Storie

Un sabato italiano

Per S. S., o quel che era

Faccio distinzione tra due tipi di uomini: uomini da matrimonio e uomini da funerale. Come per i musicisti. Animali da pianobar e onesti bandisti. Io sono un uomo da funerale. Non che abbia trascorso, fin qui, un’esistenza particolarmente infelice. La mia distinzione si basa sulla frequentazione. Ho pochi amici sposati, ecco tutto. Quanti ai morti, quelli toccano a chiunque. Nonni, parenti lontani, anche qualche amico, anche piuttosto giovane. Genitori di ragazzini. So prendere le misure a questo genere di situazioni, non mi sottraggo, so che è importante esserci per chi rimane, senza fare troppa filosofia attorno alla cosa.
Ma io a quel funerale non potevo andarci. Non che avessi timore di qualche mia reazione scomposta. Sarei stato disposto a commuovermi. Un po’ si va ai funerali per rubare il dolore altrui. Sono onesto e dico che capita. In questo caso ci sarei andato anche, proprio, per questo: per trovare del dolore reale, non rimasticato dalla tv. Andare lì per accorgermi che è accaduto davvero. A pochi passi da qui. Su quelle stesse strade che ho percorso mille volte alla ricerca di volti e rami da fotografare, storie da rielaborare. Strade di cui ho straparlato con molti amici – la Puglia come periferia della periferia della provincia dell’Impero, la Puglia come qualcosa che spunta dal nulla nell’eterna condanna al nero del Sud Italia – strade su cui mi sono messo dopo una puntura di zanzara, neppure di ragno.
Le spiagge qui sono sempre affollate. Appartengo a quel genere di persone che è in grado di andarci da solo. Vado al mare per rallentare. Perciò porto un libro, non l’ombrellone. Quelli che stanno da soli al mare li riconosci da lontano, solo l’asciugamano e un libro per passare il tempo. E poi ci vanno al tramonto, e di solito mai ad agosto. Io no, non ho paura e posso stare tutto il giorno in solitudine in mezzo a una massa di bambini e genitori in festa. Non è retorica da spiaggia. Solo per dire che la ragazza bionda mi è sembrata strana sin da subito – noi solitari da spiaggia guardiamo comunque con sospetto ai nostri simili. Stava lì da sola. Dall’ultima settimana di luglio fino a inizio settembre. Ogni giorno, il telo da mare e una maglietta rosa o viola che sfilava e sistemava in testa, appallottolata sugli occhi quando si metteva distesa a prendere il sole. Ogni tanto un libro, o il telefonino. Non ho mai trovato il coraggio di importunarla.
Davanti alla spiaggia, oltre la strada che porta da San Pietro a Torre Colimena, sta il bar di Jack. Lui si chiama Antonio, credo, e ha anche un cognome italiano. Ma è uomo di mare, conosciuto da tutti, e perciò si fa chiamare Jack. Il posto si chiama “Da Jack”, per l’appunto. Un locale interamente in legno, fa anche da pizzeria. Aperto pure d’inverno. Jack è uomo di mare anche perché decide lui quando – e a chi – dare confidenza. A me l’ha data di sfuggita. Poi l’ha tolta. Sul bancone da Jack ho visto per la prima volta il volto della ragazza scomparsa. In quei giorni non avevo la tv, al mare. C’era il viso in bianco e nero, un annuncio e un numero di telefono. Qualche giorno prima era scomparso un uomo. Un sub, in mare. Dopo giorni senza risposta avevo visto per la prima volta Jack in spiaggia, con la camicia e i jeans e le Nike Shox ai piedi. Guardava verso il mare. Credo fosse uno strano e silenzioso senso di solidarietà. Insomma, questo suo preoccuparsi mi ha fatto pensare che potessi chiedere qualcosa a riguardo dell’altra storia. Ho chiesto, alla prima settimana di settembre, se si avessero notizie della ragazzina. A quel punto mi ha tolto la confidenza. Ha detto di no, seccato. Chissà quante domande, ogni giorno.
La ragazza bionda era ancora in spiaggia. Ogni santo giorno in solitudine. Ho pensato se non fosse andata via, semplicemente andata via per un giro a mare, anche la ragazzina di Avetrana. Erano i giorni delle mille supposizioni legate a Internet, alle chat. Ho pensato che tutti dovremmo avere il diritto di andarcene. E tenercelo stretto. Negli stessi giorni erano scomparsi anche un ragazzo di Mottola e un altro di Manduria. Sempre nel tarantino. Non so che fine abbiano fatto. Ma erano uomini fatti e cresciuti, è evidente.
È stata l’estate del turismo infinito, da luglio a settembre. Delle Spiagge d’Autore, dei Chemical Brothers a Lecce, di Dente che si fidanza in loco e suona tre o quattro volte in un mese. Ho conosciuto Vincenzo Cerami, Carlo D’Amicis, Giancarlo De Cataldo. Un mucchio di gente che adesso ho l’impressione che sia lontana anni luce da qui. La Puglia dello splendore e quel vecchio contadino che ha il volto di mille vecchi contadini in pensione, di quelli che mi piace osservare in silenzio, quasi potessi rubargli l’anima, le cui espressioni uguali da secoli molto banalmente accosto ai tronchi d’ulivo nelle campagne americane appena fuori città. Adesso è chiaro che, quanto alle anime, non ne sono capace, di rubarle. Non ne so un bel niente.

Al funerale non ci sono andato, allora. Avrei voluto. Ad esser sinceri: non per una questione di rispetto o dolore rubato o condiviso (rubare è, alle volte, un modo antipatico per condividere, dopotutto). Cercavo come concretezza: pensare a quello che è accaduto come a una cosa a me prossima. Perché le strade sono le stesse. Sono stato ad Avetrana per sbaglio (e se c’è una cosa che non perdonerò ai giornalisti è quella definizione iniziale, di fine agosto: “Budello inestricabile di strade”, è falsa, una menzogna di effetti speciali), confondendola con Urmo Belsito, o il contrario. Non ho visto niente. Né carabinieri, né agitazione. Ma il posto è quello e io ci sono passato. Il mare è lo stesso. Questa storia mi appartiene come mi è appartenuta una estate intera su cui pure stavo scrivendo, in cui attendevo il momento adatto per proseguire, per buttare giù il capitolo decisivo. Perciò al funerale volevo andarci perché la realtà bucasse lo schermo, lo infrangesse per un paio d’ore almeno.
Però, ecco. Quel sabato sono morti quattro militari in Afghanistan. Tra loro l’immancabile morto leccese. E poi il giorno prima hanno ucciso un imprenditore del mio paese, cugino del sindaco. E quest’anno non c’era ancora stato il morto – negli anni, un pastore, poi suo figlio, poi un altro imprenditore, e chissà di chi mi sto dimenticando. Nella notte hanno anche bucato le gomme e rotto i finestrini dell’auto di un vigile che abita sotto casa mia. In un libro di Richard Braugitan c’è in epigrafe una frase di Frank Idaho, politico americano: «Questa terra è maledetta dalla violenza», dice. L’effetto dei riflettori è lo stesso di un’epigrafe. Si usa la rappresentazione per raccontare, col rischio di mitigare e operare una mistificazione a livello di ciò che chiamiamo memoria. Quando ho pensato di dare un filo di speranza e un finale onirico al capitolo decisivo accostando la figura della ragazzina scomparsa a quella della ragazza bionda che se ne sta da sola sulla spiaggia, un po’ in disparte, a qualche metro da casa… be’, io ho fatto lo stesso. Ho tentato di occultare. Per questo volevo andare al funerale. Per impedirmi di. Ma, come ho detto, in quei giorni c’è stata comunque troppa poca vita in questa regione che da qualche anno a questa parte sembra baciata dal Signore. Allora io non voglio dimenticarmi che i riflettori si spengono, prima o poi, e che c’è qualcuno a cui capita di rimanere. Ma non voglio neppure occuparmi di troppa morte. Così quel sabato sono andato in direzione opposta, a salutare delle amiche con cui abbiamo passato il pomeriggio a mangiare. Con loro a volte capita di sognare una vita, qui, in campagna, con un lavoro onesto e inventato.

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