelli che staccano i biglietti. L’iter lo conosco bene e allora mi chiedo: lei, Carrère, da chi si lascerà irretire? Andrà a respirare l’aria del Channel (dove l’ho già vista)? Della Betterave (l’ho vista anche lì)? Del Minck (dove, ci scommetterei, l’hanno portata a stringere la mano a tutti)? Non lo so, non ho un’idea precisa, ma di una cosa sono sicura: la sua impresa sarà comunque un fiasco.”

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Nella foresta scoppia un incendio, tutti gli animali fuggono, solo un colibrì vola fino al fiume, si riempie d’acqua il minuscolo becco e riparte velocemente per versarne il contenuto sulle fiamme. E continua così, andando avanti e indietro per tutto il giorno, fino a quando un ippopotamo gli fa notare che quelle poche gocce su un incendio così grande sono ridicole; lui risponde: forse, ma faccio la mia parte. La parte del colibrì, per i miei amici di Calais, consisteva, quando i migranti occupavano ancora gli edifici abbandonati nel centro della città, nel portargli cibo, coperte, vestiti, nel discutere con loro, e ora che li hanno evacuati e trasferiti nella Giungla, nel fare più o meno la stessa cosa, ma un po’ meno spesso. Si sentono in colpa, si chiedono angosciati quanto coraggio avrebbero dimostrato sotto l’Occupazione, gli piacerebbe impegnarsi di più — proprio come piacerebbe a me, che nel quartiere in cui vivo, a Parigi, avrei a disposizione tutti gli afgani e i curdi del mondo, se solo volessi essere un colibrì più energico.


Emmanuel Carrère | A Calais

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