Storie

Black Friday, o della reputazione

Per sopravvivere svolgo otto lavori diversi per otto committenti diversi. Attenzione: non quattro mansioni per lo stesso datore di lavoro come mi è capitato in passato, ma otto diversi lavori per otto persone o organizzazioni diverse. Il che, oltre ad avere effetti devastanti sulla mia psiche, presuppone l’obbligo di stabilire degli equilibri (di tempo, di pagamenti) pressoché perfetti. Quando saltano questi equilibri le cose diventano davvero difficili, per la qualità della mia vita e per quella del lavoro. E se saltano questi equilibri, spesso è perché a loro volta i miei committenti non se la passano benissimo. Questo configura una situazione generale tutt’altro che felice, se non addirittura una bolla.

Dico sopravvivere e non vivere dignitosamente perché vivere dignitosamente è un’altra cosa. Non sguazzo nella miseria, questo no. Diciamo che guadagno abbastanza per continuare a essere un buon consumatore, ma non un cittadino che può permettersi di essere libero e indipendente. Questo è un problema non solo per la mia vita, quanto per quella del contesto in cui vivo, dunque per tutti. Perché non sono il solo a vivere in questo modo. Chi vive in questo modo prima o poi diventa una persona, un elettore, un contribuente peggiore, a volte xenofobo, altre razzista, altre semplicemente confuso o risentito.

Non uso quasi mai questo blog i o i social per raccontare gli affari miei. E neppure questo è solo un fatto personale: questa è una vicenda pubblica. Il problema è che i miei colleghi… Un attimo, chi sono i miei colleghi? Poniamo: liberi professionisti, lavoratori in nero e dipendenti di piccole agenzie o editori che si vendono come colossi della comunicazione o dell’editoria, i quali si avvalgono spesso di forme contrattuali quantomeno bizzarre. Ci metto anche qualche piccolo imprenditore (ahimè sono costretto a fare differenza tra imprenditori e editori, perché questi ultimi spesso faticano a pensarsi come imprenditori, con tutti i danni che ne conseguono).

Bene, proseguiamo: il problema è che tra colleghi questa situazione è non dichiarata se non quando si arriva alla canna del gas (sempre che si riescano pagare, le bollette del gas). Al massimo c’è dell’auto/ironia sui social, o dei discorsoni intellettuali relegati in libri letti da tre persone. Perché? Be’, perché la reputazione è tutto. Del resto, chi mai vorrebbe lavorare con uno che vive in queste condizioni?

C’è un non detto che diventa una materia gigantesca, ignorata da praticamente tutta la politica e da tutta la “società”, che metto tra virgolette perché è difficile parlare di società quando la stessa espelle buona parte della sua popolazione dal suo recinto, dai suoi confini, specie quando questa parte di popolazione non può più consumare.
Ho invece un’idea alta della politica, quindi non mi metterò a sparare a zero verso questo o quell’altro partito o movimento. Ognuno può avere le sue idee: purché queste idee facciano i conti con la realtà e aprano a delle soluzioni. Non me ne faccio niente della ragione dei risentiti o di chi sta in disparte, o ancora di urla, annunci, splendide soluzioni trovate a mezzo social. I social, sia detto per inciso, sono videogiochi: chi sta costruendo una carriera su questi potrebbe avere delle brutte sorprese, in un futuro non troppo lontano.

Ultimamente penso spesso che l’unica soluzione è far politica da soli, con chi ha voglia di parlare schiettamente e entrare nel merito delle cose, o almeno provare a far penetrare nei luoghi della politica l’idea, ad esempio, che io non sono un creativo (parola terribile), ma un operaio che cerca di far bene il suo lavoro. Che vuole farlo bene. E che anche lavorare davanti a un computer o con uno smartphone o in giro a parlare con delle persone costa fatica: la schiena si piega (in senso anche metaforico), le gambe cedono, ti vengono le emorroidi, ti cadono gli occhi, il cervello è sempre sveglio e quindi spento, sotto ipnosi.

Attenzione però a farne una tragedia: i singoli casi possono anche essere drammatici, ma questo è un momento storico come tanti, e ha a che fare col rapporto con la tecnologia, la conoscenza, il diritto. Per certi versi siamo anche privilegiati, perché abbiamo più strumenti rispetto al passato: in qualche caso economici, in quasi tutti di accesso alla conoscenza. Ma per altri versi siamo proprio scemi: sempre a ridere, ridere, ridere disincantati, a porci su un piano di superiorità rispetto a un mondo oggettivamente imperfetto. Confrontiamoci con quello che non funziona, ma sul serio. Proviamo a parlare di questioni che vadano oltre la nostra situazione. Parliamo di autosfruttamento e non solo di sfruttamento. Parliamo, raccontiamo, mettendo da parte per uno o due minuti la visibilità, la reputazione, l’indignazione o la rabbia di un momento che non porta a nulla. Almeno finché è possibile.

Sull’ironia: un post del genere è serio e abbastanza lungo e necessiterebbe di chiudersi, per compensare, con qualcosa che faccia ridere. Lo spirito del tempo lo impone. Io però mi diverto a parlare di queste cose così come sono, purché assumano una forma pubblica e non privata. Non credo ci sia bisogno della battuta divertente o dello slogan/sfogo che produce like o condivisioni, per chiudere. La necessità secondo me è un’altra: dimenticare un po’ chi scrive le cose – in questo caso il sottoscritto – e concentrarsi sulle cose. O se proprio vogliamo stare alle persone: proviamo con l’empatia, e non con l’emotività del momento.

[Ho scritto queste righe qualche tempo fa, volevo pubblicarle su Facebook ma Facebook mi sembra un luogo sempre meno adatto per certi discorsi. Poi ho letto dello sciopero dei lavoratori Amazon di Piacenza in occasione del Black Friday e di una certa idea tedesca di prolungare l’orario di lavoro fondendolo col tempo libero. Ho pensato che certe condizioni di lavoro, fuori dal lavoro dipendente, esistono già. E che il Black Friday poteva essere una data simbolicamente importante per pubblicare questi pensieri un po’ confusi quantomeno qui, sul mio blog.]

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