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Contrada Tripoli (4). Ritorno al deserto

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Una scarpa da donna, spaiata, tra gli indumenti abbandonati nella campagna. Per la verità c’è di tutto: pacchi di sigarette, uova, scatole di latte e yogurt, lenzuola, specialmente sotto gli ulivi. Sono fantasmi le voci dell’ultimo mese, adesso che i tunisini (o quel che erano) stanno andando via, poco alla volta. Sono fantasmi anche loro, e le voci loro, come quelle degli italiani, hanno lo stesso timbro e la stesse preoccupazioni delle voci che si possono ascoltare nel deserto. Nessuno di noi c’è stato mai.
L’ultimo tunisino sta da solo dall’altro lato della strada, poco oltre le mura diroccate vicino alla tendopoli. Passeggia sul bordo della carreggiata ascoltando musica araba dal telefonino. Si ferma. Ha un nome impronunciabile, comunque disegnato sulla toppa che porta sulla felpa, accanto a un’altra toppa col logo degli Slayer. Racconta tranquillo di esser fuggito a piedi fino a Bari, dov’è stato riacciuffato e riportato qui. A piedi fino a Bari: nulla di particolarmente faticoso dopo la traversata in mare verso Lampedusa. Lui guidava la barca, dice, e mostra un video sul telefonino. Ci sono degli uomini su un barcone che urlano verso un’altra nave ferma sul mare. Il video dura tre o quattro minuti. Non succede nulla fino alla fine. Il tunisino si disinteressa del telefonino, dice, ancora tranquillo, che aspetta che gli diano il permesso. Dice che in Tunisia stava nella polizia. Che non capisce perché al Campo non diano lamette o birra. Poi arriva J., il primo tunisino. Ci mette poco a spiegare ch’è disperato.
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Contrada Tripoli (3). Fuga per la vittoria: dal Campo al campetto

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È tornata la pioggia. Qualcuno si chiede dove vanno i tunisini (o quel che sono) quando piove. La risposta è sempre la stessa: a Oria. Anche sotto l’acqua di questa settimana percorrono a piedi i chilometri che separano il Campo dalla cittadina medievale. Per qualche giorno è comparsa una navetta che trasportava i migranti dalla tendopoli fino in paese, poi è sparita.

In piazza Lorch è pieno di tunisini, alcuni litigano tra loro, visibilmente ubriachi, mandano a quel paese qualche poliziotto. È pieno anche di polizia e carabinieri. Qualche tunisino più tranquillo saluta gli agenti, che ricambiano facendo l’occhiolino. Gli oritani sembrano esser spariti.

In quasi tutti i bar di Oria ci sono due cartelli in arabo. Sul primo c’è scritto che non si servono bevande in vetro. Sull’altro è riconoscibile un numero, il quindici. C’è scritto che non si può rimanere al tavolo per più di quindici minuti. I tunisini non hanno nulla da fare e sarebbero capaci di rimanere al tavolo per tutto il giorno, attorno a un solo caffè, che sorseggiano lentamente dopo averci versato due o tre bustine di zucchero. Vanno matti per lo zucchero. Poi ci sono le sigarette. Al Campo si fuma Fortuna, fuori ci sono le Marlboro Lights. Così anche col cibo: preferiscono mangiare fuori, pane, pizza, formaggio.
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Contrada Tripoli (2). Pascaredda

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La ragazza ha i capelli corti, è bionda, sta in pantaloncini accovacciata a parlare in tedesco con un gruppo di tre tunisini poco fuori dal Campo. Sono tra gli ottocento che a inizio settimana hanno avuto il permesso di uscire dal Campo per una decina di ore. Quasi tutti camminano per tre chilometri fino a raggiungere Oria, più vicina rispetto a Manduria. La ragazza è una fotografa svizzera, è qui in vacanza a Pezze di Greco, sull’Adriatico. Ha saputo della tendopoli e ha pensato che fosse il caso di venire a dare un’occhiata. Ad Ahmer, l’altro giorno, un italiano ha spiegato in un pessimo francese che in italì, si tu a l’argian è turist, si tu n’a pa l’argiant, è clandestino. Ahmer ha riso e ha improvvisato uno dei balletti suoi.

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Contrada Tripoli. A night in Manduria

Provo a raccontare in qualche modo quello che sto vedendo al Campo d’Accoglienza e Identificazione di Manduria (Taranto) in questi giorni. Quella che viene definita da tutti una tendopoli si trova a qualche centinaio di metri da Contrada Tripoli, vicino Oria (Brindisi). Oggi c’è stata una (pacifica) rivolta dei tunisini.

I tunisini escono in massa al di fuori del Campo tra gli applausi della gente. Gli agenti in assetto antisommossa, sbucati dal nulla (proprio come i tunisini nelle campagne fino a qualche giorno fa) non si muovono. Erano stati chiamati per intimorire qualche militante di sinistra giunto lì per dare una mano e finito a provocare. Adesso gli agenti non possono fare niente. Una ragazza si fa incontro alla massa di profughi, ne ferma due, è in lacrime, gli spiega che se escono dal Campo verranno riacciuffati come clandestini e rimpatriati. Comunque non avranno il passaporto. Due tunisini l’abbracciano, non capiscono, «No male», dicono, forse pensano che lei abbia paura di loro.
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