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Serena Vitale, Il defunto odiava i pettegolezzi

«Quello della delazione è l’unico genere non controllato dalla censura.»

Con Il defunto odiava i pettegolezzi (Adelphi) Serena Vitale scioglie la pillola del biografismo in un documentario destrutturato.

Più che terra del socialismo, la Russia di Vladimir Majakovskij – anche quella del “post”, del Majakovskij riabilitato – è il Paese in cui divorziare è facilissimo… per troppo amore. C’è amore ovunque, in questa storia che ci fa detective più che lettori: amanti, mariti, mogli, “compagni e compagne”… ma il cuore è solo nel petto di Vladimir. “Noi andiamo dal Padre delle Anime, ma bisogna passare accanto al drago” ammoniva San Cirillo di Gerusalemme: e draghi erano tutti – Lili e Osip Brik, Nora Polonskaja, e poi i membri gli artisti e i delatori dell’OGPU/NKVD – attorno a Majakovskij.

Vicenda in sé notevole, insomma, soprattutto per via di questi russi, di quel loro carattere di cospirazione continua in lotta o in appoggio alla macchina no-anima sovietica, di quelle identità moltiplicate da patronimici, nickname, vezzeggiativi, trascrizioni errate e ribadite fino a nuova consuetudine… E poi quella capacità innata di fare del suicidio una raffinata forma d’arte individuale (escapismo, rimedio contro la colletivizzazione coatta d’ogni cosa nell’URSS che fu?)… Laddove quel “pettegolezzi” del titolo rimanda in effetti all’immagine in brandelli di una Verità, franta in spicchi di cielo “instellato di poesia”, che osserviamo nel mosaico di uno specchio crepato a morte dal troppo specchiarcisi…

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Liberato, Tu t’è scurdat’e me

A volte il ritardo è il momento più giusto per certi incontri. E settembre è certamente il mese più adatto per scoprire Tu t’è scurdat’e me di Liberato: beato me, allora, che per certi miei tic snobistici l’avevo ignorata finora.

Storia di un sogno d’estate piena, di un amore salato poi sfumato nel pastello vaporoso d’inizio autunno, Tu t’è scurdat’e me è una delle poesie più belle che mi sia capitato di ascoltare ultimamente.
Quanto cuore c’è in questa canzone? La sola idea che gli adolescenti di oggi abbiano la fortuna di avere una simile colonna sonora per i loro amori estivi mi riempie gli occhi di lacrime ogni volta che l’ascolto.

Piccolo inciso autobiografico. Quando attorno ai sedici anni scoprii che non esistevano solo il pallone e gli amici ma anche le femmine, iniziando così a struggermi per loro, d’estate non c’era che Eros Ramazzotti con Più bella cosa. In autunno poi si ripiegava sulla dance demenziale degli Aqua, e così crescendo mi sarei pian piano rifugiato nel rock anglofono.
Ora, al di là dei gusti musicali, il rimpianto sta tutto nella qualità del mio immaginario di allora: per un adolescente meridionale, avere qualcosa di simile a Liberato sarebbe stato fantastico, negli anni Novanta; condividere un immaginario comune con chi è ti è più prossimo significa sentire che c’è qualcuno che sta cantando te, proprio te, e non un altro.

Ma torniamo alla canzone. I riferimenti a Napoli del testo, incrociati con estrema sensualità dalle rime baciate (Care ’ngopp’ ’o golf’ ’na stella / Guarda ’e fuoc’ abbascio Furcella) sono noti a qualsiasi essere umano a sud di Roma, tanto più che tutti i meridionali vivono un po’ nel mito e nei suoni di Napoli (probabilmente per ragioni di rotte commerciali, oltre che di vecchie dominazioni); lo stesso per i luoghi di bellezza e decadimento del bellissimo videoclip di Francesco Lettieril’acqua trasparente del golfo, i monumenti mangiucchiati dall’umido, i paninari kitsch sul lungomare, le collane d’oro con Cristo in croce, eccetera. Continua a leggere

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Rogue One — A Star Wars story

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«I have a baaaaaad feeling about this.»

Bisogna guardarlo tutto, fino al doppio schiaffo finale, Rogue One, per capire che è un finto spin-off di Star Wars, e che invece si tratta del meraviglioso anello mancante tra Episodio III e Episodio IV.
Un doppio schiaffo che forse neppure L’Impero colpisce ancora seppe regalare nell’epoca d’oro della saga di George Lucas.

Oppure: concentratevi sulla colonna sonora di Michael Giacchino, per capire quanto Rogue One sia un vero ritorno a casa molto più di quanto non fosse Episodio VII. Giacchino sostituisce John Williams accarezzando i suoi leitmotiv, rielaborandoli appena e poi allontanandosene a velocità luce come una fregata imperiale nell’iperspazio – e fate caso, invece, a quanto certi passaggi elettronici o certe chitarrine distorte a zanzara nella serie Clone Wars stridano con l’estetica di Star Wars.

Perché in fondo Star Wars è proprio questo: un blockbuster epico e fiabesco, a volte sci-fi altre fantasy, e poi geopolitica – dunque guerra, e Rogue One è un film di guerra – e ancora, soprattutto: estetica.

Quanto al blockbuster: è riuscito, ed è il caso di Rogue One, quando non è inferiore al suo trailer e quando hai voglia di restare seduto, a visione ultimata, per riguardarlo daccapo: significa che il film ha ritmo, che le scene d’azione sono ben congeniate e che i dialoghi sono semplici* al punto giusto.

E siamo all’estetica.
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Dentro l’Inferno, Werner Herzog

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«Perché a questa gente interessa il fuoco?»

L’ossessione è una fiamma bassa su cui cuoce piano, in una pentola d’ottone sbrecciato, un piccolo cervello di scimmia. Ogni tanto qualcuno, si suppone una mano invisibile di scheletro altrettanto scimmiesco, alza la fiamma e l’ossessione brucia più intensa.
Ultimamente, a me brucia un’ossessione legata a certi documentari d’autore, diciamo quelli che vanno sotto l’etichetta di docu-fiction, di cui è alfiere e involontario generatore di epigoni quel Gianfranco Rosi già da molti inchiodato al rango di maestro.

Posso forse dire che Rosi, la sua arte non mi seducano? No, ovvio. La sua fotografia sexy, minimale, la sobrietà del testo, i suoi dialoghi, comunque sceneggiati e però normali, lo sguardo sui personaggi – perché tali sono, le bestioline raccontate ad esempio in Sacra GRA ma anche in Fuocoammare (per quanto una simile definizione qualche problema finisca col crearlo, se si parla dell’odissea di migranti e non di semplici outsider di periferia ultraurbana) – dubito che si possa resistere a tutto questo.

Succede però che a fine visione mi prenda un dubbio, un’inquietudine che via via razionalizza emozione e rimpianto, e penso: da buon naturalista, il regista si è nascosto dietro un muro o un cespuglio per riprendere indisturbato, o almeno questo è stato il suo intento; fatto sta che mi sembra invece d’averlo scorto benissimo, che l’eliminazione dal contesto sia in parte fallita proprio sotto i colpi di un’estetica forte, ben calibrata; concludo che il punto di osservazione è sempre parte del contesto, della natura del contesto, della sua fauna, e che proprio la parte di fiction (fotografia e montaggio da favola, per dirne due) finisca col mangiarsi la parte del docu: dunque fallisce ed è posticcia quell’impressione di stare ad altezza-persona – col senno di poi, vedo Gianfranco Rosi fluttuare metri e metri sopra le vite che racconta, il Leone d’Oro ben stretto al petto, che non lo appesantisce di un grammo.
Concludo (stavolta davvero) e mi chiedo: è in qualche modo addirittura immorale, soprattutto nel caso di Fuocoammare, tutto questo?

Esagero, d’accordo: però poi c’è Werner Herzog e il suo Dentro l’Inferno, appena rilasciato da Netflix.

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Fuocoammare, Gianfranco Rosi

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«Perché la vita stessa è un rischio.»

Il bambino ha l’occhio pigro ma il pubblico – noi occidentali, quando vogliamo – ci vediamo benissimo; così pure l’Angelo della Storia, che stavolta non dovrà nemmeno voltarsi per giudicare: stavolta guarda e vomita già mentre accade.

Quanto all’isola: Lampedusa è il fermo immagine nel maelstrom dell’estetica del Mediterraneo: lo stesso mare in cui facciamo il bagno, le vacanze, i turisti, Mykonos e Santorini, lo stesso in cui hanno nuotato Salvatores, Virzì, i Vanzina.
Così Lampedusa è la roccia dove l’uomo può ancora essere uomo – purché sia uomo.
Mi stupisce sapere che da Nantucket alla Martinica come in Senegal e in Etiopia l’abitudine è la stessa: comunque vada, prima le donne e i bambini.

Cos’è questo? Un neorealismo finalmente guardabile, che non annoia l’occhio? Per noi occidentali l’etica, la morale di quest’inizio secolo sono subordinate all’estetica.
Questo è certo.
Dal canto suo, Gianfranco Rosi non fa cinema, non fa documentario; Fuocoammare è bellissimo e tedia insieme come la vita non mediata; non ha tesi da dimostrare né trama, ma scrittura sì, eccome.

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XXI Secolo, Paolo Zardi

Tempo fa ho chiesto – chiedendolo soprattutto a me stesso, su Facebook – perché ci piacciano tanto le distopie.
La domanda era stata innescata da un’intervista a due scrittrici americane letta sul blog di SUR e da questo status dello scrittore Paolo Zardi:

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Quello stesso giorno, poi, la mia copia di XXI secolo è arrivata in libreria; data la coincidenza, ho deciso di darmi subito in pasto alla scrittura di Zardi.

Nel romanzo le cose stanno così: il mondo occidentale è semifinito, schiacciato da assetti geopolitici mutati (si intuiscono, come sole superpotenze rimaste, il Brasile, la Cina e una Russia neozarista). Il proverbiale ceto medio è impoverito del tutto, i migranti neppure prendono in considerazione l’ipotesi di raggiungere l’Europa (un vecchio sotto calde coperte che scruta il mondo dalle finestre di un ospizio, la definisce Zardi) e gli italiani, quando non si accoppano tra loro o con gli stranieri bloccati qui, tentano la fuga verso l’Austria (e qui Zardi anticipa qualcosa dei muri del Brennero, mentre per un istante sembra incrociare il suo romanzo con quello di Bruno Arpaia, Qualcosa là fuori, uscito però circa un anno dopo XXI secolo).

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Broken flowers

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Tutto casca nell’assenza di senso, a parte uno – dei cinque sensi: la vista. Potrebbe sembrare un quadro di Edward Hopper, si tratta invece di Broken flowers, che ho visto – finalmente – con ben dieci anni di ritardo rispetto alla sua uscita.
Dieci anni in cui il cinema ha accelerato verso la moltiplicazione di universi espansi di blockbuster e artifici digitali; dieci anni per dimenticarmi del cinema lento, di poesia e visione, del cronopio hopperiano – volendo avvicinare il pittore americano allo scrittore argentino Cortázar – Jim Jarmusch; il quale in Broken Flowers si affida alla speranza Bill Murray – stando ancora al divino Julio – per mettere in piedi una commedia che presto promette investigazioni, romanticismo e colpi di scena, e che alla fine ci lascia invece con in mano il più classico pugno di mosche che sempre è la poesia migliore.

Bill Murray, qui, è Don Johnston. “Con la T” ricorda a chi, nel corso del film, è pronto a scambiarlo per il celebre attore di serial polizieschi.
Scapolo incorreggibile con una lunga lista di ex sul groppone, Don passa le sue giornate sul divano, in tuta, ad ascoltare musica. A un certo punto lo molla pure l’ultima compagna, convinta che non faranno mai sul serio; quello stesso giorno, Don riceve una lettera anonima – battuta a macchina, carta e busta rosa – con cui una donna gli rivela d’aver avuto, vent’anni prima, un figlio da lui.
Quel bambino è adesso un ragazzone inquieto, dice la lettera, in viaggio, on the road, per gli States.
Se fosse per Don, la missiva resterebbe lì dov’è, per terra, nell’ingresso del suo villino dove è stato appena mollato. Perché Don Johnston è soprattutto Bill Murray.

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