Le storie degli altri

Il corvo del mausoleo — Orazio Labbate

labbate-corvo

Ritorno nel cimitero di Corsico per dialogare con il corvo. Il camposanto è ora ricolmo di neve sotto l’egida di un cielo estintosi per via della mano oscura di Dio. Vedo le lapidi ingombre di impronte senza umanità, mentre mi incammino nei sentieri battuti dai defunti durante la resurrezione delle scorse sere, ché nottetempo essi si mischiano alla tempesta per raggiungere malinconici le finestre delle case vissute. Nevica ancora, qui, alla notte, e i cani affondano nella neve illuminati frattanto dai lumini circonvicini.
Che il cielo possa oscurare quelle bestie delle quali intravedo le zanne scintillare nel gelo. Supero la fontana dove l’acqua è bloccata nel tempo, in aria, come una statua e rivedo il mausoleo in cui il corvo al sopraggiungere della neve si reca per nascondersi da essa. Prima però mi inginocchio per terra davanti alla tomba di lei. La cosa morta, innanzi a me sotterrata, dice al cuore che si prosciugherà presto. Grappoli di nevischio franano attorno ai miei occhi e orbato appare l’Aldilà in compagnia di lei. C’è la neve, c’è una nuova mano, c’è il freddo che supera ogni freddo, c’è il bacio afferrato da astri disonesti, ci siamo io e lei che mangiamo le carni dell’uno e dell’altra, e c’è la crocifissione di un corvo che dondola, quale carogna, dai rami dell’albero del primo bacio mio e di lei. C’è la mia ombra vicina all’albero per pregare la morte del corvo. Il gracchiare della bestia, che arriva come l’eco di una cerimonia in cappella, dice al mio sonno di ridestarmi. La neve crolla da una tenebra fitta quasi imbattibile. I cani ululano, risorti, da sotto la neve come soffocati e poi rilasciati alla vita. Maledetta sia la sorte degli animali che avvicinano l’affezione dell’uomo verso Dio.
Continua a leggere

Standard
Storie

Bestiario con autore: La piccola enciclopedia dei mostri di Orazio Labbate

gustave_dore_-_dante_alighieri_-_inferno_-_plate_13_canto_v_-_minos

 

La creatura patisce il mal di luna. Si è lupo mannaro in totalità o parzialmente.

I

Può risultare scivoloso, il tentativo di isolare o circoscrivere tendenze e movimenti letterari: il rischio è sempre quello di capitombolare nella generalizzazione più superficiale, addirittura volgare, nel Frankeinstein o nella chimera divulgativa. È pur vero, però, che questo rischio va corso, essendo l’unico modo, per i viventi, di fare ordine nella nebulosa di produzioni editoriali coeve, in attesa che il tempo ponga opere e autori nella prospettiva più adeguata (o anche solo ufficiale).

Riprendendo allora alcune considerazioni di Alcide Pierantozzi e Vanni Santoni, che qualche tempo fa hanno parlato, rispettivamente, di New Italian Weirdness e Nuova Strana Europa, è possibile registrare, negli ultimi anni, una discreta attenzione da parte di critici e lettori verso opere che indagano l’irrazionale, l’occulto, il confine tra scienza e magia; testi prodotti da una cerchia di autori tanto ampia quanto eterogenea, scrittori che, se declinano l’esplorazione del mistero e l’indagine metafisica secondo poetiche e persino generi differenti (dall’horror alla fantascienza, nel solco di Kafka come in quello di Cortázar), agiscono tutti o quasi secondo canoni intensamente letterari, quasi classici – qualcuno direbbe: massimalisti.

Giusto qualche nome, allora, per fare chiarezza nell’abisso di questa materia oscura: stiamo parlando di gente del calibro di Mircea Cărtărescu, Georgi Gospodinov, Antoine Volodine (col suo post-esotismo, di cui ha scritto Giovanni Bitetto proprio su Ultima Pagina), Thomas Ligotti (le cui visioni horror sono sostenute da una convinta impalcatura filosofica di stampo nichilista), Antonio Moresco (che non a caso, come Ligotti e il defunto Colin Wilson, fa spesso riferimento alla sublime sostanza metafisica dell’increazione), a cui andrebbero aggiunte le opere, per restare in Italia, di Emanuele Tonon, Omar Di Monopoli (che rivedremo a breve con Adelphi), Luciano Funetta, dello stesso Vanni Santoni (per via, pure, della sua attività di editor e agitatore culturale) senza dimenticare almeno un testo di Nicola Lagioia, ovvero quella Ferocia che gli è valsa il premio Strega e che forse è stata messa un po’ in ombra proprio dall’instancabile dinamismo culturale del suo autore; un’opera che, sebbene si presenti come un romanzo piuttosto classico sull’epopea di una cinica e agiata famiglia barese, trae un’ambigua e seducente linfa oscura proprio dalle sue venature più gotiche e notturne, dal suo rimandare a una realtà secondaria e più incerta, anche solo psichicamente compromessa.

L’impressione che si ricava leggendo questi autori è quasi quella di una reazione – e qui, forse, sono io a generalizzare – a una certa “coltre realista” (espressione non mia, come vedremo alla fine di questo saggio), a certa ordinarietà della materia narrativa che ha dominato il racconto novecentesco, allo slancio potente, forse ormai esaurito, di saghe familiari borghesi, di depressioni minime alle prese con la macchina della società consumistica occidentale.

Sembra di assistere al rovesciamento della celebre regola dell’iceberg di Ernest Hemingway, secondo cui ciò che si racconta è sempre il visibile, la punta soltanto del blocco di ghiaccio, e cioè la parte minima della faccenda; il grosso, come sappiamo, è sott’acqua, è tutto ciò che Hemingway non racconta dei suoi personaggi. E chissà che proprio la definizione, per sottrazione, di quest’antimateria narrativa non sia stata un invito involontario proprio all’esplorazione dell’oscurità e del sommerso, del rovescio di quelle stesse vite ordinarie, tanto borghesi quanto popolari, raccontate da tanta narrativa del secolo scorso.

Un calderone di autori, quello sopra citato, che – oltre a essere ovviamente incompleto – potrebbe includere anche il definitivo sdoganamento di Stephen King e Philip K. Dick quanto, pure, alcune tendenze musicali, se pensiamo agli Arcade Fire che discendono negli inferi con Orfeo e Euridice e ballano al ritmo di parate haitiane, o alle visioni cosmico-distopiche del videoclip Gosh di Jamie XX. Un calderone in cui c’è posto, per tornare alla letteratura nostrana, anche per una figura singolare, per un autore che sta pian piano costruendo un suo personalissimo percorso artistico: mi riferisco al siciliano Orazio Labbate, classe 1985, compagno di scuderia di Funetta al suo esordio con Lo Scuru, romanzo gotico-siciliano edito da Tunué in una collana curata, guarda caso, dallo stesso Santoni.

Da poco Orazio Labbate è tornato in libreria con La piccola enciclopedia dei mostri e delle creatura fantastiche, un’opera che da un lato si inserisce, confermandola, in questa tendenza allo slittamento nell’ignoto e nel mistero, e da un altro appare come una soluzione interessante per ciò che può rappresentare oggi il libro come supporto fisico.
Vorrei però raccontare della Piccola enciclopedia e del suo autore a partire da un breve aneddoto di natura personale. Continua a leggere

Standard
Microrec

Arrendersi allo Scuru

lo_scuru_labbate_tunuc3a91-570x300

Vita impistata, chista vita è impistata. E unnì sapiemmu nenti.

Bisognerà dire, prima o poi, e senza troppo rimandare, di questo Orazio Labbate e del suo romanzo d’esordio, Lo Scuru. Bisognerà dire, e si dirà meglio nel corso degli anni, perché il libro del ventinovenne siciliano è destinato a restare. Un ventinovenne che sta tra le pagine, però, come un mistico di sessantatré o sessantasei anni abita il suo eremo.

Nei momenti di più pio ottimismo, in fondo, penso che di belle scritture, in giro, ce n’è eccome; scritture limpide, eccentriche, lievi, accurate: per tutti i gusti. Ma la letteratura è un’altra cosa; e quella italiana un’altra ancora. E prima di tutto questo merito ha Lo Scuru, di ricordarci che leggere i nostri connazionali è ancora un’esperienza assurda, importante, e quando accade percepita come imprescindibile. Una considerazione, questa mia, che va oltre la fusione di italiano e siciliano che anima la magia nera del romanzo di Labbate.

Razziddu Buscemi sta morendo, al termine della sua vita da emigrato, a Milton, West Virginia. Da lì racconta appunto con questa lingua fusa e ciondolante la sua storia. Butera, Gela, la Sicilia superstiziosa e magica del Signore dei Puci, del Cristo, del Diavolo e dello Scuru. Il fetore di incenso e morte delle statue di legno e cartapesta di ogni Settimana Santa. Ho sentito di sicuro una fratellanza apotropaica col mio La Passione, ma c’è dell’altro.

La scrittura di Labbate è un muro rovinato. Vecchio, forse diroccato. Un italiano antico, che l’archeologo Labbate inchioda al termine e alla sintassi desueta. Ma senza specchiarsi in un lago che, peraltro, non c’è (più in là è in fumo il Mediterraneo soltanto). Su quel muro ci sono delle piccole crepe. Non le riempie di stucco, Labbate, non le aggiusta. Le riempie con il suo stile, suo e soltanto suo, per quanto debitore di chi ha già attraversato questa terra (il debito è omaggio, a volte un salvataggio dall’oblio: rileggeremo D’Arrigo grazie a Labbate).

E lo stile di Labbate è soprattutto questa lingua cruenta, persino straniera, una lingua a sé, a tratti indecifrabile, che si gusta come un anglofono gusterebbe il francese, che fa l’effetto della glossolalia del mistico al semplice credente (“La verità: urlata e litaniata”). E che poi di colpo splende, come quando racconta l’amore per Rosa, ad esempio.

“L’amore, nel chiaroscuro. Nel corso di quei secondi disse alla mòrti che poteva inventarsi un altro corpo dentro al quale suicidarsi […]. Più il ragazzo rimaneva nella polpa immortale di quei secondi, in compagnia della femmina, più quest’ultima penetrava nella sua dolcezza e occultava l’orrore che il passato infettava nel presente.”

Sì, la Sicilia di Labbate è assoluta, è esistita, oscura, ed esiste ed esisterà sempre, ma non è questo il punto che mi lega al libro, il raccordo. La lingua, il linguaggio: la letteratura è soprattutto linguaggio, come ogni arte. Dietro Rapina a mano armata e ogni opera di Stanley Kubrick c’è un insegnamento profondo, almeno per chi vuol vedere, su cos’è il cinema, e dietro l’ascesa del magnate Hearst di Quarto potere Orson Welles architetta un ambiziosissimo manifesto sulla settima arte.

Dietro l’oscurità de Lo Scuru Labbate ci ricorda che la letteratura può dimenticarsi di trama, psicologia, struttura, storytelling, per farsi ‘ntrama (uso adesso il mio dialetto per dire: viscera, budella), e per farlo non può che usare se stessa, i suoi strumenti. Labbate rende oggetti magici gli aggettivi e con la sintassi costruisce labirinti. A un certo punto, per quanto meridionale e dunque in grado di intendere il suo verbo, mi sono arreso alla lingua, mi sono arreso all’oscurità di quel procedere: ho assorbito la trama per tramite del linguaggio, ne sono stato assorbito, e non è stato più leggere, ma viaggiare. E come ogni viaggio ha fatto bene, e ha fatto male: alla fine ho saputo.

Standard