suonala-ancora-occidente
Le storie degli altri

Suonala ancora, Occidente

La distopia è l’utopia della tecnica. Se smettiamo i panni dell’essere umano, ecco involvere pure la farfalla: dopo la tragica elaborazione notturna, le ali contratte si accartocciano in bava e corteccia. Il feto si scioglie in bruco, il bruco in morbo.

Dismesso il giardino degli uomini – o anche solo la sua possibilità – non può che seguire l’Eden meccanico e digitale di ordinari androidi schiavisti; il nostro inferno, ma consolatorio: attualmente un intrattenimento tra tanti. Anche la paura è divertente.

In questo senso soltanto è plausibile una dittatura senza più ideologia, quella panoriental-russosaudita che infiltra il mondo col credo del denaro (invisibile, ma irreligioso) e in cambio non dà più né jeans né canzoni. Suonala ancora, Occidente.


Rudy Smallflower | Debunking diktators

Standard
Storie

Bufale sul cesso

bufale-sul-cesso

C’è stato un tempo – adesso è incredibile anche solo pensarlo – in cui i firmacopie in Feltrinelli non erano poi così simili all’improvvisa sospensione della democrazia in uno stato occidentale qualsiasi: vuoi entrare per comprare un libro che non sia quello presentato in quel momento da un musicista o da un cuoco? Be’, non puoi, perché c’è la fila e i gorilla all’ingresso impediscono l’ingresso ai clienti abituali.
Ma davvero c’è stato un tempo, lo giuro, in cui le cose non stavano in questo modo; un tempo in cui semplicemente i firmacopie in Feltrinelli non esistevano.

Non so cosa pensare delle Feltrinelli di allora – diciamo fine anni ’90, inizio del nuovo millennio: magari erano già il rifugio ideale per radical chic presi in una camera dell’eco pre-facebookiana che conformava un mondo di giusti e sapienti medioborghesi apparecchiato per altri giusti e sapienti medioborghesi.
Di sicuro, però, quelle librerie, per quanto di catena, erano un posto tranquillo, in cui potevi gironzolare senza troppo chiasso attorno e persino fermarti a leggere senza il profumo di fritto e caffè appiccicato sotto il naso – non che odori simili mi disturbino, ma trovo che siano piuttosto domestici, e non mi piace ritrovarli in luoghi pubblici in cui vado a fare altro.

Quelle Feltrinelli, inoltre, erano dei posti in cui potevi scoprire libri nuovi. In cui le novità non venivano ancora sparate a caratteri cubitali sugli algidi muri del piano superiore, né piazzate in colonne doriche del nulla, in ogni angolo, perché non sfuggissero neppure al più fervido ricercatore di serendipità libresca. Però già all’epoca c’era almeno un libro che bisognava leggere a tutti i costi, che in qualche modo richiamava la tua attenzione (specie se eri, come il sottoscritto, un residuato bellico di certo alternativismo-postcomunista già a vent’anni), che la reclamava in un certo senso strillando – per via del titolo, della confezione, del contenuto che titolo e confezione lasciavano presagire.

Continua a leggere

Standard