Fare Malesangue, Interviste, Storie

Finché regge il corpo, finché regge la carta. In costume da bagno all’Italia Wave

Non sono credente; ma credo ci sia un punto in cui ognuno deve saper restituire ciò che ha avuto di inatteso. Dà fastidio la bellezza quand’è sprecata; detesto sprecarla in prima persona. Questo proprio non mi so perdonare. Dalla vita non mi aspettavo molto ma per psicologia inversa: per dieci anni, ho pensato, è stata lei ad aspettarsi troppo da me. Così ho pensato che mi sarebbero bastato: un’auto con cui girare in un lungo e in largo una terra troppo stretta e lunga; e andarmene in giro in costume da bagno. I libri che ho fatto e i posti in cui mi hanno portato li ho considerati guadagno inatteso, perciò puro: e così tutte le persone che ho incontrato. Per dire che scrivo queste righe nei giorni seguenti all’Italia Wave Love Festival di Lecce; i giorni delle polemiche tutte politiche, che non capisco oppure capisco fin troppo bene e dico: basta; i giorni in cui non si placa pure l’eventite, malattia tutta pugliese, di cui non voglio più parlare. Voglio dire che mi ha portato all’Italia Wave uno dei miei libri, Sono un ragazzo fortunato, e fortunato mi ritengo davvero, perché davvero non mi aspettavo più di quel che ho detto sopra. E perché sì, all’Italia Wave ci sono finito percorrendo questa terra da un mare all’altro (non ci vuole poi molto, solo un buon motivo) e sì, l’ho fatto in costume da bagno.

Ero in programma domenica 17. Un reading dal mio primo libro. Io non sono un lettore, quel che faccio meglio e con più affetto o dolore sta sulla carta o sui monitor, però so bene che certe occasioni non vanno sprecate e così ho detto di sì, che l’avrei fatto. Finché terrà il mio corpo io proverò il pubblico. Ma sabato 16 c’è Lou Reed – se è per questo venerdì 15 ci sono i Kaiser Chiefs e Paolo Nutini, non m’intendo più di musica ma credo sia quello il giorno in cui bisogna esserci: ma non ci sono stato – sabato 16 c’è Lou Reed che è sopravvissuto ai suoi amici (Lester Bangs e, perché no, anche Iggy Pop e David Bowie), soprattutto è sopravvissuto a se stesso. Non credo che regga. Il confronto: dico in auto alla persona che è con me che certamente non avremo un uomo in stato di grazia quella sera, davanti a noi. Stiamo passando dallo Jonio all’Adriatico, siamo esattamente a metà strada. Fermi a un semaforo, di lato c’è un cartello con su scritto: “Curiamo la lebbra”.

Devo andare a vedere Lou Reed. Devo. Così come sento il dovere di essere all’Italia Wave anche il giorno prima della mia esibizione. Devo guardare coi miei occhi. Sapere se c’è vita oltre l’eventite, virus del millennio per noi pugliesi. La partenza è sempre disperazione, sempre, e così mi metto in auto sotto il sole impietoso di quei giorni e comincio a rimbalzare da una costa all’altra. Se le cose funzionano, poi ti distendi. Il mondo attorno si distende finché non ne fai parte. Nel bene e nel male.

Il paesaggio cambia piano. Un turista se ne accorgerebbe, forse noi di qui non ci facciamo più caso, gli ulivi unica costante. Dallo Jonio all’Adriatico il paesaggio è il passaggio dal trattenere il respiro al rilasciare il peso, due pesi, tre pesi. Arriviamo a San Cataldo, dall’altra parte del piccolo mondo, dov’è dislocata parte del festival. Dove terrò il mio reading il giorno dopo. Faccio conoscenza con Jonny, il responsabile di Cult Wave che avrà cura di me. Io e la persona che è con me osserviamo un graffito enorme su un muro davanti al mare che indica un cuore o una fica. Più in là il palco, stanno finendo di suonare gli Ex-Otago. Musica che non conosco. Pineta, teli da mare, ragazzi seminudi. Dieci anni fa per me. Un mio amico fotografo è stato punto da un’ape, femminile di un termine inglese maschile o neutro che significa scimmia, e ha una caviglia che sembra un alveare.

Torniamo a Lecce, dodici chilometri da San Cataldo. Il concerto di Lou Reed è allo stadio di Via del Mare. Il caldo e le bancarelle, i parcheggiatori abusivi che alla fine costeranno più dei ticket e dei panini e le birre. Gente dappertutto, non troppa – riempire uno stadio è impresa impossibile – e un gruppo già sul palco. Non ricordo il nome. Saranno francesi o gitani e vorrebbero essere Nick Cave. Ma io sono qui per Lou. Per vendicare Lester. Per dire a Lou, «Aveva ragione Lester: sei morto nel ’79 e non te ne sei accorto. Dopo di allora salvo di te solo Begininning of a great adventure e l’assolo di Forever change. Penso che non meriti di essere ancora vivo. Di esser sopravvissuto. Questo devo dirti.» Perciò è importante andare a questi concerti in cui hai qualcosa da dire al cantante con gente che ti capisce, che non ti prende per pazzo se sa che hai un discorso diretto e in sospeso col tizio sul palco; e senza foto o videocamere che potrebbero distrarti o attirare l’attenzione della security. Quasi tutta la security dell’Italia Wave viene dalla Toscana, come il festival, ed è grossa e incazzata come si deve.

Oh, Lou, Lou – è così che inizia Beginning of a great adventure, che parla di te, della tua grande e, perché no, improbabile storia – Lou che sui manifesti in giro per il mondo porti una tua foto da giovane, così che vederti ora rugoso e rigido mi fa stupore e tenerezza; oh, Lou, Lou, che le chitarre devono mettertele al collo e suoni solo con indice e pollice e senza plettro – ma hai ancora il tuo tocco; oh, Lou, Lou, che non hai mai smesso di esser furbo e adesso hai un’ottima band che sa proiettare ancora i tuoi incubi sul pubblico, così che tu sei il direttore di un’orchestra noise e orientale a un tempo; oh, Lou, Lou, che reggi ancora canzoni da dieci minuti di puro rumore e sei vento su Venus in furs; oh, Lou, Lou, che rendi massa unica e informe il pubblico dell’Italia Wave – è questo il fascismo, avrebbe detto Lester – e nessuno ti avrebbe dato un cent; oh, Lou, Lou, che ti urlano «canta Albachiara!» e tu finisci con Pale blue eyes; oh, Lou, Lou, che è per te, perché volevo che le mie cose suonassero come le tue, è per questo che sono arrivato fin qui e sopravvivo tra la folla e bacio le spalle della persona che è con me; oh, Lou, Lou, che dicevi che a contatto con uno strumento ognuno ha il proprio tocco, ognuno ha il proprio suono; oh, Lou, Lou, e quelle parole sul tocco di ognuno che sono le prime che io abbia mai letto in pubblico la sera dei miei 25 anni; oh, Lou, Lou, e quella Waves of fear che racconta di te all’AA (dove ritrovasti Lester) e mette nudi tutti noi con quel verso: «I know where I must be, I must be in hell»; oh, Lou, Lou, che eri un violento idiota sadomaso e tossico e hai scritto le tue canzoni più dolci per uomini pelosi e tra queste ce n’è una che dice che faranno di tutto per fare a pezzi il tuo cuore, e questa cosa accade davvero e con estrema puntualità e non rimane che l’ostinazione per rimanere in posizione eretta; oh, Lou, Lou, che sai bene che cantare Heroin non avrebbe senso per quanto tu sia stato scienziato (pazzo) nello scriverla, perché era per il tuo maestro e per gli atleti dopati dell’epoca; oh, Lou, Lou, tu e i tuoi cambiamenti repentini, il tuo muoverti a strappi, che è quello che la gente non perdona: mai; oh, Lou, Lou, che mi hai fregato due volte: quando mi hai insegnato che la comprensione e l’andare a fondo sono la più alta forma d’amore; e stasera, che non me l’aspettavo.

A fine concerto rimane un odore strano: un misto di sudore – per via dell’umidità – e di salsedine – molti, tra il pubblico, venivano dal mare. Quest’odore è più forte di quello del vino e dell’hascisc. A fine concerto di Lou Reed in molti fuggono. Non ci sta altra musica nelle orecchie dopo di lui. Mentre andiamo non mi sfuggono le sagome e i gazebo in alto, oltre le scalinate della tribuna ovest, dove c’è la sala stampa. Lì è il Vip Village dell’Italia Wave. Il mio amico fotografo, da quel che so, potrebbe essere morto per la puntura dell’ape in uno di quei gazebo.

Tornare sullo Jonio non è difficile. Soprattutto di notte quando devi percorrere le strade che legavano Lecce al resto della Puglia prima. Prima che la Puglia diventasse una splendida e claustrofobica discoteca all’aperto, aperta tutto l’anno.

Così passi dallo scirocco che ha compattato e sciolto insieme il pubblico di Lou Reed a una timida tramontana che spazza una cittadina sullo Jonio in genere abituata al deserto. Un bel deserto, ma è sabato sera.

Domenica
Per una serie di oscure e insieme luminose circostanze, il giorno dopo torno da solo all’Italia Wave. Sono solo per tutto il tempo, davvero, e chi prova a farmi compagnia io lo maltratto, maldestro come sono. Ho un’immagine di me durante il concerto, all’interno dello stadio: al collo ho il pass per il Vip Village ma sono a terra sulla plastica che ricopre il manto erboso, senza mutande tra la gente, a mangiare una pessima mezza pizza mentre suonano i Mau Mau. È quello che voglio, è quello che merito. Sto bene così.

Durante la mia esibizione – è questo il termine giusto – ho letto un pezzo in cui cito Aldo Nove che cita Lou Reed. Mi è andata bene perché prima di me Antonio Pennacchi aveva letto una lettera sull’amore a sua figlia. Il mio pezzo calzava a pennello: e infatti l’ho presentato come una lettera sull’amore a mia madre. E mi sono presentato dicendo che per me esibirmi dopo il Premio Strega Pennacchi avrebbe funzionato un po’ come per i Verdena dopo Lou Reed la sera prima. Insomma, tutto perfetto. Quello che voglio dire è che in quel pezzo dicevo che si è soli. Per la maggior parte del tempo. Perché la maggior parte del tempo, senza voler assumere una posa, si passa attraverso il fuoco, verso la luce. Nel momento in cui mi sono ritrovato a mangiare da solo sulla plastica dello stadio in costume da bagno, io ero nel fuoco. La luce, la mia luce, era altrove – non so dove, e in quel momento non sapevo cosa fosse – e alle volte starsene buttati in quel modo è l’unico modo per arrivarci. Devi solo poi saper dare il giusto peso alla compagnia, quella con cui sei nudo – senza neppure il costume – con tutte le bruciature addosso ed è giusto che sia così, quella compagnia non ti darà addosso perché sei stato così idiota da bruciarti. Se non sai esser solo attraverso il fuoco, non saprai riconoscere alcuna luce. E sarà allora che esser soli e affettati dalla solitudine sarà la stessa cosa. Sarà allora che non avrai restituito un bel niente.

Cult Wave si tiene a San Cataldo, in un gazebo sulla spiaggia. Alle spalle del gazebo la gente prende il sole e fa il bagno. Qualcuno legge – libri, non La Settimana Enigmistica, provo a pensare se non sia il caso di vendergli il mio.

Arrivato al lido, Jonny di Cult Wave mi chiede se sono istrionico. Io dico subito di sì – ho solo bisogno di un caffè, non ne ho presi fino ad allora perché ero nervoso – dico di sì senza esitare perché una volta mia madre mi ha dato proprio dell’istrionico e lei è l’unica donna che abbia mai avuto ragione (su) di me. Allora Jonny mi presenta due ragazzi sardi. Sono lì per Mute, un corto che ha vinto non so quale premio e sarà proiettato in serata al Vip Village. Dunque, prima dell’intervista di Luca Valtorta di XL a Paolo Benvegnù, prima della chiacchierata tra Marco Mathieu, Flavia Perina e Antonio Pennacchi e da ultimo prima del mio reading, ci siamo io e questi due ragazzi che ho appena conosciuto. Li presento io. Parleremo di un corto che non farò in tempo a vedere. Ma prima di tutto ho bisogno di un caffè.

Prima dell’intervista, Alberto e Matteo mi raccontano di Mute. Della Sardegna, del loro modo di vedere il cinema, il documentario. Alberto è stato in Spagna a cercare di capire il movimento degli indignados. Gli chiedo se Mute è un lavoro sulla sua comunità d’appartenenza, o se gli piacerebbe fare un lavoro simile sulla Spagna, ad esempio. Poi i due mi chiedono di Lecce. Provo a spiegargli il mio misto (molto fritto) di amore e odio per Lecce. Loro non se l’aspettavano così bella e piena di gente. «Neppure noi ci aspettavamo la Puglia, così» rispondo io. Li guardo. Lo so che sono molto più giovani di me. Solo che su di me, sulla mia età, è molto difficile dire. Ho un vecchio amico che mi dà 25 anni da non so quanto. Quando mi chiedono quanti anni ho, rispondo sempre con un’altra domanda: «Tu quanti me ne daresti?» Comunque. Con Alberto e Matteo sediamo nelle poltroncine del gazebo. Scoprono che sono lì per un reading – non mi conoscevano, ovviamente. Scambiamo il mio libro col loro dvd. C’è un giornalista che legge ad alta voce il programma di Cult Wave: «Marco Montanaro fa un reading…» dice, lo riprendo subito: «…fa rider.» Il giornalista mi si avvicina con un registratore. Ci presentiamo e mi spiega che visto che sono io, quel Marco Montanaro, deve intervistarmi per Radio Wave. Dice che è un peccato perché di solito le interviste le fa Marco Montanari, e un Marco Montanaro contro Marco Montanari sarebbe stato grandioso.
«Assolutamente sì» dico.
«Allora, Marco, ti senti davvero un ragazzo fortunato
A quel punto dovrei raccontargli questo pezzo che state leggendo ora. Ma all’epoca non l’avevo ancora scritto. E avevo solo trenta secondi e un’età indefinita.
Poi mi chiede del libro. Di cosa parla. Tiro fuori la definizione che ne diede Marco Philopat, per fare scena e perché Marco Philopat è un ricordo di dieci anni fa e porta il mio nome: «Questo libro, dice Marco Philopat, è un rigurgito.» E poi gli spiego perché. Le finte di corpo e i corpi che fingono. Lui sta al gioco.

Tocca a me e ai ragazzi sardi.
A fine intervista – d’accordo con Alberto e Matteo faccio domande stupide, di modo che loro possano dare risposte appropriate – faccio in tempo a fare la battuta: «E ora diamo il benvegnù a Paolo Benvegnù.» Mentre lascio la poltroncina, Benvegnù mi saluta. Ha il mio libro in mano. Dice che lo ha aperto a caso poco prima e quel che ha letto gli è piaciuto. Lo trovo bizzarro. Io gli chiedo se lui è Paolo. In effetti non lo conosco e non ho mai ascoltato un suo pezzo. Lo ringrazio, vado via.

Antonio Pennacchi tiene banco per un’ora. Sta là accanto alla Perina e a Mathieu – non diranno una parola, solo fumeranno – col suo berretto e i baffi la cravatta e gli occhiali tondi. Mortacci tua, Berlusco’, ao’, l’etica del lavoro, l’unità nazionale: in un primo momento è adorabile. Le persone seguono con attenzione. Poi diventa un comizio piuttosto logorroico. Ce l’ho con lui perché sta stremando il mio pubblico e la mia tensione sta diventando d’acqua, inutile. Finché non tira fuori la lettera sull’amore, quella per sua figlia, finché il Premio Strega non dice: «Quello che sto per leggere vi sembrerà strano, edificante. È una bella lettera, questa. Il fatto è che io so’ meglio come scrittore che come persona. Mia moglie nun ce crede che io so’ ccosì, che penso le cose che stanno in questa lettera.» E questo è quanto e io potrei pure andar via, è tutto in quelle parole, non puoi esser creduto. Non si può essere all’altezza, se hai speranza – e se quella è l’unica speranza che hai – che quello che scrivi, che produci, se speri insomma che dal tuo lavoro venga fuori qualcosa che rappresenta in qualche modo più di quello che sei o mai saprai essere. Nessuno può farcela.

Mi siedo nuovamente nella poltroncina, tocca a me. Pennacchi firma autografi su Canale Mussolini. Vede il mio libro, lo prende, dice che l’ha visto su Internet. «Tu sei quello dopo di me» dice. Parliamo di qualcosa che non ricordo, Jonny ci fa una foto. Vorrei fotografargli i baffi, a Pennacchi, questo vorrei. Mi chiede quanti anni ho.
«Lei quanti me ne darebbe?»
«Ma bbaffanculo» risponde e se ne va.
Prendo il microfono. Tocca a me.
«Prova, prova. Ao’
Pennacchi si volta. Storce la bocca. Forse vorrebbe menarme.
Quello che accade dopo non lo racconto. Non racconto mai quello che succede quando leggo o presento libri. È bene esserci. A una ragazza dell’organizzazione che in seguito mi dirà che mi aveva già visto in una chiesetta sconsacrata a Lecce non chiederò cos’ha visto in quell’occasione. Dice che quella volta è arrivata a fine presentazione. Con tutta probabilità ero chiuso nel confessionale a ripetere ossessivamente: «Niente.»
La verità è che per la prima volta ci sono solo amici ad ascoltarmi. Sono venuti anche da lontano e io li ringrazierò. Ma è difficile. In quel momento non sei proprio nudo: ma esibizionista sì, lo sei due volte perché leggi di te e lo fai in pubblico. Senza vergogna. Non dirò com’è andata ma solo che non è la prima volta che mi infilano in una grande rassegna – in cui c’entro poco, io scrivo, parlo poco l’italiano, non so leggere – e che finché reggerà il corpo io dovrò continuare. Portare i libri in giro è l’unico modo per tenerli in vita. Non è per posa, per mettersi in mostra: ma va bene creare il contatto tra il corpo – il mio, quello dei lettori – e la carta. Finché reggerà il corpo, il mio, e la carta, quella dei miei libri, io sarò in giro.

Poco dopo raggiungo Pennacchi al bar del lido. Gli regalo il mio libro – glielo devo, in fondo penso che se lo aspettava. Mi chiede come sta andando. Lui è un Mondadori: si aspetta che risponda in termini di vendite. Io sono un Lupo e gli rispondo così, con la storia dello stare in giro: «Be’, è uscito due anni fa, e sta ancora in giro, tra i lettori, è vivo, per una piccola casa editrice è strano e…»
Gli faccio la solita dedica:

Salento, 17/07/2011
Ad Antonio,
ragazzo fortunato

Marco

Lui mi guarda.
«Mah, fortunato. Io non lo so se so’ fortunato.»
Poi guarda sua moglie. La indica col dito.
«Se so’ fortunato è perché c’ho lei. Ecco perché.»
La donna non fa una piega.
A me viene in mente ancora Beginning of a great adventure. Quando Lou canta: «I hope it’s true what my wife said to me, I hope it’s true what my wife said to me…»
«A me il Premio Strega m’ha cambiato la vita. Prima del Premio Strega…» riprende Pennacchi, ma Flavia Perina lo interrompe. Dice che un giorno ha incontrato Mimmo Calopresti in treno. Le ha detto che vuo’ ffa’ un film da un libro de Pennacchi. E Pennacchi dice che ce lo sapeva già, se la ride. E la Perina dice che s’è offerta de fa’ la comparsa, gratis. A famo tutti gratis, se lo vuoi fa’ davero, a Mi’, se trovi i soldi pe’ ffallo davero, a Mi’.

Dopo, ci sono io che mi cambio nel bagno del lido. Sto indossando il costume e infilo le mutande nello zaino coi libri. Antonio Pennacchi gioca a un vecchio flipper. Ed è bravo. Ci sono ancora io davanti al mare, e poi in acqua, al tramonto che è l’ora migliore per tradire e per il mare, un tramonto caldo e blu e l’acqua fredda e la sabbia nera. Vorrei solo fare l’amore ma arriva il crollo dei mesi, delle corse, dei dialoghi continui con me stesso e delle speranze che avverano delusioni di sé. Non basti mai ma devi farlo più forte, attraverso un fuoco continuo e inatteso.
Per quella sera non mi asciugherò, non mi laverò, non mi cambierò, non farò più in tempo a maltrattare nessuno. Non rivedrò più le mie mutande.

Al mio ingresso allo stadio riconosco subito il canto teso di Petra Magoni. Sta ululando Guarda che luna. Quando arrivo nel Vip Village installato nella tribuna ovest del Via del Mare, Paolo Benvegnù ha già suonato da un bel po’. Vicino alla sala stampa c’è l’Aperitivo Rock, ma è appena finito. In un angolo stanno quelli che potrebbero essere i Calibro 35 o i turnisti dei Modena City Ramblers, a giudicare dalle basette. Nessuno fa caso al mio costume da bagno – miracoli del pass per il Vip Village – e del resto di stravagante c’è già Mixo coi suoi baffoni – vorrei rubare anche i suoi, dopo quelli di Pennacchi – mentre non si può non far caso alle minigonne delle ragazze sedute coi musicisti. Non c’è mezza donna coi pantaloni addosso, in giro. A un tavolo ci sono i due ragazzi sardi. Il loro corto non è stato proiettato. Gli chiedo se il pass dà diritto a qualcosa da mangiare, possibilmente gratis, visto che ho mollato inspiegabilmente il mio ticket per la cena – in verità mi è stato chiesto perché la moglie di Pennacchi non era stata inserita in lista, e così, se le fosse venuta fame…

Spiego ai due sardi che cerco di scroccare ogni volta che posso, in queste circostanze. Che mi piace svaligiare i buffet degli artisti famosi. Una mia personalissima forma di vendetta contro l’eventite è la cleptomania cibaria. Ma l’aperitivo è finito e la birra si paga – due euro invece che i quattro dei rivenditori all’interno dello stadio. Torno su, guardato a vista dai gorilla aretini non ancora abituati a questo tizio col pass al collo, lo zaino e il costume da bagno. Do un’occhiata al ristorante lounge messo su accanto all’ufficio stampa. Uno dell’organizzazione mi spiega che ci sarà un altro rinfresco, dove potrò rubare, ma che la cena al ristorante dovrò pagarla. Potrei aspettare. Ma non ce la faccio. Aspetto solo di appurare che il mio amico fotografo sia sopravvissuto alla puntura dell’ape e poi torno giù, tra i comuni mortali.

Girovago per un po’. Avrei voglia di incontrare qualcuno che conosco. Dopo un po’ capisco che non me ne frega un bel niente e che preferirei rimanere così, da solo. Preferisco i concerti in cui so che non ci sarà nessuno che spunta da un momento all’altro a distrarmi dalla musica. Ed ho fame. Prendo la mia prima mezza pizza e torno su, ma mi fermo tra i seggiolini gialli della tribuna. Siedo, stanco ma non più disciolto dalla tensione. Mangio da questo piatto di plastica mentre Cristina Donà, dabbasso, mette in scena la parte più rock del suo concerto. Mi chiedo perché i seggiolini degli stadi siano tutti così scomodi e ravvicinati. Finisce sempre che metti i piedi su quelli subito sotto di te. Più in là, nel mio settore dello stadio, siede adesso un vigile del fuoco. Mangia anche lui. Per la prima volta nel corso della serata non ho più dubbi. Siamo io, il pompiere e Cristina Donà che canta Giapponese.

Torno di sopra. Incrocio un uomo che mi sembra di aver già visto. Mi saluta, mi viene incontro, mi dice che è quello che mi ha intervistato nel pomeriggio, «peccato per Marco Montanari», sorride, così lo riconosco anch’io. Senza occhiali da sole sembra molto più giovane. Gli chiedo come si chiama, non mi ha detto il suo nome. «Sono Fabio, Fabio di Radio Wave». Nel corso della notte continueremo a salutarci da lontano, sorridendoci.

Sono nel ristorante lounge. Hanno tirato fuori delle coppette, ma: solo olive e qualche tarallino. Un po’ poco. Io e un giornalista di un paese vicino al mio siamo abbastanza scandalizzati dalla cosa. Finché non spunta Paolo Benvegnù con cinque donne al seguito. E pensare che nell’intervista del pomeriggio aveva detto che non scopa dal ’79. Il giornalista che è con me gli si avvicina, vuole una foto con lui. È uno dei suoi musicisti preferiti. Mentre fanno la foto, Benvegnù mi guarda e mi saluta. «Complimenti davvero» dice. Io gli chiedo se non ha già perso il mio libro, vorrei fargli la mia solita dedica. Dice che ce l’ha da qualche parte. Che gli piace molto, ha letto il primo racconto prima di suonare e c’è molta musica dentro. Dice che vuole assolutamente scrivermi. Mi chiede la mail. Sospiro. So che sta tentando di sedurmi per un motivo che non conosco ma apprezzo la cosa. Siedo, comincio ad appuntare il mio indirizzo, come al solito prendo male le misure e lo scrivo su due righe. Mi si avvicina una ragazza. Mi chiede se voglio un caffè. In quel momento realizzo che potrei avere davvero una brutta cera, se la gente viene a chiedermi se voglio del caffè. Poi guardo Paolo Benvegnù, la sua stazza, i suoi capelli lunghi bianchi con la riga in mezzo, le sue occhiaie: non credo di esser messo peggio.
Spiego alla ragazza che ho ancora fame. Il caffè lo prendo dopo. E poi non sto così male.
«Ok. A dopo, allora. Stiamo offrendo il nostro caffè equo e solidale» risponde lei e indica il suo banchetto.
Mi sono sopravvalutato – o forse, sottovalutato.
Paolo Benvegnù raccoglie la mia mail e assicura che mi scriverà. Io non so mentirgli, non so dirgli che non l’ho mai ascoltato. Così la butto su Marco Parente. Gli racconto che una volta l’ho intervistato e che mi piace molto la sua musica. «Marco è davvero un lottatore delle parole» dice Benvegnù. Ci baciamo. Gli dico di salutarmi Marco. Non ci vedremo mai più. Non so perché, ma mi manca Paolo Benvegnù, di colpo.

Mangio da solo sulla plastica sul manto erboso. Forse ho un’erezione. È per via delle mutande che mancano. Avvisto un tizio che conosco, è un mio ex professore dell’università. Un ragazzone. All’epoca era solo un assistente. Ho idea che sia rimasto assistente nell’animo. Il che è una cosa nobile, un po’ come essere l’aiutante di un inventore o un ottimo cameriere. Il ragazzone nota il mio pass, il mio costume da bagno. Poi mi guarda per intero come se fosse la prima volta che mi vede. Dice che gli è dispiaciuto non esserci, al mio reading, e che adesso deve raggiungere degli amici. Vai, penso, e che Marshall McLuhan sia con te. E con il tuo spirito di assistente.

Guardo una ragazza. È sola, come me ascolta i Mau Mau da lontano. Una di quelle ragazze che hanno un bel profilo e poi ad avercele di fronte cambia tutto. Accende una sigaretta, si guarda intorno. Ci vuol fegato a venire da soli a un concerto di Italia Wave, per giunta nella serata finale e gratuita. Non è da tutti. Forse vorrei complimentarmi con lei. Ma dopo un po’ la perdo di vista e sono certo che fosse qui nella speranza di incontrare qualcuno, di preciso. È la speranza di ognuno di noi, quando si sta attraverso il fuoco. Da soli per trovare – non proprio cercare – qualcuno che stia attraversando qualcos’altro in solitudine.

In tutto questo a molta gente sfugge il fatto che di libri ne ho scritti due.

Torno di sopra. Approfitto ancora della birra a due euro. Nel Vip Village c’è poca gente. Sono tutti in ufficio stampa. Mauro Valenti, il fondatore di Arezzo Wave e Italia Wave, sta tenendo l’ultima conferenza mentre dabbasso il concerto va avanti. Valenti sembra la versione un po’ meno allucinata di Giovanni Lindo Ferretti. Nel pomeriggio era anche lui a San Cataldo ma non sono riuscito a interagirci. Lo guardo. È polemico, amareggiato. Non ho ancora ben capito cosa sia andato storto, in questi giorni, ma l’amarezza è palese. Sta là, quasi due metri di magrezza sotto una testa rasata, sorseggia del vino e risponde alle domande dei giornalisti. Ma sono domande amiche, incoraggianti. Nessuno immagina davvero che l’Italia Wave non si faccia mai più. Valenti se la prende con la burocrazia italiana, con la politica in genere, se lo ascolti adesso pensi che davvero dopo venticinque anni stia per finire tutto. Ma lui è anche uno che non esprime emozioni attraverso espressioni facciali: ha una sola faccia: e se c’è una cosa che ho imparato, è che questo genere di persone cambia idea molto in fretta.
«Ma il concerto deve ancora finire» dice Valenti. «Andiamo a vedere i Modena City Ramblers, diobono.»

Il resto del concerto lo guardo dall’alto della tribuna ovest. Non riesco più a scendere tra i comuni mortali. Sono sfinito e mi finisce la bellezza di dieci anni fa. Ci sono i Modena che fanno saltare tutto il pubblico all’unisono. Con le loro canzoni politiche. Dieci anni fa mi sarei strappato i capelli immerso in quella folla fascista e felice. Adesso non so: so solo che mi impressiona quando almeno trenta persone fanno qualcosa tutte insieme e nello stesso istante – e in questo lasciarmi impressionare non c’è alcun giudizio di valore, giuro. Ha ragione Mauro Valenti. Per chi fa questo strano lavoro – che poi dev’essere l’evoluzione di quello che una volta si chiamava impresario, e la radice è la stessa, credo, di imprenditore – l’obiettivo finale è la gente. La massa. Felice. Dar felicità per una sera a un mucchio di persone. Quello cambia tutto. Alleggerisce tutto – l’impresa, impossibile se ci pensi, di coprire uno stadio di plastica, e montare palchi enormi, e torrette, e centinaia di persone da pagare. Non c’è altro. Un luna park. Gli imprendisari sono bambini. Adulti al 50%. È stare nel fuoco anche quello.

L’ultimo suono che mi rimane in testa è quello di Daniele Silvestri e della sua Salirò cantata da Petra Magoni. Non sul palco. Petra Magoni è accanto a me, con Ferruccio Spinetti, sulla tribuna ovest. Canticchia Salirò mentre Silvestri la esegue dabbasso. So per certo che sul ritornello Petra emetterà uno dei suoi acuti che manderanno giù lo stadio. Ma si ferma. Riprende a parlare con Spinetti. Affari loro. Lei ha degli stivaletti di pelle nera. Mi chiedo come dev’essere. Ogni sera la stessa storia, con gli stessi amici cantanti che suonano sempre le stesse canzoni e tu che li ascolti, Petra, in attesa di tornare in albergo e poi l’aereo all’alba del giorno dopo.

Solo dopo il concerto scopro di poter entrare anche in sala stampa e nel corridoio coi camerini col mio pass. Seguo il mio amico fotografo. Finirà di lavorare alle otto del mattino e la caviglia gli si gonfierà ancora. Vorrei andar via ma sono troppo stanco per guidare. Nel corridoio c’è gente che suona colli di bottiglie. Sono i Marta sui tubi con quelle che hanno tutta l’aria di essere groupie. Sono tutti in attesa che qualcuno apra la porta dove c’è il catering. Il cantante dei Marta sui tubi minaccia di buttarla giù a spallate – in verità ci prova in un paio di occasioni, ma scherza, anche lui è solo uno che sta ingannando il tempo mentre il tempo – fatto di alberghi, canzoni sempre uguali, aerei o pulmini all’alba – mentre il tempo sta ingannando te.

Mi si avvicina un ragazza che non ha fatto altro che cantare a squarciagola canzoni di Natale fino ad allora.
«Tu mi devi fare un favore piccolo piccolo» dice.
«Solo uno? E poi non ne faccio di piccoli.»
«Sì, ok. Devi andare là e chiedere una birra.»
«Ma ne hai già una in mano. E poi tu sei donna, a una donna non si dice di no. Vacci tu.»
«Ok.»
Mi lascia così. Era magrissima e gli occhiali le nascondevano il viso per intero.

Mi passa davanti Daniele Silvestri con tutta la sua band. Penso che adesso le groupie lo aggrediranno, gli chiederanno autografi, foto, canzoni scritte per loro. Ma si apre la porta del catering. Silvestri può guadagnare indisturbato l’uscita dallo stadio, gli si preferisce la birra. A me invece è toccato il caffè equo e solidale, alla fine l’ho bevuto, mi ritorna in mente mentre osservo Silvestri andarsene in solitudine. Sono andato a chiederlo perché a quel punto avevo davvero una brutta cera, mi è stato offerto con molta gentilezza e poco zucchero. Un bicchiere infinito di un liquido che sembrava caffè americano. Una schifezza. Poi la ragazza che me lo aveva offerto prima è tornata con una bustina di zucchero, s’è resa conto che mancava. Ma mi ha fatto impressione comunque (il caffè). L’ho buttato giù in due sorsi studiando una donna seduta in solitudine in tribuna su uno sgabello del ristorante lounge. Guardava il concerto. Non so se fosse sola ma lo sembrava, questo sì. Ho pensato alla mia curiosità per le persone che appaiono sole (poi non lo sono mai) e a quanto sia inutile questo mio sentimento: perché poi t’avvicini, e t’avvicini troppo, e quelle, com’è naturale che sia, smettono d’essere le persone sole che ti avevano incuriosito.

Prima di andare. Incontro un mio amico, ex poeta, capitato qui un po’ meno per caso rispetto a me. Ha smesso di scrivere poesie da un po’, o almeno non lo dice più in giro. Lavora nell’editoria da qualche anno. Si occupa di libri in cui non crede e ne scrive altri in cui crede ancor meno. L’ultimo aveva a che fare con i Bobtail. I cani. Una guida alla toelettatura dei Bobtail. Quei cani pelosissimi che quando escono dall’acqua fanno un gran casino. Mentre parliamo, stiamo entrambi studiando il culo di una delle tante ragazze in ciabatte in giro per lo stadio svuotato di gente.
«Riparto domattina, ho l’aereo alle 6 da Bari.»
«Che te n’è parso?» chiedo.
«Mah. In fondo io non c’entro molto, qui. Per cui è divertente.»
«Neppure io. È quando ti ci abitui, che diventa micidiale. Alla lunga, credo anche un po’ improbabile.»
«Credo di sì. Prima o poi mi ci abituerò anch’io. Ma non sarò mai una rockstar, per cui…»
«Da qui è tutto molto felliniano, al Via del Mare.»
«Già. Ma tu hai capito perché si lamentava, Valenti?»
«Ma non lo so. Discorsi tecnici. Io non voglio più farne. Alla fine hanno portato qui un mucchio di gente con grandi storie alle spalle. È l’unica cosa che conta. E io e te abbiamo potuto conoscerli. Anche solo sul palco. Tu lo senti, se hai davanti…»
«Può essere, Marco. Può essere. Io ho visto dei culi bellissimi, questo è poco ma sicuro.»
«Be’, sì. Lecce non perdona.»
Ci salutiamo. Al mio amico poeta, ex poeta, non rimprovero nulla. Tempo fa mi disse che quella roba là gli ha salvato la vita. Io non lo so se è vero, che ti salva la vita. La retorica mi ammazza perché offusca la vista, e se ti si offusca la vista non vedi bene la bellezza e finisce che la sprechi. Quanta ne ho sprecata in questi due giorni, quanta ne ho guadagnata? Nessuno può dirlo. Il mio amico poeta, ex poeta, adesso vive di quella roba là, vive di lettere, punteggiatura, subordinate, sinonimi, anacoluti, flashback e flashforward, indici, elenchi, note a piè di pagina, e soprattutto refusi. Anche se infila tutto questo in libri in cui non crede. Ma era quello che voleva – non quello che meritava, non è questo l’esser ragazzi fortunati – e lo ha avuto. Gli ha salvato la vita. Così scriverà.

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