Maria Corti l'ora di tutti Otranto
Le storie degli altri

Il diavolo in persona — Maria Corti

Che il tempo dovesse ancora peggiorare pareva sicuro, perché la tramontana dalle parti nostre non cala mai nelle ore del sole; lo spruzzo dell’acqua arrivava fino alle rocce fulminate del Cucurizzo, fino al basamento della torre del Serpe, che dominava dall’alto tutto il canale. Case vicino alla torre non ce n’erano, perché era posto sinistro quello, dove la notte i morti tornavano dal mare alla riva, salivano sugli scogli e andavano con sottili lamenti fra le malerbe. Questa storia sulla nostra costa ebbe inizio nei tempi addietro quando in terra d’Otranto regnava Maria d’Enghien e sulla torre viveva un serpe; in una notte di tempesta questo serpe salì a spirale lungo il muro della torre, infilò la testa fra le grate della feritoia più alta e visto l’olio della lampada, che faceva luce ai naviganti e dava segnale del porto, essendo privo di vero conoscimento, si bevve quell’olio sino all’ultima goccia e lo digerì disteso sulla pietra, nel silenzio della notte. Attraversava allora il canale un galeone di mercanti veneziani, che andò subito a sbattere contro gli scogli; i mercanti veneziani sparirono nell’acqua, ma non poterono aver pace nel fondo del mare, perché nei loro occhi morti, nei loro piedi morti era rimasta la voglia di terminare il viaggio interrotto. Così, di tanto in tanto, la notte essi passeggiavano sulla costa, ricordandosi delle cose piacevoli della vita.
Ad essere sincero, io non ho mai visto grossi serpi né scorzoni in questa terra, che bevano olio, e la mia esperienza di pescatore quel mattino mi portava a riflettere che qualcun altro doveva aver bevuto con maledetta gola l’olio della lampada, e cioè il diavolo in persona che, da quando è caduto dal cielo, ha usato il suo senno di angelo a rovinare la pace degli uomini.


Maria Corti | L’ora di tutti

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Storie

Incasinarsi al VIVA Festival

Un lungomare senza il mare
Altissimo, gambette infinite e busto striminzito: da vicino Ghali ricorda un po’ Pippo. Lo incontro il 19 agosto al VIVA Festival di Locorotondo, nell’area del backstage destinata agli artisti coi camerini ricavati tra i trulli delle Tenute Cardone. In teoria il mio braccialetto bianco da guest non mi permetterebbe neppure di stare qui, ma dopo i live di Ghali e di Madlib gli schemi sono decisamente saltati.

Per prima cosa gli faccio i complimenti per lo show. Ghali sorride, stringe forte la mia mano. Indossa una t-shirt scura su dei pantaloni rosa di tuta acetata, ovviamente Adidas. Senza smettere di sorridere (e senza lasciare la mia mano) risponde alle mie domande, piuttosto innocue, sul concerto e sul pubblico di bambini e adolescenti che in migliaia sono venuti a Locorotondo solo per lui. A me Ghali sembra un ragazzino a sua volta – persino troppo educato, se vogliamo – e tra l’altro è chiaro che non vede l’ora di tornare di là a mettere dischi nell’area guest coi suoi amici. Allora, consapevole pure della sua allergia alle interviste – e temendo che possa sospettare che stia scroccandogliene una – faccio un’ultima domanda, vagamente turistica, sulla Puglia.

La Puglia di Madonna a Borgo Egnazia, della Taranta, di Solange e Iggy Pop al Medimex, degli altri grandi festival degli ultimi quindici anni e adesso del VIVA, che sempre qui, a Locorotondo, va ad affiancarsi al Locus (quest’anno con ospiti come Benjamin Clementine, Bonobo e Jonny Greenwood tra gli altri) – eri già stato qui, Ghali?, che te ne pare?

La risposta non l’ascolto neppure, distratto da una scenetta che prende vita qualche metro più in là. Vicino all’ingresso di uno dei trullocamerini un fan napoletano piuttosto eccitato sta molestando Madlib, in via del tutto teorica l’headliner della serata. “Tu si’ ‘o king, Madlib, tu si’ ‘o king!” ripete eccitato il fan, mentre il monumento vivente della black music americana, occhiali scuri e bicchiere di bianco in mano, si limita ad annuire pressoché inerme. Più tardi ci penserà Carlo Pastore a trarlo in salvo. A me intanto non resta che salutare Ghali. Ma prima, nemmeno m’avesse domandato una sigaretta, gli chiedo conferma della sua età. “Ventiquattro”, risponde, sorridendomi per l’ultima volta. “In bocca al lupo”, dico io, e lui finalmente lascia andare la mia mano. Ha la pelle liscia, secca, di quelle pulite, che non sudano mai.

Sopra le nostre teste, nella notte della campagna della Valle d’Itria, si staglia immobile il lungomare di Locorotondo con le facciate immacolate delle cummerse. E così, mentre vado verso il parcheggio, mi chiedo se Ghali e la sua crew hanno trovato la risposta a quella domanda che tutti gli stranieri, prima o dopo, si pongono quando mettono piede a Locorotondo: ok, meraviglioso il lungomare, ma il mare dov’è? Continua a leggere

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Contrada Tripoli Arrivederci su Tatooine - Un reportage sulla tendopoli di Manduria
Fare Malesangue, Storie

Contrada Tripoli 2011-17. Arrivederci su Tatooine

Nel marzo 2011, tra le provincie di Brindisi e Taranto fu messa in piedi la cosiddetta Tendopoli di Manduria: si trattava di un non meglio specificato Centro di Accoglienza e Identificazione che avrebbe poi ospitato, per tutta quella primavera, migliaia di migranti (per lo più tunisini sbarcati a Lampedusa dalla Libia).

Qualche mese fa io e il fotografo Gabriele Fanelli siamo tornati nell’area militare – ironia della sorte, ubicata in una contrada chiamata proprio “Tripoli” – dove fu improvvisato il campo, per vedere cosa resta di quell’esperienza.

Ne è venuto fuori un reportage piuttosto onirico pubblicato oggi su minima&moralia. Buona lettura.

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Storie

Dove si mischiano i mari: Emmanuel Carrère, dal vivo

Ho incontrato la scrittura di Emmanuel Carrère circa dodici anni fa per la prima volta. Venivo da anni di letture di saggi, soprattutto musicali, e m’era tornata voglia di fiction. Così andai da mia madre, lei consultò la libreria di famiglia e tirò fuori Baffi. Romanzo dell’ambiguità di essere e non essere sé stessi agli occhi degli altri, lo adorai così tanto da finire con l’incorporarlo in uno dei racconti del mio primo libro.

Curioso, a pensarci oggi, oggi che Emmanuel Carrère è considerato il re del reportage dopo aver ripudiato la fitcion. Ad ogni modo, quando ho saputo che Carrère si sarebbe palesato quaggiù in Puglia non ho esitato un attimo. Dovevo conoscerlo, al di là dell’idolatria e del feticismo che impesta quest’epoca di hype ed eventi.

Leuca, dove si sarebbe tenuto l’incontro, è molto lontana. Direi che soprattutto reclama lontananza. Uno pensa che il Salento è tutto lì, Lecce e dintorni, e invece Leuca è un altro mondo. Tanto che mentre la raggiungi ti viene da pensare che stai tornando indietro nel tempo. Verso Gallipoli poi il paesaggio cambia. Meno cemento, più natura selvaggia, e un elenco di paesini come rigurgitati in terra da una mamma-uccello premurosa e subito dimentica del suo ruolo: Salve, Ruffano, Barbarano, Montesano, Montesardo, Alezio, Patù, Morciano…

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Interviste

Nella perfida terra di Dio. Conversazione con Omar Di Monopoli

Conosco Omar Di Monopoli da dieci anni: da quando cioè ha esordito con Isbn col suo primo romanzo Uomini e cani. Adesso, dopo altri due romanzi e una raccolta di racconti, Omar è approdato a Adelphi con l’ultimo Nella perfida terra di Dio.
Posso dire di far parte della nutrita schiera di suoi lettori che ha esultato alla notizia del passaggio, qualche mese fa: per me Omar, che vive a dieci chilometri da dove vivo io, è stato un punto di riferimento costante, e la sua scrittura una sorta di sorella maggiore per la mia – per chi non l’avesse mai incontrata: bisogna immaginare il muro di una bellissima chiesa barocca però abbandonata, nelle cui crepe (di questo muro) crescono dei rigogliosi cespuglietti di malerba; oppure si provi a evocare il suono ubersaturato di chitarre collegate ad amplificatori per basso di certo stoner rock anni ’90 – altro esempio per dire, pure, che i romanzi di Omar andrebbero letti con orecchie interiori, oltre che con gli occhi: perché se gli occhi rimandano a paesaggi da gotico appulo-americano, la sonorità dell’italiano desueto di questo William Faulkner di Terra d’Otranto, che ingloba e rivomita lingue locali acide e senzadio, è un’avventura nell’avventura.
Di questo e altro abbiamo parlato con Omar nel corso della conversazione che potete leggere di seguito.

Inizierei dallo stupore di leggere le tue parole rivestite dal completo tipografico di Adelphi (un sobrio gessato, direi). Ti avevo lasciato bardato dal rossosangue dei dorsi Isbn, con quei caratteri secchi e puntuti, e ora sei tutto aggraziato e pulito. Il che rispecchia pure, se vogliamo, il passaggio dall’ultrapop Anni Zero di Massimo Coppola al classico dei classici e senzatempo di Roberto Calasso; passaggio in cui la tua opera non perde nulla, anzi, al contrario acquista un’identità, un’aura nuova – un po’ quello che è successo a M.P. Shiel con La nube purpurea, passato dal “genere” di Urania all’autorialità forte di Adelphi; Adelphi che peraltro ti ha collocato nella stessa collana, Fabula, in cui escono Bolaño e Carrère, tanto per fare i nomi di due autori che indagano il male da una prospettiva simile alla tua, forse. Come ti senti? È un sogno, è tutto vero? Come calzano questi panni nuovi?

Caro mio, non smetto di ripeterlo, in questi giorni, e quindi lo ribadirò anche qui: è ovviamente un salto quantico, una cosa che mi rende orgoglioso. Pure, sperando di non sembrare troppo presuntuoso, credo si tratti in fondo di uno sviluppo naturale (non dovuto, intendiamoci, ma naturale!) giacché la Isbn era, per lo meno agli esordi, una sorta di Adelphi in sedicesimo: una casa editrice insomma con un catalogo curato e vivo, con una sua precipua identità anche grafica oltre che filosofica (solo decisamente più pop rispetto alla monumentale casa in cui adesso ho l’onore di essere ospite). Poi le cose sono andate a ramengo ma è inutile stare a riparlarne: io so solo che probabilmente non sarei mai entrato nello studio di Calasso se prima non avessi incontrato l’entusiasmo di Papi, Coppola e Formenton in Isbn, coi quali sono cresciuto come autore. Il resto è cronaca, anche giudiziaria, e credo sull’argomento si sia detto abbastanza… Continua a leggere

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Storie

Guglielmo Minervini, non so altro

gu

Mi riferivo ai corpi, forse sono come valigie, ci trasportiamo noi stessi.

Antonio Tabucchi | Notturno indiano

*

Non ricordo dove l’ho letto, ma a quanto pare c’è una maledizione che colpisce alcune personalità meridionali: quella del nome che ha smarrito il cognome.
Eduardo e Totò sono due esempi tra i più noti. Anche a Guglielmo Minervini è successo qualcosa di simile: da un certo punto in poi per molti è stato solo Guglielmo.

Se ne scrivo su questo blog non è solo perché vorrei che restasse traccia della scomparsa di quest’uomo tra le mie carte virtuali, e neppure perché Minervini è stato editore, prima ancora di fare politica.

A dirla tutta non voglio nemmeno spiegare chi è stato Guglielmo Minervini: spero anzi che chi non lo conosce si faccia un giro per il web e scopra chi era, cos’ha fatto, in cosa ha creduto.

Io l’ho sempre chiamato con nome e cognome perché l’ho incontrato poche volte. Una volta sono stato con lui tra i relatori di una conferenza, ma questo non basta a spiegare quanto io abbia vissuto in ciò che lui ha irradiato. In termini di visioni, di politica vera.

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Le storie degli altri

Politiche di sinistra, retoriche di destra: e viceversa

Jakub Różalski

Dopo l’analisi dei dati Svimez 2015, pubblico alcuni stralci di un altro intervento del poeta Guglielmo Soga. I temi sono gli stessi: meridione, sviluppo, contemporaneità. L’illustrazione è di Jakub Różalski.

§

Quando, nel 2010, ho creato Progetto Itaca, molti hanno pensato a una sorta di residuato hippy trasportato, non senza qualche forzatura, nella contemporaneità. Non era così. All’epoca io stesso discutevo spesso con politici, banchieri, economisti e imprenditori, e non parlavamo certo di poesia o letteratura. Spesso ero a pranzo o a cena anche con personaggi stranieri di un certo calibro, con cui si parlava di Facebook, Apple, Google, Amazon e compagnia cantante. Lo stesso Progetto Itaca era nato in rete, del resto. L’obiettivo non era fare poesia dal vivo, quello era il mezzo. Noi volevamo parlare di economia, che in fondo è il nostro modo di stare al mondo senza distruggere né noi né il pianeta che ci ospita […] È chiaro che con Itaca le cose sono andate diversamente. Forse chi aderì al progetto non aveva compreso appieno di cosa stavamo parlando, o forse ero io che non mi ero spiegato bene. E comunque è finito tutto per forze di causa maggiore […] abbiamo dovuto interromperlo dopo l’alluvione di quell’anno. E in fondo l’epilogo di Itaca dice molto […] un progetto nato in rete, in una delle zone più povere del nostro Paese, interrotto dall’irrompere dalle solite e ataviche questioni del nostro territorio: un’alluvione, la terra che frana perché troppo consumata, e insomma tutte le contraddizioni dell’epoca che viviamo che impediscono, nell’immediato, l’approdo a una riflessione comune.

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