Storie

Bufale sul cesso

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C’è stato un tempo – adesso è incredibile anche solo pensarlo – in cui i firmacopie in Feltrinelli non erano poi così simili all’improvvisa sospensione della democrazia in uno stato occidentale qualsiasi: vuoi entrare per comprare un libro che non sia quello presentato in quel momento da un musicista o da un cuoco? Be’, non puoi, perché c’è la fila e i gorilla all’ingresso impediscono l’ingresso ai clienti abituali.
Ma davvero c’è stato un tempo, lo giuro, in cui le cose non stavano in questo modo; un tempo in cui semplicemente i firmacopie in Feltrinelli non esistevano.

Non so cosa pensare delle Feltrinelli di allora – diciamo fine anni ’90, inizio del nuovo millennio: magari erano già il rifugio ideale per radical chic presi in una camera dell’eco pre-facebookiana che conformava un mondo di giusti e sapienti medioborghesi apparecchiato per altri giusti e sapienti medioborghesi.
Di sicuro, però, quelle librerie, per quanto di catena, erano un posto tranquillo, in cui potevi gironzolare senza troppo chiasso attorno e persino fermarti a leggere senza il profumo di fritto e caffè appiccicato sotto il naso – non che odori simili mi disturbino, ma trovo che siano piuttosto domestici, e non mi piace ritrovarli in luoghi pubblici in cui vado a fare altro.

Quelle Feltrinelli, inoltre, erano dei posti in cui potevi scoprire libri nuovi. In cui le novità non venivano ancora sparate a caratteri cubitali sugli algidi muri del piano superiore, né piazzate in colonne doriche del nulla, in ogni angolo, perché non sfuggissero neppure al più fervido ricercatore di serendipità libresca. Però già all’epoca c’era almeno un libro che bisognava leggere a tutti i costi, che in qualche modo richiamava la tua attenzione (specie se eri, come il sottoscritto, un residuato bellico di certo alternativismo-postcomunista già a vent’anni), che la reclamava in un certo senso strillando – per via del titolo, della confezione, del contenuto che titolo e confezione lasciavano presagire.

Sto parlando di Tutto quello che sai è falso (credo uscito in ben tre volumi, forse di più, ma non ha importanza). Non l’ho mai comprato, forse solo sfogliato mentre cercavo biografie di musicisti e cantanti (ed ecco che i firmacopie di Giuliano Sangiorgi diventano un mio personalissimo contrappasso), eppure era lì, mi attirava come un segreto da svelare a tutti i costi, un segreto che avrebbe cambiato le sorti della mia percezione della realtà.

Credo sia inutile raccontare cosa ci fosse in quel libro.

Il debunking e le bufale non avevano ancora un mercato. La controinformazione aveva dei pubblici specifici, pubblici sopratutto politici, che non sapevano dell’esistenza reciproca. Quel libro era perfetto per gente come me, che voleva sapere tutto ciò che c’era davvero dietro le manovre geopolitiche di George W. Bush, tutto sull’eternit come contraltare dello sviluppo industriale italiano, e in più era in attesa di ansiosa conferma del fatto che l’11 settembre gli USA se lo erano fatto da soli.

Dunque, se non ho mai letto Tutto quello che sai è falso è perché avevo paura di sprofondare in una percezione ancora più militante della realtà rispetto a quella che già manovrava il mio cervello di spiantato universitario alla ricerca della verità tra i circoli anarchici di Pisa e Bologna. Nel tempo ho rimandato l’incontro con quel must read per pigrizia intellettuale e vigliaccheria, insomma, e tra una procrastinazione e l’altra alla fine mi sono svegliato in un mondo determinato proprio da quell’atteggiamento che animava le pagine di Tutto quello che sai è falso.

Oggi un libro del genere potrebbe chiamarsi come certe pagine Facebook: Cose che nessuno ti dirà, autore: NoCensurapuntocom, ma la verità è che non ci sarebbe alcun bisogno di un libro del genere. Notizie e contro-notizie esistono insieme, nello stesso momento, alimentando un meccanismo win-win alla rovescia.

Dietro ogni notizia c’è già la sua controparte pornografica. C’è sempre qualcosa dietro, un qualcosa-dietro che – per essere più prosaici – s’incula la notizia ufficiale. Il debunking è oggettivamente una necessità, ma è sfuggito a qualsiasi visione o tradizione politica per diventare uno strumento del tutto punk o do-it-yourself. Chiunque può provare che quella notizia è falsa – no, scusate, il fatto è che nessuno può provarlo: ma può percepirlo e diffondere la contro-notizia, la notizia inculata o più propriamente la notizia-sega a partire dalla sua percezione del mondo (o dal modo in cui si è svegliato quella mattina: un imprenditore arriva in ufficio, scopre che un cliente non ha ancora pagato e che a sua volta lui non potrà pagare i fornitori, apre Facebook e scopre che – faccio un esempio – Angela Merkel e Matteo Renzi mangiano insieme ogni giovedì sera; l’imprenditore si indigna, diffonde la notizia; qualcuno gli fa notare che è una stronzata, lui ne trova un’altra per cui c’è una lobby dei ristoratori che preferirebbe tener segreto il luogo d’incontro tra Renzi e Merkel e così via).

Sto dicendo che fact-checking e debunking sono strumenti che si ritorcono contro chi li usa? Non lo so (“Non lo so” è un’espressione che uso molto spesso, ultimamente, insieme a “Non ne ho idea”, e credo che questo non sapere, non avere un’idea definitiva sulle cose sia allo stesso tempo un campanellino d’allarme – non so per che tipo di sciagura – o uno dei tanti dispositivi con cui si attiva un meccanismo di autodifesa a difesa, ovviamente, dell’ecologia mentale del sottoscritto). So però che Tutto quello che sai è falso si muoveva in un’epoca (più che un mondo) in cui le verità politiche erano percepite come stabili (ovviamente non lo erano), in cui c’era un canone e la possibilità di tradirlo o anche solo ignorarlo. Era cioè un’epoca molto ingenua. A pensarci oggi sembra un po’ un film di Humphrey Bogart, in cui i cattivi sono, per noi spettatori moderni, delle tenere canaglie che frequenteremmo molto volentieri, anche solo fuori dall’orario di lavoro.

Mentre stamattina – ed è il motivo per cui ho pensato e scritto queste righe – mi è successo questo: ho messo un like a una canzone di Paolo Conte su Facebook postata da un amico, e tra i link correlati ce n’era uno di un sito con un nome tipo Rai News 24 che dava per morto Paolo Conte. Il link era stato pubblicato appena trentasette minuti prima del mio like, Paolo Conte ha passato gli ottanta da un pezzo, il 2016 è stato un anno un po’ così, ero sul cesso e quando sono sul cesso certe dinamiche social mi aiutano nella deiezione: così ho aperto Google e ho cercato conferme. Non trovandone, ho pensato: incredibile, Ansa e Repubblica sono clamorosamente in ritardo sulla notizia.

Chissà se un giorno troveremo ingenua anche quest’epoca in cui persino un sapientone come me (o anche solo uno che dovrebbe avere gli anticorpi per contrastare l’assimilazione di bufale mentre è sul cesso) ci casca alla grande, in cui tutti sanno tutto e nessuno sa niente e Paolo Conte continua a morire ogni anno, da diversi anni, e poi quando accadrà davvero qualcuno potrà persino alzarsi e dire: Ve l’avevo detto.

(Fate girare.)

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