Fare Malesangue, Storie

Ecco un altro (lavoro) che sta scomparendo

Ultimamente mi hanno dato del pazzo. È accaduto molto spesso. Pazzo o fuori di testa. Io di mio so solo che non ho molta importanza e che cerco il mio modo di stare al mondo. Il mio modo di stare al mondo è: un rigurgito continuo. Pezzi di me si mischiano a pezzi di altre persone che hanno la fortuna o la sfortuna di incontrarmi. Il tutto messo a bagno nelle cose che mi accadono. Avvenimenti molto comuni, me lo ripeto sempre: a volte inspiegabili. Belli o brutti non ha importanza. Allora io cerco il mio modo di stare al mondo e ogni estate – perché poi proprio d’estate? – devo ripetere la solita storia: ognuno si cura da sé e quest’unico insegnamento che avrei da dare al figlio che non ho porta con sé una sola conseguenza: uccidere qualcuno.
Non faccio autobiografia. Non mi ritengo così importante – per la verità credo di non avere alcuna importanza, ripeto. Quando ho scritto il mio primo libro avevo in mente una cosa: diventare un libro. Essere canzone. Essere racconto. Fluire così, senza un nome o un volto. Essere tradizione, conoscere – ogni cosa, il dolore, il piacere, l’omicidio, il desiderio rappreso come intimità tra cosce di donna – e poi restituire. Restituire. Come un aedo o un cantastorie. Per cui ho pensato che al massimo potevo utilizzare il mio corpo – finché avesse tenuto – per portare in giro delle storie, di fiato o carta non ha importanza. Per cui non sto facendo autobiografia. Sto parlando di cose che riguardano da vicino anche te che leggi, che leggi e non sai quanto la tua inutilità sia l’arma migliore che hai.
L’autobiografia aiuta in alcuni casi: negli angoli, negli spigoli – quando sei nell’angolo e hai qualcosa di spigoloso puntato nella gola o nello stomaco per cui puoi solo soffocare o vomitare – negli angoli e negli spigoli puoi infilare particolari che ti appartengono. Rischierai. Così ti deruberanno. Più notizie lascerai di te in giro, più sarà facile derubarti. Senza contare le coltellate.
A meno che tu, più che storie, non abbia portato in giro un personaggio. Ce ne sono molti, in giro, è difficile dire, però è un buon modo per fingere di restituire e starsene al sicuro.
Tutto questo per dire che ho finito, almeno credo, i miei spettacolini dal vivo per quest’estate (letture, presentazioni, rappresentazioni, comparsate, karaoke) e dovrei essere rilassato. Non è così. Scrivo da un altro pianeta a cui sento di appartenere – molto più che a quello dei miei pochi lettori o conoscenti. Un pianeta in cui il tempo è ghiacciato e la disperazione arriva da lontano, come un’eco. In cui però non smetto di esserlo io, disperato. Ancora una volta: non sto facendo autobiografia. Sto parlando di una cosa che riguarda tutti. La disperazione è lo stato d’animo più diffuso che io conosca. La fuga la soluzione più adottata. La fuga declinata in ogni modo: alcol, cinico umorismo molto in voga su Internet, impegno politico, follia più esibita che provata davvero, il postare canzoni su Facebook. Tutto è fuga e niente e nessuno fugge davvero. L’unica fuga che ammiro è quella dentro se stessi. Costa caro.
Scrivo da qui e non so se è una fuga. Su questo pianeta si sta solo un po’ più lucidi. Non si cede a nessuna tentazione, almeno per una sera. La tentazione è quella di rimettere la maschera e tentare una fuga. Almeno – mi autoassolvo così – ho un obiettivo: la maschera che crolla, prima o poi, e di me non rimarrà un bel niente, com’è giusto che sia – come ho sempre desiderato che fosse.
Poi esci per strada e valle a spiegare, queste cose, a quelli che conosci.
È il motivo per cui ti fanno a pezzi.
Squali. Semiciechi. Non s’è mai capito se preferiscono la carne umana o altro.

Tutto questo per dire. Ho fatto due serate, ultimamente. Una era un reading per celebrare i sessant’anni dei Peanuts. L’altra la solita (rap)presentazione di Sono un ragazzo fortunato, per un evento piuttosto noto da queste parti, Spiagge d’Autore. Una è andata bene, l’altra una vera vergogna. Mi capita spesso, non sono il Maestro Riccardo Muti e va bene. L’anno scorso conobbi Vincenzo Cerami proprio per uno Spiagge d’Autore e non andò bene nemmeno a lui. Però quell’esperienza divenne materiale per un racconto che è finito su un’antologia e quell’antologia – lo so per certo – è finita in mani molto graziose, capaci di leggere. Di avere cura dei libri. Per quel che vale, ma così è stato per il mio primo libro e – in parte – per il secondo. Questo è quello che conta. Che il rigurgito venga messo a bagno ripulito divenga ancora racconto e restituito agli altri. In tutto questo, è chiaro, io posso scomparire. In tutto questo io non so che ruolo ho, cosa sia l’arte, la letteratura, i manifesti pseudolettarari di questi giorni, io non so un bel niente ed è l’unica cosa che ho imparato finora.
Solo una domanda. Se si interrompe il cerchio – se non riesco a mettere ancora in circolo quello che per me è rigurgito e (forse) speranza, riso, godimento, consapevolezza per gli altri – se questo non accade ancora perché qualcosa s’inceppa, ecco: io che fine farò?
Poi penso che non è importante. Vorrei sapere cosa ne pensa chi è nelle mie condizioni – chi c’è davvero. Perché non faccio autobiografia e questa storia riguarda tutti – avere una propria voce e qualcuno che ascolti, che pensi che tu sia ancora credibile – tutti: anche un falegname.
A proposito. Ecco un altro lavoro che sta scomparendo.

Ad ogni modo. Per la serata sui Peanuts ho scritto dei pezzi nuovi. L’ho fatto in una notte ma questo non ha importanza e sinceramente non so che valore abbiano. Il pubblico ha gradito, qualcuno li ha imparati a memoria, un maestro con la chitarra mi ha accompagnato mentre li leggevo. Li scrivo qui di seguito per un motivo che non mi è ancora chiaro. La parte in corsivo è la breve introduzione che ho improvvisato al momento prima di iniziare a leggere il secondo e il terzo pezzo, col poco fiato che rimane in alcune occasioni. A volte penso sia la cosa migliore. L’introduzione, non il fiato.

Era una notte buia e tempestosa

Era una notte buia e tempestosa… no.
era una cuccia buia e tempestosa. allora il bracco l’ha riempita di niente e magie.
diciamoci la verità. non era un bracco. era un bastardo niente male.
perché non s’è mai visto un bracco con la maglietta da joe fighetto. con la macchina da scrivere. con un amico canarino col nome di un festival hippie. e poi quel bracco ha combattuto durante la seconda guerra mondiale, cerchiamo di non dimenticarlo.
soprattutto, non s’è mai visto un bracco con una cuccia così.
in cui accade di tutto. hanno giocato a biliardo e bevuto, laggiù. non so se mi spiego.
e voi non avete mai visto niente di tutto questo. quello che accadeva dentro, dico.
una volta un gatto l’ha distrutta completamente, quella cuccia da bracco.
una vignetta dopo era di nuovo in piedi.
ma come spesso accade non è l’involucro delle cose – la forma, benedetta forma – a spiegarle.
è quel che c’è dentro, il non detto, quello che non si vede.
è una scatola magica. ogni non detto è una scatola magica che può contenere molto più di quello che lasciano pensare le sue dimensioni.
mi giocherei le orecchie del bracco che da quella cuccia è passato un sommergibile.
be’, se fossero le mie orecchie lo farei, statene certi.
anzi, sapete che vi dico? il vecchio salinger quando ha deciso di scomparire è andato a rintanarsi laggiù.
e sì, elvis, lennon, janis joplin… sono tutti lì. vivi e vegeti a brindare con quel bracco.
quel bastardo d’un bracco.

ogni non detto è una porta dimensionale, ecco cosa.
per altre dimensioni. mondi paralleli in cui io non sono più tuo marito ma un grazioso ballerino per cui prova invidia anche fred astaire. ecco, io in quella cuccia da bracco vorrei essere il ballerino che acciuffa ginger rogers per le caviglie e le dice che è mia, solo mia, dimentica quel bellimbusto di fred, biondina.
altre vite, altri inganni.

ma è sempre un bell’inganno la luna per quel bracco, per l’amor del cielo.
senza queste scatole nere io non sarei qui davanti a voi.
sarei persino più basso di quel che sono.
giuro.
e Charles Schultz non sarebbe altro che un dentista.
non so perché ma ho sempre pensato a lui come a un dentista.
neppure tanto bravo.
oh, e vi assicuro che Charlie Brown non avrebbe la testa tonda.
non così tonda, almeno.

**
Il pezzo che sto per leggervi l’ho scritto l’altra notte. Una notte di birra, come quelle di Vinicio Capossela, che io chiamo amichevolmente Vingenzo per un motivo che non posso spiegarvi. Allora voi sapete che Capossela, nelle notti di birra, incontra le sirene, e io che ho grande ammirazione per lui, volevo imitarlo. Così l’altra notte ho avuto una notte di birra e però, invece di incontrare le sirene, ho incontrato Vingenzo che ci provava con Piperita Patty. Per cui quella che segue è la lettera d’amore che Vingenzo avrebbe scritto per Patty, e si intitola:

In flagrante, Patty

bruciano stanotte le efelidi sul tuo volto, patty. bruciano e arrossano il tuo volto, segnano la via delle pleiadi luminose e del buio che non dividi, smarrendo ancora la luce.
rossa, sei bella come una bionda. e quando sei bella non sei solo bella, tu, ma sei nuda. e quando io sono nudo, per la mia strada con due lumi soltanto e per il resto solo fuochi fatui e triste annuncio di patte di balena, mia dolce patty, quando io sono nudo e solo mi chiedo cos’è.
che cos’è l’amore, mentre sono alla ottocentesima sigaretta e il bar all’angolo di casa van pelt ha chiuso.
che cos’è l’amore, patty? come trasfigurarlo?
un vetro appannato d’america
una coppia al mare che divide un asciugamano zebrato
sentirsi sbagliati ascoltando una canzone d’amore
l’home run di quel cane che scambiavi per un bambino
uno stereotipo confermato
un bacio sul tuo petto tutto piatto da maschietto
la cura distratta e sincera del tuo amico ciccio
un elenco di motivi per convincerti, come questo
o infine il tuo nome che rimanda forse a una promessa, o meglio, a un compromesso, a molti compromessi, patricia, patty, piperita
il tuo nome è qualcosa che ha valore ed avvalora, patty
tu mi pieghi e mi spieghi a me stesso e il compromesso è solo con me, con me stesso, che io non debba spezzarmi mai, e mai debba spezzare te, nata donna ma in grembo già uomo
i tuoi sandali, patty, e il mare che ci ha divisi
e il tendone del circo che ci ha coperti, protetti, rifugio appropriato per chi apre la coda e si fa impavido pavone come me ma solo tra clown, trapezi, elefanti e sirene
e le sirene, patty
credi davvero che ulisse non abbia ceduto, che linus non sia cresciuto, e io come loro non ci abbia pensato?
fammi uomo, patty, come te quando eri ricevitore e la palla finiva lontano lontano e ciccio correva a prenderla
fammi palla e fa’ che ci sia qualcuno a prendermi
sii gendarme dai bruschi modi
che non ci siano più treni
se non capisco cos’è quest’amor
che sia questo l’ultimo
tentacolo, tentativo, tentazione
che è sempre poi
esser colto in flagrante

**

I Peanuts sono la rappresentazione delle fisime degli adulti in un mondo in miniatura. Quello che ho fatto stasera, si sarà capito, è stato un po’ trasportare i Peanuts nel mondo degli adulti, immaginarli da grandi. Così ho immaginato la città dei Peanuts – che noi non vediamo mai per intero, per cui può essere qualsiasi città, anche una cittadina di provincia di queste parti – raccontata però da Linus, al sicuro, anche da adulto, sotto la sua coperta, in un pezzo che ho mutuato da un capitolo del mio secondo libro:

La città dei Peanuts

Di notte le città si mostrano per quello che sono, dicono le verità, perché la verità non è mai una sola, e se anche fosse una sola sarebbe piuttosto accomodante, e inesprimibile. Chissà perché poi di notte, proprio di notte, quando il bracco dorme col suo amico giallo sul naso: forse per paura che tutto finisca e arrivi l’alba, che porta via tutto, è come il vento a volte l’alba, nelle città di provincia.

E se non è l’alba allora è il sole, quello stare insieme di sole e luna, che sott’al sole non può bruciare niente di nuovo, lo dicono anche le Scritture, lo hanno detto i cantanti e pure i poeti.

C’era questo poeta che mi ha consigliato Charlie Brown, un mio vecchio amico; credo si chiamasse Brautigan o qualcosa del genere. Comunque. Questo poeta si era messo a contare i bulloni della Bibbia. Contava i segni d’interpunzione, che sono i bulloni di ogni libro, e adesso contava punti, punti esclamativi e virgole nel libro sacro; e allora forse per capire una città o un paese devi contare i suoi bulloni, che sono i cantieri, le opere incomplete, i palazzi in costruzione.

L’hanno crocifissa questa città. Ma se parlo così sembra un sermone degli avventisti del settimo giorno. Se mi sentisse Lucy mi consiglierebbe uno strizzacervelli, di quelli bravi.

Comunque. Anche questo contare i bulloni lo devi fare di notte, al sicuro sotto una coperta: la curiosità di notte ha l’odore di un figlio cresciuto.

La notte per noi dura sempre vent’anni o poco meno, noi se non passano vent’anni non la capiamo, non sappiamo crescere, è un’adolescenza la nostra notte, ci sono giganti che mangiano salsicciotti e statue di vetro sul corso, ci sono corridoi di pietra che si aprono e dentro c’è la giovinezza. La nostra giovinezza.
Sì, mi manca Charlie Brown. Mi manca quel suo cane con la macchina da scrivere e il banchetto della psicanalisi di mia sorella. Mi manca quel ragazzo che suonava il pianoforte e non avrebbe saputo fare altro nella vita. Sono belle le persone che non sanno fare altro, che non hanno scelta.
E mi manca Pig-Pen. Chissà se si è ripulito, poi.
Oh, su tutto mi manca il baseball.

E allora. La notte sotto la mia coperta questa città ha l’aspetto di una grande bocca bavosa, coi denti piccoli e aguzzi, uno accanto all’altro, sono fratelli questi denti nella bocca che si spalanca lentamente, fino all’alba, ma non accade, tutto questo non accade per davvero e nessuno: nessuno sa perché.
Sarebbe opportuno, e gradevole, lasciarsi inghiottire da questa grande bocca bavosa, da questa città. Se non avessi la mia coperta, però. Forse è lei la mia città.

**

Ah, mentre scrivevo ho forse intuito il motivo per cui ho pubblicato qui questi tre pezzi. Quello che faccio è quello che perdo. Anche questa è una cosa abbastanza comune, capita a tutti. Ho avuto l’impressione di aver perso pezzi qui e là, mentre leggevo quei pezzi – scusate il gioco di parole – è evidente. Non so se rivedrò mai il maestro con la chitarra, per dire, ma questo è un esempio banale. Non so se rivedrò molte cose. Non se rivedrò me stesso in quelle condizioni – buone o pessime che fossero. Non so nulla. Così ho ricopiato qui quei pezzi. Tutto qua. Bisogna farselo bastare.

Standard