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Andare via, seriamente

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Jesse Rieser

Le vacanze di Natale sono sempre una buona occasione per incontrare (o non incontrare) un bel po’ di persone che non vedi da tempo.
Parlo delle vacanze di Natale perché, diversamente da quelle estive (non a caso: ferie), durano giusto un paio di settimane: e sono giorni concentrati, intensi, in cui tutto, nell’aria, prende un colore strano, acceso e pastello insieme; l’aria stessa è rarefatta, leggermente drogata, sa di nostalgia, che è – banale dirlo – l’elemento base di ogni Natale.

Da stanziale, allora, mi concentro sul rapporto tra questa città, che ogni tanto, e con criterio, chiamo Città dei Giovani, e chi l’ha lasciata per tornarci ormai soltanto, soprattutto a fine dicembre.
La maggior parte di queste persone – che chiamo invece revenant, o evaporati, e che alla fine non sono che semplici migranti come tanti – è partita come me a diciannove anni, in un periodo storico in cui era naturale continuare a studiare o cercare lavoro altrove, dopo la scuola.
Pochissimi di noi sono partiti per necessità – non si fuggiva da una famiglia particolarmente miserabile, né, ovviamente, da una guerra – quanto per desiderio e ambizione: studiare in un’università prestigiosa, vivere in una città più ricca, migliorare la propria condizione di partenza come avevano fatto – però qui – i nostri nonni e i nostri genitori.

Chiaramente poi le cose sono andate in modo diverso, almeno per la maggior parte degli evaporati che conosco. Pochi hanno seguito, con successo e fino in fondo, il percorso che avevano immaginato in partenza. Ad alcuni è andata bene comunque, ad altri meno. Alcuni – pochissimi – hanno messo definitivamente radici altrove, con un lavoro stabile e una famiglia che li tiene con entrambi i piedi lontani dalla città. Altri no, stanno un po’ qui un po’ là, e allora tornano, ripartono, si spostano ancora, mentre la città continua la sua vita sonnolenta, apparentemente meridionale.

Il rapporto è combattuto, ovviamente. Chi è andato via, magari anche con malcelato rancore verso un posto che non gli ha dato la possibilità di restare, si sente tradito. Si aspetta un’evoluzione, una qualsiasi, dalla città. Che forse non c’è, ma se anche ci fosse non sarebbe certo percepibile in poco più di una settimana di permanenza.
La città, a sua volta, si mostra per quello che non è davvero, o almeno non è quotidianamente: un concentrato di ritornanti, con alle spalle vite diverse (diverse, soprattutto, da quello che avrebbero dovuto essere), che tornano per rinsaldare un paio di legami invecchiati, senza ancora certezze (altrimenti non tornerebbero, o forse tornerebbero, appunto, con figli e nipoti) a parte l’unica: non mi avrai mai definitivamente, mia Città dei Giovani.

Oltre che combattuto, insomma, il rapporto è falso. Assomiglia al duello tra innamorati, incorreggibili e indisciplinati, del canto rebetes Atakti. Se l’incontro, quello vero, è un fatto di balistica (dunque di studio e volontà), lo scontro, invece, è composto di identità mascherate (quindi: pigrizia e coercizione).
E così gli evaporati e la città, allontanandosi gradualmente e mai del tutto, si confermano negandosi, languendo – eccoci – nella più pura nostalgia.

La nevicata del 1985, il capodanno ubriachi nel 1998, la tipa che cacava, scorreggiando forte, rannicchiata sul cesso mentre noi giocavamo a carte nel 1996, papà vestito da Babbo Natale che cade dalle scale nel 1992, e così via: la città – l’aria della città, in generale – in un luccicante passato in cui nuotiamo felici e tranquilli, ancora senza responsabilità individuali, come gli immigrati italiani nel latte nel finale di Nuovomondo.
Quel passato, però, non è un tempo, quanto un insieme di luoghi. E i luoghi cambiano: per sparire. Per non essere mai esistiti.
Perciò non esiste la nostalgia – e non è un caso che non ci siano parole, nel dialetto locale, per definirla: esiste solo la saudade.

Se gli evaporati che conosco – non altri, non ho dati a sufficienza per stilare statistiche o restituire tendenze attendibili – avessero messo in conto la questione delle radici, forse non sarebbero partiti. Dico: anche le radici inutili, come tornare a trovare nonni e genitori invecchiati che non si ha più il tempo di conoscere, di vivere ogni giorno, e che lasciano coincidere la propria parabola con quella dell’umanità intera, com’è naturale che sia. (Io, stanziale, so che la questione delle radici è sempre relativa: si possono mettere anche nel vuoto, e c’è sempre qualcosa di più distante, basta anche un centimetro, a cui voler tornare.) Esagero: la condizione ideale è proprio quella del migrante che ha perso tutto in guerra o in povertà: perché sa che non c’è più niente indietro, che la sopravvivenza dà più forza dell’ambizione, e che un posto vale l’altro, davvero – purché sia caldo, pulito, illuminato bene.

Da stanziale, conosco anche lo sguardo che subisco: semplificando, dovrei fare una media tra Chi te lo fa fare, Ma non hai ambizioni? e Per fortuna che c’è ancora gente come te, tutte occhiate che sottintendono la militanza, tipica e miserabile, del meridionale che ambisce a restare nei libri di storia (meridionale, s’intende).
Ovviamente quel tipo di sguardo non mi relega in un tempo (davvero esisto, quando non sono guardato?) ma mi iberna in un luogo di fantasia: permane insomma l’idea del personaggio che dove non arriva lo smartphone (e prima Internet, e prima ancora il pc, e prima ancora niente) usa e userà sempre la clava – molto più spesso direttamente la clava, corrotto comunque, alla fine, dall’arretratezza e dalla mediocrità della città intera.

In questo scontro tra stereotipi – più che tra identità finte o tradite, a pensarci bene – la città continua a vivere come ha sempre fatto.
Programmata per essere provinciale tanto da chi ci vive ancora quanto dagli stessi evaporati ormai stabiliti altrove, continua a essere provinciale come qualsiasi altra città provinciale del terzo millennio. Programmata per stupirti come può stupirti una città piccola, continua a stupirti, di rado, ma solo se tieni vivo un certo desiderio di meraviglia.
Programmata per estinguersi, infine, continua invece ad essere abitata da bambini e ragazzi – i loro genitori, come le blatte, si riprodurrebbero persino nello spazio – che a diciannove anni saranno indecisi se restare o partire come migliaia di altri evaporati prima di loro.

Quello che gli evaporati non sanno, appunto, e che io, stanziale, mi trovo invece a registrare di stagione in stagione, è che le migrazioni conoscono flussi continui, che non puntano affatto in una sola direzione: si va e si viene, ininterrottamente. Proprio perché non si fugge da una guerra. Proprio perché scambiamo la saudade per nostalgia, e di tanto in tanto pensiamo che sia sano tornare indietro per leccarsi le ferite (se così fosse, io sarei invincibile).
Ma ovviamente le aspettative tradite fanno un’identità almeno quanto quelle confermate, e l’identità, la propria, si riconosce (ed è raccontabile, a sé e gli altri) solo quando ci si percepisce come unici: perciò la città continua a essere un posto qualitativamente, culturalmente impoverito dalla propria partenza, che può solo tradirti se provi a guardarla davvero negli occhi: non ci si lascia dietro che macerie.
Dal canto suo, se davvero si potesse imputare una qualsiasi responsabilità a un ammasso inerte di velleità individuali, caso e piani del traffico del tutto sballati, la città non è affatto innocente (nessuna città lo è): quantomeno nel non ricordare mai, né agli evaporati né a chi resta, che la curiosità e la conoscenza sono virtù che si esercitano a prescindere da coordinate sentimentali, temporali o geografiche.

Il resto è pratica esoterica, corpo a corpo con la morte, gestione – prosaica, banale – del quotidiano.

(Continua, forse…)

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