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Fare Malesangue, Storie

Viviamo nel mondo cantato dagli Arcade Fire

Molte delle cose scritte e pubblicate negli ultimi mesi su Malesangue puntavano dritte verso un punto, e cioè il lungo articolo sulla storia degli Arcade Fire che esce oggi su minima&moralia. Credo che pochi gruppi siano riusciti, negli ultimi quindici anni, a dare sostanza a una propria poetica come hanno fatto gli Arcade Fire. Una poetica che aveva dell’epica e riusciva a trascendere l’ironia e il cinismo del mondo da cui i canadesi (e molti di noi con loro) venivano fuori.

“Cantando l’attesa, gli Arcade Fire compivano quello che è sempre un atto tanto cospiratorio quanto religioso, rivolto cioè alla rivelazione del sacro, del divino: poco importa, quando attendi, che l’Evento atteso sia l’avvento del Messia o degli alieni, la Rivoluzione, la Terza Guerra Mondiale o lo schiudersi e fiorire di corpi per lungo tempo chiusi in corpi.”

Ci ho messo un po’ a scrivere quest’articolo, e magari lo riscriverò ancora in futuro. Per il momento si può leggere qui. Buona lettura.

 

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Interviste

Intervista a Daniele Manusia, l’Ultimo Uomo

UU

Daniele Manusia (1981) è, tra le altre cose, vicedirettore de L’Ultimo Uomo, rivista “che pubblica articoli lunghi di sport e cultura pop”. Avevo già letto qualcosa di Daniele su minima&moralia e su VICE e così sul finire di gennaio m’è venuta curiosità di fargli un paio di domande lunghe e spesso ambigue, se non addirittura sbagliate. Abbiamo parlato soprattutto di Ultimo Uomo. Lui ha avuto la cortesia e il desiderio di rispondermi approfonditamente qualche settimana fa. Buona lettura.

Come nasce L’ultimo Uomo? L’impressione è che non ci sia stato un momento in cui vi siete trovati in un bar, steso un manifesto e deciso che dovevate metter su una rivista online di articoli lunghi sullo sport; sembra piuttosto che si siano incrociate delle tendenze in atto, degli stili e delle visioni individuali, e che su quelle abbiate costruito la rivista (e che vi divertiate un mondo, nel farla).
Ciao Marco, anzitutto grazie per l’interesse. L’Ultimo Uomo per quel che mi riguarda è nato quando Tim Small mi ha parlato di un sito a cui stava lavorando che colmasse il vuoto sulla letteratura sportiva in Italia. Io scrivevo lunghi articoli sul calcio ed era stato proprio Tim a portarmi a VICE quando ne era l’head of content (prima scrivevo la rubrica Stili di Gioco sul blog di minimum fax, minimaetmoarlia.com) per cui per me è stato tutto molto naturale.
Per cui sì, ci siamo anche trovati in un bar e continuiamo a farlo. Tieni conto che abbiamo lavorato mesi prima di andare online, e nel frattempo ne abbiamo continuato a parlare. Il sito iniziale ad esempio aveva un altro nome e ne ha cambiati almeno un paio prima che trovassimo l’Ultimo Uomo di cui sono felicissimo.
Parli a ragione di visioni individuali che si intrecciano, e mi fa piacere, perché dentro ci sono anche quelle di Francesco Pacifico, Matteo Gagliardi, Fabio Severo e Cesare Alemanni. E anche Tommaso Garner che è l’art director e Serena Pezzato che è la photo editor, perché grazie a loro l’Ultimo Uomo è anche molto bello oltre che interessante.

Vengo da un mondo di riviste che spesso erano la semplice trasposizione online di esperienze su carta e che col tempo realizzavano quanto fossero diversi i due mondi; per cui, se proponevo un articolo o un racconto piuttosto lungo, la risposta era: no. L’Ultimo Uomo, al contrario, insiste su: articoli lunghi di sport e cultura pop, aggiornamenti a ritmi umani – una o due volte a settimana. Ovvero, tutto ciò che non andrebbe fatto su Internet. Come se sfidaste il lettore. Perché questa decisione? Che tipo di riscontro avete ricevuto?
È vero quello che dici e fa impressione pensare che fino a qualche tempo fa come regola generale il limite massimo di battute per un pezzo online fosse di otto, nove mila battute. Sulla lunghezza/cortezza posso citare un episodio di Comedians in Cars Getting Coffe, la puntata in cui Jerry Seinfeld va con Patton Oswalt a downtown Los Angeles e Patton Oswalt a un certo punto (magari stava citando qualcun altro ma adesso non ricordo) dice una cosa come: “Nessun film bello è abbastanza lungo e nessun film brutto è abbastanza corto”. Questo per dire che secondo me il punto non è la lunghezza, non basta che un pezzo sia lungo per essere “da Ultimo Uomo”.
Da scrittore invece ti dico che non mi sento di dover compiere una battaglia in difesa del #longreads proprio perché appunto quando scrivo immagino sempre di farlo per la carta. E quasi sempre prima della stesura definitiva di un pezzo lo stampo per vedere com’è su carta. Non lo so, mi sembra un falso problema quello della “sfida” al lettore. Sul web le cose cambiano velocemente e non credo neanche che ci sia un solo tipo di lettore, e l’alternativa quale sarebbe: che prima non c’erano persone disposte a leggere articoli lunghi e adesso sì? Non lo so. Non credo, ma in realtà non lo so.
Per quanto riguarda il ritmo per il momento pubblichiamo tre pezzi a settimana, tranne in settimane speciali (tipo questa successiva al restyling del sito) in cui ne abbiamo pubblicato uno al giorno. All’inizio non eravamo sicurissimi della frequenza ma adesso cerchiamo di programmarci con anticipo.
Per rispondere all’ultima parte di domanda, sì continueremo così. Anche se come dicevo la lunghezza di un pezzo non è il cuore dell’Ultimo Uomo.

Che si parli di videogiochi, videoclip o sport, credo che lo stile di UU sia il vero protagonista di qualsiasi post. È lì, ben visibile, ed è il personaggio principale: una lingua asciutta, che punta comunque a dare piacere nella lettura, un mix di narrazione e saggistica, gusto per l’aneddotica e infine un’impostazione grafica pulitissima. Anche qui: ci avete pensato a tavolino, o sono gusti e percorsi individuali che si sono incrociati strada facendo?
Come dicevamo prima ci sono molte voci che contribuiscono a creare l’Ultimo Uomo e lo stile dell’Ultimo Uomo, per quanto riguarda l’estetica ho già fatto i nomi di Tommaso Garner e Serena Pezzato che insieme a Tim sono riusciti dall’inizio a dare un’impronta riconoscibile.  Per lo stile dei pezzi dipende, credo che il punto di partenza era che qualsiasi articolo dovesse essere scritto bene, evitando quella retorica senza dietro un pensiero di molti pezzi di sport ad esempio. Pezzi divertenti, personali, intelligenti, che raccontino storie. Questo a me interessa come scrittore, e in parte come editor.
Sopratutto parlando di sport è facile intercettare un certo tipo di sentimenti e stendere un velo di parole appiccicaticcio su una storia che è lì e su cui (almeno in termini di avvenimenti) non si può intervenire. I lettori sono le mosche e tu scrittore stendi la carta moschicida sui mobili aspettando che ci restino incollati. Adesso, non sto parlando di nessuno in particolare, è solo una cosa a cui penso quando scrivo, un’idea di cosa sia la scrittura che cerco di tenere il più lontana possibile.
In termini più comprensibili a me interessano i pezzi che si distaccano in maniera netta dal semplice abbellimento della pagina wikipedia o quelli retorici/giornalistici. L’opinione, l’informazione, l’aneddoto, lo stile per lo stile, mi interessano relativamente. L’importante è che la lingua serva a tradurre la visione dello scrittore, e se la visione non c’è non ci si può far niente. Poi per i pezzi più analitici si tratta di tradurre geometrie e meccanismi e anche questo si può fare più o meno bello. Secondo me anche la lettura di un pezzo con numeri e tattiche può essere un’esperienza piacevole, se il pezzo è scritto bene.

C’è però un occhio di riguardo per la parte narrativa, per cui il singolo dato biografico o l’aneddoto del protagonista di un post diventa racconto, creando corrispondenze con il tema dell’articolo (mi viene in mente il tuo racconto di Ibrahimovic, uno dei primi che ho letto, e che mi ha fatto pensare al racconto Buba di Roberto Bolaño). Esagero se dico che si tratta di un modo per elevare il tono dei discorsi attorno al calcio (soprattutto il calcio), che troppo spesso è preda di discussioni tra tifosi (o comunque di trattazioni poco lucide)?
Questo però è un discorso che mi riguarda solo come scrittore. Per me per fare narrativa non basta raccontare (cosa che, appunto, già fa una pagina Wikipedia). Per me significa mettersi in gioco e per mettersi in gioco non intendo che nel pezzo debba per forza esserci scritto “io” ma deve essere sottinteso, in controluce si deve vedere il cervello dello scrittore. A me ad esempio piacciono molto i racconti di Fabrizio Gabrielli perché se togli il suo sguardo, i suoi collegamenti, il racconto svanisce.
Il discorso su come viene trattato lo sport è davvero complicato. Di fondo c’è il fatto che per molta gente non è necessario elevare lo sport. Se poi per elevare intendiamo stendere quel velo appiccicaticcio che ti dicevo prima rischiamo addirittura di fare dei danni. Perché non sposti di una virgola le passioni della gente. In generale i racconti non danno fastidio a nessuno, piacciono/non piacciono, sono scritti più o meno bene, ma secondo me non è un modo per elevare lo sport. fanno credere che lo sport sia una questione di sentimenti, che sia “come la vita”, il che è ovvio, certo, ma poi la domenica guardando la partita è difficile farci qualcosa con pensieri di questo tipo. Io penso sia una cosa leggermente distaccata, che risponde a un’esigenza particolare che non diventerà mai “il vero modo di raccontare lo sport”. Ma gli esempi migliori possono ambire magari a far parte della categoria “il vero modo di raccontare”, e basta.
Se poi ti dovessi dire secondo me come veramente si può elevare lo sport, quindi migliorare il pubblico, creare una cultura diversa da quella del tifo, ti rispondo con le analisi. Ogni volta che leggo una bella analisi su una partita, o una squadra, o un giocatore, mi sento più intelligente quando poi guardo calcio.

Tentativi simili in Italia sono stati fatti da Gianni Brera e da numerosi suoi epigoni. Provo a fare uno strano parallelo. Brera tentava di elevare il tono dei discorsi sul calcio avvicinando la scrittura calcistica alla letteratura, sperimentando con la lingua e coi dialetti. Era l’ideale, probabilmente, in un modo del calcio ancora molto piccolo, provinciale. L’Ultimo Uomo – che non a caso tratta molto sport americano – agisce in un contesto di sport e show internazionali e punta sul racconto, sulla narrativa, e soprattutto abolisce qualsiasi tipo di retorica. Per cui sembrerebbe che i vostri modelli siano decisamente altrove, specie negli USA (da David Foster Wallace fino a molta letteratura sportiva, ma anche musicale).
Sui modelli credo ognuno abbia i suoi. Io Brera lo leggo e in ogni suo pezzo trovo oltre “all’atmosfera letteraria” il desiderio di parlare di sport in modo critico e analitico. I soprannomi, il dialetto e le annotazioni regionali, se non proprio etniche, sono forse la cosa a cui penso meno quando penso a Brera. Penso al tentativo di parlare di sport in un paese in cui mancavano le parole per parlare lo sport (e anche noi quanti anglismi siamo costretti ad usare ancora) e in cui parlare di sport era una cosa di pancia più che di testa. Nonostante Brera non mi sembra sia cambiato molto. DFW per quel che mi riguarda è l’esempio di come l’infinitamente piccolo sia in contatto con l’infinitamente grande, e di come si possa credere con coraggio che a qualche livello siamo davvero tutti collegati tra noi. Questa magari è una lettura mia, ma DFW di certo non è quel sinonimo di intellettualismo fine a se stesso come a volte viene usato in alternativa al cervellotico torturato dal proprio dono. Non che sia colpa sua eh.
Tornando a UU, parlare di Italia è difficile ma ci stiamo provando. Personalmente non credo sia dovuto a ragioni di modelli, quanto a un problema di distanza dall’argomento che si tratta. Quando si parla di qualcosa di italiano, di sport e non, diventa subito una questione di tifo o di ideali politici rigidi. È difficile essere ambigui, letterari, in un paese in cui devi per forza avere un’opinione e ci sono etichette per tutto. Anziché contribuire a un discorso pubblico, rispondendo a una visione articolata delle cose con un’altra diversa, si cerca di abbattere la prima visione o comunque di disinnescarla definendola in qualche modo riduttivo. Diventa subito squallido, non rispettiamo le cose affascinanti. Eppure si possono scrivere cose affascinanti anche sull’Italia.

Com’è andata col tuo libro su Cantona? Quanto dell’esperienza con L’Ultimo Uomo, minima&moralia, VICE e altre riviste è finita dentro il libro?
Be’ Cantona l’ho scritto prima che esistesse l’Ultimo Uomo. Michele Dalai mi ha proposto il libro dopo che avevo scritto un pezzo su Cantona per Stili Di Gioco. Lui è un grande fan di Cantona e gli somiglia anche, scrive anche bene per cui è stato generoso a proporlo a me come editore anziché scriverlo come scrittore. Abbiamo anche giocato l’uno vicino all’altro nella stessa difesa un paio di volte, per cementare il rapporto. Scusa sono andato OT.
Come esperienza non so se si può paragonare agli articoli anche se lunghi, perché di solito io prendo un’angolazione particolare, uno o più collegamenti del mio cervello che costituiscono il pezzo, per Cantona avevo a che fare con un mito nella sua interezza e con il modo in cui questo mito si è formato. Ho cercato di tenermi fuori e far parlare la sua voce, di descriverlo per come, a posteriori, mi sembrava Cantona si rappresentasse e venisse percepito a seconda dei momenti. Per me è una storia da cui non si possono trarre le conclusioni che si traggono di solito, non è la storia di un ribelle, di un genio, di un individuo contro le costrizioni della società. Secondo me è la storia di uno che ha rischiato di restare un coglione qualsiasi e che invece è diventato un genio. Se si può diventare geni forse il concetto di genio non ha senso. Scusa, sono andato OT di nuovo. Però ti sei fatto un’idea di quanto per me fosse solo secondariamente un libro di calcio.

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Fare Malesangue

“Non so se mi spiego.” Intervista con La Balena Bianca

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E così ho incontrato La Balena Bianca. Ma era una rivista letteraria online. Del resto è improbabile che la Balena si manifesti come qualcosa di concreto. La Balena, come il fascismo e il rock’n’roll, è uno stato mentale. Ad ogni modo, i redattori de La Balena Bianca sono stati così gentili da sottopormi le domande della rubrica Dieci per Dieci, in cui s’intervistano dieci (appunto) scrittori italiani che hanno esordito negli anni dieci (appunto) di questo secolo. Riporto qui di seguito l’ultima delle dieci (appunto) domande con relativa risposta. L’intervista completa si può leggere invece qui.

10) Se potessi essere un personaggio letterario, chi ti piacerebbe essere?

Mio dio, in cosa mi sto ficcando. Dunque, mi fa un po’ paura pensarmi come personaggio letterario per due motivi. Da un lato mi toglierebbe la possibilità di scrivere (ma non mi sembra una tragedia). Da un altro l’idea di essere evidentemente circondato da altri personaggi, più che da persone, sarebbe terribile. Comunque, se proprio devo scegliere, a volte ho l’impressione di essere già stato il Colin de La schiuma dei giorni. E non mi sarebbe dispiaciuto essere il protagonista de La casa dei libri, di Richard Brautigan (ripubblicato da Isbn col titolo L’aborto), per lo sguardo e le attenzioni che riserva prima ai manoscritti nella sua libreria e poi alla sua Vida, la donna più bella del mondo.

§

Ancora a proposito di interviste. In occasione dell’anniversario della morte di David Foster Wallace, minima&moralia ripubblica un’intervista allo scrittore americano suicidatosi cinque anni fa. L’intervista è del 1993 ma ci sono delle cose molto vere, direi attuali (si dice così, no?), alcune delle quali ricopio di seguito:

L’ironia ha svolto una funzione molto utile, facendo piazza pulita di un sacco di luoghi comuni e falsi miti, nella cultura americana, che non servivano più a nulla; ma purtroppo non ci ha lasciato niente da cui ricominciare a costruire, se non un atteggiamento di sufficienza sarcastica, di nichilismo autoreferenziale e di avidità materiale.

[…]

La mia è una generazione che non ha ereditato assolutamente nulla, in termini di valori morali significativi, ed è nostro compito crearceli, e invece non lo stiamo facendo. E ci viene detto, dagli stessi sistemi di cui gli anni Sessanta facevano benissimo ad avere paura, che non dobbiamo preoccuparci di inventare sistemi morali: insomma, che il senso della vita sta tutto nell’essere belli, fare tanto sesso e possedere un sacco di cose. Ma il risvolto sinistramente delizioso è che i sistemi che ci dicono questo stanno usando le stesse tecniche che avevano usato gli autori degli anni Sessanta: ossia tecniche postmoderne come l’ironia nera, le involuzioni metanarrative, tutta quella specie di letteratura dell’autoreferenzialità. Noi ne siamo gli eredi. E direi che la penso ancora nello stesso modo. Sto ancora scrivendo di persone giovani che cercano di trovare se stesse dovendosela vedere non solo con dei genitori che gli impongono di conformarsi, ma anche con lo scintillante e seducente sistema elettromagnetico tutto attorno a loro che gli dice che non ce n’è bisogno. Non so se mi spiego.

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Storie

La grande stanchezza

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[Questo post, uscito oggi su Scrittori Precari, continua evidentemente da QUI e da QUI, ma può essere letto in totale autonomia rispetto ai pezzi indicati. Buona lettura.]

Un vecchio maestro mi ha detto che nell’Ottocento, coi romanzi, era la stessa cosa. La gente ci finiva dentro, ci restava attaccata, assumeva pose e si rappresentava come nel libro che stava leggendo. I libri erano in grado di permeare le nostre vite fino al midollo. Erano pervasivi.
Adesso tutto si misura sulla pervasività della rete. Il modo in cui ci rappresentiamo, in cui diamo indicazioni di noi stessi (la musica che ascoltiamo, le foto in cui siamo felici o solo ridicoli, i posti in cui andiamo, ecc.). La narrazione delle merci, su cui hanno costruito la loro fortuna molti scrittori americani e anche qualcuno nostrano (mi viene in mente Aldo Nove, ma potrei sbagliarmi), ha fatto il suo tempo. Bisognerebbe raccontare di come le merci siano divenute un corollario, di come le vere merci siano le sensazioni, i sentimenti, le esperienze, tutto ciò che costruisce una persona. Tutto questo accade mentre là fuori c’è una spaventosa crisi economica mondiale. Da queste parti la sensazione è sempre quella del Titanic, dell’affondare cantando.
Registro in questi giorni che alcune cose funzionano con dinamiche molto simili: si sta progressivamente espungendo il fatto letterario dalla letteratura (sempre più simile alle sceneggiature dei film o alle guide turistiche) e la vita dalla vita. Quest’ultima cosa mi pare molto preoccupante. Si sta eliminando dalla vita l’idea della fatica fisica, della disperazione, della morte reale, fuori da ogni rappresentazione – non certo perché le tre cose non esistano (più), è appunto l’idea che esistano che viene fatta fuori. Per dire, nessun tossico mostra il cucchiaio e la siringa su un social network, però posta musica da tossico.
Sarebbe sano, e molto più semplice, accettare la fatica, la disperazione, la morte.

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Fare Malesangue

Ritorno a Oz

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Su minima&moralia, blog dell’editore minimum fax, è uscito un articolo del sottoscritto che si chiama Ritorno a Oz. Nel pezzo frullo insieme la misteriosa biografia di L. Frank Baum, il prossimo film Disney su Oz (in uscita il 13 marzo), il mito del vecchio mago, Omero, Tim Burton e altri simpatici giocattolini. Ecco un estratto:

Allevatore di polli, pubblicitario, allestitore di vetrine di porcellane, venditore porta a porta di oli lubrificanti, giornalista e infine poliedrico scrittore, L. Frank Baum è dunque orfano di una biografia degna di nota e così si consegna al mito insieme alla sua opera principale. Fu, tra le altre cose, proprietario squattrinato di una serie di teatri, regista e attore di “stravaganze” e musical primitivi, scrittore di novelle e romanzi sotto pseudonimi vari (e femminili). Sull’arte di allevare polli – specialità Amburgo – pubblicò anche un manuale, così anche su come allestire vetrine in modo appropriato e, dunque, su come veicolare le merci attraverso la pubblicità, laddove quest’ultima doveva servirsi dell’arte per affascinare il lettore – pardon, il consumatore. Non stupisce dunque che nell’introduzione al primo libro di Oz Baum parlasse esplicitamente di voler divertire i bambini.
La sua fiaba moderna escludeva gli aspetti morali e quelli spaventosi delle fiabe classiche – specificando che questi ultimi, in genere, avevano la funzione di rafforzare la presenza dei primi. Baum voleva solo intrattenere il suo pubblico e non fece altro per tutta la durata della sua carriera, affascinato egli stesso dal circo e dalla White City di Chicago, città finta e luccicante costruita sul finire dell’800 per la prima grande esposizione internazionale a stelle e strisce. Era l’America che viveva il passaggio definitivo, forse, dalle grandi zone di campagna alle città, l’America che scopriva le grandi vetrine dei negozi a New York (con i manichini Spaventapasseri e Uomini di Latta), i parchi divertimento, il tempo libero – per consumare? – e che a breve si sarebbe innamorata del grande schermo-cornice del cinema.

Il pezzo integrale si trova qui. Buona lettura.

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