Le storie degli altri

Patire e sapere che non è reale — Julio Cortázar

Cortázar patire malesangue

Parlo sempre del poeta, disse Andrés. Sospetto che il poeta sia l’uomo per il quale, in ultima istanza, il dolore non esiste. Gli inglesi hanno detto che i poeti imparano soffrendo ciò che insegneranno agli altri cantando; ma questo malessere il poeta non l’accetterà mai come reale, e la prova è che lo trasforma, gli dà un senso diverso, ed è proprio questa la cosa peggiore: patire e sapere che non è reale, che non ha potestà sul poeta poiché lui lo manipola e ne fa poesia, e in più nel farlo, gode come se stesse giocando con un gatto che gli graffia le mani. Il dolore è reale solo per chi lo soffre come una fatalità o una contingenza, dandogli diritto di cittadinanza, ammettendolo nella sua anima. In fondo il poeta non ammette più il patimento: soffre ma allo stesso tempo è quell’altro che lo guarda soffrire fermo ai piedi del letto, pensando che fuori c’è il sole.


Julio Cortázar | L’esame

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Storie

Lauto esilio

parcheggio nebbia

Male, molto male supporre che esilio e esilio volontario coincidano. L’esilio, quello vero, lo riconosci da seduto, solo dopo che si è concluso. Solo dopo ripensi ai posti che hai battuto a tappeto alla ricerca del tuo personalissimo nulla perché non potevi tornare in quelli soliti. Solo dopo ripensi alle persone che avresti voluto portare con te, ma è una contraddizione: se non era per loro, non ci sarebbe stato esilio. Solo dopo ripensi che quando è esilio, tutto è casa provvisoria: gli altri, il cibo, le storie, la strada, la tua auto – e poi diciamoci la verità, chi di voi qui non ha mai dormito in auto? 

§

Com’era dolce il mio dolore, e come lo abitavo bene. Finché non s’è fatta gran confusione, e in assenza di risposte s’è mutato in un più cauto e delicato orrore. Così. In assenza di risposte si entra in una dimensione parallela, si sperimenta l’esperienza religiosa. Dal mistero nascono i fantasmi. Ed ogni storia è in fin dei conti una storia di fantasmi. Piccoli innocenti fantasmi, piccoli innocenti fantasmi inevitabili. Così. La condizione che sempre segue quella dell’estraneità è quella dello straniero. Porre domande in una lingua e ricevere risposte in un’altra. Sorridere delle incomprensioni. Come il cielo che in un lampo da nuvolo si fa sereno, e proietta in quell’istante ombre di edifici fino a poco prima insperati. Così. Tornare al rancore bambino, indirizzato ai passanti incolpevoli, immotivato se non per l’inezia che non si è ottenuta. Per il ragno che non si è schiacciato, o per quello che – si dice porti fortuna, con le zampe lunghe e il corpo piuttosto sviluppato, così – ho trovato morto o forse solo arreso al ritorno sul muro.

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Storie

La mia voce, tanto per iniziare

§

L’altro giorno ho scritto una lettera d’amore. Era una lettera d’amore molto bella, che non ho ancora consegnato. Non mi si dia del presuntuoso. Sappiamo tutti quando abbiamo appena compiuto un’impresa. È chiaro che convivono in me due stati d’animo, quello dell’essere innamorato, che non ha idea dell’effetto che la lettera potrà sortire nel cuore della destinataria, e che trema al pensiero d’aver detto troppo, o male; e poi quello dell’essere amato, che sa invece d’aver scritto il necessario, quello che andava scritto, e che pure sa che quell’esser necessario è anche sufficiente.

Dal momento in cui ho scritto il mio nome in calce alla lettera in poi, l’amore inizia a finire. Per la prima volta in vita mia ho pensato che la consegna non ha alcun senso. Ho dato tutto, ho dato tutto con le parole. Un mio vecchio amico mi ha raccontato questa storia, una storia che non ricordo, di certo una storia in cui finiscono le parole. Certo, ecco com’era: è come se avessimo un serbatoio di parole, con alcune persone, e a un certo punto noi finiamo le parole che avevamo a disposizione verso quella persona.
Oh, ma non è una tragedia.
Sono dell’idea che si debbano usare gli occhi, per parlare.
Il mio problema è d’averli chiari. Molto chiari. E di sorridere con gli occhi. Questo mi rende nudo davanti alle persone. È difficile nascondere l’attimo buffo che colgo anche nelle conversazioni più nevrotiche, in cui si dovrebbe mostrare ira, orgoglio, rancore. Mi scappa tutto dagli occhi, come i gatti da cuccioli quando perdono quel brutto liquido verde dalle palpebre. Mi scappa l’amore, il riso, mi scappa la gioia.

Ho detto che l’amore inizia a finire. Credo che finisca quello nelle parole, nella rappresentazione. Ho riletto la mia lettera, me la porto dietro perché all’occorrenza… Ma c’è l’amore dei gesti, degli sguardi, non solo degli sguardi che si incrociano ma anche solo quello degli sguardi che si posano. Non sempre è necessario esser ricambiati nello sguardo. È molto bello guardare senza esser guardati. Guardarti mentre qualcosa ti incuriosisce, mentre balli un ballo che non conosci, mentre ti addormenti al sole, e non ti accorgi di me.
È come scrivere una poesia.
Dalla poesia, quella vera, si è sempre riscritti.

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