Storie

Dove si mischiano i mari: Emmanuel Carrère, dal vivo

Ho incontrato la scrittura di Emmanuel Carrère circa dodici anni fa per la prima volta. Venivo da anni di letture di saggi, soprattutto musicali, e m’era tornata voglia di fiction. Così andai da mia madre, lei consultò la libreria di famiglia e tirò fuori Baffi. Romanzo dell’ambiguità di essere e non essere sé stessi agli occhi degli altri, lo adorai così tanto da finire con l’incorporarlo in uno dei racconti del mio primo libro.

Curioso, a pensarci oggi, oggi che Emmanuel Carrère è considerato il re del reportage dopo aver ripudiato la fitcion. Ad ogni modo, quando ho saputo che Carrère si sarebbe palesato quaggiù in Puglia non ho esitato un attimo. Dovevo conoscerlo, al di là dell’idolatria e del feticismo che impesta quest’epoca di hype ed eventi.

Leuca, dove si sarebbe tenuto l’incontro, è molto lontana. Direi che soprattutto reclama lontananza. Uno pensa che il Salento è tutto lì, Lecce e dintorni, e invece Leuca è un altro mondo. Tanto che mentre la raggiungi ti viene da pensare che stai tornando indietro nel tempo. Verso Gallipoli poi il paesaggio cambia. Meno cemento, più natura selvaggia, e un elenco di paesini come rigurgitati in terra da una mamma-uccello premurosa e subito dimentica del suo ruolo: Salve, Ruffano, Barbarano, Montesano, Montesardo, Alezio, Patù, Morciano…

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Interviste

Nella perfida terra di Dio. Conversazione con Omar Di Monopoli

Conosco Omar Di Monopoli da dieci anni: da quando cioè ha esordito con Isbn col suo primo romanzo Uomini e cani. Adesso, dopo altri due romanzi e una raccolta di racconti, Omar è approdato a Adelphi con l’ultimo Nella perfida terra di Dio.
Posso dire di far parte della nutrita schiera di suoi lettori che ha esultato alla notizia del passaggio, qualche mese fa: per me Omar, che vive a dieci chilometri da dove vivo io, è stato un punto di riferimento costante, e la sua scrittura una sorta di sorella maggiore per la mia – per chi non l’avesse mai incontrata: bisogna immaginare il muro di una bellissima chiesa barocca però abbandonata, nelle cui crepe (di questo muro) crescono dei rigogliosi cespuglietti di malerba; oppure si provi a evocare il suono ubersaturato di chitarre collegate ad amplificatori per basso di certo stoner rock anni ’90 – altro esempio per dire, pure, che i romanzi di Omar andrebbero letti con orecchie interiori, oltre che con gli occhi: perché se gli occhi rimandano a paesaggi da gotico appulo-americano, la sonorità dell’italiano desueto di questo William Faulkner di Terra d’Otranto, che ingloba e rivomita lingue locali acide e senzadio, è un’avventura nell’avventura.
Di questo e altro abbiamo parlato con Omar nel corso della conversazione che potete leggere di seguito.

Inizierei dallo stupore di leggere le tue parole rivestite dal completo tipografico di Adelphi (un sobrio gessato, direi). Ti avevo lasciato bardato dal rossosangue dei dorsi Isbn, con quei caratteri secchi e puntuti, e ora sei tutto aggraziato e pulito. Il che rispecchia pure, se vogliamo, il passaggio dall’ultrapop Anni Zero di Massimo Coppola al classico dei classici e senzatempo di Roberto Calasso; passaggio in cui la tua opera non perde nulla, anzi, al contrario acquista un’identità, un’aura nuova – un po’ quello che è successo a M.P. Shiel con La nube purpurea, passato dal “genere” di Urania all’autorialità forte di Adelphi; Adelphi che peraltro ti ha collocato nella stessa collana, Fabula, in cui escono Bolaño e Carrère, tanto per fare i nomi di due autori che indagano il male da una prospettiva simile alla tua, forse. Come ti senti? È un sogno, è tutto vero? Come calzano questi panni nuovi?

Caro mio, non smetto di ripeterlo, in questi giorni, e quindi lo ribadirò anche qui: è ovviamente un salto quantico, una cosa che mi rende orgoglioso. Pure, sperando di non sembrare troppo presuntuoso, credo si tratti in fondo di uno sviluppo naturale (non dovuto, intendiamoci, ma naturale!) giacché la Isbn era, per lo meno agli esordi, una sorta di Adelphi in sedicesimo: una casa editrice insomma con un catalogo curato e vivo, con una sua precipua identità anche grafica oltre che filosofica (solo decisamente più pop rispetto alla monumentale casa in cui adesso ho l’onore di essere ospite). Poi le cose sono andate a ramengo ma è inutile stare a riparlarne: io so solo che probabilmente non sarei mai entrato nello studio di Calasso se prima non avessi incontrato l’entusiasmo di Papi, Coppola e Formenton in Isbn, coi quali sono cresciuto come autore. Il resto è cronaca, anche giudiziaria, e credo sull’argomento si sia detto abbastanza… Continua a leggere

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Storie

Guglielmo Minervini, non so altro

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Mi riferivo ai corpi, forse sono come valigie, ci trasportiamo noi stessi.

Antonio Tabucchi | Notturno indiano

*

Non ricordo dove l’ho letto, ma a quanto pare c’è una maledizione che colpisce alcune personalità meridionali: quella del nome che ha smarrito il cognome.
Eduardo e Totò sono due esempi tra i più noti. Anche a Guglielmo Minervini è successo qualcosa di simile: da un certo punto in poi per molti è stato solo Guglielmo.

Se ne scrivo su questo blog non è solo perché vorrei che restasse traccia della scomparsa di quest’uomo tra le mie carte virtuali, e neppure perché Minervini è stato editore, prima ancora di fare politica.

A dirla tutta non voglio nemmeno spiegare chi è stato Guglielmo Minervini: spero anzi che chi non lo conosce si faccia un giro per il web e scopra chi era, cos’ha fatto, in cosa ha creduto.

Io l’ho sempre chiamato con nome e cognome perché l’ho incontrato poche volte. Una volta sono stato con lui tra i relatori di una conferenza, ma questo non basta a spiegare quanto io abbia vissuto in ciò che lui ha irradiato. In termini di visioni, di politica vera.

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Corpi estranei

Politiche di sinistra, retoriche di destra: e viceversa

Jakub Różalski

Dopo l’analisi dei dati Svimez 2015, pubblico alcuni stralci di un altro intervento del poeta Guglielmo Soga. I temi sono gli stessi: meridione, sviluppo, contemporaneità. L’illustrazione è di Jakub Różalski.

§

Quando, nel 2010, ho creato Progetto Itaca, molti hanno pensato a una sorta di residuato hippy trasportato, non senza qualche forzatura, nella contemporaneità. Non era così. All’epoca io stesso discutevo spesso con politici, banchieri, economisti e imprenditori, e non parlavamo certo di poesia o letteratura. Spesso ero a pranzo o a cena anche con personaggi stranieri di un certo calibro, con cui si parlava di Facebook, Apple, Google, Amazon e compagnia cantante. Lo stesso Progetto Itaca era nato in rete, del resto. L’obiettivo non era fare poesia dal vivo, quello era il mezzo. Noi volevamo parlare di economia, che in fondo è il nostro modo di stare al mondo senza distruggere né noi né il pianeta che ci ospita […] È chiaro che con Itaca le cose sono andate diversamente. Forse chi aderì al progetto non aveva compreso appieno di cosa stavamo parlando, o forse ero io che non mi ero spiegato bene. E comunque è finito tutto per forze di causa maggiore […] abbiamo dovuto interromperlo dopo l’alluvione di quell’anno. E in fondo l’epilogo di Itaca dice molto […] un progetto nato in rete, in una delle zone più povere del nostro Paese, interrotto dall’irrompere dalle solite e ataviche questioni del nostro territorio: un’alluvione, la terra che frana perché troppo consumata, e insomma tutte le contraddizioni dell’epoca che viviamo che impediscono, nell’immediato, l’approdo a una riflessione comune.

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Corpi estranei

Dati Svimez 2015: cinque opinioni oscure e divergenti

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Qualche giorno fa mi sono divertito a leggere i dati Svimez 2015 sul non-sviluppo (per usare un eufemismo) del meridione italiano. Soprattutto mi hanno divertito le opinioni fiorite in merito a destra e a manca. Ho voluto prolungare questo sadico divertimento immaginando cosa pensano della questione alcuni dei personaggi di cui ho scritto negli ultimi anni. Si tratta di esuli, per la maggior parte pugliesi, che conosco ormai a memoria. Ne è venuto fuori quanto segue.

*

Vivo ormai da anni in Toscana, una splendida regione che mi ospita come la perla nell’ostrica. Non sto dicendo che sono una perla, ma di sicuro non c’è ostrica senza perla. Io non sarei io se non fossi qui, se non avessi lasciato il sud per venire qui. Per cui quello che penso dei dati Svimez 2015 ha a che fare con questo senso di sicurezza e di bellezza che la mia vita si è portata dietro. Ma non del tutto. Chi mi conosce sa che, ad esempio, continuo a scrivere sui quotidiani delle terre che mi hanno dato i natali, e sa anche con quanta rabbia io scriva. Forse, come dice Guglielmo Soga, dovremmo abbandonarci all’idea di essere stati abbandonati, farne un punto di forza per il rilancio del nostro meridione. A questo punto io sarei uno che ha abbandonato, però, e tuttavia mi sento anche abbandonato a mia volta dalla mia Puglia: altrimenti non sarei dovuto andar via, oltre trent’anni fa. Questo genera un senso di rabbia. E la rabbia, dispiace dirlo, la indirizzo contro la politica. Senza per questo alimentare un qualunquismo di dubbio gusto. Il discorso di Soga è incompleto: va bene fare dei propri limiti, della propria condizione limitata, un punto di forza, ma se la politica non ti segue? Se non è in grado di seguirti, di pensare un modello di sviluppo differente? Peggio, se è in cattiva fede e semplicemente non può seguirti, caro Guglielmo, perché per un’intera classe dirigente è sconveniente pensare a modelli di sviluppo alternativi? Temo le voci isolate, come la mia e quella di Guglielmo Soga, perché tendono al martirio oppure all’oblio. Come per la mia Puglia, ora più che mai.


Franco Dannoso, docente Continua a leggere

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