Storie

Nostalgia per l’intartenio

Da qualche parte devo aver scritto che nel mio dialetto, la mia prima lingua, non ci sono parole per dire o definire la nostalgia. Stando al vecchio adagio per cui se non c’è una parola che definisce una certa cosa allora quella cosa non esiste, dovrebbe conseguire che da queste parti, nella Città dei Giovani, non soffriamo affatto di nostalgia.

A dirla tutta, la nostalgia è una materia a cui mi interesso solo da qualche anno: ho sempre pensato di non soffrirne, e non per questioni linguistiche – manco fosse una malattia genetica, insomma; invece eccomi qui a parlarne piuttosto di frequente, anche a sproposito.
Magari è perché da qualche tempo ho realizzato di essere nel mezzo del cammin di mia vita, per dirla con Ginsberg che frulla Dante in un celebre haiku di inizio anni ’60, e allora inizio a guardarmi indietro anch’io; o forse perché è da più di un anno che sto scrivendo un libro in cui questo stato d’animo, che immagino acquoso e scuro, è uno dei sentimenti dominanti.

Un anno dietro a un libro, peraltro, è un lasso di tempo sufficiente perché s’inizi a sviluppare una nostalgia ulteriore, per quanto piccola, anche rispetto alle diverse stesure del testo che ti sei già buttato alle spalle.
In generale, comunque, credo che scrivere sia sempre occuparsi di qualcosa di acquoso e scuro: dunque, se non la tua nostalgia, quantomeno quella delle vicende che racconti – anche in un saggio come quello con cui sono alle prese, per quanto inventato, per quanto ludico, come direbbe Andrés Neuman – e di chi le racconta.

In una storia, un personaggio racconta sempre da un momento che è già accaduto, anche quando la vicenda si svolge al presente, persino se è un fantasma a parlare: nel momento in cui riferisce le sue profezie, ovvero ciò che gli altri vivranno, le rende già passate, e a me che do voce a quei fatti, soprattutto se tento di renderli vivi, non può che prendere un po’ di nostalgia, appunto, anche se per interposta persona (o interposto personaggio).

Vorrei tornare però alla questione delle parole assenti nel mio vocabolario dialettale.
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Nostalgia per Internet

maya

Maya Beano

Lo scorso 9 febbraio questo blog ha compiuto otto anni. Su WordPress, però, ci sto da dieci: era il 2007 quando aprii il mio primo blog, ci pubblicai nove racconti e poi lo chiusi.
Scorrendo i primi articoli del Malesangue, comunque, ho la netta quanto ovvia sensazione che mi muovessi, all’epoca, in una Internet completamente diversa da quella attuale. C’erano post brevissimi, ironici e performativi, che oggi andrebbero direttamente sui social, ad esempio, e altri più lunghi, che richiedevano un po’ di tempo per la lettura, e che effettivamente venivano letti con attenzione e fino in fondo. Oggi è un po’ più complicato farsi leggere quando si va in profondità – ed è subito nostalgia per la cara vecchia Internet dei bei tempi andati.

La nostalgia: ultimamente mi avvolge spesso come una coltre di fumo, e infatti ne ho scritto recentemente. In più, qualche giorno fa, reincontrando Paolo Cognetti dopo cinque anni, gli ho chiesto di scrivere una breve definizione di questo impalpabile sentimento accanto alla dedica sulla mia copia de Le otto montagne. Ma di questo – della nostalgia in generale e dell’incontro con Paolo – parlerò in futuro. Adesso parliamo di Internet.

(Quanto al futuro: a volte è così intenso, visivamente intenso, da sembrare già una nostalgia del presente: questo direi, se volessi dare un taglio poetico a questo post, ma andiamo avanti.)

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Andare via, seriamente

jesse-rieser

Jesse Rieser

Le vacanze di Natale sono sempre una buona occasione per incontrare (o non incontrare) un bel po’ di persone che non vedi da tempo.
Parlo delle vacanze di Natale perché, diversamente da quelle estive (non a caso: ferie), durano giusto un paio di settimane: e sono giorni concentrati, intensi, in cui tutto, nell’aria, prende un colore strano, acceso e pastello insieme; l’aria stessa è rarefatta, leggermente drogata, sa di nostalgia, che è – banale dirlo – l’elemento base di ogni Natale.

Da stanziale, allora, mi concentro sul rapporto tra questa città, che ogni tanto, e con criterio, chiamo Città dei Giovani, e chi l’ha lasciata per tornarci ormai soltanto, soprattutto a fine dicembre.
La maggior parte di queste persone – che chiamo invece revenant, o evaporati, e che alla fine non sono che semplici migranti come tanti – è partita come me a diciannove anni, in un periodo storico in cui era naturale continuare a studiare o cercare lavoro altrove, dopo la scuola.
Pochissimi di noi sono partiti per necessità – non si fuggiva da una famiglia particolarmente miserabile, né, ovviamente, da una guerra – quanto per desiderio e ambizione: studiare in un’università prestigiosa, vivere in una città più ricca, migliorare la propria condizione di partenza come avevano fatto – però qui – i nostri nonni e i nostri genitori.

Chiaramente poi le cose sono andate in modo diverso, almeno per la maggior parte degli evaporati che conosco. Pochi hanno seguito, con successo e fino in fondo, il percorso che avevano immaginato in partenza. Ad alcuni è andata bene comunque, ad altri meno. Alcuni – pochissimi – hanno messo definitivamente radici altrove, con un lavoro stabile e una famiglia che li tiene con entrambi i piedi lontani dalla città. Altri no, stanno un po’ qui un po’ là, e allora tornano, ripartono, si spostano ancora, mentre la città continua la sua vita sonnolenta, apparentemente meridionale.

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