Storie

Paolo Cognetti: un’avventura

“Delle sue imprese parlava con estrema avarizia. Non era della razza di quelli che fanno le cose per poterle raccontare (come me): non amava le parole grosse, anzi, le parole. Sembrava che anche a parlare, come ad arrampicare, nessuno gli avesse insegnato; parlava come nessuno parla, diceva solo il nocciolo delle cose.”

Primo Levi | Il sistema periodico


La parola ricorrente è: montagna. Meglio: montanaro. Oppure: racconti. Oppure, ancora: New York. E poi: infanzia. Senza dimenticare: ragazze. A cui aggiungerei: monaco. O forse: asceta. Poi: Nepal. E ancora: rigore. In un certo senso: misura. Forse, anche: orgoglio. E così via.

Se volessimo ridurre uno scrittore alle parole che usa o che evoca attraverso la sua scrittura, se volessimo aspirarne il midollo con un’imponente siringa che conservi una stringa di codice letterario essenziale, se volessimo farlo col paroliberismo vagamente fascistoide di hashtag e SEO… Be’, le parole infilate in serie nel precedente paragrafo sarebbero senz’altro quelle adatte per raccontare Paolo Cognetti – argomento, prima ancora che scrittore, molto battuto da queste parti, e che mi accingo ad affrontare per l’ultima volta (o almeno credo). Ma prima un piccolo excursus para-storico. Continua a leggere

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Le storie degli altri

Patire e sapere che non è reale — Julio Cortázar

Cortázar patire malesangue

Parlo sempre del poeta, disse Andrés. Sospetto che il poeta sia l’uomo per il quale, in ultima istanza, il dolore non esiste. Gli inglesi hanno detto che i poeti imparano soffrendo ciò che insegneranno agli altri cantando; ma questo malessere il poeta non l’accetterà mai come reale, e la prova è che lo trasforma, gli dà un senso diverso, ed è proprio questa la cosa peggiore: patire e sapere che non è reale, che non ha potestà sul poeta poiché lui lo manipola e ne fa poesia, e in più nel farlo, gode come se stesse giocando con un gatto che gli graffia le mani. Il dolore è reale solo per chi lo soffre come una fatalità o una contingenza, dandogli diritto di cittadinanza, ammettendolo nella sua anima. In fondo il poeta non ammette più il patimento: soffre ma allo stesso tempo è quell’altro che lo guarda soffrire fermo ai piedi del letto, pensando che fuori c’è il sole.


Julio Cortázar | L’esame

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Le storie degli altri

Cortázar non era il migliore

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Furbo e fintamente modesto come un picador (o un fluffer) di un’intera provincia letteraria lanciata nello spazio al posto di una cagnetta inconsapevole, Roberto Bolaño è morto prima di compiere la sua opera. Ma soprattutto, è morto prima che gli altri, i critici, gli epigoni o gli editori (che comunque ci hanno provato), potessero completarla al posto suo. Morendo, si è impedito di diventare il prossimo Gabriel García Márquez o più in generale il prossimo megafono di qualche finto regime democratico sudamericano o, perché no, mondiale. Morendo, non si è imposto la speranza che deriva, in vita, dal desiderare di essersi sbagliati. Sbagliati su cosa? Nell’aver intravisto un’oasi di verità in un deserto di finzione. Morendo prima, Bolaño si è obbligato alla coerenza (la sua) e al fraintendimento (degli altri, come vedremo). L’equivoco della gloria è stato un equivoco postumo, nel suo caso, che è come la risata di un mulo (dunque doppiata da un attore che recita in pubblicità di sottomarche di gelati). Esagerando, si potrebbe dire che Bolaño non ha fatto in tempo a diventare neppure se stesso. Al contrario, Cortázar ha fatto in tempo a diventare se stesso per sé e per tutti quelli per cui doveva diventare Cortázar, ovvero quei placidi lettori che credono nel piacere della lettura come placida stuzzicheria intellettuale. Ha fatto in tempo a porsi i dubbi giusti, le domande sbagliate e a rimuovere gli spazi bianchi, spazzolandoli con una sintassi ammirevole, quegli spazi bianchi che sono gli spazi più poetici (e crudeli e ingiusti) in cui uno scrittore possa vivere. Morendo a settant’anni, Cortázar è stato compreso e digerito. Se non è diventato il prossimo García Márquez (o il prossimo Borges), è perché era già il prossimo Cortázar. Per cui piaceva a sinistra ed era ignorato a destra, il che non rappresenterebbe alcun problema, se non fosse che una dinamica simile finisce sempre col disinnescare, mentre le leggiamo, quelle piccole bombe atomiche che sono i racconti dell’argentino – in letteratura, una bomba atomica è ad esempio un certo uso della prima persona, un uso che fa confondere, al lettore e soprattutto ai critici, la voce narrante con quella del protagonista, addirittura con quella dell’autore, oltre che, appunto, una certa (aristocratica e innata) volontà di essere ignorati sia a destra che a sinistra, un certo (aristocratico) disinteresse per le distinzioni tra destra e sinistra, e dunque tra sinistra e destra e tra mano che scrive e mano che non scrive (e che è sempre la sinistra), per dirla con Blanchot. Detto in altri termini, un’autentica bomba atomica letteraria è l’astuzia che sta nel fuggire uno sguardo commissionato da una certa morale politica, specie se autoindotta, che è sempre, come sappiamo, una morale provvisoria.


Folco Mondo | Canidi nello spazio

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